È stato il Mondiale di due coppie, di un duplice specchio e un doppio inseguimento. C’è spesso il nome di Pelé nei paraggi di Mbappé: per la precocità di entrambi quando è arrivata la prima Coppa [18 e 20 anni], per la chance che adesso ha la Francia di ripetersi, come il Brasile del 62. C’è sempre il nome di Diego nei paraggi di Leo, l’unico dribbling che a Messi non è riuscito.
Così, due calciatori formidabili vanno alla finale di domenica in Qatar senza riuscire a svincolarsi dalle unità di misura che gli abbiamo assegnato, un campione ricoverato all’ospedale Albert Einstein di San Paolo e un altro sepolto al Jardín de Bella Vista, con il cuore lasciato in custodia al dipartimento di anatomia patologica della polizia scientifica di Buenos Aires. Per il nostro misterioso bisogno di fare confronti.
SPECCHI I BISILLABI TRONCHI ► Hanno parabole che si sovrappongono e nomi che combaciano. Sono arrivati al trionfo che erano due bebé e hanno segnato gol dolcissimi come i bigné. Uno viene dal Brasile del caffè, l’altro dalla Francia dei bouquet. Si sono esibiti in cambio di un gran cachet. Hanno aperto le acque come Mosè.
È un binomio compiuto, perfetto, accettato. Se Pelé dovesse scegliersi un erede, farebbe il nome di Mbappé. «Tieni la testa alta. Domani è il primo giorno di un nuovo viaggio», fu il tweet di O Rei dopo il rigore sbagliato da Kylian contro la Svizzera a Euro 2021. Si scambiano regali, dolci baci e languide carezze. «Ci assomigliamo» disse quattro anni fa in una intervista alla Folha di San Paolo, la stessa in cui diceva che «diventa sempre più difficile difendere Neymar». A Canal+ nel 2019 aggiunse: «Per rendermi felice, deve vincere un’altra Coppa del mondo».
A Doha hanno messo le loro esultanze una di fianco all’altra, sulla facciata delle torri gemelle di Al Jaber. Il primo faceva un saltello con il pugno sospeso nell’aria, l’altro incrocia le braccia e infila le mani sotto alle ascelle. Arsène Wenger è tra quelli che il Pelé del 58 l’hanno visto, e dice che sì, Mbappé glielo ricorda.
Quando nel 2019 la Hublot organizzò un appuntamento tra i due, Mbappé confessò di non aver dormito bene, «perché avevo paura di fare la figura dello stupido, mi sentivo come se mi fossi trovato in fondo a una montagna, senza alcun piano per arrivare in cima».
Antoine Lilti, direttore degli studi presso la École des hautes études en sciences sociales ha scritto su Libération che “come Obama ha offerto al mondo un volto rassicurante e quasi post-razziale della comunità nera americana, Mbappé presenta un volto più sorridente e sereno rispetto a quello di Karim Benzema. Il suo linguaggio raffinato contrasta con la sintassi approssimativa che, a torto o a ragione, veniva rimproverata ai suoi genitori, il padre di origine camerunese, la madre di origine algerina. Lui incarna meravigliosamente una nuova versione più calma della gioventù del quartiere. Sembra fuori da ogni terra». Può sembrare finanche il figlio di un signore brasiliano.
SPECCHI MARALEO ► Si sono fermati allo stesso numero di centimetri, ma c’è una superiore altezza metafisica di Diego che a Messi è stata rinfacciata per tutta la vita, senza sapere se in cuor suo lui ne soffrisse o se in tutta franchezza poi se ne infischiasse. Leo è stato un allievo senza troppo trasporto per il maestro. Ha speso in pubblico un decimo del fiume di parole e della retorica con cui la maggior parte dei colleghi parla del D10s. Uno di Rosario, l’altro del barrio di Villa Fiorito. Lo scrittore Martín Caparrós, di Buenos Aires, dice che «è probabile che per noi porteños, l’interno del paese sia più che altro un folklore: la zamba, la povertà, il feudalesimo, la pachorra, l’immensità vuota. Tendiamo a pensarlo come uno spazio aperto, rurale, selvaggio, paesaggistico, calmo».
Sembra siano più distanti due posti così, a 300 km di distanza, che la periferia di Santos dalla banlieue di Bondy. Leo è stato per Diego il pecho frio, lo svedese, quello là. Siamo dinanzi a un binomio incompiuto, imperfetto, rigettato. Quella di Messi è stata una gloria sotto tutela. La morte di Maradona l’ha liberata. Non c’è dualismo nei cori dei tifosi argentini, quelli che in Qatar cantano: «In Argentina sono nato, terra di Diego e di Lionel. Dei ragazzi delle Malvinas che mai dimenticherò. Non te lo posso spiegare, perché non capiresti, le finali che abbiamo perso, per quanti anni le ho piante. Però è tutto finito, al Maracanã la finale col Brasile, l’ha vinta di nuovo papà. Voglio vincere la Terza, voglio essere campione del mondo. Diego in cielo possiamo vederlo, con Don Diego e con la Tota stanno incitando Messi».
José Pablo Criales ha scritto su El Pais che è una canzone contro i fantasmi e cura le ferite di Messi: quelle per le tre finali perse [Mondiale 2014, Copa América 2015 e 2016] e quella del confronto con Diego Maradona, “eroe che fino a oggi era stato sempre più viscerale. La canzone li eguaglia”.
◇ PANORAMI LA MITOLOGIA ► È allora una storia di padri, biologici o putativi. Una storia di antenati che vegliano e proteggono. Apuleio sosteneva che l’anima umana è un demone, gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene sulla terra, fantasmi o spettri se hanno fatto del male. Ne scrive Agostino in La città di Dio. I Lari sono gli spiriti degli avi che vigilano e custodiscono. Lara era la Dea del silenzio, portatrice dei misteri che chiedono segretezza. Era una ninfa dell’Almone, l’affluente del Tevere dai Colli Albani. Si rifiutò di aiutare Giove nel ratto di un’altra ninfa, Giuturna. Il capo dei capi nei cieli le strappò la lingua, ordinò a Mercurio di portarla agli Inferi e quello durante il viaggio la violentò. I Lari sono i figli dello stupro. Lei finisce declassata nella gerarchia delle divinità, i ragazzi sono ereditati dalla mitologia dei Romani, venerati come l’inizio e la fine, la nascita e la morte, la continuità dello spirito e del tempo che si trasmette dal passato al presente, poi al futuro.
◇ SGUARDI IL BISOGNO DI MEMORIA ► Ospite tempo fa dei Dialoghi di Pistoia, Emanuela Audisio, firma di Repubblica, disse che «lo sport, come accade nell’Odissea, tiene agli avi. È un aspetto senza un corrispettivo nelle varie arti. Lo sport non è temporale, non viaggia mai da solo. Appena uno fa una rovesciata magnifica, il ricordo va subito a chi nei secoli scorsi ne ha fatta una alla Parola. Chi salta una certa misura, riporta il pensiero a Jesse Owens e ai Giochi dei Berlino del 36. Lo sport ha un bisogno molto conscio di riconnettersi al passato, ai grandi padri. Non per dire se sia meglio adesso o ieri, ma proprio per la necessità di dire come ci si evolve, senza dimenticare da dove siamo partiti. È raro che lo sport perda la memoria di chi lo ha fatto grande. Appena ne arriva uno nuovo che viene riconosciuto come tale, lo sport sente il bisogno di dare una carezza a chi c’è stato prima, di tenere insieme il presente e il passato. È il bisogno di sentirsi parte di un disegno, di unire i tanti puntini che sono parte di un tutto».
◇ DISCUSSIONI IL DILEMMA DEL GOAT ► Se abbiamo bisogno di individuare a chi somiglia Tonali e chi ci ricorda Gagliardini, figuriamoci se non si finisce a ragionare su chi sia stato il più grande, se Federer [Nadal/Djokovic] o Laver, se Hamilton o Schumacher, se Jordan o LeBron, se Messi o Pelé o Maradona.
Di questa mania ha scritto in questi giorni Nick Miller su The Athletic, sospirando e dicendo che “va bene discuterne, non lasciate che le persone guastino il vostro divertimento”. La sua posizione è che non possiamo privarci del gusto di dibattere, rifugiandoci dietro la frase che non si possono confrontare campioni di epoche diverse.
“Per anni – ha scritto – ci siamo detti che Messi aveva bisogno di vincere una Coppa del Mondo per essere considerato il più grande. C’è chi lo paragona a Pelé, a Zidane, in modo più pertinente a Maradona. Altri più ragionevoli, i centristi, dicono cose tipo: Perché non possiamo goderceli entrambi, oppure cosa importa chi è il migliore. In sostanza, un sentimento che invita a non avere un’opinione. Ti dice di camminare nella via di mezzo, di non batterti per nulla, di andare alla deriva senza impegnarti. In modo indiretto è una maniera per chiudere il dibattito. È davvero una cosa tanto drammatica, avere un’opinione su una faccenda abbastanza frivola come il calcio? Le cose frivole sono quelle in cui si possono avere opinioni senza fare del male a nessuno. Se ne esprimi una – che so – sulla Palestina, è meglio che tu sappia di cosa stai parlando, perché altrimenti potresti combinare un guaio. Ma un parere sul miglior calciatore di tutti i tempi? A chi può fare del male?”.
Gli argomenti di Miller sono convincenti. “La metà del piacere di essere un tifoso di calcio è avere opinioni sulle cose. Che si tratti di conversazioni con amici, con estranei, con tassisti, con baristi, passanti. Che si tratti di telefonate alla radio, post su Twitter, su Facebook, su Reddit, TikTok o qualunque social media preferito. Che sia prima delle partite, durante, dopo, o in settimana. Che sia a casa, al lavoro, al pub, a cena, per strada. Che sia per riempire i silenzi imbarazzanti con i suoceri, per rompere il ghiaccio con uno sconosciuto a un matrimonio, per annoiare un partner, per litigare con un amico, forse anche per fare nuove amicizie. Le opinioni su cose calcistiche e frivole sono fantastiche. Sono anche terribili. Spesso sono divertenti. Altre volte sono noiose. Ma nessuno dovrebbe poterti dire di non averne. I conduttori radiofonici britannici Danny Kelly e Danny Baker erano soliti dire che quando parlavano di calcio a volte avevano ragione e a volte avevano torto, ma ne erano sempre certi. C’è molta verità in questa frase”.
Miller invita a divertirsi. “Noi dei media siamo vincolati alla necessità spesso noiosa che le opinioni siano informate, relativamente sensate e sostenute da una logica, dai fatti, da un piede nella realtà. Ma il resto di voi non è vincolato da queste catene. Quando parlate di calcio, siate oltraggiosi, siate polemici, dimenticate la moderazione, i fatti sono facoltativi, lasciatevi la logica alle spalle. Vi è permesso di essere irragionevoli, di avere opinioni senza nulla che le sostenga, di preferire qualcuno perché si chiama come un vostro amico o prendervela con qualcun altro perché non vi piace la sua faccia. Va assolutamente bene non avere un’opinione sul fatto se Messi sia o no il più grande. Va assolutamente bene non fregarsene nulla. Va assolutamente bene guardare gli ultimi giorni di questa Coppa del Mondo senza fare connessioni con alcun tipo di contesto storico o contemporaneo. Va benissimo perfino spegnere la TV al fischio finale, per scansare quello che si dice dopo. Ma se avete un’opinione, esprimetela. Non fatevi condizionare da quelli che urleranno: Che paaaaaaalleeeeeee. È così importante stabilire chi sia il miglior giocatore del mondo? Non proprio. Il confronto continuo tra giocatori della stessa epoca o di epoche diverse è noioso? Per molte persone sì. Ma stare da una parte anziché da un’altra è molto più divertente dell’alternativa”.
◇ ORIZZONTI UNA STORIE DI RESURREZIONI ► E sia così, allora. Mbappé o Pelé, Messi o Maradona, Mbappé o Messi. In questi Mondiali delle identità indecise, del tifo contro o del tifo putativo, capita perfino che dal Brasile provino a mettere il cappello sulle vittorie dell’Argentina. Juca Kfouri, autore del libro Confesso que perdi ha scritto su la Folha che questo Messi è lui, ma è pure altri. È Garrincha. È Charlie Chaplin. Quando l’altra sera in semifinale ha fatto ballare più e più volte Josko Gvardiol, “è avvenuta – scrive – una strana metamorfosi per chi ha occhi capaci di andare oltre ciò che vede. La maglia a righe bianche e blu è diventata bianca e nera (o era gialla?) e il 10 è diventato un 7. Non c’era più Lionel, ma Manoel. Lionel Andrés Messi Cuccittini incarnava Manoel Francisco dos Santos. Trasformato in Mané Messi, in Lionel Garrincha, per consegnare il pallone del gol al compagno di squadra Julián Álvarez. O era Vavà?”.
La Folha dice che sono stati sette secondi di gesti chapliniani, fino agli “applausi, all’estasi, alla gioia, all’euforia, alla commozione traboccante”, in contrapposizione ai “registri, le statistiche, i numeri freddi, quelli che fanno felici i commercialisti. Cosa avreste dato per essere presente al momento magico in cui Messi è diventato Mané Garrincha, lui che ha avuto in passato tanti momenti alla Maradona, alla Pelé? Ottantottomila e 996 fortunati sono padroni dell’incanto indimenticabile di chi ricorderà per sempre e racconterà per sempre di essere stato lì, presente con il corpo e arricchito con lo spirito, come a un recital di Carlos Gardel al Teatro Colón”.
I Lari. I padri. Gli antenati. “Com’è bello sapere – conclude la Folha – che tutte queste persone sono vive, che Garrincha è risorto, che Gardel canta ancora e sempre meglio, perché Messi è lì a ricordarci che il genio è immortale. Gracias a la vida!”.
Ma Maradona è meglio ‘e Pelé.
testimoni Stefano Ceci, socio e ultimo manager di Maradona
➣ In Russia stava nascendo la stella di Mbappé, cosa ne pensava Diego?
«Gli piaceva. Vedeva nel francese un goleador, un uomo d’area, scattante e rapidissimo. Nel 2016 chiamò Florentino Perez, il presidente del Real Madrid, e gli disse di non lasciarsi sfuggire Kylian, di prenderlo subito. L’altro gli rispose che aveva già Cristiano Ronaldo. Diego insistette: Cosa importa? Fai firmare Mbappé, che sarà la grande rivelazione, supererà tutti gli altri. E non è come Ronaldo che dopo aver segnato si volta verso la telecamera in cerca di pubblicità. In Russia di quella Francia gli piacque anche Griezmann, perché era un folletto, molto veloce. Litigò invece con Dani Alves che dichiarò che quel gol di mano all’Inghilterra nel 1986 era stato un furto e un cattivo esempio. Già, rispose Diego, invece gli inglesi che hanno convalidato il gol fantasma di Hurst nel ’66, sono veri signori».
➣ Si capiva con Messi?
«Lo apprezzava e lo rispettava. Ma non si misurava con lui, Diego non ne aveva bisogno. Era un condottiero. Né soffriva di gelosie. Tra un secolo ricorderemo Einstein, Beethoven, Presley, e due solo calciatori, Pelé e Maradona. Gli altri sono grandi, ma fuori dal campo non sono nessuno. Finita la partita non esistono più. Diego invece è servito a tutti».
➣ Questo sembra il Mondiale più bello di Messi.
«Si è messo addosso tutta la squadra e la trascina avanti, senza disagio. La sente sua, da capitano. Ma c’è stato bisogno che Maradona morisse, che si creasse vuoto e lontananza. In un certo senso senza Diego è finalmente libero di essere Messi. Non si può sperare in eterno, per questo dico che dopo 36 anni per l’Argentina potrebbe essere la volta buona. E anche per il Napoli capolista potrebbe funzionare». – intervista di emanuela audisio, Repubblica