Gli Europei femminili di calcio sono entrati nella loro ultima settimana: ieri e oggi le semifinali, domenica la partita per il titolo a Wembley, dov’è attesa la più grande folla mai vista per una finale UEFA, uomini compresi. È il risultato di un lungo cammino e di conquiste progressive, non ancora terminate. Un percorso contro i pregiudizi che cominciò a vivere un’accelerazione vent’anni fa, quando al cinema uscì Sognando Beckham.
POCO più di mezzo milione di donne pensarono che in quel film ci fosse un pezzo della loro storia. Quando passò al festival di Locarno nell’agosto del 2002, le calciatrici tesserate nel mondo erano 580 mila e molte avevano per genitori una madre e un padre come quelli di Jess, la diciottenne che non voleva abiti femminili. Se stava sognando un uomo, non era per sposarlo, come accaduto con Simon Le Bon a una ragazzina italiana in un libro tempo prima. Lei voleva essere lui. Voleva essere il miglior tiratore di punizioni in circolazione.
Bend It Like Beckham era uscito ad aprile in Inghilterra, in Australia e in Sudafrica. Un successo clamoroso. L’Europa lo vide in estate in Svizzera, in Italia sarebbe uscito a Natale. L’effetto che faceva – scrivevano i giornali del tempo – era quello di un Billy Elliot al contrario.
Nella vita di Gurinder Chadha, la regista, il pallone non c’era. Da Locarno disse: «Mi piace il calcio, ma non l’ho mai giocato. I genitori del film sono comunque come mio padre e mia madre. Anche loro sognavano per me che imparassi a cucinare indiano, a vestirmi all’indiana, che facessi un bel matrimonio con un indiano, magari scelto da loro, ch’io avessi tanti bei bambini indiani. Io non ho mai indossato un sari, per due anni ho avuto un ragazzo inglese e non l’ho detto a casa, sei anni fa ho sposato un americano di origine giapponese, con cui vivevo da due. Ho dovuto superare parecchie resistenze. Mio padre si è convinto perché apprezzava il rispetto tradizionale dei giapponesi per gli anziani. Avevo già trent’anni quando mi sono sposata, cominciava a disperare che trovassi un marito».
◉ LE DONNE NEL 2002 | L’aspettativa di vita delle europee era nel 2002 di 77,6 anni. Sarebbe arrivata a 81,3 alla vigilia della pandemia. La percentuale di donne con incarichi manageriali era superiore nel Nord America (gli Stati Uniti al primo posto nel mondo con il 45,9%), in America Meridionale e nell’Europa dell’Est, dove il lavoro femminile era reduce da un lungo periodo di supporto statale, ma scendeva in modo netto in Asia e nel Medio Oriente: il Giappone occupava gli ultimi posti con l’8,9%.
Tra i dati sconsolanti dell’Europa, si faceva notare l’8% di donne ai vertici delle maggiori compagnie tedesche e il 5,3% al comando di quelle francesi. Una ricerca condotta dalla Cranfield school of man-agement in Gran Bretagna mostrava come in 18 delle 20 maggiori aziende del Paese ci fossero donne nello staff esecutivo, ma si trattava al tempo stesso del paese con il più ampio divario tra le retribuzioni: le donne guadagnavano in genere il 24,3% meno degli uomini. Nell’Unione Europea seguivano l’Austria e l’Olanda (entrambe con un gap del 21,1%) e poi la Germania (19,4%); la media europea nello stesso anno si attestava sul 15,3%. Negli Stati Uniti le donne manager guadagnavano mediamente il 76% dei loro colleghi uomini. Era considerata in progressivo peggioramento dal 1995.
Lo stereotipo sul calcio era il più adatto a raccontare anche gli altri.
La regista Chadha disse da Locarno: «Ci sono già tanti film sugli aspetti dolorosi dei pregiudizi razziali. Io ho voluto raccontarli con leggerezza e con allegria, sfidando le tradizioni della cultura Sikh in cui sono cresciuta. È un film molto autobiografico».
Nata a Nairobi, di origine indiana, Chadha era arrivata al cinema passando dal giornalismo. «Non pretendo di raccontare tutte le comunità asiatiche di Londra, ma solo il West End dove vive la mia famiglia. Volendo raccontare lo scontro tra generazioni, da una parte gli anziani che vorrebbero imporre il rispetto della cultura tradizionale, dall’altra i giovani che vogliono vivere la loro vita, una ragazza indiana che sogna di giocare al calcio mi è sembrata simbolica. E il binomio donna e calcio suscita pregiudizi in qualunque cultura».
◉ PERCHÉ BECKHAM | Beckham aveva già vinto cinque dei suoi sei scudetti a Manchester, più la Coppa dei Campioni. Era arrivato secondo all’edizione del Pallone d’oro 1999, aveva già sposato Victoria, era già lo Spice Boy. «L’idea della passione per David Beckham – spiegava Chadha – c’era già. Per poter usare il suo nome nel titolo gli ho fatto leggere la sceneggiatura. Era dopo i mondiali in Francia: Beckham si era fatto espellere per un fallaccio, l’Inghilterra era stata eliminata, in quel periodo non era molto amato. L’idea di apparire in un film come un idolo lo lusingò. In un tempo in cui il calcio in Inghilterra era molto macho, lui era un sostenitore del calcio femminile. L’accordo fu che avrebbe partecipato di persona, ma prima voleva vedere il film finito. È stato il primo spettatore e con mia grande felicità gli è piaciuto. Eravamo pronti a girare la sequenza in cui appare all’aeroporto, ma poi è stato impossibile. Era sempre in viaggio e dopo l’11 settembre, girare in un aeroporto è diventato difficile. Abbiamo usato una controfigura. Forse è meglio così, non è un film su Beckham. È la storia di una giovane indiana che sogna di giocare come lui».
◉ L’ACCOGLIENZA | Emanuela Audisio andò a vederlo e ne scrisse su Repubblica. Le parve “dedicato a tutte le ragazze che hanno passione per qualcosa d’insolito, a tutti i genitori che vorrebbero stare vicine alle loro figlie, a tutte le famiglie per cui David Beckham, l’idolo calcistico della gioventù mondiale, è solo quel tipo calvo”.
Eh sì, Beckham era nel periodo calvo.
“Dedicato a tutte le madri che per cultura non vorrebbero che le loro figlie mostrassero le gambe nude. Dedicato a chi ama il pallone, a chi non lo capisce, ma intuisce che in qualche modo lo sport rende un po’ più liberi”.
Lo sport aveva già avuto Kathrine Switzer, mascherata da uomo alla maratona di Boston per smascherare il divieto di partecipazione alle donne, e aveva avuto Billie Jean King, con la sua battaglia dei sessi.
Il calcio femminile era soprattutto USA, dove tre milioni e mezzo di ragazze giocavano a calcio nei college, dove esisteva già a quel tempo una struttura professionale dietro il campionato, dove la foto di Brandi Chastain rimasta senza maglietta e in reggiseno, era diventata prima l’immagine di una ribellione nella società e poi l’immagine per una pubblicità.
La storia di Jess e di Jules non era provocatoria e non era violenta. Dissentiva con dolcezza, ma come scrisse Emanuela Audisio non sempre le storie dei film puntano a fracassare teste, qualche volta basta farle funzionare diversamente.
◉ LA SUA EREDITÀ | A vent’anni dalla sua uscita, sappiamo che funzionò.
Jim White sul Telegraph ha scritto che “oggi va considerato non tanto un pezzo di intrattenimento quanto il presagio di una rivoluzione sociale”. Sabato scorso è stato proiettato al Fan park di Trafalgar Square allestito per gli Europei, il sindaco di Londra Sadiq Khan lo ha descritto come un momento ispiratore per una generazione di ragazze.
A forza di sognare Beckham per vent’anni, le donne che giocano in qualche organizzazione del calcio nel mondo sono diventate 13 milioni e 360 mila, secondo l’ultimo report della Fifa di tre anni fa. Le tesserate sono 4 milioni, di cui 3 milioni e 120 mila hanno meno di 18 anni. Le donne che allenano sono 63126, il 7 percento del totale. Le donne che arbitrano sono 80545, il 10 percento.
I paesi con più di 100 mila tesserate sono nove: USA e Canada nelle Americhe, l’Australia in Oceania, Svezia Norvegia Inghilterra Olanda Germania e Francia in Europa. Le quattro semifinaliste degli Europei ci sono tutte.
In Europa le giocatrici tesserate sono 1 milione e 897mila, in Svezia e Germania ce ne sono più che altrove [198mila e 197mila], mentre Germania Francia e Olanda sono le nazioni con più adolescenti [104mila, 102mila e 96mila].
Guardando indietro al film ora, scrive ancora il Telegraph “è chiaro che le cose sono cambiate in modo significativo da quando è stata girata la storia su un’adolescente ossessionata dal calcio in una tradizionale famiglia indiana a Hounslow. Non ultima la scena in cui Jess sta chiacchierando con la sua compagna di squadra e amica Jules Paxton [Keira Knightley] sulle loro ambizioni. «Voglio essere una professionista», dice Jules. «Puoi farlo?», le chiede Jess. «Beh, non in questo paese», risponde Jules. «Ma puoi farlo in America». Le cose sono completamente cambiate: le migliori americane vengono in Inghilterra a giocare nella Women’s Super League. La semifinale degli Europei con il tutto esaurito è indicativa dei progressi fatti. Tuttavia, alcuni degli atteggiamenti sessisti osservati in modo umoristico nel film, sembrano aver impiegato più tempo per dissiparsi. Ma non c’è dubbio che la perfetta rappresentazione di Chadha dell’ossessione di Jess, abbia giocato un ruolo nella divulgazione del gioco”.
Jim White introduce a questo punto il racconto di un’esperienza personale.
“Quando il film è uscito – racconta l’editorialista del Telegraph – ero presidente della squadra di calcio giovanile in cui giocavano i miei figli. Non avevamo squadre femminili: un paio di ragazze giocavano in quelle maschili, ma dovettero fermarsi a 11 anni, l’età oltre la quale il calcio misto era bandito dalla Federcalcio. Dopo aver visto il film, la segretaria del club suggerì di mettere in piedi delle squadre femminili per accogliere qualsiasi Jess o Jules locale volesse giocare una una partita. Abbiamo iniziato con tre squadre di sette ragazze. Nel mondo del post Bend It, dalla prossima stagione quello stesso club schiererà 15 squadre femminili di ogni fascia d’età, dai sei ai 18 anni, più due squadre femminili per adulte. L’unica cosa deludente, nel vedere le giovani giocatrici del club partecipare a un torneo estivo l’altro fine settimana, è che negli anni il calcio sembra aver attratto molto più Jules che Jesminder. Come nel calcio maschile, la rappresentanza dell’Asia meridionale rimane molto bassa: Rosie Kmita del Watford è una delle poche giocatrici professioniste di origine indiana.
Giulia Beghini per L Football ha individuato spiritosamente e con una chiusura amara sei lezioni che si possono trarre dal film.
“Non sono le barriere etniche a far finire le storie d’amore ma l’Erasmus. Informarsi allarga gli orizzonti come conferma il fatto che Jules avesse puntato al professionismo, già possibile negli USA nel 2002. Jess aveva Beckham come idolo, per ovvi meriti calcistici, e anche per mancanza di alternative a lei note, al contrario di quanto si intuisce dal poster di Mia Hamm in camera di Jules. Questo fa capire l’importanza della generazione delle Ragazze Mondiali che, grazie a risultati sportivi ed esposizione mediatica, permetterà alle nuove generazioni di avere nuovi modelli anche al femminile. È importante il ruolo anche degli uomini i quali, credendo nel talento di figlie e sorelle, diventano allenatori, presidenti e i primi loro tifosi. Questo ha incoraggiato generazioni di donne a seguire la propria passione e non per una questione di femminismo ma di dignità e autodeterminazione dell’individuo. Spesso sono le madri ad ostacolare le figlie riguardo al calcio, come dimostra la mamma inglese dicendo: “Nessuno si metterà mai con una con dei polpacci più grossi dei suoi” e quella indiana: “Quale famiglia vorrebbe una nuora che corre tutto il giorno dietro un pallone e non è capace di cucinare *nome di un piatto indiano impronunciabile*. Ha fatto la stessa cosa tua nipote che adesso è a fare l’indossatrice a gambe nude” – “è una stilista” – “è una divorziata, ecco cos’è”. Come accade nella Nazionale italiana con i cognomi che iniziano per G, anche in Inghilterra se il tuo nome non inizia per J, nel calcio non sarai nessuno”.
La chiusura amara è che “questo film è stato girato nel 2002 in Inghilterra dove, anni dopo, dei templi del calcio come Wembley e Anfield ospitano partite di calcio femminile. Se il film fosse stato girato in Italia da Gabriele Muccino, forse ora si giocherebbe all’Olimpico o a San Siro”.