1998 | La Coppa che illuse la Francia di aver unito il Paese

COSA STAI PER LEGGERE

     ▻ La Coppa che illuse la Francia di aver unito il Paese –  Come nacque la formula black, blanc e beur, e come rapidamente evaporò | I Mondiali dell’Italia: il rigore sbagliato da Di Biagio – La prudenza di Cesare Maldini | Camei: la giornalista iraniana con il chador – Mustafa Hadji e il terzomondismo calcistico | I protagonisti: René Simoes e la prima volta della Giamaica – Il malore di Ronaldo in finale – Zidne non è più un gatto nero|

 

FRANCIA 1998

La Coppa che illuse la Francia di aver unito il Paese

 

  Quando i Mondiali cominciano nel Paese che li aveva inventati, il tratto che emerge dalle cronache è la divisione. Il governo socialista di Lionel Jospin ha appena fatto approvare in Parlamento la riforma del lavoro, la riduzione a 35 ore settimanali come misura di politica economica, È una proposta che nasce dentro un’ottica di progresso sociale, ispirato a una logica di condivisione dell’impiego, ma sta scatenando un dibattito e ha innescato quasi una crisi istituzionale. All’Eliseo c’è un presidente che non ama Jospin, quello Chirac che appartiene alla destra del Rassemblement pour la République.  

Stanno spaccando il Paese anche i piloti di Air France, che bloccano i voli per settimane a ridosso dell’evento che porterà il mondo in Francia. L’Air France era stata guidata da Christian Blanc, manager apprezzato dal governo di destra e meno a sinistra, perché pensava di raddrizzare i conti tagliando i costi del personale e vendendo le azioni sul mercato. Quando Lionel Jospin è diventato primo ministro, i comunisti, ai quali ha affidato i trasporti, gli hanno chiesto la testa di Blanc. Al suo posto ha nominato il più organico Jean-Cyril Spinetta, con il mandato di risanare, ma seguendo il consenso e senza vendere ai privati la maggioranza. Dopo pochi mesi, il nuovo manager illustra al governo il suo piano: tagliare del 15% i salari più alti dei piloti, in media superiori a quelli delle altre compagnie europee, offrendo loro in cambio il 10% della società. Ohibò. Il piano è rigettato e scatena una lunga mobilitazione. Il Corriere della sera si domanda: “La Francia, emblema della modernità, sta cadendo in preda al morbo italico?”. 

 

La Francia si sta dividendo anche intorno a due corpi in tribunale. Quello di Yves Montand, per cominciare. La Francia si è indignata nel mese di  marzo alla notizia che il cadavere sarebbe stato riesumato al cimitero del Père Lachaise, il camposanto delle celebrità, quasi un luogo turistico. Si doveva prelevare un frammento di DNA per obbedire all’ordine dei giudici su richiesta di Aurore Drossard e sua madre Anne Fleurange. Le due donne sostengono d’essere rispettivamente la figlia e l’amante del campione delle canzoni, l’uomo che aveva sedotto Edith Piaf, Simone Signoret e Marilyn Monroe, una volta pure candidato all’Eliseo, prima di ritirarsi dicendo: scusate, sono solo un pagliaccio. I risultati degli esami del Dna si avranno a fine giugno. Ma appaiono scontati. La Francia parla di vendetta dall’oltretomba di Montand. Aveva chiesto di essere imbalsamato [“Tutti sanno che questa usanza annulla o quasi ogni ricerca di Dna”, scrive Ulderico Manzi, Corriere della sera] e come se non bastasse portava la dentiera”.

 

L’altro corpo che ha shockato la Francia è quello di Lady D., morta nel dicembre che precede i Mondiali. In quei giorni in tribunale si sta discutendo delle responsabilità dei fotografi presenti sul luogo della tragedia. I due giudici hanno ascoltato tutti con grande cortesia e nessun paparazzo è stato accusato di nulla. Georges Kiejmann, l’avvocato di Al Fayed, è furibondo: «Hanno detto che si sono comportati sulla scena dell’incidente come quando erano a Sarajevo. Ma vi sembra un paragone da fare? Una cosa è fotografare la guerra, un’altra delle persone ferite, moribonde, povere vittime di un incidente». Le foto sono sbucate dagli archivi giudiziari, sono 200 immagini che i giornali definiscono come il prodotto di una mano tremante dall’emozione. Nessuna, scrive il rapporto degli esperti, è stata scattata a distanza ravvicinata, tutte tra i due e i quattro metri, e soprattutto nessuna prima che arrivassero i soccorsi. “In ogni immagine – riferisce il Corriere della sera – c’è un medico, un pompiere, qualcuno che cerca di portare aiuto. Come si fa ad accusare i fotografi di omissione di soccorso?”. 

 

 

La formula black, blanc, beur

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Un mese dopo, il tratto che emerge dalle cronache è l’unità. Il primo titolo mondiale della Francia cade a ridosso del giorno in cui il Paese celebra la presa della Bastiglia. Zidane ha segnato due gol due giorni prima in finale contro il Brasile. È un marsigliese figlio di immigrati algerini. È stata la stella di una Nazionale che ha Thuram nato in Guadalupa, Blanc cresciuto in Occitania, Lizarazu di origini basche, Karembeu nato in Nuova Caledonia, Djorkaeff di radici armene, polacche e cosacche. I giornalisti chiedono allora al presidente Jacques Chirac se il trionfo di Saint-Denis non rappresenti qualcosa di più di una Coppa, magari la vittoria dell’integrazione e la sconfitta del razzismo.

Chirac risponde: «Esiste un momento in cui un popolo ha bisogno di unirsi attorno a un’idea che lo rende fiero di se stesso. Questa vittoria ci ha fatto capire l’importanza della solidarietà, della coesione e ha dimostrato che la Francia possiede un’anima. La Francia, storicamente, ha un’origine plurale. Rivendichiamo spesso le nostre origini giudaico-cristiane, le nostre radici latine, la discendenza con i Galli. È un insieme condiviso che rende il nostro paese quello che, meglio di chiunque altro, ha capito l’importanza dell’integrazione. Oggi questa squadra tricolore e multicolore restituisce una bella immagine di una Francia umanista, forte, unita».

 

È la nascita ufficiale della squadra black, blanc, beur, l’etichetta con cui sarà connotato non solo il trionfo sul campo di calcio, ma una sorta di modello di integrazione alla francese, una società aperta, multiculturale, figlia dell’universalismo repubblicano.

In un anticipo del dibattito che avremmo rivissuto per la finale del 2018, alla vigilia della semifinale con la Croazia, su La Stampa Edmondo Berselli legge la partita in chiave politica, osservando il nazionalismo croato e questo esperimento di convivenza footsociale. 

Scrive: “Per la pace di tutti, per non toglierci il sonno, per esorcizzare i simboli, è meglio che Zidane e Djorkaeff, Thuram e Desailly e tutti gli europei acquisiti sotto le insegne dei Blu di Francia, si diano da fare, nel nome di un cosmopolitismo illuminista, o almeno nel segno di Maastricht”. 

Il presidente dell’Assemblea Nazionale, il socialista Laurent Fabius, manda allora un telegramma all’allenatore Aimé Jacquet poche ore prima della finale. Scrive: «Ci sono 577 deputati seduti con voi in panchina. Sono sicuramente troppi ma siamo tutti con voi». I sondaggi indicano in quei giorni che la fiducia nelle istituzioni è salita oltre il 70%. Chi esce ridimensionato da tutti quei  gol ai Mondiali è Jean Marie Le Pen con il sui Front National. Giusto due anni prima aveva fanfaronato della presenza di troppi giocatori stranieri – che nella sua visione del mondo sono i nati fuori dalla Francia o i figli degli immigrati. Zidane ha avuto la forza di capovolgere  il concetto. 

La sera del trionfo, Barbara Spinelli commenta su La Stampa: “È un regalo talmente insperato che i francesi ancora stentano a crederci. Sembrano tutti Lilian Thuram, quando, mercoledì ha fatto gol contro la Croazia ed è rimasto impalato dallo stupore. Molti dicono: non si son viste esplosioni simili dal ’68. Altri ricordano le feste di unità nazionale, alla Liberazione. Il patriottismo calcistico ha sempre volti multiformi belli, brutti, farabutti – ma il volto francese mette in questi giorni allegria. È un patriottismo che non esclude, non è recintato, è contagioso. Non somiglia al nazionalismo fascistoide degli hooligan o dei tifosi che in Croazia hanno assalito musulmani bosniaci. Il tricolore è al centro d’ogni emozione. E certo, gli stendardi sventolano sempre nelle gare mondiali, ma in Francia succede qualcosa di diverso attorno alla bandiera. Nessuno sa più dirne i colori al solito modo: blu, bianco, rosso. Tutti ripetono rapiti che la «vera» bandiera è black-blanc-beur, è nerobianco-maghrebina (beur è nome dato ai francesi di origine nordafricana). Per la prima volta da anni, il tricolore è tolto ai neofascisti di Le Pen e preso da chi sogna ancora una Francia universalista, una Parigi che prenda il posto di Vienna nell’immaginario europeo Questi Mondiali durano poco ma sono pur sempre una delle prime sconfitte, per il Fronte Nazionale”.

 

Andrea Costanzo su Ultimo Uomo ha ricostruito tempo fa la vicenda ricordando che nei mesi successivi alla vittoria dei Mondiali “tutto sembra possibile: sanare le ferite del colonialismo, liberare le banlieues dalle loro contraddizioni, vincere anche l’Europeo successivo (e così sarà, ai danni dell’Italia battuta in finale dal golden goal di Trezeguet)”.

Yvan Gastaut, autore del libro Le métissage par le foot ha scritto che quelle tre parole incollate insieme – black blanc e beur – suscitarono dibattiti e alimentarono polemiche per anni. I giovani arabi, nel 1998, dicevano: anche noi siamo francesi. Tutta la popolazione si riconosceva  in questo gruppo misto, evocando una Francia aperta, ricca nelle sue molteplici origini. 

Scopriremo noi e scoprirà la Francia che si era trattato di un abbaglio. Un anno dopo la Commissione consultiva nazionale sui diritti umani indaga nell’intensità del razzismo in Francia. Stavolta la domanda include pure il calcio. “Ci sono troppi giocatori di origine straniera in Nazionale di calcio francese?”.

I sì sono tantissimi. Il 36% degli intervistati. L’incantesimo si sta spezzando. Va in frantumi la sera del 6 ottobre 2001, un anno dopo il titolo europeo, un mese dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York. A Saint-Denis giocano in amichevole la Francia e l’Algeria, una partita caldeggiata da Marie-George Buffet, al ministero dello sport. È convinta che i tempi siano maturi per andare oltre il colonialismo di De Gaulle. Ma i tifosi algerini fischiano la Marsigliese, la Francia fa 4 gol in 50 minuti, l’arbitro deve sospendere la partita per un’invasione di campo. È lo stesso prato dove tre anni prima Deschamps aveva alzato la Coppa. Anche stavolta in tribuna siede Jospin, ma non è più felice, è terrorizzato dal lancio di bottiglie verso la tribuna. La ministra Buffet dice: «Questa invasione ha un significato, sta a noi coglierlo e rispondere nella maniera opportuna». Il Ministro dell’Istruzione Jack Lang manda nelle scuole un audio-libro che spiega agli alunni la storia dell’inno, mentre il deputato di destra Rudy Salles, presenta un disegno di legge per perseguire penalmente chi fischia la Marsigliese. 

Qualche mese dopo, Lionel Jospin viene fatto fuori dal ballottaggio decisivo per le Presidenziali 2002. I socialisti sono travolti. Al ballottaggio con Chirac ci va Le Pen, il critico dell’idea della riappacificazione Black, Blanc, Beur.

È da allora che definizione e sostanza vengono discussi periodicamente. La versione francese di Slate si è chiesta dopo la disastrosa spedizione ai Mondiali 2010: “Se la Nazionale francese ha vinto nel 98 grazie alla mescolanza di culture, dodici anni dopo ha perso a causa di questa stessa mescolanza?”

Sulla rivista Atlantico, Eric Deschavanne e Gilles Clavreul sono giunti alla conclusione che “lo sport di alto livello non è rappresentativo della società, perché non è la sua vocazione: una Nazionale è il connubio di eccezionali talenti individuali, di carriere dove la fortuna fa la sua parte. Anche l’élite calcistica è un’élite: non c’è niente di rappresentativo in essa delle classi popolari”. 

L’ultima teorizzazione è arrivata su Libération da Yvan Gastaut, docente presso l’Università di Nizza. Dice che l’integrazione non è stata più aggiornata, che il mito del nero-bianco-arabo è svanito per buone ragioni. “Ma un altro mito sembra sostituirlo: quello della fratellanza. È un valore repubblicano, negli ultimi tempi ha sofferto un po’, soprattutto in termini di accoglienza verso i migranti, ma sta riprendendo slancio grazie ai nostri calciatori, uniti dietro Deschamps per incarnare in Francia l’unità nonostante le differenze. Questo è il nuovo credo che rispolvera il vecchio del 1998. Spetterà a ciascuno di noi individualmente e collettivamente far fruttare questo messaggio”.

Non aveva ancora messo in conto il marabout di Pogba. 

 

Il Mondiale dell’Italia

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

La sconfitta ai rigori con la Francia

di giuliano zincone, Corriere della sera, 4 luglio 1998

 

“Ma perché i poeti (come De Gregori) azzeccano sempre immagini così vere e inquietanti? Perché mai dovrebbe far paura questa cosa facilissima: un tiro da 11 metri in un bersaglio largo 7 metri? Che ci vuole? Di Biagio avanza, deciso. Via, per favore, tutti i pensieri dalla testa. Via i ricordi delle vecchie coppe perse sempre (sempre) ai rigori, nel ’90 e nel ’94. Su questa tradizione, i critici e gli antropologi un po’ razzisti elaborano strane teorie: sostengono che gli italiani vacillano, quando arriva il momento della verità. Dicono che ci manca sempre la freddezza, nell’attimo cruciale, e che questa specie di balbuzie è un connotato inguaribile del nostro popolo. Tanto è vero che (salvo sporadiche eccezioni) andiamo maluccio negli sport (come il golf e il tennis) dove l’ultimo colpo è decisivo. Tanto è vero che non la vinciamo mai, la cosiddetta lotteria dei rigori. 

Giggi (core de Roma) non è spaventato. Ha la faccia di tufo, lo sguardo buio. Niente finte, due passi, una gran botta. È così che si tirano i rigori. Ci voleva un palmo più in basso, però, solo un palmo. Per quel piccolo errore di un palmo la palla sbatte sulla traversa e Chirac sorride in tribuna e le piazze italiane ammutoliscono, orfane di trombette e di vessilli. Nel frattempo il Policlinico di Roma viene sequestrato e commissariato per la sua lurida inefficienza. Li è come se qualcuno, per anni, avesse sbagliato tutti i rigori, buttando regolarmente ogni pallone verso la bandierina del corner. Ma di questo si parla pochissimo, nei bar della nostra penisola”.

 

I meriti della Francia arrogante

di paolo guzzanti, La Stampa, 4 luglio 1998

 

“Il povero Albertini era soltanto la mano, anzi il piede ispirato dal dio del pallone, che aveva deciso di far vincere la Francia perché diciamo la verità, arrogante quanto vi pare, ma la Francia se l’era propria meritata questa vittoria. La Francia che ama il calcio con un pizzico di schifo perché adora il rugby, la Francia in cui con sapienza sopraffina si fanno i campionati del mondo preoccupandosi prima di tutto di tutti i protestanti che non vogliono avere le palle rotte dalla palla che è rotonda; la Francia calvinista e ugonotta che beve da dio e prepara dei paté che richiedono secoli di sacrifici come per fare i dolci. Insomma, la Francia alla quale noi abbiamo insegnato attraverso la Juve e il campionato nostrano a giocare il calcio, sarà arrogante, ma ci ha ricondotto sul cammino della realtà”.

 

Il sergente Di Biagio dentro a un bar

di vittorio zucconi, Repubblica, 5 luglio 1998

 

“Caro sergente Di Biagio, nella presunzione che forse ci leggerà ora che non ha più niente di meglio da fare, le scrivo per dirle grazie. Quel rigore sulla traversa ci ha salvato. Mi permetta di darle del lei, visto che non ci conosciamo e il fatto che lei lavori in mutande e io in brache lunghe non mi autorizza a darle del tu. La ringrazio a nome mio personale e di quei tifosi italiani che forse non hanno ancora capito il sublime sacrificio del suo gesto. La ringrazio e la rispetto. Da quell’eroico sottufficiale di carriera che è, lei, caro sergente Di Biagio, ha semplicemente sparato il colpo di grazia a quel mulo zoppo che era la nostra Nazionale 98 e a noi tifosi italiani che ragliavamo in disperato coro l’illusione di essere cavalli di razza. Lei ha fatto il suo dovere e così ci ha risparmiato altri giorni di asinate maldiniane, di strazianti ambiguità Baggio-Del Piero sui giornali, di inani dichiarazioni di Moriero e di grugniti di Vieri. Lei ha fatto, da solo, il miracolo di dimezzare le pagine e le ore dedicate al Mondiale di Francia, forse riportando l’attenzione sulle idiozie della politica italiana e sui tremendi scricchiolii dell’economia internazionale. Merci, mon sergent. 

Il giorno nel quale smetterà di faticare e di morire sul campo, non diventerà un potente burocrate maneggione come il paraculetto Platini. Lei mi pare più destinato a una prospera, serena vecchiaia come proprietario di un bar-trattoria con annessa ricevitoria Totocalcio e gagliardetti della squadra dilettanti che lei guiderà a onorevoli sconfitte nei tornei estivi notturni. ‘A Giggi viè qqua, raccontace de quella vorta a Pariggi che te sei magnato er rigore’ . Questa è dunque una lettera a un campione mai nato. Ma a un uomo adulto, fra tanti, inutili bambini che abbiamo. Per questo, caro sergente Di Biagio, si consideri promosso a maresciallo. Grazie, Maresciallo d’Italia Giggi Di Biagio, per averci mandato, finalmente, Tutti a casa”. 

 

Tutti i se di un commissario tecnico

di giancarlo padovan, Corriere della sera, 4 luglio 1998

 

“Se Roberto Baggio avesse segnato, Cesare Maldini sarebbe un genio perché «lui si, che sa cambiare in corsa». Se Alessandro Del Piero si fosse sbloccato, Cesare Maldini sarebbe un grande perché «è stato l’unico a dargli fiducia, come Bearzot con Paolo Rossi». Se Baggio e Del Piero avessero fatto un gol a testa, «bisognava farli giocare insieme perché quale allenatore può permettersi di lasciarne uno in panchina?». Se Maldini avesse mandato Del Piero in panchina «avrebbe umiliato Del Piero». Se Maldini non fa entrare Baggio è «perché vuole umiliare Baggio». Se l’Italia avesse vinto ai rigori, Maldini sarebbe un fenomeno perché «lui non

tradisce mai». Se l’Italia avesse vinto con un solo tiro in porta, Maldini sarebbe «un furbo perché prima ha lasciato sfogare la Francia». Se l’Italia avesse vinto in contropiede, Maldini sarebbe moderno perché «nel calcio non c’è nulla da inventare». Se la Francia avesse perso sarebbe stata punita perché «per vincere bisogna segnare». Se l’Italia non fa un tiro in porta, bisogna capire che «questo è il calcio di Maldini». Se la Francia avesse Vieri e Baggio, «sarebbe stata 3-0 dopo mezz’ora». Se l’Italia ha perso è «perché è crollato il centrocampo». Se l’Italia ha perso è «perché gli italiani non sanno tirare i rigori». Se l’Italia ha perso è «perché i rigori dicono sempre la verità». Se l’Italia ha perso è perché «il contropiede è morto e sepolto». Se l’Italia ha perso è «perché la Francia era padrona di casa». Se l’Italia ha perso è «perché siamo stati dominati Se Maldini avesse messo Inzaghi li avremmo massacrati». Se Maldini avesse rinunciato alla marcatura di Zidane, anziché pensare che fosse la reincarnazione di Platini, “avremmo avuto un uomo in più a centrocampo». Se Maldini avesse marcato a zona la squadra sarebbe stata più compatta». Se Maldini facesse il fuorigioco la difesa sarebbe più alta». Se Maldini giocasse con due punte e un trequartista avremmo più spinta. Se Maldini non facesse arretrare il baricentro, avremmo corso meno rischi». Se per vincere bastasse non perdere, Maldini «sarebbe diventato campione del mondo». Se Maldini non è diventato campione del mondo è perché gli basta non perdere. Se Maldini è uscito ai rigori vuol dire che non è neanche così fortunato». Se Maldini non è neanche fortunato allora è meglio Zoff». 

 

Cannavaro in campo con la maschera

di franco arturi, La Gazzetta dello sport, 4 luglio 1998

 

“Ventitré giorni fa, l’11 giugno, Cannavaro non ci aveva capito nulla. Ricordate? II torello cileno Salas l’aveva frastornato, anticipato, soverchiato. Perfino di testa: lui, uno dei pochi attaccanti del mondiale più piccolo del nostro difensore. Un esordio da brividi per un ragazzo di 24 anni che non s’era mai visto su quella ribalta. Una mazzata così avrebbe potuto tramortire gente molto più esperta. E invece quella brutta giornata, non aveva nessun seguito. Un anticipo dopo l’altro, un centravanti avversario dopo l’altro, Cannavaro è tornato quello di Wembley, dove, con Zola, pareva aver aperto la nuova era ruspante del maldinismo. Deciso, inesauribile, grintoso senza essere cattivo. Fino all’impeccabile chiusura sullo stangone norvegese Flo, spauracchio degli ottavi di finale. Per questo, mentre la nazionale gemeva sotto la spinta dei francesi,

incapace di giocare, nessuno s’è stupito nel vedere il nostro superman tascabile della difesa diventare una specie di muro. Marcatore a uomo? E su chi? Su Guivarc’h? Può darsi, ma dopo aver azzerato gli estri del capocannoniere francese, Fabio era su tutti: Trezeguet, Zidane, Henry. Qualunque avversario entrasse nel raggio di 15 metri da lui, gli lasciava la palla. Un prodigio. Con quel tocco di antico eroismo che gli derivava dal bendaggio. Fabio meritava tutta un’altra musica attorno”.

 

Fort Italia non basta più

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport, 4 luglio 1998

 

“I rigori restano un’invenzione del diavolo, ma stavolta il nostro diritto a detestarli è molto discutibile. Sì, la ronda di palloni sul dischetto ci caccia via dal mondiale, dopo averci persino illusi, grazie a un errore del tenero Lizarazu, di poter passare in testa a quell’odioso conteggio. Ma io penso che stavolta nulla di più resti all’Italia di Maldini delle ovvie lacrime di Albertini e Di Biagio che hanno firmato, con le loro disavventure, il tripudio dei francesi. Per il resto, i rigori meritano di essere carezzati: sono lo scudo protettivo alla nostra sconfitta, la rendono più epica di quanto non sia e di quanto il volto pesto del nostro meraviglioso gladiatore, Fabio Cannavaro, farebbe pensare. Abbiamo perso, insomma, nella sostanza ancor prima che quella sorta di arancia meccanica ci condannasse. Abbiamo perso dinanzi a una Francia che non ha rivelato qualità Abbiamo perso perché ci è mancato ancora una volta l’uomo più importante, quel Del Piero che, dopo un’annata favolosa, ha inseguito invano se stesso in un tour de France senza spiragli. Gianni Agnelli lo guardava sgomento dalla tribuna nel primo tempo: – Non è lui il campione che conosciamo, non si regge in piedi, cade appena lo toccano. Abbiamo perso, infine, perché l’impostazione di questa nostra sfida piena di suggestioni è stata vanamente alla ricerca del colpo di mano. È vero, lo abbiamo sfiorato un paio di volte, in maniera clamorosa, questo momento che uccide. Ma le rare ventate di piratesco coraggio non entravano nella trama:  rimanevano episodi marginali. La mitica arma del contropiede continuerà ad animare il calcio ed è anche una nostra specialità: ma deve seguire una logica e una strategia, deve avere una continuità: non può essere, come ieri a Parigi, il rifugio estremo degli eremiti.

Fate voi, cari lettori. Questa nostra eliminazione può essere vista in modi diversi. Non reclama di certo i soliti processi delle estati italiane, con gli sconcertanti cambi di umore. Le vittorie hanno coperto le mezze ore di grottesco sbarramento, dinanzi a squadre forti solo fisicamente. Ma il salto di qualità non si è visto. E allora, quando il dio risultato ti volta le spalle, che cosa ti rimane? La crudele ronda dei rigori e la faccia pesta del grande Cannavaro non coprono questo interrogativo. Siamo passati dalle grottesche e paralizzanti esercitazioni scientifiche del sacchismo, all’antico istinto del calcio della prateria. Troppo distanti i due estremi. La storia di Fort Italia finisce a Parigi. Una via di mezzo esiste: Bearzot ce la mostrò, sull’asse Barcellona-Madrid, nel trionfale ’82. A presto azzurri, con lo stesso spirito e idee nuove”.

 

Ora un allenatore che valorizzi gli attaccanti

di giorgio tosatti, Corriere della sera, 4 luglio 1998

 

“Non sono contrario ad una tattica cauta, anzi, Ma anche nel difendersi ci vuole misura: esagerando si castra l’attacco. Eppoi in gare ad eliminazione diretta bisogna saper trasformare l’atteggiamento della squadra secondo circostanze e necessità. Come fa Vogts con la Germania, anch’essa imperniata su libero, marcature a uomo e contropiede. Però Matthaeus interpreta il ruolo in modo diverso da Bergomi, gioca più a centrocampo che dietro i difensori. La mentalità del ct riflette quella della federazione. Nizzola e gli altri pezzi grossi temevano una figuraccia che potesse metterne in discussione la poltrona. Uscire ai rigori contro la Francia, padrona di casa, li mette al riparo da processi. Han salvato la pelle. Non si domandano se la nazionale italiana abbia espresso le potenzialità del nostro calcio; se sia dignitoso farsi schiacciare in quel modo dai francesi (e prima da altre squadre); se sia logico praticare un gioco diversissimo da quello di moda nel nostro campionato; se, ringraziato Maldini per il lavoro compiuto con grande passione ed un impegno commovente, non sia opportuno dare alla nazionale una guida più giovane e coraggiosa. Pericolo scampato, poltrona salva, va tutto bene.  La nostra nazionale deve giocare un calcio simile a quello praticato dalla maggioranza dei club, utilizzare meglio una straordinaria generazione di attaccanti, esprimersi con maggior fiducia nelle proprie risorse, non lasciarsi spaventare da Salas o Flo, Polster o Zidane. Insomma dateci un tecnico che sia una via di mezzo tra Sacchi e Maldini”

 

Ma poco meno di un mese dopo l’eliminazione della Nazionale ai Mondiali, lo sport italiano andò a vincere in Francia il Tour con Marco Pantani, a trentatré anni di distanza da Felice Gimondi. 

 

La differenza tra Pantani e il calcio

di gianni mura, Repubblica, 3 agosto 1998

 

“L’omino giallo, al giro d’onore su una strada larga 71 metri, sembra ancora più piccolo. È la terza volta in tre settimane che sui Campi Elisi c’è una sfilata. La prima, il 13 luglio, era per festeggiare la Francia campione del mondo. C’erano tutti i politici francesi in quel bagno di folla a riempirsi la bocca di parole come vittoria e lavoro, serietà e solidarietà. La Francia era tutta un pallone che rimbalzava, tutta per i bleus: un gruppo innervato da algerini e armeni, africani e kanaki, antillani e baschi. Un perfetto esempio d’integrazione. Allons enfants. De la patrie, il giorno dopo: la tradizionale sfilata del 14 luglio, tutti i politici aureolati dall’effetto-Mondiale, smessa la maglia del calcio e reindossato il doppiopetto. Ieri, per l’omino giallo, i politici non c’erano. Non Chirac, alle Mauritius, non Jospin, sul mare greco. Jean Tiberi, sindaco di Parigi, ha interrotto la vacanza a La Baule per premiare Pantani. Che gli altri fossero assenti era previsto. E nessuno dei nostri politici (è solo una nota di cronaca, non ne ho sentito la mancanza) s’è mosso, capirai, è agosto. Nemmeno uno di quelli che in genere viaggiano su aereo privato per vedere un ottavo di finale s’è mosso per Marco Pantani, che pure in Francia ha raccolto più simpatie da solo di tutta la squadra di Maldini messa insieme. Pantani ha vinto Giro e Tour in due mesi, e l’impresa era riuscita, in tutta la storia del ciclismo, a sei soli corridori: Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain. Come vedete, Pantani è ugualmente in buona compagnia. … A differenza di quanto avviene nel calcio, Pantani non è una squadra e ad essere sinceri non ha nemmeno una squadra fortissima. È un uomo solo al comando, è l’eco di una radiocronaca diventata storia”. 

 

Camei

▔▔▔▔

La giornalista iraniana con il chador

di elisabetta rosaspina, Corriere della sera

 

“Professione reporter, in Ray Ban e chador. Ha un bel tuonare Radio Teheran: «Le care sorelle possono seguire le partite di calcio a casa, sui loro televisori». La cara sorella Shahla Sherkat è una rivoluzionaria di lungo corso e sa quel che fa. Ha combattuto per l’Imam e adesso studia sul campo le tattiche dell’Iran. Piace ai francesi, la misteriosa giornalista, giunta inattesa dall’Oriente. Cela la sua femminilità, moderna Giovanna d’Arco persiana, ma si dedica, parole sue, alla promozione della donna in Iran». Nel rispetto del Corano e delle volontà del Profeta. Che, in fondo, non ha mai espresso alcun esplicito divieto a una donna, che lasci intravedere soltanto l’ovale perfetto e le piccole mani, di fotografare una squadra di calcio in allenamento sui prati dell’Alta Loira. Shahla non svela gli occhi, né l’età, ma soltanto la tiratura del suo giornale, il Zanan Magazine, che vende 40 mila copie a numero e, soprattutto, precisa flera lei, dà la parola alle donne». A differenza di molte colleghe occidentali, non ha avuto bisogno che qualche capo-redattore (uomo) l’accreditasse ai Mondiali di calcio: «Ho deciso io di venirci, per raccontare alle lettrici come gioca la nostra squadra in Francia. Molte cose stanno cambiando a Teheran, ha garantito Shahla all’ammirato sindaco di Yssingeaux, Jacques Barrot, che si è lasciato conquistare e tributa alla giornalista iraniana complimenti convinti: «Elle est une femme de qualité», è una donna di qualità”. 

 

Mustafa Hadji

di michele serra, Repubblica, 12 giugno 1998

 

“Il terzomondismo da pallone è un richiamo di scellerato patetismo, ma irresistibile. Ogni Mondiale che si rispetti oppone almeno un paio di squadre povere, abili e sfortunate a un paio di squadre ricche, arroganti e baciate dalla sorte. Memorabile, per i cultori del genere, un Camerun-Inghilterra (quarto di finale a Italia ’90, se non ricordo male) dominato dai neri e vinto con crudelissima destrezza, negli ultimissimi secondi, dai bianchi. Già al primo giorno il sapiente cartellone di Francia ‘ 98 proponeva, per i cultori del patetismo sportivo, un promettentissimo Marocco-Norvegia. Un mio cinico compagno di video, per avvelenarmi la vigilia, mi ha fatto presente che il più menomato dei calciatori marocchini gioca da professionista in Francia, in Spagna o in Portogallo, guadagna il quadruplo di me, è fidanzato con una soubrette di Antenne 2, parla tre lingue e magari legge Pennac. Non pago, appena iniziato il collegamento mi ha fatto notare che parecchi giocatori norvegesi avevano il soma precario e lo sguardo alticcio di certi proletari nordici, roba da film di Ken Loach. Ha poi aggiunto che in Marocco c’è un re sultano che maltratta le opposizioni, opprime il Polisario e usa la Mercedes anche per spostarsi a palazzo, mentre a Oslo c’è un re socialista che va in bicicletta a fare la spesa al Conad. Ce n’era abbastanza per alterare il copione che mi ero prefisso, e intorbidare il mio tifo marocchino. Finché è apparso, palla al piede, lui: Mustafà Hadji, secco come i mezzofondisti magrebini, bello e ombroso come un Raz Degan nato dalla parte sbagliata. Perfetto nella parte dell’ esile di talento che manda a ingarbugliarsi, con una finta improvvisa, i gamboni degli scandinavi. Esattamente ciò che ha fatto verso la mezz’ora, aprendo tra difensore e portiere un varco e infilandoci la palla, olé”. 

 

I protagonisti

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Renè Simoes 

di corrado sannucci, Repubblica, 14 giugno 1998

 

Ogni nazionale si porta dietro un pezzo di cultura del proprio paese e così stasera tutti gli occhi saranno sulla panchina della Giamaica per vedere quanta marijuana si fumeranno le riserve. Il tecnico Renè Simoes ha passato tutto un anno per cacciare questa fama dalla sua squadra, ha escluso anche giocatori che insistevano a “rollare”. La sua ossessione contro il fumo è arrivata al punto che nei giorni scorsi vedendo una reporter ai lati del campo che fumava una sigaretta (normale), si è scagliato contro la signora invitandola a spegnere, più che la cicca, l’ eventuale associazione di idee. Per questo e per altro la Giamaica è la squadra più attesa dei mondiali, anche se i bookmakers non ricordano le foto di Marley che gioca, non sentono il fascino del reggae e le danno una quotazione da brocco azzoppato. Simoes è brasiliano, pagato dalla federazione brasiliana, ama paragonarsi a quel vecchio che picchia furiosamente su una pietra davanti agli occhi stupiti di un bambino e quando dalla pietra esce una potente scultura di un leone ascolta il bambino che gli chiede: “Come sapevi che dentro la pietra c’ era un leone?” Per trovare il leone nascosto nella pietra Simoes ha spedito i suoi giocatori a disputare 120 partite internazionali in quattro anni, così che finalmente trovassero il calcio che era dentro di loro.

 

Il malore di Ronaldo

di maurizio crosetti, Repubblica, 14 luglio 1998

 

“Se qualcuno ha avuto anche una sola volta l’impressione di morire (il muro che s’avvicina mentre l’auto sbanda, il cuore che cambia ritmo di colpo, gli occhi che vedono nero) può capire cos’ha provato Ronaldo sei ore prima della finale della Coppa del mondo, quando il dottor Lidio Toledo gli ha tirato fuori la lingua dalla bocca durante un attacco convulsivo. Dunque non era la caviglia. Non era il ginocchio. Non era lo stomaco. Non era l’emozione. Era, è una parola che mette i brividi: convulsioni. … Il resto è il caos dello spogliatoio, il resto è quella formazione senza Ronaldo e poi con Ronaldo, più la bugia degli esami alla caviglia che nel primo comunicato, in francese, era la sinistra e nel secondo, in spagnolo, diventava la destra. Il resto è il medico della Selecao che smentisce la versione della Fifa, è la nazionale brasiliana che non va in campo per il riscaldamento, mai successo: ora si capisce perché. Il resto è una parola sussurrata ma neanche tanto: epilessia, il piccolo male che ogni tanto colpisce anche gli atleti. Il resto è una partita mai giocata e un dopopartita, anche quello, con le convulsioni”.

 

Zinedine Zidane

di giorgio tosatti, Corriere della sera, 13 luglio 1998

 

“Zidane, Zizou per i francesi, il gatto nero, il campione tre volte sconfitto in tre finali diverse, trova finalmente il suo giorno. Non era mai riuscito ad essere protagonista assoluto, come se il destino l’ancorasse ad un ruolo di suggeritore, regista, uomo di fatica negandogli l’acuto del tenore. Così grosso, fisicamente quasi goffo in contrasto con la genialità, la fantasia, l’imprevedibilità del suo calcio d’artista. Non sembrava il suo mondiale. Espulso, squalificato per due giornate, mai un gol. Ben otto compagni erano andati a bersaglio finora, quasi tutti tranne lui. Ieri, 12 luglio, a Parigi, in una notte che la Francia non potrà mai dimenticare, una notte legata per sempre al suo nome, diventato in venti minuti il più celebre della storia sportiva francese, persino più grande di quello di Platini. Due colpi di testa su calci d’angolo e addio Brasile. Al quale nel giorno dell’ultima, decisiva battaglia, veniva meno proprio l’eroe che ne aveva scandito le vittorie di sfida in sfida. Ronaldo soccombeva al peso delle ferite, alle fatiche di troppi duelli”. 

 

| Non è più un gatto nero

di roberto beccantini, La Stampa, 13 luglio 1998

 

“Mai verdetto fu più legittimo, mai risultato così clamoroso, mai protagonista più meritevole. Zidane, il gatto nero delle tre finali sciupate (una con il Bordeaux, due con la Juventus). Zizou, il campione timido, nato alla periferia di Marsiglia, di sangue algerino prima ancora che blu. Il raffinato simbolo dell’ultima Juve. Quello che, dopo tante battaglie perse, si è ricordato come si vincono le guerre. Espulso contro l’Arabia Saudita, riemerso al cospetto dell’Italia, altalenante con i croati, sapeva di giocarsi tutto in una notte, l’ultima notte. Ha colto l’attimo, ha scalato l’olimpo, ha lasciato tracce indelebili.  Aimé Jacquet ha costruito un piccolo grande capolavoro, a testimonianza di come, per entrare nella leggenda, sia a volte indispensabile uscire dal ridicolo ghetto degli scienziati o presunti tali. Prima la difesa, poi, all’improvviso, Zidane: ecco le firme in calce a un’impresa che tutta la Francia, da ieri sera, si porta stampata nel cuore e negli occhi. Just Fontaine e Michel Platini ci. andarono vicino. Anche per questo, e anche per loro, la Francia si è arrampicata sul tetto del Mondo. Cameriere, champagne”.

Illustrazione di Aczel, tratta da Passione Mondiali 1930-2014

 

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

  SE TI HANNO INOLTRATO  ▻ LOSLALOM  E TI PIACE

SCEGLI LA FORMULA PIÙ ADATTA A TE: ABBONATI E SOSTIENICI 

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

 

 

facebook | instagram | twitter 

 

 

Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.

Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

*

Per supporto tecnico: digital@loslalom.it

Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.