Il mio compagno di squadra Martin Luther King

I Have a Dream

Martin Luther King

 

Il terzo lunedì di gennaio cade il Martin Luther King Day, nel quale si ricorda la nascita dell’attivista e premio Nobel per la pace. Una figura che ha ispirato e continua a ispirare l’impegno civile di molti sportivi, più volte intervenuto per sostenere le loro proteste negli anni Sessanta. Di lui si conosceva la passione per il biliardo. Ora una testimonianza dagli USA ce lo racconta anche come giocatore di basket, imitatore del gancio cielo di Kareem Abdul Jabbar.

 

Martin disse che voleva la palla dentro. Sul serio. Voleva la palla dentro l’area, sotto il canestro. Lui che era alto un metro e 69. Lo guardarono storto. Fort Stewart, base militare nel sud-est della Georgia, la partita aveva un improbabile tabellone: Predicatori contro Peccatori. Se non altro, fu facile fare le squadre. Peccatori erano tutti i giocatori non Predicatori. Martin sapeva tirare con tutt’e due le mani. Era un topo da biblioteca ma era pure un topo da palestra, alla Butler Street YMCA di Atlanta, dove era nato e dove era cresciuto. La casa stava a quattro isolati di distanza. Era il primo posto che a un ragazzo nero veniva in mente di frequentare. Alla Y aveva imparato a giocare a biliardo e a ping pong. Era un atleta naturale. Nuotava bene.

Andrew rise più di tutti. «Non scherzare, Martin. Se ti do la palla sotto, te la faranno mangiare». Quello rispose: «Tu non te ne preoccupare. Pensa a quelli che stanno fuori, dammi la palla dentro e io so cosa fare». Andrew obbedì. Obbediva sempre a Martin, tutti obbedivano sempre a Martin Luther King. Così, quando la palla arrivò davvero dentro, Martin con le spalle al canestro finse di spostare l’altro, invece si staccò e giocò uno Sky Hook, il gancio cielo, in una versione bassa di Lew Alcindor, non ancora noto come Kareem Abdul-Jabbar. Una volta, due volte, tre volte.

I Peccatori si guardarono, stupiti di non sapere come si fermasse quel tipo, il presidente della Southern Christian Leadership Conference. Martin non usava il basket solo per divertirsi. Quando girava di città in città, poteva capitare che se ne servisse per convincere una comunità afroamericana a registrarsi per andare al voto, oppure per spingere un giovane a unirsi alla lotta per la giustizia sociale. Altre volte il basket era il solo modo per entrare in contatto con i ragazzi che stavano creando disordini in qualche parte dell’America. Lo schema era: si va, si vede, si gioca a pallacanestro, si parla. Il trucco era fargli vincere la partita, poi si sedevano e parlavano con Martin Luther King del movimento.

 

Di tutto questo ha parlato proprio il vecchio Andrew, Andrew Young, diventato nel tempo ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, rappresentante della Georgia al Congresso degli Stati Uniti, secondo sindaco nero di Atlanta. È stata una delle persone più vicine a Martin Luther King. Quando lo ammazzarono al balcone del Lorraine Motel di Memphis, un minuto dopo le sei del pomeriggio del 4 aprile 68, Young fu tra i primi a precipitarsi accanto alla pozza di sangue.

Ha raccontato della partita di basket a Forbes, parlandone con Terence Moore, l’autore del libro The Real Hank Aaron: An Intimate Look at the Life and Legacy of the Home Run King. Lo ha fatto per provare a convincere Moore che il Martin Luther King Day della NBA è cosa buona e giusta. Moore è  di un altro parere. Dice che il basket americano ha trasformato – parole sue – il nome di King in un bancomat. I suoi dirigenti vogliono solo il maggior numero possibile di partite durante il Martin Luther King Day, in modo da continuare a sollecitare le squadre a lanciare tutte le promozioni sacrileghe che circondano l’evento. Sono ossessionati dal tentativo di riprendersi dal calo delle entrate dovuto alla pandemia, ma già prima del covid cercavano un modo per far diventare il pick and roll un sinonimo di I have a dream.

Moore non accetta che esista un mercato con le maglie ispirate a MLK e prodotte dalla Nike per gli Atlanta Hawks, prezzo da 50 a 170 dollari, con bagarini che le rivendono su eBay. Bello. Non accetta che gli Hawks presentino i giocatori del quintetto base facendo cantare i loro nomi da un coro gospel, immagino perché il dottor King era un predicatore. Oltre al coro, gli Hawks hanno un MLK Wall su una terrazza della State Farm Arena. Hanno anche invitato i possessori dei biglietti a un panel dal titolo Advancing the Legacy: Realizing the Dream.  Ma se Andrew Young dice che non bisogna indignarsi, allora Moore depone le armi. Ha scritto su Forbes: Lo ascolto e penso a Martin Luther King che ipnotizza i Peccatori sotto canestro. Mi arrendo allora. Ma solo per un po’.


COSA POTRESTI LEGGERE DOPO
Storia della lotta al razzismo in NBA

KAREEM  Il vero artefice del gancio cielo ha parlato di Martin Luther King nella newsletter che gestisce sulla piattaforma Substack. Kareem Abdul-Jabbar racconta di averlo incontrato nell’estate del 1964, quando aveva 17  anni. Era andato a parlare ai partecipanti dell’Haryiou Act, un programma di mentoring ad Harlem. Kareem ricorda di aver avuto anche  l’occasione di fargli una domanda, dopo avergli sentito dire che dovevano immaginare una Harlem migliore, e dopo Harlem anche un’America migliore. L’ho ammirato – scrive Jabbar – per il suo coraggio nel sostenere il cambiamento attraverso la non violenza, una posizione che raramente si rivela popolare tra le persone a cui sono state negate pari opportunità per lunghi periodi di tempo. È rimasto fedele alle sue convinzioni, di fronte alla prigione, di fronte ai dubbi all’interno della sua stessa organizzazione, di fronte alla messa in ridicolo da parte di altri afroamericani. La saggezza della sua leadership è stata dimostrata dal successo del movimento per i diritti civili.

 

LE BATTAGLIE DEGLI SPORTIVI   Prima del racconto di Young, si sapeva della passione di King per il biliardo, non esattamente uno sport, ma ci siamo capiti. Il potere politico e simbolico dello sport non gli è mai sfuggito. Da adolescente guardava con attenzione alle lotte di Jackie Robinson per rompere la barriera razziale nella Major league di baseball. Un decennio dopo, con la carriera agli sgoccioli presso i Brooklyn Dodgers, Robinson iniziò a parlare di diritti civili. Molti lo scoraggiavano. Temevano che avrebbe messo a rischio la sua immagine. King era diventato un leader del movimento, disse che Robinson aveva tutto il diritto di parlare perché era «un pellegrino che camminava lungo le strade secondarie e solitarie, verso la strada maestra della Libertà. Era un sit-in prima dei sit-in, era un cavaliere della libertà prima che la libertà si metta in viaggio». 

Così, davvero Robinson si mise in viaggio, incoraggiato, si mosse verso il sud degli USA per parlare di diritti, diventando giorno per giorno uno degli oratori più richiesti, qualcuno adesso dice perfino più di King. Chiudeva i suoi discorsi sempre allo stesso modo: «Se dovessi scegliere domani tra un posto nella Hall of Fame di baseball e la piena cittadinanza per la mia gente, sceglierei la cittadinanza più e più volte».

Negli anni ’60 King abbracciò in privato un pugile di nome Cassius Marcellus Clay, diventato Muhammad Ali. Sappiamo della loro amicizia perché l’FBI ha registrato le loro chiacchierate. Una relazione privata. Ali veniva rimproverato dalla comunità a cui apparteneva, la Nation of Islam separatista. Sono apparsi in pubblico insieme solo una volta, a una manifestazione in favore degli affetti equi a Louisville, nella città natale di Ali. Ma il legame era forte. Quando nel 1967 King si schierò contro la guerra in Vietnam, citò il campione del mondo di pugilato: «Come dice Muhammad Ali, siamo tutti Black and Brown, povere vittime dello stesso sistema di oppressione». Sempre nel 1967, le stelle dell’atletica leggera Tommie Smith, Lee Evans e John Carlos stavano organizzando il Progetto olimpico per i diritti umani, sostenendo che gli atleti afroamericani avrebbero dovuto boicottare le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Chiedevano la restituzione del titolo mondiale dei massimi a Muhammad Ali, l’esclusione del Sudafrica e della Rhodesia dalle Olimpiadi, l’assunzione di più allenatori afroamericani, la cacciata di Avery Brundage dalla presidenza del CIO, dopo 32 anni di potere ininterrotto. Molti leader dei diritti civili ne rimasero sconvolti. Protestare contro le Olimpiadi era antipatriottico, persino sconveniente. King offrì il suo sostegno. Disse: «Questa è una protesta contro il razzismo e contro l’ingiustizia. Nessuno che guardi a queste richieste, può ignorare la verità. La libertà richiede un sacrificio». King incontrò un gruppo di loro poche settimane prima di essere assassinato. Cinque mesi più tardi, arrivò la protesta con i guanti neri dopo la finale dei 200 metri. John Carlos ha detto: «Martin Luther King era nella mia mente e nel mio cuore quando ho alzato il pugno su quel podio».  

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.