La Coppa di sci sulla pista dove Robert Redford faceva l’amore

  C’è questo sciatore americano, biondo, si chiama David. David Chappellet. Un tipo solitario. Pensa solo al suo sport. Al suo sport e alla sua ambizione. Un giorno lo chiamano in Nazionale perché c’è da sostituire Tommy Herb, uno dei migliori, si è infortunato. Così David sbarca a Wengen, in Svizzera, lui che è cresciuto a Idaho Springs, nel lontanissimo Colorado. Dal cancelletto del Lauberhorn però non parte, protesta contro un pettorale troppo alto che gli hanno dato, l’esordio è rimandato sulla Kandahar in Austria, dove si butta e chiude al quarto posto. Quando assaggia Kitzbühel, invece cade.

Ecco. David Chappellet ve lo dovete immaginare con il volto e il fisico di Robert Redford. È lui a interpretare la parte nel film Downhill Racer, in italiano Gli Spericolati, spericolatamente definito dal critico Roger Ebert del Chicago Times come “il miglior film mai realizzato sullo sport, senza parlare affatto di sport”. Ma era il 1969. Lo perdoniamo. 

 

Quando Chappellet si unisce alla squadra in Oregon per il ritiro che prepara la nuova stagione, ne approfitta per fare un salto da suo padre a Idaho Springs. Ora, non vi mettete a fare i pignoli sul fatto che sono mille miglia di distanza e 16 ore di macchina. È come se da Wengen fosse arrivato un momento a Copenhagen. Gli sceneggiatori hanno deciso così. Avevano i loro buoni motivi. Il copione è vagamente basato su un romanzo del 1963 [The Downhill Racers] di Oakley Hall. I diritti cinematografici erano appena passati dal regista Mark Robson alla Paramount Pictures in cambio di 15mila dollari, quando il nuovo boss della casa di produzione Robert Evans pensò di usare quel progetto come esca per Roman Polanski. Sapeva della sua passione per lo sci. Gli propose il film per convincerlo a girare con loro Rosemary’s Baby. Redford doveva essere il protagonista di ambedue, firmò i contratti, solo che strada facendo si disamorò dell’altro e girò solo sugli sci. Convinse il romanziere James Salter a scrivere lui la sceneggiatura. Gli raccontò quello che aveva in mente e Salter andò avanti senza nemmeno leggere il libro. Come faceva Orson Welles quando comprava i diritti di una storia. Polanski gli aveva solo suggerito di farne una specie di Mezzogiorno di fuoco moderno, dove lo sceriffo viene ucciso e qualcuno viene chiamato a sostituirlo. Lo sceriffo era l’infortunato Herb, il sostituto era Chappellet.

 

Oh, il padre. Quando Chappellet arriva da lui, si accorge che hanno poco da dirsi. Guida per la città, va a prendere una sua ex, si danno alla felicità sul sedile posteriore della vecchia Chevrolet di suo padre – e qui lo sceneggiatore qualcosa su Edipo ci voleva dire. Non si capiscono proprio. Papà gli chiede perché stia sprecando la vita appresso agli sci, David gli risponde che vuole diventare un campione olimpico, l’altro gli risponde Pfui, il mondo ne è pieno. Fatto sta che Chappellet torna in Europa, vince a Megève, gira per ristoranti. Poiché siamo nel 1969 non può accorgersi che il proprietario di uno di essi è Rocky, perché Sylvester Stallone era distante ancora sette anni da Adriaaaaanaaaa. Però Robert Redford-Chappellet si accorge dell’assistente di un industriale che fabbrica sci. Hop, un giorno si incrociano per caso in una panetteria, da cosa nasce cosa, si rivedono a Wengen, sciano insieme e alla fine succede quella cosa là. Nei paraggi della pista dove si corre per la Coppa del mondo. Dove Zeno Colò partecipò sotto falso nome, come il signor Blitz. Dove i nomi dei passaggi sono leggendari, dall’Hundschopf [testa di cane] al Wasserstation tunnel. 

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