L’estate dello sport ucraino in missione per la propria terra

Svaniranno i nostri nemici, come rugiada al sole

Inno nazionale ucraino

 

Sei mesi fa, all’alba del 24 febbraio, l’esercito di Vladimir Putin entrava in Ucraina. Lo sport si trovava tra la fine dei Giochi invernali di Pechino e l’inizio della Paralimpiade. Mosca immaginava la presa di Kiev in tre giorni. Sono cadute Mariupol, Kherson e il Donbass, ma dopo 180 giorni la guerra non è finita. La violazione della tregua olimpica tiene tuttora fuori dai grandi eventi il grosso della Russia, mentre l’Ucraina ha affidato allo sport un pezzo importante della propria immagine internazionale. In un’estate di successo nell’atletica leggera, nella boxe e nel nuoto artistico. Mentre oggi riprende negli stadi a porte chiuse il campionato di calcio. 

 

MARTA FEDINA ha messo un vestito con un disegno pieno di girasoli e ha atteso il tramonto. Ha preso una bandiera gialla e blù, poi ha chiesto a qualcuno di farle una foto così, con tutte le medaglie appena vinte agli Europei di Roma che le pendono dalle braccia e dal collo. Lo scatto è sulla sua pagina Instagram, come succede a vent’anni. Ha scritto: È tutto per te, nostra Terra natale! Orgogliosa di portare il titolo in Ucraina! Gloria a tutti i nostri Difensori! So che la Vittoria più importante è vicina!.

È tornata a Kharkiv, dove studia alla facoltà di sociologia. È casa sua, una delle città più colpite dagli ultimi raid russi, proprio mentre verrà introdotto un coprifuoco di 36 ore a partire dalle 7 di domani. Odessa è stata di nuovo bersagliata dall’artiglieria moscovita e almeno cinque missili sono caduti su Nikopol, sulla sponda del Dnepr opposta alla centrale nucleare di Zaporizhzhya” [Marta Serafini, Corriere della sera].

È partita dopo essere stata alla fontana di Trevi. È la sua ultima posa italiana. Una monetina nell’acqua, come si fa da sempre, persino prima di Audrey Hepburn e Gregory Peck, con parole di gratitudine all’Italia per essere stata al mio fianco e aver condiviso i momenti più difficili della nostra vita. Grazie per tutto quello che ci hai dato e insegnato. Rimarrai per sempre un posto speciale nel mio cuore

 

Da marzo si allenava a Ostia, con tutto il gruppo della sua nazionale di nuoto artistico. Partirono inizialmente in otto da Lviv, la città più vicina al confine polacco: Veronica Hryshko, Olesia Derevianchenko, Anhelina Ovchynnikova, Anastasiia Soldatenkova, la 14enne Daria Moshynska, le sedicenni Anastasiia Shmonina e Amelia Volynska, la 17enne Valeriya Tyshchenko, più le allenatrici Olesia Zaitseva e Kseniia Tytarenko. Le sorelle Aleksiiva si ricongiunsero al gruppo da Chernivtsi, dal lato della Romania, prendendo una borsa e lasciando il resto a casa. 

Marta e le altre partite da Kharkiv – la 17enne Sofiia Matsiievska e  l’allenatrice Yevheniia Lykhman – erano rimaste inizialmente per un po’ isolate, senza comunicazioni, mentre viaggiavano verso il confine ungherese di Beregsurany. Si sono ricongiunte non lontane da Dnipropetrovsk con Valeriia Mezhenina, altra istruttrice, in compagnia della 15enne Sofiia Spasybo, in fuga coi genitori.

Hanno fatto tutte insieme tremila km in pullman e il resto si sa: gli allenamenti nel centro federale della Nazionale italiana per preparare quest’estate di grandi eventi, due ori ai Mondiali, otto agli Europei – senza il confronto con le coetanee russe, escluse dalla federazione internazionale. 

 

 

  ◉ IL SALTO IN ALTO  Il giallo e il blù sono i colori che dall’Instagram di Yaroslava Mahuchikh non mancano da cinque mesi. Non solo quando posa con la bandiera. È giallo e blu pure l’ombretto con cui truccava gli occhi alla Diamond League di Parigi, nel cuore della preparazione verso il doppio salto in alto, tra il cielo di Eugene e quello di Munchen, tra l’argento ai Mondiali e l’oro europeo, 2 metri e 2 nel primo caso, soltanto 1 metro e 95 l’altra sera, perché i pesi a volte ti fanno volare e in altri casi ti zavorrano. 

    Euan Crumley ha scritto su Athletics Weekly: Se c’è una nazione che ha ricevuto un notevole sostegno generoso dal pubblico di Monaco è stata l’Ucraina. Con la guerra ancora in corso nel loro paese d’origine, c’è stata una calorosa accoglienza per la squadra la tendenza è aumentata quando Yaroslava Mahuchikh ha ottenuto per la prima volta un oro in una manifestazione all’aperto. 

 

   Voglio dedicare questa medaglia al popolo ucraino. Ho lasciato la mia casa a marzo e da allora tutto è stato difficile. La nostra gente aspetta buone notizie. Voglio dimostrare che siamo persone forti, una nazione forte e che possiamo combattere fino alla fine. Spero di tornare a casa a settembre | Yaroslava Mahuchikh

 

  ◉ MOGLIE E MARITO D’ORO È stata in ritiro in Germania, a Erlangen, come in Germania s’è preparato Mychajlo Romanchuk, il mezzofondista che ha battuto Paltrinieri. Aveva pure lui un invito per Ostia, ha scelto di allenarsi con Wellbrock per comunanza di metodi. Ha vinto i 1.500 in piscina, ha pianto mentre suonavano l’inno, s’è messo su un aereo ed è volato in Baviera, dove sua moglie aveva nel giro di due sere la finale del salto in lungo e quella del triplo, una volta quarta per 4 centimetri e poi medaglia d’oro, per la prima volta sopra i 15 metri. Così Mychajlo ha pianto di nuovo, pure là.

    “From despair to delight. In ventiquattr’ore – ha scritto Cosimo Cito per Repubblica – Maryna Bekh-Romanchuk è passata dalla disperazione alla felicità, tra strilli, sorrisi, lacrime e con la bandiera ucraina tra i capelli e nel cuore. Una storia di amore e guerra quella della saltatrice nata a Moroziv, fuggita dalla guerra e passata prima dalla Polonia e infine a Brescia, dove ha continuato ad allenarsi e a sognare. Il primo oro ucraino all’Europeo di Monaco è nato sui campi del Sanpolino e della Calvesi, sotto la guida del manager Federico Rosa. L’amore di Maryna era in tribuna: Mikhaylo Romanchuk. Si vedevano per la prima volta dopo mesi. Piangevano tutti. La sua famiglia è rimasta in patria e da allora Maryna non ha più avuto notizie di loro. Il padre è arruolato nell’esercito ucraino e combatte nel Donbass

 

Ho lasciato l’Ucraina a marzo prima dei Mondiali Indoor di Belgrado. Una mattina mi hanno semplicemente svegliato dicendo: la guerra sta cominciando, Maryna. Ho subito chiamato mio marito, che soggiornava vicino a Kiev, a Brovary, una città che è stata rapidamente bombardata. È tornato a casa a Khmelnytskyi, per due settimane abbiamo aiutato persone di passaggio, fuggite in Polonia o Romania, le strade erano piene di profughi, era l’apocalisse | Maryna Bekh-Romanchuk

 

  ◉ LA BOXE  Combattere è il verbo di Oleksandr Usyk. Forse tra vent’anni, o trenta, o cinquanta, parrà più chiara e gigantesca la storia di un pugile salito su un ring per cinque corone dei pesi massimi di ritorno dal fronte. Una di quelle corone era stata lasciata sul tavolo da Muhammad Ali, che non prese il fucile, in Vietnam non andò. La bandiera dell’Ucraina l’ha messa sulle spalle perfino l’avversario, Anthony Joshua, inizialmente furioso per il verdetto non unanime, al punto da strappare di mano all’entourage dell’ucraino un paio di cinture e dare di matto al microfono del Superdome di Gedda. 

  L’Équipe ha raccontato con André Arnaud Fourny che il decimo round è stato quello della svolta. L’ucraino ha portato a segno 170 colpi su 712 dati, ovvero il 24%, contro i 124 su 492 di Joshua. 

   Nel blog Storie di boxe Dario Torromeo ha scritto che il pugilato di Usyk è fatto di concretezza, grandi capacità difensive, saggezza in fase offensiva. Ritmo elevato, pressione continua, ottima tecnica. Sa resistere anche quando è in difficoltà, cerca di limitare i danni in attesa che passi la bufera. Poi riprende, ma non con lo stesso ritmo di prima. Lui alza le frequenze. Ha un’eccezionale condizione atletica e grande personalità. È costante nel rendimento, capace di attaccare portando sempre a casa dei risultati. Ma a voi non basta. Perché voi, se non ci sono scazzottate in stile Far West non vi divertite.

   Paolo Marcacci per la Gazzetta ha scritto: Il 23 febbraio Usyk con il suo entourage si trovava a Londra per trattare il rematch con l’inglese; da quel momento in poi è stato come se il nastro degli avvenimenti avesse iniziato a scorrere più in fretta. Le bombe su Kiev hanno stravolto le sue priorità: il piano per tornare ha compreso un viaggio verso il Belgio, da lì una ferrovia polacca e successivamente il trasferimento in macchina verso la sua terra, lui nativo di Sinferopoli, nella penisola di Crimea. Complessivamente una cinquantina di ore per tornare, tra le quali dieci di viaggio in macchina. Si è arruolato, ha vestito la divisa, ha imbracciato il mitragliatore e a malincuore ha visto materializzarsi il rischio di premere il grilletto. È stata la grandiosità di una rivincita a riportarlo sul terreno di una relativa pace, fino all’autorizzazione per lasciare il paese.

 

Ho pregato Dio perché nessuno mi uccidesse al fronte. Ho pregato Dio di non farmi sparare a un’altra persona, ma sarei stato pronto a farlo per difendere la mia famiglia | Oleksandr Usyk

 

  ◉  AL FRONTE  Usyk era solo uno dei molti pugili ucraini andati al fronte. Come i fratelli Klitschko, Vitali e Wladimir, il primo anche sindaco di Kiev dal 2014, eletto per tre mandati di fila. Otto anni fa protestava in piazza contro il presidente filorusso Viktor Yanukovich, lo strappo politico all’origine del rumore delle armi. Si sono arruolati Vasyl Lomachenko, ex campione del mondo dei pesi leggeri e il karateka Stanislav Horuna, bronzo olimpico a Tokyo. Ha preso le armi Olexandr Simonenko, argento all’Olimpiade di Sydney 2000 nell’inseguimento su pista a squadre. Sui social posta i video dei bombardamenti. Sono morti al fronte due calciatori e il biathleta Yevhen Malishev, di 19 anni. Dima Martynenko, 25 anni, giocava nell’Hostomel, era stato capocannoniere in serie B. La sua casa è stata colpita da una bomba. Vitalii Sapylo, 21 anni, del Karpaty, è stato ucciso in combattimento vicino Kiev. 

Jurij Vernydub, allenatore dello Sheriff Tiraspol che nella scorsa Champions batté il Real, ha mollato la squadra in Moldavia ed è partito per la guerra. Viktor Kornienko, terzino dello Shakhtar, ha postato nella scorsa primavera su Instagram una sua foto con una giacca militare, scrivendo che stava aiutando le forze armate. Il tennista Sergiy Stakhovsky, quattro titoli Atp in carriera, una vittoria contro Federer a Wimbledon nel suo curriculum, ha mandato messaggi dal fronte contro i tennisti che hanno scelto il silenzio. 

 

  ◉ IL CALCIO   Succede oggi a mezzogiorno. Shakhtar Donetsk-Metalist. Due ore dopo Chernomorets Odessa-Veres Rivne, Zorya Luhansk-Vorskla Poltava, Kolos Kovalivka-Kryvbas Kryvyi. Riprende il campionato di calcio, a porte chiuse. In Italia ne ha scritto Eduardo Accorroni per Avvenire, qualche giorno fa. In queste ore Tariq Panja sul New York Times racconta il senso di abbandono che allo Shakhtar Donetsk dichiarano di avvertire.

  Sergei Palkin ha trascorso settimane a negoziare le cessioni di giocatori. Con il Fulham, neopromosso in Premier League, ha stabilito il pagamento di circa 8 milioni di dollari per Manor Solomon, attaccante israeliano, e il doppio di tale importo dal Lione per un’altra delle stelle straniere, il 22enne centrocampista brasiliano Tetê. Gli accordi potevano essere un’ancora di salvezza finanziaria per lo Shakhtar: un’infusione di denaro vitale per i conti del club, in cambio di giocatori di talento che non volevano più giocare in Ucraina. Ma proprio quando i contratti stavano per essere firmati, la FIFA ha annunciato di aver prorogato fino al 30 giugno 2023 la misura provvisoria introdotta a marzo, quando il torneo venne sospeso: consente ai giocatori stranieri sotto contratto con club ucraini di recarsi temporaneamente altrove a titolo gratuito. Così, sia il Lione sia il Fulham hanno informato Palkin che gli affari multimilionari erano da ritenere nulli. Avrebbero preso i giocatori gratis

«Parlano di famiglia del calcio – detto Palkin – ma nella vita reale non esiste una famiglia del calcio».

Il New York Times ha contattato Lione e Fulham che si sono rifiutati di fornire altri dettagli. 

Entrambe le squadre – scrive il giornale americano – hanno rispettato le regole, ma hanno lasciato Palkin frustrato e arrabbiato. Lo Shakhtar ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio la FIFA per 50 milioni di dollari, il valore degli accordi che dice essere svaniti. Una situazione ben lontana dai messaggi di solidarietà con l’Ucraina da parte dei dirigenti di calcio e delle squadre avversarie, giunti nelle settimane successive l’inizio dell’invasione

Palkin dice di essere rimasto disgustato dal modo in cui alcuni membri della comunità calcistica hanno trattato club ucraini come lo Shakhtar. La FIFA ha replicato che consentire ai giocatori stranieri sotto contratto con squadre ucraine di giocare temporaneamente altrove è migliore dell’alternativa: la rottura unilaterale dei contratti. Ma mentre non sembra esserci alcun segno che la guerra stia finendo – dice il New York Times – ora ci sono anche poche probabilità che molti dei giocatori tornino mai in Ucraina

    La stessa misura è stata applicata ai club russi. Se n’è occupato L’Équipe la settimana scorsa, prendendo spunto dal ritorno al Nizza del centrocampista francese Alexis Beka Beka dopo solo un anno al Lokomotiv Mosca. Secondo il sito Transfermarkt, il numero dei giocatori stranieri nella serie A russa è diminuito di quasi la metà dal febbraio scorso a luglio: da 173 sono scesi a 95. Anche il profilo degli stranieri è cambiato, secondo quanto osserva Artjom Zavodnyk, coordinatore del dipartimento internazionale del sito. Ci sono meno giocatori dall’UE e più dal Sudamerica o dai paesi europei che non applicano sanzioni contro la Russia, come la Serbia, la Bosnia o la Turchia. Gli otto club più grandi del Paese, tra cui Zenit San Pietroburgo e i moscoviti CSKA, Dinamo, Lokomotiv e Spartak, hanno presentato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport (CAS).

  Quando lo Shakhtar scenderà in campo oggi per la sua prima partita in territorio ucraino dallo scorso dicembre – sono ancora parole del New York Times – per la prima volta in due decenni sarà quasi esclusivamente composto da giocatori di casa. Eppure, si tratta di un club noto per le importazioni. I giocatori di entrambe hanno tenuto delle esercitazioni, per sapere cosa fare nel caso in cui sentissero le sirene che avvertono dei raid aerei, durante la partita”.

Gli stadi non possono distare più di 500 metri da un rifugio. Gli speaker hanno un messaggio da diffondere ai giocatori in caso di attacco. 

«Non è normale – dice Palkin al giornale americano – ma niente è normale per il calcio ucraino e le partite vanno giocate. Se la stagione non dovesse iniziare, alcune squadre di calcio del Paese probabilmente smetterebbero di esistere». 

    Henry Winter sul Times riferisce che le partite saranno trasmesse in televisione e si domanda: Vanno giocate? Dobbiamo seguirle? Una risposta arriva dalle scritte spruzzate sul bus dello Shakhtar: Stop War e #StandWithUkraine. Il pullman è coperto dai nomi delle città assediate e da raffigurazioni dei posti danneggiati dagli aggressori. «Il mondo deve vedere e conoscere gli orrori e le atrocità per fermare la guerra» è il messaggio lanciato dal club. Il calcio non è una questione di vita o di morte. Ma è facile capire perché le persone vogliono che il campionato riprenda.

 

Due club sono già usciti dal campionato: il FC Mariupol e il Desna Chernihiv. La prima città – a sud – è sotto il controllo dell’esercito russo e viene definita dall’ONU come il posto più mortale del Paese. La seconda, vicino al confine con la Bielorussia, è stata colpita ripetutamente. 

Resta il divieto UEFA di partite internazionali in Ucraina. Le partite di Champions dello Shakhtar saranno giocate a Varsavia, la Dynamo Kiev ha ospitato per il preliminare il Benfica a Lodz. I dirigenti dello Shakhtar avevano chiesto di giocare all’estero anche le partite di campionato. Il governo ha respinto l’idea – spiega il New York Times – decidendo che le partite dal vivo, anche in stadi vuoti e nella parte occidentale del paese più sicura, servono come un importante polo della guerra di propaganda.

Dieci giocatori della squadra U19 dello Shakhtar si sono rifiutati di tornare. «Li capisco – dice Palkin – non posso garantire che qui siano al sicuro». 

È legato allo sport anche il progetto Ucraina in Flames sostenuto da Roman Shcherbatiuk da Ivan Nastenko, campioni nelle federazioni mondiali di kickboxing e jiu-jitsu. «Mosca mira a distruggere lo sport ucraino, la cultura, la storia e l’intera nazione con la sua identità e memoria», dicono. 

 

    «Gli sport ucraini e la voglia di vincere su tutti i fronti non possono essere fermati!»

Vadym Gutzeit ministro dello sport ucraino

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.