Lo sport insegua il Nobel per la pace

Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate,

preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d’amore

Caparezza

 

  ▻  Una posizione sola, un pensiero unico. L’Italia della pallacanestro contro la Russia non gioca. Ecco. Lo avrete sentito dal presidente della federazione, Gianni Petrucci. Prima ha fatto balenare l’ipotesi per capire che aria tirasse, poi lo ha annunciato ufficialmente. Come un calcio di rigore a porta vuota. Il CONI con Giovanni Malagò e il governo con la sottosegretaria Valentina Vezzali gli hanno portato un immediato sostegno. Bravo Petrucci, boicottiamo.

Boicottiamo perché la federazione internazionale (FIBA) ha assunto quella che il tridente istituzionale definisce una posizione pilatesca, evitando di prendere decisioni sull’esclusione della Russia dalle qualificazioni ai Mondiali. 

 

Ora, dopo tutti questi anni, il signor Ponzio Pilato non avrà certo bisogno di avvocati difensori per smarcarsi dall’aggettivo che è nato dal suo cognome, né di semiologi che ricostruiscano il senso del suo gesto di lavarsi le mani. Varrebbe casomai la pena trovare qualcuno – un critico cinematografico – che ricordi come una delle frasi più belle e profonde dell’intera sceneggiatura evangelica, sia stata consegnata proprio a lui, al suo personaggio, al suo ruolo. Quando interrogando Gesù, a un certo punto gli domanda: – Che cos’è la verità? 

Gesù, che nella dottrina del cattolicesimo è Verità e Vita, non gli risponde. Forse non sa, forse non vuole. Non ci viene chiarito. Ma non risponde. Ed è Gesù. Pilato allora gli volta le spalle e torna verso i Giudei. 

Il premio Nobel Anatole France ha ragionato su questo passaggio, su questo bivio al quale prima o poi tutti arriviamo, nel suo racconto Il procuratore della Giudea. Leonardo Sciascia lo definì leggendolo “un’apologia dello scetticismo”

Sulla domanda di Pilato ha riflettuto anche Joseph Ratzinger, il teologo diventato papa come Benedetto XVI. Si è chiesto a sua volta: Può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura? O deve lasciare la verità, come dimensione inaccessibile, alla soggettività e invece cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell’ambito del potere? Vista l’impossibilità di un consenso sulla verità, la politica puntando su di essa non si rende forse strumento di certe tradizioni che, in realtà, non sono che forme di conservazione del potere? Ma, dall’altra parte – che cosa succede se la verità non conta nulla? Quale giustizia allora sarà possibile? Non devono forse esserci criteri comuni che garantiscano veramente la giustizia per tutti – criteri sottratti all’arbitrarietà delle opinioni mutevoli ed alle concentrazioni del potere? Non è forse vero che le grandi dittature sono vissute in virtù della menzogna ideologica e che soltanto la verità poté portare la liberazione? Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità?.

 

Come si vede e come forse avrete contato, alla domanda Che cos’è la verità – quella a cui Gesù (che è Verità) non risponde – uno dei papi della Chiesa risponde senza risposte, ma con altre dieci domande

Gianni Petrucci, Giovanni Malagò e Valentina Vezzali non hanno invece neanche un dubbio: la FIBA è pilatesca.

In realtà, anche non decidendo, la FIBA ha deciso.

Ha deciso di non escludere la Russia.

È legittimo pensare che sia nel torto, come fanno i tre. Ritengono che avrebbe dovuto attenersi – come il calcio o la pallavolo – al suggerimento del CIO: escludere. Una sanzione che è in linea con l’isolamento stabilito da altri settori della vita pubblica. 

 

Quella indicazione del CIO – ricorderete – non arrivò subito, ma solo dinanzi alle prime minacce di boicottaggio alle manifestazioni sportive. Il CIO dovette decidere a quel punto se salvare gli eventi o se tutelare il diritto degli atleti russi a competere.

Ne scrisse per Slalom il professor Nicola Sbetti (qui l’intervento sul suo blog). chiedendosi – peraltro – se l’esclusione degli atleti russi sarà efficace nel contribuire (nel suo piccolo e) assieme alle altre sanzioni a far fare retromarcia ai militari russi. Per quello ci vorrebbe la sfera di cristallo.

Anche Sbetti coltivava più dubbi che certezze. 

Il paradosso – sottolineava – è che per isolare e indebolire Putin si rischia di togliere una piattaforma a tutti quegli sportivi che come Rublev, Pavlyuchenkova, Smolov, Medvedeva, Gamova e tanti altri si erano esposti pubblicamente contro la guerra. Si tratta di gesti niente affatto scontati che hanno messo a repentaglio la propria sicurezza e quella delle loro famiglie. Sul piano etico, infine, è evidente che privare gli atleti russi, specie quelli che sono contrari all’invasione dell’Ucraina, del diritto a gareggiare sia un’ingiustizia. Purtroppo però la guerra è piena di cose ingiuste

 

Finché siamo nel campo delle opinioni, Petrucci e Malagò possono sostenere quello che vogliono. Poi però esiste la realtà dei fatti. In assenza di una risoluzione ONU, come era invece accaduto per il Sudafrica dell’apartheid e per la Jugoslavia 1992, il CIO ha trovato al suo interno una soluzione formale per suggerire l’esclusione dei russi. La violazione della tregua olimpica. È un passaggio importante. Perché consente allo sport di prendere una decisione politica sulla scorta di una norma propria, autonoma, slegandosi dall’influenza di quei governi che hanno fissato le sanzioni.

Questo è l’errore in cui cadono Petrucci, Malagò e la folla che li sostiene. Sorvolando sulla scarsa eleganza di sollecitare l’esclusione della nazionale russa che è capolista nel nostro girone, la partita con loro è in programma il primo luglio. Fra tre mesi. 

Non c’è alcun dubbio sul fatto che la FIBA abbia deciso come ha deciso per vedere cosa accade in questi mesi. 

La FIFA e l’UEFA non potevano farlo, con le Coppe e le qualificazioni mondiali alle porte. L’altra federazione giudicata pilatesca da Malagò è quella del biathlon. Guarda caso: un altro sport che ha del tempo dinanzi a sé prima di dover tornare in campo. Sono federazioni che si stanno evidentemente chiedendo: perché escludere ora qualcuno se al ritorno in campo la guerra (speriamo) potrebbe essere finita?

 

Petrucci e Malagò sanno cos’è la verità. Petrucci sostiene addirittura che non può cambiare nulla di qui a maggio, e se anche cambiasse qualcosa, le sanzioni restano.

Mmm.

Dunque l’Italia non giocherebbe con la Russia a luglio, nemmeno se in estate fosse stata raggiunta una faticosa pace? 

Sul serio? Siamo a questo? 

Cosa può cambiare di qui a maggio, se lo sta chiedendo con più speranze di Petrucci la popolazione ucraina. Per il rispetto che le dobbiamo, potremmo fare lo sforzo di immaginare che la pace a maggio cambia di parecchio la scena, rispetto alle bombe in marzo. Ma è un’ovvietà. E se davvero cambiasse qualcosa – be’, se arrivasse una faticosa pace – lo sport dovrebbe riprendersi subito il compito a cui nel frattempo ha dovuto rinunciare per la gravità del contesto. Dovrebbe riprendersi dal giorno dopo il proprio ruolo naturale di costruttore di ponti e di dialoghi. Lo ha fatto spesso anche quando la politica non ci riusciva. La sanzione per violazione della tregua olimpica non è a tempo indeterminato. Perché Petrucci ritiene che in un contesto internazionale di ritrovata distensione, con i russi non si debba giocare? Perché lo ritiene Malagò, che è anche un membro del CIO? L’annuncio del boicottaggio oggi, tre mesi prima, serve a mettere pressioni sulla FIBA per ottenere qualcosa che potrebbe non essere necessario chiedere a luglio. Che bisogno abbiamo?

Qui, su Slalom, alle risposte confuse preferiamo le buone domande.

 

In un contesto nel quale sui giornali il verbo vincere viene usato per la guerra e il verbo attaccare per un messaggio del papa, mentre l’aggettivo ingiusta viene accostato al sostantivo pace, sarebbe bello che lo sport trovasse dentro di sé figure desiderose di ricostruire un terreno comune e di ricucire un tessuto strappato. Sarebbe eretico e perciò meraviglioso farlo oggi, d’accordo, ma sarebbe doveroso farlo una volta firmati degli accordi di pace. Uno dei grandi giornali di questo Paese, meglio ancora se fosse uno dei nostri quotidiani sportivi, dovrebbe mettersi al servizio di un’idea del genere, dovrebbe candidare lo sport al premio Nobel per la pace, ponendo al più presto sul tavolo del dibattito pubblico la presenza degli atleti russi nelle manifestazioni sportive, magari organizzando eventi simbolici. 

Gianni Petrucci si dice cattolico praticante. Dovrebbe darci lezioni di riconciliazione, se non vogliamo chiamarlo perdono. Il nazionalismo è quel sentimento che secondo la poetessa Herta Müller resta maneggevole solo quando rimane nella sfera personale, mentre diventa pericoloso se si trasforma in ideologia collettiva. Albert Einstein lo definiva una malattia infantile, il morbillo del genere umano.

Se il primo luglio non ci fosse più la guerra, prendiamo la palla e andiamo al campo. 

Pensate che bello il Nobel per la pace a un uomo di sport. 

 

Ah, un’ultima cosa.

Comunque Pilato decise.

Decise più volte. Prima quando disse (Luca 23,14-16): «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate, lo rilascerò». Una posizione ribadita tre volte secondo l’evangelista (23,22). Poi lo fece di nuovo nel senso opposto, quando dinanzi alla folla “decise che la loro richiesta fosse eseguita. Così dice Luca (23,24). Addirittura il verbo: decise. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.

Il problema non è la coscienza di un Pilato.

Il problema è sempre il pensiero unico di una folla.

L’immagine che illustra il post è opera del fumettista Gianluca Costantini ed è stata disegnata per la campagna “Qui c’è un Tavolo di Dialogo per la Pace”. L’iniziativa, alla quale aderisce Laureus Italia, è stata creata assieme al comitato editoriale della rivista Vita, e si pone l’obiettivo di incoraggiare l’apertura di tavoli di mediazione e dialogo tra le comunità ucraine e russe presenti in Italia, al fine di prevenire possibili derive di inimicizia e tensione tra le due comunità.

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