ESCLUSIVA ▻ L’intervista di Orson Welles è per definizione un montaggio. Un taglia e cuci di parole già pronunciate in altri tempi e conservate negli archivi. Le risposte sono quelle date in origine, alla lettera, testuali. Le domande – beh, le domande sono cambiate.
DI ORSON WELLES
Molto tempo fa, un regista portoghese si inventò un lavoro da quella stupidaggine che feci per scherzo alla radio. Prese le mie parole e mise in scena una sua idea. L’idea che nella persuasione generale, attraverso le profondità dello spazio, non esiste la vita oltre la superficie meschina della nostra minuscola sfera personale. Ho pensato molto a quella sua interpretazione, mentre mi preparavo a incontrarne un altro, di portoghese.
Una volta, non ricordo più dove, mi hanno domandato perché io abbia amato così tanto la Spagna, ma non abbia mai avuto una parola da dire sul Portogallo. Non lo so. Anche a Ernest Hemingway è successo. Come deve essere successo a tanti di parlare dell’America e non dir nulla del Messico. Spero di pagare il mio debito, adesso che sono di fronte a quest’uomo brizzolato, figlio di un calciatore che è stato portiere – dunque un’anomalia – e di una insegnante alto-borghese che si attendeva da lui una carriera da professionista serio.
Mi piacerebbe avere la confidenza per chiedere a José Mourinho di sua madre, Maria Júlia Carrajola dos Santos, che veniva da una famiglia ricca e ben inserita nel sistema della dittatura di António Salazar. Mi piacerebbe domandargli di suo zio Mário, proprietario di una fabbrica che produceva sardine in scatola, uno degli uomini più ricchi del paese. Col padre Félix che girava il Paese di porta in porta, José è cresciuto con la madre nella grande casa dello zio, a Setúbal, una città che si chiama così per la fusione tra il nome del terzo figlio di Adamo e quello del nipote di Noè. Il primo è un espulso dalla Genesi, il secondo un sopravvissuto al Diluvio Universale. Forse vuole dire qualcosa anche per José, forse è un’altra stupidaggine. Come quella della radio.
► Mourinho, è giunta fino a me l’eco di quella sua frase, quella cosa che lei sostiene a proposito di chi sa solo di calcio, eccetera eccetera. Così, mi è venuta la curiosità di sapere che cosa sa lei della dittatura nel suo Paese.
«Welles, non sono un pirla. Quando nel 1974 arrivò la rivoluzione dei garofani, avevo un po’ paura. Dopo la rivoluzione tutta la gente sperava in un cambiamento positivo, però aveva anche paura di un cambiamento negativo. La mia famiglia pensò a volte di lasciare il Portogallo, a volte no, che invece il cambiamento sarebbe stato positivo e si doveva rimanere. La rivoluzione è stata un momento di libertà – di libertà di espressione, di vivere – e questo è stato un momento bello e importante per il Portogallo».
► Suo cugino Ricardo è stato deputato e segretario aggiunto al Tesoro per il Partido Socialista.
«Siamo cugini, ma non significa che abbiamo le stesse idee politiche».
► Le sue sono idee di un uomo speciale?
«Guardi che io, arrivato a Londra, dissi solo: Non sono un allenatore normale, ma l’allenatore di un gruppo speciale. Il giorno dopo ero The Special One, non mi sono mai definito speciale. Non sono il migliore del mondo, ma penso che nessuno sia migliore di me. Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto: una bella sedia blu, una Champions League, Dio, e dopo Dio, io».
► Parla spesso con Dio?
«Sono cresciuto in una famiglia religiosa. Almeno una volta all’anno vado in pellegrinaggio a Fatima. Qualcuno mi ha visto stringere un crocifisso durante una partita. Il crocifisso che porto con me è un regalo di mia moglie. Prego tanto. Ritengo di avere una buona leadership con i giocatori per il modo in cui mi relaziono con loro. Con me tutti si sentono parte del gruppo, anche chi lavora in cucina. Io sono una brava persona, sono cattolico e a volte Dio mi aiuta. Dio deve avere un’ottima opinione di me, altrimenti non mi avrebbe concesso tanto».
► Che cosa impara un allenatore di calcio in una cucina?
«Che ci sono le omelette e le uova. Senza uova niente omelette. Dipende dalla qualità delle uova. Al supermercato ci sono varie qualità, alcune più costose e altre che permettono omelette migliori. Così quando le migliori sono da Waitrose e non puoi andarci, sono problemi».
► Se ho capito bene la metafora, i giovani che gli allenatori fanno giocare, sono le uova peggiori?
«I calciatori giovani sono un po’ come dei meloni – solo dopo averlo aperto e assaggiato sei sicuro al 100% che il melone è buono. A volte hai meloni fantastici ma non sono molto buoni; altri meloni sono un po’ brutti ma quando li apri hanno un sapore fantastico. Io parlo solo con gli uomini, non con i bambini maleducati. Non sono tenero, sono giusto. Sono diretto. L’empatia con i giovani nasce dalla giustizia».
► Mi hanno detto che prima di fare l’allenatore con questa mascella pronunciata, lei ha lavorato in un istituto per ragazzi disabili.
«Tutto è psicologico là, tutto è affetto, tutto è emozione. Tu riesci a fare delle piccole cose che per loro sono delle grandi cose, con base in tutto questo: in amore, in affetto, in rapporto individuale. Una cosa incredibile».
► Perché ha rimosso dalla sua immagine pubblica questo aspetto?
«Il mondo è competitivo, aggressivo, consumista, egoista. Durante il tempo che spendiamo qui, dobbiamo essere tutto eccetto questo. Ma le persone amano la tempesta. Dove il padrone dorme, russano i domestici».
► Per questo si è messo a creare polemiche? In Portogallo dite: ciò che succhia l’ape diventa miele e ciò che succhia il ragno, veleno.
«Non è vero, Mourinho non crea polemiche, Mourinho run away come si dice in Inghilterra. Io non fuggo le polemiche, ma nemmeno ci vado incontro, però se qualcuno tocca la mia squadra io sono il primo a difenderla. Sono un gran difensore dello spirito di squadra e del lavoro di squadra, la prima cosa che prometto ai miei nuovi giocatori è che li guarderò tutti allo stesso modo. Non voglio un rapporto speciale con qualcuno di loro. Odio parlare di una persona sola. I giocatori non vincono trofei, il gruppo vince i trofei, la squadra vince i trofei. Non riesco mai a dire mi piace questo giocatore, ma generalmente mi piacciono i giocatori che amano vincere. Non quello che ama vincere per 90 minuti, ma quello che ama vincere ogni giorno, in ogni allenamento e nel resto della sua vita».
► Mi dica allora che cosa non le piace in un calciatore.
«Non cerco fotomodelli, Se qualcuno pensa di essere il migliore, ha grandi possibilità di lavorare con me».
► Perché la attaccano tutti?
«Perché sanno che il giorno dopo le prime pagine dei giornali si occuperanno di loro. È tutta pubblicità gratis. neanche Gesù piaceva a tutti. Antipatico o simpatico per me non è importante. Il vincente dipende dal vostro punto di vista: non conosco ancora bene la vostra cultura. Per esempio in Inghilterra uno che ha vinto in un determinato momento una cosa importante, che è entrato nella storia, questo è un vincente per tutta la vita. Qui sembra che bisogna fare qualcosa di straordinario per meritare il rispetto. Chissà, forse c’è una competizione sulla luna che devo vincere per essere considerato in altro modo».
► Lo conosce questo proverbio portoghese? Non cammini scalzo chi semina spine.
«Mi rialzo con i proiettili che mi sparano addosso e lo farò sempre. Sono nato in questo modo nel calcio e così morirò».
► Mentre venivo da lei, mi ero convinto che il regista perfetto per un film sulla sua vita sarebbe Wim Wenders. Perché ne ha girato uno su un portiere come suo padre [La paura del portiere prima del calcio di rigore] e perché ha girato Lisbon Story. Ma ho controllato: lei non ha mai allenato in Germania. Niente da fare. Sempre che a lei interessi avere a che fare con un regista, con i droni, con le macchine da presa che indagano. Cosa pensa di noi guardoni?
«Ci sono alcune persone che quando sono a casa, hanno un grande telescopio per vedere cosa accade nelle altre famiglie. A volte vedi bellissime persone senza cervello. A volte hai brutte persone che sono intelligenti, come gli scienziati. Il nostro campo è un po’ come questi. Dall’alto sembra una disgrazia, ma la palla scorre a velocità normale».
► Scorre ovunque alla stessa velocità?
«In Inghilterra gli allenatori insegnano ai ragazzi a giocare a calcio, in Italia, Spagna e Portogallo si insegna che conta solo vincere. Io odio la simulazione e le bugie anche se riconosco che non sono felice quando vedo che a un mio giocatore gli rifilano un colpo e lui cerca di restare in piedi. È raro che un arbitro fischi un rigore se il giocatore non cade. Nel mio caso dico ai miei ragazzi di giocare sempre pulito ma di non essere ingenui».
► E i giornalisti’ Sono tutti uguali ovunque?
«La stampa inglese è fantastica. Impossibile paragonare la stampa italiana con l’inglese, puoi farlo con quella spagnola o portoghese, magari. Ma quella inglese è totalmente diversa. Non ci sono quotidiani sportivi. Ci sono due pagine di calcio in ogni giornale. Abbiamo Sky Sport che dà il calcio tutti i giorni, il weekend con la Bbc. Dopo la partita c’è un’intervista flash di un minuto e una conferenza stampa di cinque minuti. Per me il peggio, in Italia, è il dopo partita. Non perché non mi piace. Io parlo con la stampa perché sono obbligato. Spalletti parla prima della partita, parla durante l’intervallo e parla dopo la partita: è “primetime”, è amico di tutti. Io non sono così».
► Non le piace parlare? Possibile?
«A me piaceva tanto parlare via tv, via camera, parlare con Gianluca Vialli, con Arrigo Sacchi, tutta gente con un’opinione, un’opinione sincera che ti fa pensare e ti fa anche imparare. Dopo una partita, però, come i giocatori sono stanchi, anche noi allenatori siamo stanchi. Dopo una partita uno deve mangiare, andare a casa, riposare. Invece dopo una partita, un’ora di tv era la cosa che meno mi piaceva in assoluto. Ricordo quello che mi diceva Crespo, quando lo allenavo al Chelsea, perché gli facevo tante domande sull’Italia: “Quando siamo in Italia, siamo stanchi dell’Italia. Ma quando non siamo in Italia, l’Italia manca.” Ed è vero, è un poco vero. Mi diceva poi: “In Italia, quando segno un gol, durante la settimana lo rivedo in televisione 50 volte. In Inghilterra, se segno un gol e non lo vedo negli highlights della BBC dopo la partita, non lo vedo più perché nessuno lo trasmette durante la settimana.” Ed è vero. In Italia è stressante però è bello, è bello».
► Gli italiani sono pure sempre quelli di cui Churchill diceva che perdono le partite di calcio come se fossero guerre, e perdono le guerre come se fossero partite di calcio. Si stupisce?
«Mi sembra che gli italiani non sono tanto innamorati di calcio come io pensavo, sono innamorati più dello show televisivo. Vedo tutti preoccupati di piccole cose, che nello spettacolo calcio non significano niente, e nessuno preoccupato per uno sport che è importante nel mondo. Nessuno si preoccupa per il fatto che il calcio italiano è considerato un prodotto molto piccolo fuori dall’Italia, non paragonabile alla Premier League».
► Che cos’ha di tanto orribile la televisione?
«Odio la mia vita sociale. La odio. La gente non mi conosce veramente. Se quando finisce la partita potessi spegnere le luci e diventare uno sconosciuto, lo farei. Non posso andare a vedere una partita di mio figlio. Se vado a una partita di dodicenni, verranno quelli che si vogliono fare una foto, quelli che vogliono un autografo, quelli che vogliono insultarmi, quelli che vogliono andare dietro la porta per insultare mio figlio, un ragazzino di 12 anni. Per strada vorrei poter essere normale».
► Suo figlio riesce a vivere normalmente?
«Vive sotto pressione per essere figlio mio. Non è facile entrare nel mondo del calcio con lo stesso nome di qualcuno che ne ha già fatto parte. Per questo ammiro Rui Águas e Maldini, che sono costretti a vivere con il peso di questa pressione, e lo fanno da molto».
► Esiste un altro sport che le piace?
«Nel tennis subiscono rigori per tutto il giorno. Ogni punto è una decisione difficile, devono essere davvero forti. Io dico sempre che nel mio sport a volte ci copriamo e nascondiamo a vicenda, possiamo sempre trovare delle giustificazioni per i successi e i fallimenti: in questo modo il tennis è fenomenale perché devi essere davvero forte».
► Perché il suo collega Klopp trova che il tennis sia noioso?
«Io non mi relaziono con gli altri allenatori. Ci sono alcuni che hanno vinto l’ultima volta dieci anni fa. C’è chi ha vinto un anno fa. E c’è chi non ha vinto nulla. In Inghilterra le inimicizie tra manager hanno una valenza diversa. In contesti come quelli della Spagna e dell’Italia le rivalità sono una parte del cartellone».
► Che cosa ha di speciale il tennis che Klopp non ha capito?
«Quando si avverte la fatica, bisogna tirar fuori altre qualità come la forza mentale e lo spirito di sacrificio. Ho visto una volta Stepanek a 34 anni giocare 3 match in 3 giorni nella finale di Coppa Davis. Era pronto a dare la vita per il suo paese. Ragazzi di 23 o 26 anni possono giocare il mercoledì e il sabato senza problemi: nello sport conta il cuore, non contano solo le gambe».
► Mi racconti una volta in cui il cuore è contato più delle gambe.
«Il mio primo scudetto all’Inter non lo abbiamo vinto in campo bensì al centro sportivo di Appiano Gentile. Era un sabato e il nostro inseguitore era il Milan, che nell’anticipo di quella sera era stato battuto rendendoci così campioni. Era la terz’ultima di campionato e noi dovevamo giocare il giorno dopo col Siena. Al centro esplose subito la baldoria, con tutta la squadra a chiedermi di andare a festeggiare in Piazza Duomo assieme ai tifosi. Io ho pensato: se ci andiamo non andremo a letto prima delle tre-quattro del mattino e poi scendiamo in campo stanchi e addormentati e la striscia di partite di fila sempre vinte finisce lì. No, non possiamo farlo: “Tutti a letto” ho tuonato. Quando già ero in camera mia pronto a coricarmi bussa alla porta Júlio Cesar. Il suo era un grido di dolore, piangeva a dirotto: “Mister, dobbiamo andarci in Piazza Duomo, ci aspettano in migliaia. Se non ci andremo tu in vita tua non vincerai più niente”. Parole che sembravano una maledizione. Ho pensato: “Sono fregato”. Non sono superstizioso, ma quelle parole mi hanno lasciato traballante. Bene. Andiamoci tutti: e così è avvenuto. I tifosi quando ci hanno scoperto sono diventati pazzi».
► Che cos’è cambiato in lei da allora?
«Mi sveglio presto e vado via tardi, pensando al calcio ogni minuto. Non importa in quali club sono stato. La mia giornata lavorativa è rimasta uguale. Un sacco di allenatori arrivano da me chiedendomi la ricetta del successo. Ma se vogliono una ricetta dovrebbero andare da un dottore. Il calcio non è così. Amo il calcio, amo allenare e probabilmente sarò in panchina anche dopo i settant’anni: sono solo all’inizio della mia carriera. Ho grande rispetto per Ferguson. Lo chiamo “boss” perché è il capo degli allenatori. È il migliore nel paese. Forse quando avrò 60 anni, i miei figli mi chiameranno allo stesso modo».
► Mourinho, non per essere scortese: lei sessant’anni li compie domani. Con quale ambizione si arriva a sessant’anni?
«Il mondo gira molto, molto veloce e la vita è molto, molto breve. Vivere con brutti ricordi è una tragedia; vivere con dei bei ricordi dà la forza per continuare la lotta. La più grande ambizione che ho è vincere la prima partita. La seconda ambizione è di vincere la seconda partita».
Cinque leggende forse vere su José Mourinho
1 Dopo la vittoria della Coppa dei Campioni con il Porto contro il Monaco, anziché festeggiare si è chiuso mezz’ora nello studio della tv portoghese per rivedere il primo tempo che non gli era piaciuto.
2 Un’ultrà del Porto voleva sparargli perché credeva di aver scoperto che José corteggiasse la sua donna.
3 Al Museo del Calcio di Preston che gli chiedeva di indicare il suo libro preferito, rispose la Bibbia.
4 L’orologio indossato durante la prima conferenza stampa all’Inter costava 213mila euro.
5 Ha telefonato all’una di notte alla vedova di Helenio Herrera per ringraziarla di avergli mandato una copia del libro con gli scritti del Mago.
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Mourinho visto da
| Mario Sconcerti, Corriere della sera [5 maggio 2021]: “Mourinho trasformerà la città in un anfiteatro di parole che rimbalzeranno da un colle fatale all’altro riportando la fedeltà alla base. Se ci sono momenti in cui la forza del presente conta più dei rischi del futuro, questo è uno di quelli. Mourinho non ha una scuola tecnica, ha impeto, culto del dettaglio, ma non viene dal grande calcio, lo raggiunge. Più il calcio è basico, litigioso, instabile, e più lui è il migliore. Guardiola ha portato una scienza nuova e l’ha insegnata a tutti. Mourinho è andato in difficoltà esattamente quando il calcio studiato si è affermato in tutta Europa. Ne viene scavalcato. Nella dimensione Guardiola, Mourinho è vecchio. Ma restano altre cento dimensioni”.
| Edmondo Berselli, Repubblica [4 marzo 2009]: “Mourinho ha deciso che la sua partita più seria non si giocava in campo, bensì nelle interviste del dopopartita. In questa politica giocata con altri mezzi, Mourinho ha scelto di essere un leader totale. Si fa presto, infatti, a dire che è un grande comunicatore. Ma bisognerebbe stabilire intanto che cosa comunica. Perché Mourinho è un guru, un santone, un filosofo. In quanto tale, è un manipolatore di concetti. Nessun allenatore ha mai parlato così. E si capisce: in quanto leader filosofico, il tradizionalista Mourinho è in grado di agitare concetti e retoriche strappando le convenzioni. Anzi, crea una realtà parallela”.
| Sandro Modeo, L’alieno Mourinho [ISBN edizioni]: “La fame. In questo appetito senza limiti – che, va da sé, senza i suoi metodi e la sua genialità resterebbe inappagato – è come se la fame arretrata di gloria delle società che sceglie collimasse al millimetro con la fame anticipata di gloria con cui lui nutre se stesso: nonostante sia dotato di pazienza e di programmazione metodologica, è come se avesse un’ansia di gettarsi precocemente alle spalle una quantità di trofei smisurata, una fretta quasi parossistica di mettersi in regola con albi d’oro e almanacchi”
| Gianni Mura, al Salone del Libro di Torino [2013]: “Io non sono per Guardiola e contro Mourinho, sono contro Mourinho e basta. Non sono contro per principio, su di lui ho giudizi e non pregiudizi. Lui ha vinto ma decidiamo questo: conta solo vincere o anche come vinci? Al di là dei soldi. Seconda cosa: perché non devo tener conto dei comportamenti? Sono pubblici. Dico che come allenatore non ha mai fatto giocare la squadra in modo entusiasmante. Nereo Rocco è stato crocifisso come catenacciaro e non faceva fare il terzino a Eto’o e Milito. Mourinho ha vinto ma la sua vittoria non mi entusiasma, non è un passo avanti per il calcio. Sono contro perché non posso essere a favore: il giornalismo a favore è stato di pro e contro Herrera, pro e contro Coppi, pro e contro Panatta. Non ho niente contro Mourinho, non ha qualità calcistiche. Non ne ha una”
| Javier Marías, El País: “È uno sciamano da sagra… Un individuo che non sa di calcio e che tratta il Madrid senza attenzione, che non ha remore nel tradire la sua centenaria tradizione né nello sporcarlo con una macchia che sarà difficile cancellare. Il suo Madrid è una squadra con buoni giocatori ai quali chiede di giocare in maniera brutta e cattiva; con attaccanti eccellenti a cui, nelle partite chiave, non permette di attaccare; con giocatori d’onore – la maggioranza – che obbliga a comportarsi in maniera brutale e disonesta; giocatori che, grazie al suo noto e infinito risentimento e al suo potere quasi assoluto, schiaccia sotto un regime di terrore”
| Beppe Di Corrado, Il Foglio [20 ottobre 2018]: “L’idea dominante che le squadre di Mourinho non giochino bene a calcio è ampiamente sopravvalutata, a meno che non si abbia una certezza di che cosa significhi giocare bene a calcio. Perché se significa tenere la palla per il 75 per cento del tempo e fare una rete infinita di passaggi allora sì. Ma l’ubriacatura da tiki taka è passata da un po’, arrivando a provocare disgusto persino al suo inventore, Pep Guardiola. Giocare bene a calcio è una definizione talmente ampia che andrebbe applicata con grande cautela. Mourinho non fa risultati, ecco. Questo sì che è oggettivo. Dire che non giochi bene a calcio è un azzardo pari a quanto accade con Massimiliano Allegri”
| Paolo Condò, La storia del calcio in 50 ritratti [Centauria 2019]: “Di tutte queste squadre verrà ricordato poco: ottime fasi difensive, pressing selettivo a centrocampo, campioni messi nelle migliori condizioni di esprimersi in attacco. Psicologicamente, invece, ciascuna di loro merita un posto nella hall of fame per l’unione dei suoi elementi, la determinazione a prevalere, l’implacabile abilità nello sfruttare i momenti giusti per colpire. José è il loro dominus, un generale da tempi di guerra amato dai suoi uomini e temuto dai rivali”
| Jonathan Wilson, Guardian [23 settembre 2016]: “Siamo abituati a lui. Una volta le sue critiche ad avversari, dirigenti, arbitri e federazioni provocavano stupore. Ora ogni sua dichiarazione viene filtrata dal fatto che è solito fare questo tipo di giochini: è evidente che in alcune recenti occasioni ha perso volutamente il controllo di sé per perseguire una forma di strategia di manipolazione. Ad ogni modo, l’impatto delle sue dichiarazioni pubbliche è diminuito. Mourinho non controlla più la narrazione come faceva una volta”
| Giampiero Mughini, Libero [28 gennaio 2012]: “Lui è un incrocio tra Walter Chiari, tra un attore comico geniale e una pin-up. … Quando mi divertivo a chiacchierare di calcio alla domenica sera, era una fonte inesauribile e irresistibile. Avremmo dovuto dargli una percentuale, come si fa con gli agenti letterari. Purtroppo non l’ho mai avuto di fronte in carne e ossa. Subito gli avrei detto quanto lo stimavo come allenatore e quanto lo ritenevo un bulletto. Le due cose, una inestricabile dall’altra. Solo che non credo lui sapesse chi è Walter Chiari. Sa solo e implacabilmente di essere Mourinho”
| Ivan Zazzaroni, Diventare Mourinho [Sperling & Kupfer]: “A Roma è arrivato un Mourinho diverso. Inedito. Roma, la Roma scelta sulla carta complicata, ma approvata dalla moglie e dai figli è stata l’acceleratore di un cambiamento avvenuto in maniera quasi inconsapevole e ancora incompleto. Nella città eterna José ha scoperto – o forse, conoscendolo, era preparato anche a questo – un mondo nuovo quanto antico. Dove sette re (l’ottavo, i libri di storia sono in aggiornamento, è stato Totti) hanno lasciato il gusto dell’iperbole, quindi del confronto con personaggi d’ogni genere, scoperti, nutriti ed esaltati dalla capitale. Per questo Mou non si offenderà se lo paragonerò a Federico Fellini”.
| Giancarlo Dotto, Sportweek: “La sua faccia resta quella del putto impunito tra lo sciamano e il domatore. Non la smette di diffondere bagliori luciferini e appetiti cannibali. Una necessità che in lui diventa etica. Di dover mettere carne al fuoco della sua leggenda. Mou, sacerdote di sé stesso, in missione per conto di sé stesso. Guardatelo in questi giorni, lupo irrequieto nella gabbia dei “limiti” che la società gli impone, a lui, illimitato per vocazione e temperamento. Con gli anni e con la canizie si è fatto forse meno esuberante, non certo meno ammaliante (ha stregato a Roma una tifoseria intera, fenomeno impressionante che sfiora il paranormale), non certo meno autorevole e unico. Saranno anche 60, ma Mou resta la macchina da guerra di sempre”