La coraggiosa genesi di un titolo mondiale: breve storia della pallavolo italiana

La ventitreesima finale mondiale di uno sport di squadra ha portato il quindicesimo titolo in Italia, il quarto nella storia della pallavolo maschile, a distanza di 24 anni dal precedente. Solo la vecchia URSS ne ha vinto uno di più. La Nazionale ha battuto al quarto set la Polonia in casa sua. Un’impresa inedita. Il Settebello aveva vinto l’oro ai Giochi contro la Spagna in Spagna nel 92. 

 

 

PALLAVOLO UOMINI

Questo titolo mondiale – stamattina è chiaro – ha il suo primo mattone nell’esclusione di Ivan Zaytsev, a inizio agosto, dopo le prove mediocri in Nations League. O forse è solo un’altra di quelle misteriose circostanze casuali alle quali ci piace attribuire un senso, post, quando le cose sono accadute. Fatto sta che i giovani eroi imballati nel braccio e nella testa, sapendo di avere l’ombra di uno Zar in panchina, una volta sgombri, senza di lui, hanno tolto il cellophane e sbam – sono tornati la stessa Italia di un anno fa. L’Italia di Michieletto, di Lavia, di Romanò, due l’Italia dei due mancini, l’Italia della regia raffinata e guerresca insieme a cura di Giannelli, il ragazzo che faceva lo schiacciatore – e chi meglio di lui può immaginare allora come innescare la palla giusta. 

La ricostruzione della Nazionale, dopo i Giochi malandati con Blengini a Tokyo, Fefè De Giorgi l’aveva già completata. Era venuto un anno fa sempre a Katowice a vincere gli Europei. Poi si era fatto prendere dalla tentazione di dare un’altra chance al Grande Vecchio della rete, lo Zaytsev recuperato dall’infortunio. Soprattutto, pensava così di darla alla sua squadra, aggiungendo esperienza e personalità. Ma questa è la pallavolo, e nella pallavolo ci sono contraccolpi che ti possono schiacciare

Angelo Di Marino su la Stampa parla di una storia che ricomincia. È quella della Generazione dei fenomeni versione terzo millennio. Le simmetrie tra questa squadra e quella di Velasco ci sono e anche piuttosto evidenti. Innanzitutto la mentalità che è vincente a prescindere. Quando a vent’anni, ed è il caso di questi giorni, ti ritrovi davanti al muso gente che vince in lungo e in largo per il mondo da lustri e tiri dritto, significa proprio che dentro pensi solo a giocare per vincere. Poi c’è l’applicazione al lavoro, punto di forza comune con il periodo di Velasco che, ricordiamolo, coniugava i fondamentali con il gioco attraverso un metodo globale, un mantra per chi mastica volley. Non è solo lavoro in palestra o sul parquet, è soprattutto l’azione continua di chi questi talenti li ha coltivati per anni, dalle giovanili fino ai Mondiali, facendone un gruppo più forte del concetto stesso di squadra. Ecco spiegata l’esclusione di Zaytsev, ritenuto poco amalgamabile in questa ricetta.

Flavio Vanetti sul Corriere della sera invece esclude relazioni tra il Ciclo anni Novanta e questa rifioritura. Parla di oro che rafforza il senso del cambiamento dettato da De Giorgi quando la scorsa estate, procedendo in parallelo rispetto alla Nazionale che ai Giochi, ancora affidata a Chicco Blengini, concludeva un ciclo importante senza vincere medaglie, ha puntato sui giovani. Giovani che non sempre e non tutti sono titolari nella Superlega. La svolta impostata è stata ora perfezionata con scelte ancora più decise – la rinuncia a Zaytsev è l’emblema – ma anche con il pieno credito nella linea varata. L’Italia della Meglio Gioventù sta facendo dell’umiltà, della compattezza, della freschezza e della leggerezza la sua forza: vada avanti così, senza cercare il confronto con la Nazionale della famosa «generazione di fenomeni». Sono due storie troppo differenti, per quanto bellissime.

 

radici Breve storia della pallavolo in Italia

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La pallavolo è un regalo degli americani. Furono loro a portarla con i militari, sbarcando a Porto Corsini, vicino a Ravenna, mentre i primi campi da gioco civili nacquero nelle palestre

comunali di Roma nel 1922, giusto cent’anni fa. Un anno ancora e sarebbe arrivato il primo scudetto, nel 1929 una federazione, nel 1947 l’adesione al Coni. In mezzo c’era stata la convivenza con la seconda guerra mondiale e con l’uso dello sport fatto dal fascismo. In Storia sociale della pallavolo (Clueb, 2018) Daniele Serapiglia ha scritto come “il regime, che vedeva lo sport come spazio formativo e strumento di controllo del tempo libero, inserisce la pallavolo fra le attività dell’Opera nazionale del dopolavoro come sport amatoriale, perché non rispondeva alle caratteristiche che connotavano una disciplina come “virile” (per l’assenza di contatto fisico) funzionali alla costruzione dell’italiano fascista e alla sua “potenza”. Per i suoi aspetti meno “cruenti”, la pallavolo era considerata, già in questo periodo, come sport più adatto alle donne, ma, a causa del retaggio che le vedeva “angeli del focolare” prima di tutto, queste ultime faticavano a trovare spazi di pratica sportiva.

Maria Canella ha scritto in Donna e sport (Franco Angeli, 2019): “Lo sport al femminile risentiva ancora in Italia, anche nel secondo dopoguerra, di un pesante vincolo morale perbenista e velatamente maschilista che intendeva reiterare la funzione educativa, morale ed igienico salutista ereditata dal passato dello sport al femminile, ancorato ai ruoli propri delle tre emme, madre moglie e massaia, relegandola tra le mura domestiche piuttosto che in spazi pubblici per la pratica sportiva, attiva o anche solo passiva. Una visione ludico agonistica della pratica sportiva, oltre che ad allontanare dal focolare domestico e dai propri presunti compiti, necessitava di un genere di abbigliamento e di movenze, non consone per quella che veniva ancora percepita come la morale comune”.

Il primo passaggio da sport per iniziati a sport popolare c’è stato con i Mondiali del 78. Un anno ancora e sarebbe arrivato il mini volley, fiorito durante un Symposium internazionale in Acireale, come attività motoria di base utile allo sviluppo della motricità, non come avviamento

alla pratica sportiva. 

Nel 1983 un’indagine della Doxa parlava di 3 milioni di praticanti saltuari, un milione e 200 mila con continuità. Due anni più tardi, i tesserati erano 275 mila. Quando nel 1990 arrivò il primo titolo mondiale erano saliti a 415.811, di cui 259.980 donne, in 4228 società ufficialmente censite. Tutti dati privi però dei ragazzi sotto i 14 anni, non tesserabili, che giocavano a pallavolo a scuola. 

Mentre la Nazionale di Velasco andava a prendersi l’oro in Brasile battendo i padroni di casa in semifinale e Cuba in finale, i giornali ricordavano pure i meriti di Mila e Shiro, il cartone animato che in quei giorni di Zorzi e Lucchetta se ne giovava, facendo 1.528.000 telespettatori, con uno share del 18.68%. La semifinale con il Brasile invece arrivò a due milioni 843 mila spettatori su Telemontecarlo, con polemiche per l’assenza della Rai. Rai Due rimediò dando in diretta gli ultimi 35 minuti della finale, con un’audience di 2 milioni 700 mila spettatori. L’analisi dei dati rivelò che si trattava degli stessi che avevano smesso di vedere in quel momento la penultima puntata della Piovra.

L’altro elemento decisivo per l’esplosione di questo sport, lo sottolineava Corrado Sannucci su Repubblica nell’ottobre del 1994.  

La pallavolo sfrutta la sua dimensione ridotta, provinciale. È nata nel centro Italia, a Modena, Parma, Treviso, e lì continua a prosperare. Ha un pubblico più omogeneo per cultura, abitudini, tenore di vita. Ragazzi che frequentano le stesse discoteche, leggono i giornali politici più che quelli sportivi, rispettano le idee altrui, d’estate vanno a vedere il beach volley, Rimini come Santa Monica. Un pubblico che vuole la festa (come quella di brasiliani, olandesi e italiani mescolati ad Atene) e non vive le tensioni sociali che si riversano sul calcio, né cerca rivincite d’altro tipo. I rituali del football hanno qualcosa d’antico, certe pulsioni sono decisamente arcaiche. La pallavolo somiglia più a un concerto rock”.

 

Gli ultimi numeri pubblicizzati dalla federazione, parlano di 4.122 società affiliate,  306.846 tesserati, di cui 103.833 uomini, 203.013 donne, con 11.072 squadre,  85.059 partite all’anno in 8.208 impianti. 

In diretta Rai, Andrea Lucchetta ha detto che si è chiusa un’epoca, che adesso la Generazione di Fenomeni può riposare tranquilla nel suo sarcofago

Dietro i nuovi campioni del mondo – prima dei nuovi campioni del mondo – ci sono stato un oro mondiale Under 21 nel 2021, un argento europeo Under 20 nel 2020, un oro mondiale Under 19 nel 2019, due ori europei Under 18 nel 2020 e nel 2022. 

 

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La stella della Nazionale che non gioca in campionato

C’è un ragazzo che in campionato non gioca mai. Quasi mai. Fa l’opposto, il ruolo dei cannonieri, l’attaccante principe, ma non è tra i primi 40 della serie A per palloni giocati in attacco. È stato tra i migliori 60 del torneo per colpi vincenti, eppure è il quintultimo per set trascorsi in campo, il terzultimo per presenze, dietro di lui c’erano solo due infortunati. Yuri Romanò a Milano fa la riserva del francese Jean Patry

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PALLAVOLO DONNE-

Tra 12 giorni tocca alla Nazionale femminile

 

LA GUIDA  ▻  Dove: Arnhem] – Calendario: Camerun [24 settembre], Porto Rico [26], Belgio [27], Kenya [29], Olanda [2 ott] – Per qualificarsi: Le prime quattro alla seconda fase per altri due gironi all’italiana, dai quali le prime quattro saranno promosse ai quarti a eliminazione diretta Storia: Un titolo mondiale vinto nel 2002, da allora in finale una volta: nel 2018.

 

IO TRIUMPHE | Le parole per gli altri Mondiali

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1990 Italia-Cuba 3-1

Anastasi, Bernardi, Bracci, Cantagalli, De Giorgi, Gardini, Giani, Lucchetta, Martinelli, Masciarelli, Tofoli, Zorzi, CT: Julio Velasco

 

Massimo Fabbricini, Corriere della sera: Dieci dita che corrono veloci sulla tastiera di un computer. Una stampante che vomita numeri e percentuali. Un microfono nascosto nel palmo di una mano. Un signore in blu che continua a toccarsi un auricolare. Foglietti che vengono ripiegati e che passano furtivamente di mano in tasca e di tasca in mano. Lo staff azzurro lavora secondo una metodologia d’avanguardia, dispone di più mezzi degli altri e cerca di approfittarne. Gli 007 che elaborano piani di volo per il sestetto italiano hanno compiti ben precisi, ma non producono alchimie proibite, si limitano ad offrire a tutta velocità al responsabile tecnico in panchina dati obiettivi che fotografano il rendimento di ogni singolo giocatore nell’esecuzione dei fondamentali (battuta, ricezione, attacco, muro). Un’organizzazione da un paio di decine di milioni, forse meno, che gli altri non sono preparati a mettere in piedi e che consente a Velasco di fare scelte che nessuno può discutere e di mettere in mano ai giocatori, alla vigilia di ogni partita, un foglio con tanto di oroscopo degli avversari e di istruzioni per l’uso per quello che li riguarda

 

Gianni Mura, Repubblica: Grazie ragazzi, lo dico anch’io dopo aver messo a tacere, in salotto, una minoranza filocubana secondo cui con il solo ingaggio di Zorzi a Milano, Despaigne e soci ci campano dieci anni. Ho fatto un tifo disperato, da voyeur, sarà vero che la pallavolo è molto televisiva ma è più bello sentire il rumore delle schiacciate da bordo campo, le frasi sibilate a rete, vedere le occhiate e le scie di sudore che rigano il parquet. Quando a Lucchetta è spuntato un tentacolo al posto del braccio sinistro ha capito che era fatta, e poi Bernardi ha messo giù quella maledetta palla del 16-14. Mai pensato di vedere uno di Trento in nazionale, non dico poi campione del mondo, in uno sport che per linguabase aveva il toscoemiliano. Grazie ragazzi, per la gioia che mi avete buttato addosso, per gli anni che mi avete levato. Ho seguito la pallavolo dei vostri zii, se non dei vostri padri, quando i tecnici erano Anderlini, Federzoni, quando i giocatori erano dilettanti, come Roncoroni che avrebbe fatto il cardiochirurgo, De Angelis l’avvocato, Mattioli l’allenatore. Quando si andava in Bulgaria, vent’anni fa, e si poteva perdere anche col Belgio, si finiva a Yambol (posto terrificante) a giocare con la Mongolia e il Venezuela per conquistare un quindicesimo posto che non importava nulla a nessuno

 

1994 Italia-Olanda 3-1

Bernardi, Bracci, Cantagalli, Gardini, Giani, De Giorgi, Giretto, Gravina, Papi, Pippi, Tofoli, Zorzi, CT: Velasco

 

          Il Ct che spiegò come si vince insegnando come si perde

Il terzo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, era dedicato a Julio Velasco, il Ct oggi 70enne protagonista della rivoluzione della pallavolo italiana.  | Su Spotify puoi riascoltarlo a questo link  | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.

 

Valentina Desalvo, Repubblica: “Bernardi è un leader anomalo: non personaggio, né grande affabulatore come Zorzi, né capo branco razionale come Gardini, piuttosto uno che sente solo il richiamo della partita perché solo lì vuole essere giudicato. Mentre fuori fa le sue schiacciate in silenzio. Quattro anni fa regalò un orologio a Despaigne, totem cubano appena abbattuto, qui ad Atene ha portato vestiti alla squadra di Joel, “perché ne hanno bisogno e credo che siano persone che meritano il nostro aiuto”. Julio Velasco, quell’ allenatore che sette anni fa gli cambiò ruolo e pallavolo: nell’ 86 Bernardi era un alzatore, erede di Pupo Dall’Olio. La Panini però aveva appena preso Vullo. L’ argentino gli parlò e lui volle provare ad essere schiacciatore. Smise di guardare i palleggi e cominciò a seguire Franco Bertoli e poi Raul Quiroga. Imparò a ricevere e a murare, studiando tutti. Oggi, mille e una notte dopo, sono in tanti a studiare lui

 

1998 Italia-Jugoslavia 3-0

Bracci, Corsano, Fei, Gardini, Giani, De Giorgi, Gravina, Meoni, Papi, Pasinato, Rosalba, Sartoretti. CT: Bebeto

 

Corrado Sannucci, Repubblica: La sua squadra ha vinto, lui ha vinto, ma la festa è lontana. Bebeto lascia la panchina azzurra (non solo: lascia la pallavolo, vuole fare il presidente del Botafogo), decisione irrevocabile sulla quale nessuno vuole tornare, nè lui, nè la Federazione, neanche i giocatori sono troppo dispiaciuti.Lo attende un volo di 24 verso Rio de Janeiro, poi a gennaio di nuovo in Italia, per fare il trasloco. Strano epilogo per una gloriosa vittoria.La squadra pensa ad altro, non ha le malinconie del suo allenatore. Pasquale Gravina aveva passato la mattina sentendo gli U2, poi in campo ha avuto problemi di stomaco (il medico nega correlazione tra i due fatti). Ha alcuni candidati per il nuovo allenatore. «Mi piacerebbero Carmelo Bene e Umberto Eco. Ma credo che la federazione mi deluderà».  Sospetto fondato.

 

Candido Cannavò, La Gazzetta dello sport: Tra crisi del Coni, facce di bronzo olimpiche, collere della Giovanna ministro e vergognosi ripiegamenti del calcio nella lotta al doping, emergevano sospiri nostalgici: quando potremo scrivere un bello e sano articolo di sport? E adesso, in alto i cuori. Prima del mezzogiorno domenicale, all’ora in cui vinceva Tomba, l’Italia del volley ha ricordato ai suoi burosauri, mestatori e azzeccagarbugli che il grande sport, quello che ci fa onore in ogni parte del pianeta, esiste ancora. Gli azzurri del volley grondano di felicità sotto i nostri occhi. Sono campioni del mondo per la terza volta consecutiva. Sento parlare di impresa storica, di record epocale. Tutto vero, ma a noi quei giovanotti che cantano l’inno tenendosi per mano sembrano usciti dal solito album di famiglia. Sono quelli del ’90 in Brasile, del ’94 ad Atene, quelli dei trionfi europei e delle lacrime olimpiche. Sembrano appartenere allo stesso album non solo le immagini dei veterani, di capitan Gardini, Giani, Bracci e di quel gigante ironico del regno dei nani che risponde al nome di Fefè De Giorgi, ma anche i volti più freschi e più nuovi. Sta qui il segreto di questo prodigio di gruppo in un Paese di individualisti: nella perfetta saldatura tra una generazione e l’altra. Persino l’addio di un guru come Velasco, padre del nostro volley moderno, vissuto come un fatto traumatico, è stato gestito come fosse una “veloce”, un muro vincente o, meglio ancora, uno smash verso il futuro. Finché avremo campioni di questo stampo, nulla ci spaventerà. I giochi politici e i tradimenti di palazzo si confondono tra le miserie”

 

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