I due tiri liberi sbagliati da Simone Fontecchio contro la Francia, entrano nella storia dello sport italiano, nella galleria dei gesti malinconici che accompagnano le carriere degli sportivi, perfino quando sono dei campioni assoluti. Una galleria che comprende il rigore di Roberto Baggio a Pasadena, il colpo finale con la carabina di Niccolò Campriani ai Giochi di Pechino, la schiacciata fuori di Andrea Giani nella finale olimpica di Atlanta contro l’Olanda. Noi, il bersaglio e l’errore: che cosa succede prima, durante e dopo un fallimento.
L‘Italia impiegò quarantacinque giorni per arrivare a tirare quel calcio di rigore. Sarebbe potuta uscire prima, in modo più banale dai Mondiali, nessuno si sarebbe fatto male. Con la Nigeria c’eravamo quasi, si mise di traverso Baggio, con un arpeggio, un gorgheggio, nel caldo, in dieci, senza un uomo, e quell’uomo per giunta era Zola. Due gol per riportare indietro la squadra quando aveva già un piede sull’aereo, disse Roby, e io l’ho tirata giù.
«Non sono il salvatore di nessuno, sono la stessa persona di due giorni fa, di quando non segnavo. Ma a voi non interessa, l’importante è esagerare».
Senza quei gol, non avremmo mai avuto Pasadena. Il secondo: su calcio di rigore. Come darsi la dannazione coi propri piedi. L’eroe del torneo, l’ultimo dei 10, il creativo che aveva dato del matto a Sacchi dopo il cambio con la Norvegia, finiva ingoiato da un vortice, irreparabile, come sono i rimorsi.
Avrebbe potuto ancora evitarli, saltando la finale, fu una vigilia di acciacchi e dolori. Invece andò in campo con un cerotto sulla coscia – scrisse Emanuela Audisio su Repubblica – per “farvi vedere che in questa America di Uomo bianco e di Ombre rosse, di Alce Nera, Toro Seduto, Nuvola Grigia e Alce Macchiata c’era anche Coniglio Bagnato e che voi impazzivate a forza di rincorrerlo”.
Giocò. Tirò. Sbagliò. Nelle nostre case era mezzanotte e venti, Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio da 2 mesi e 6 giorni, dire Forza Italia era un atto politico. Così, dall’opposizione dicemmo banalmente: grazie lo stesso. I giornali pubblicarono la foto di Baggio che dormiva sul volo di ritorno abbracciato al suo bimbo.
Avrebbe smesso di farlo, non per il bimbo. Era il tormento.
pagine La profezia | “Quel Mondiale l’avrei vinto o perso all’ultimo secondo. Me l’aveva detto il mio Maestro spirituale, Daisaku Ikeda. E lui era uno che non poteva sbagliare. A quella frase ci pensavo giorno e notte, ma questo non bastava a dare una risposta. Mi chiedevo cosa sarebbe successo, che svolgimento avrebbe avuto, come si sarebbe materializzata quella profezia. Era l’appuntamento a cui pensavo da una vita. Dicevano fosse la mia Nazionale, dicevano sarebbe stato il mio Mondiale. Logico, per il Pallone d’oro in carica.
… Ci ripenso ancora oggi, a com’era grande l’aspettativa attorno a me. Pareva quasi che le mie intuizioni, il mio talento, la mia classe, sarebbero potuti bastare, da soli, per salire sul tetto del mondo. Un tetto del mondo che avrei visto per un secondo, per poi cadere giù. Anche se questo, ancora, non l’avevo capito. Della profezia conoscevo la trama, non l’esito finale. Quando vidi entrare quella palla contro la Nigeria – e fu come osservare un azzardato colpo di biliardo – quando vidi tutto questo, iniziò il mio Mondiale. Dentro di me sentivo la pace, la pienezza, la grazia. Il mio stato vitale era purissimo. Il mio stato vitale mi accompagnò alla finale. Il mio stato vitale mirò alto quando si trattò di scegliere se rimanere o cadere dal tetto del mondo. E io caddi.
Alcune cose non le dimentichi. Rimangono lì, al centro dei tuoi pensieri, bagaglio di cui faresti volentieri a meno, zaino di pietre del tuo futuro, del tuo presente, immagine ingrandita di un passato che poteva essere migliore. Il mio fardello si chiama Pasadena. Pasadena è il nome della profezia. Mi scorre ancor oggi davanti agli occhi quel fardello, quella profezia. E non è un bel vedere, e non basta chiudere gli occhi per non vederlo. Ricordo, o per meglio dire percepisco, distintamente, come se lo rivivessi tutte le volte, il volo sgraziato della palla, il silenzio dei miei tifosi, il boato degli altri, l’abbraccio di Riva. Ma nessun abbraccio avrebbe potuto curare la mia solitudine. Ancora una volta, ero solo.
… Gli anni immediatamente successivi a Pasadena, sono stati i peggiori. Non ero io, il fardello rendeva inconcepibili i dribbling dell’infanzia. No, non l’ho mai metabolizzato fino in fondo. Perché perdere sul campo va bene, perdere per un rigore no. Non ci sarebbe da esultare neanche dopo la vittoria. Perché non è una vittoria. Mai. Chissà perché è salita così alta, quella palla. Ci sarebbe quasi da ridere, per uno come me, che di rigori ne ha sbagliati davvero pochi, e quei pochi se li è sempre visti parare. Mai un tiro alto, mai, neanche in allenamento, neanche per caso, neanche per disgrazia.
Deve avere un senso, una logica, una giustificazione, se un uomo che sa mandare la palla dove vuole, se la vede andare da tutt’altra parte. Voglio dire, uno mira al centro della porta, a mezz’altezza, sapendo che il portiere si sarebbe comunque buttato da una parte. E invece la palla decolla (e decolla male), come comandata dall’alto da una mano invisibile. I brasiliani dissero che fu Ayrton, il grande Ayrton Senna. Dopo, non resta che dolore. Con cui dovrai imparare a convivere”. – di roberto baggio, Una porta nel cielo [Tea]
Un altro rigore a Pasadena lo sbagliò Andrea Giani due anni più tardi. Anche se non era un rigore, non era coi piedi, non era Pasadena, ma era pur sempre America, Atlanta, e l’America teneva in prigione Silvia Baraldini. L’avversaria della finale olimpica era la stessa che quattro anni prima aveva battuto l’Italia della pallavolo nei quarti a Barcellona, 17-16 al quinto set, con un imprendibile van der Meulen. Poco prima di volare ai Giochi, era stato ingaggiato dalla squadra di Sparanise che traslocava a Napoli. Per vincere le sue resistenze, gli proposero un giro in città, prima della firma. Lo fecero atterrare e lo portarono a Capri. Firmò.
Quattro anni dopo, 1996: un altro quinto set. L’Italia riuscì a portarsi sul 15-14, match point, cancellato da van de Goor. Tornati in battuta e in parità, gli olandesi difesero l’impossibile. Fecero il punto del 16-15 per una invasione a rete del muro azzurro. Match point per loro, in battuta van de Goor. Un servizio flottante mal ricevuto, una palla bollente scaraventata dall’altra parte, una successiva difesa di Bovolenta. Quando giunse sui polpastrelli di Tofoli, alla fine del campo, quello da laggiù provò a servire Giani. Non era un rigore, va bene, ma finì come quello di Baggio. Fuori. Oltre il limite. Oro all’Olanda. L’Italia non l’ha mai vinto. Non ancora.
Aveva il bersaglio libero davanti a sé pure Niccolò Campriani a Pechino, in testa alla gara di carabina ad aria compressa. Fino all’ultimo tiro. Telefonò a suo padre e gli disse: «Ho perso le Olimpiadi». Poteva dire solo: «Ho perso». Invece no. «Ho fatto un 8 all’ultimo tiro», aggiunse. «Dai, su, 8 non è poi così male. Anzi – si sentì rispondere – a scuola 8 è un bellissimo voto».
È un mestiere di disperazione, quello del genitore. Pieno di sbagli a porta vuota. Certe volte sbagli pure le parole.
Campriani riattaccò, cominciò a vagare a vuoto in una Pechino che gli parve spettrale.
Gli era toccato lo stesso incubo del suo idolo, l’americano Matt Emmons. Una stella del tiro a segno. Nella gara da 50 metri in tre posizioni, aveva guidato a Pechino la classifica fino all’ultimo colpo, quando con 3,3 punti di vantaggio sul secondo, l’oro sembrava certo. Una formalità. Il suo peggior tiro fino a quel momento era stato un 9.7. Gli sarebbe bastato persino un 6.7. Prese la mira, sparò, guardò. Poi guardò meglio. Era un quattro. Quattro punto quattro. Perse tutto. Anche il podio. Roba da non crederci. Si era ripetuto lo stesso sfregio di Atene, quattro anni prima. Stessa gara, stessa situazione, ultimo tiro, la mira, lo sparo. Guardò. Non vide niente. Nemmeno guardando meglio. Aveva preso il bersaglio del tiratore che gli stava di fianco. Un errore mai più tolto dalla testa.
Campriani sì, del suo si liberò. Quattro anni dopo, a Londra l’oro lo vinse, a Rio ne vinse due. Ma è della sconfitta che tuttora parla più volentieri, di quell’errore.
pagine Il tamburo del cuore | “Questa è la pedana. Questo è il mirino. E quel cerchio laggiù che continua a spostarsi è il bersaglio. O forse no. Il cerchio è fermo e quello che si muove sono io. Mi chiamo Niccolò. Faccio il tiro a segno e questo è il momento più importante della mia vita, l’attimo che mi renderà felice per sempre. Sto vincendo le Olimpiadi. Da piccolo mi dicevano che ero un predestinato. Be’, avevano ragione. Arrivare fin qui è stato semplice. Se qualcuno mi chiedesse come ho fatto, non glielo saprei dire. È stato automatico. Una mattina di primavera di tanti anni fa cominciai a sparare in un poligono dentro a un bosco e ora, dopo centinaia di migliaia di colpi, eccomi qui.
Questa è la pedana. Questo è il mirino. Quello è il bersaglio e questo frastuono è il rumore del mio cuore impazzito. È impressionante, saranno 160-180 battiti al minuto. Non sto scherzando. La gente lo ignora, ma è normale. Funziona così: dapprima lo senti appena, il battito. Come il caffè la mattina quando il vapore comincia a sibilare nei condotti della caffettiera. Senti il calore del sangue quando raggiunge la punta delle dita, ma non il suo rumore. Poi la gara va avanti e la pressione sale. E più il colpo che stai per sparare è importante, più il battito aumenta d’intensità, ritmo, volume, e la sensazione, piano piano, da liquida si fa acustica, sonora.
Di solito, più ci fai caso, più ti preoccupi. Il petto si trasforma in un tamburo e ti ritrovi incastrato nel bel mezzo di un cortocircuito, con quel battito che fa paura e la paura che fa pulsare il cuore ancora più veloce. Una sorta di ricatto. Dove però non si capisce chi sia il ricattatore e chi il ricattato. A volte tutto questo diventa insopportabile e di solito è il segno che stai per perdere.
Ma oggi non andrà così.
Ormai è un’ora che sto sparando per le qualificazioni e sono arrivato al sessantesimo colpo della serie, l’ultimo, quello che mi porterà direttamente in finale a giocarmi l’oro. Il mio oro.
Il colpo precedente ha centrato il bersaglio come se fosse radiocomandato. O come se fosse destino. Non c’è stato nemmeno bisogno di mirare. Io ci avevo provato, ma il cuore era fuori controllo e ormai lo sentivo pulsare nel braccio sinistro, quello che sostiene il peso della carabina. Lo potevo addirittura vedere, il mirino saltellava seguendo il suo ritmo. Così mi son detto: «Prova uguale, Nicco, non hai niente da perdere. Aspetta che il bersaglio sia più o meno al centro del mirino e spara». Ha funzionato. L’avevo detto che sono un predestinato.
Del resto, aveva funzionato anche un minuto prima. Stessa situazione: cuore fuori controllo e mirino che saltella. Stesso rimedio: «Provaci». Stesso esito: centro spaccato. Il destino.
Così, adesso che il braccio sinistro ha ripreso a saltellare, non ho scelta. Sollevo la carabina verso il bersaglio e faccio un respiro profondo sapendo che non servirà. «Niente da perdere» sento la mia voce ripetere. Avvicino l’occhio al mirino, ignoro il cuore che ormai fa il rumore di un cantiere, rimango in posizione il minor tempo possibile e, appena il centro del bersaglio passa nel mirino, clic, sfioro il grilletto.
Due monete da un centesimo pesano insieme 4,5 grammi e una sopra l’altra creano uno spessore di 3,34 millimetri.
Ecco. Tre millimetri e trentaquattro è esattamente la distanza fra il mio colpo e il centro del bersaglio. Nella vita normale è niente. Nel tiro a segno è la differenza che passa tra un 10 e un 8. Cioè la misura del mio fallimento: ho sbagliato. Dopo cinquantanove colpi perfetti sono fuori dalle Olimpiadi. Tradito dal mio cuore. Eliminato. Tutto è perduto. Per due centesimi. Questa è la pedana. Quella a terra è la mia carabina. E quel ragazzo con la faccia tra le mani sono io”. – di niccolò campriani, Ricordati di dimenticare la paura
Ora c’è Simone Fontecchio, con la faccia tra le mani. Ha sbagliato due tiri senza avere nessuno davanti. Come i rigori di Jorginho nelle qualificazioni ai Mondiali.
Un altro, alla maniera di Baggio, l’ha mancato il povero Cannella, pallanuotista, nella scorsa finale mondiale contro la Spagna. Decisivo pure quello. È un bivio dove più o meno passiamo tutti.
Il dottor Luca D’Onorio De Meo ha scritto sul sito Psicologi dello sport: “È importante capire che i pensieri riguardo l’evento possono essere modificati, formulati nuovamente e direzionati grazie ad un allenamento mentale e alla non focalizzazione sull’errore, che può rendere quell’evento intrusivo e reiterante nelle future occasioni.
Delusione, rabbia e frustrazione: queste emozioni possono diventare preziose se convertite in un’attivazione consapevole, una componente emotiva che potrà emergere nelle future prestazioni come un coinvolgimento intenso ma accorto, che possa aiutare a dirigere la nostra attenzione evitando di ricadere negli stessi errori.
Sbagliare può essere una lente per guardare a fondo i particolari del proprio agire, per capire meglio il modo in cui concepiamo una situazione e il modo in cui agiamo nelle prove della vita.
Fallire per poi osservare, elaborare l’errore per prima comprendere e poi affinare il colpo e prepararsi alla prossima sfida”.
Il Guinness dei primati racconta che Ted Saint Martin segnò 5221 tiri liberi consecutivi il 28 aprile 1996 a Jacksonville, mentre Jim Connolly ne ha messi 280 su 326 in 10 minuti il 12 ottobre 1998 a Pacifica. Ma questa è pornografia. A Simone Fontecchio va fatta arrivare la notizia che Karl Malone, il più grande tiratore di liberi nella storia della NBA, nella sua carriera ne ha sbagliati tremila e 401. Senza le sue triple, non ci sarebbero stati liberi da sbagliare.
PUZZLE Che cosa si dice in giro di Fontecchio
Daniele Fantini, Eurosport: “Senza quello 0/2 in lunetta contro la Francia sarebbe stato da 10. Vero MVP del torneo. Ma, nel complesso, conferma quanto già visto lo scorso anno a Tokyo, palcoscenico della sua esplosione a livello internazionale. Ormai è una star fatta e finita del basket europeo, pronta a lanciarsi nella sua personalissima avventura in NBA. Difesa, attacco, atletismo, tiro da tre, penetrazione, letture. #Simofonte ha tutto”
◇ Dan Peterson, Superbasket: “Si può dire che Simone Fontecchio ha sbagliato i due tiri liberi della vittoria a 16’’ dalla fine. Ma sarebbe ingiusto. So benissimo cos’è perdere una partita importantissima per i tiri liberi non centrati. Capita. La verità è, invece, un’altra: la Francia ha preso qualche rimbalzo in attacco importantissimo per avere un altro tiro (con canestro) o fare un tap-in oppure un ‘put-back’, correggendo un tiro sbagliato”
◇ Alberto Marzagalia, Eurodevotion: “Gli ultimi due minuti sono la sintesi della bellezza crudele di questo sport meraviglioso: i due liberi di Fontecchio, straordinario dal primo minuto di Eurobasket, si spengono sul ferro”