Il sogno che a Wimbledon non hanno fatto

 You may say I’m a dreamer

John Lennon

 

Le tenniste e i tennisti di Russia e Bielorussia non potranno partecipare al prossimo torneo di Wimbledon, dal 27 giugno. Una decisione in direzione contraria a quella presa dalle tre istituzioni del tennis, la federazione internazionale (ITF), il sindacato maschile (ATP) e il sindacato femminile (WTA), questi ultimi due organizzatori dei propri circuiti maggiori.

I due Paesi erano stati esclusi dalle manifestazioni a squadre (la Coppa Davis e la Coppa King) ma i singoli atleti sono stati autorizzati a gareggiare senza bandiera. Restano fuori quattro uomini dei primi 30 (tra cui Daniil Medvedev), sette donne delle prime 40 e dodici tra le prime 100 (tra cui Aryna Sabalenka numero 4 e la ex numero 1 Victoria Azarenka).

 

   ▻  All’inizio di marzo, dopo una serie di telefonate dal suo ufficio di direttore generale dell’All England Tennis Club di Wimbledon, Ian Hewitt compra un biglietto aereo e si mette sul primo volo per la California. Niente Zoom, Meet, Teams, Ninja, Demio, Peep. Certe cose si dicono guardandosi negli occhi. Ha deciso cosa fare e ci sono due tornei di fila che agevolano il suo piano. Ha studiato il calendario. Prima a Indian Wells e poi a Miami, giocheranno sia gli uomini sia le donne. Dall’8 marzo fino almeno al 28-29 saranno tutti insieme nello stesso posto. Ha 20 giorni per farcela. Prende una stanza nel quartier generale, nei pressi di Palm Springs. Ha informato chi deve. Tesse la sua rete. Un giorno qualcuno svelerà che è riuscito a concludere con successo il suo piano grazie alla complicità di un paio di direttori d’albergo, forse uomini di buona volontà, forse uomini sensibili a svolgere un compito in cambio di danaro. Non importa. Non adesso. 

Ian Hewitt è un uomo di cultura. Ha studiato l’Illuminismo e il Romanticismo italiano. Conosce Vittorio Alfieri. Ricorda una delle sue frasi più celebri. Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Vuole anche lui. Una sera, alla fine del solito rosario di game set e match, convoca dentro la stessa sala riunioni Daniil Medvedev, Andrej Rublëv, Aslan Karatsev, Karen Khachanov, Aryna Sabalenka, Viktoryja Azarenka, Elina Svitolina, Veronika Kudermetova, Dar’ja Kasatkina, Ljudmila Samsonova. Tutte le russe e i russi, le bielorusse, le ucraine del torneo. Ci sono pure Dajana e Ivanna Jastrems’ka, le due sorelle scappate dalla guerra, accompagnate in macchina dal loro papà al confine e rifugiate in un primo momento in Francia. Hanno ricevuto una wild card. 

È una stanza nella quale si mescolano in dosi differenti dolore e rancore, indifferenza, risentimento. Odio in qualche caso, probabilmente. Anche l’odio appartiene agli uomini e alle donne, ma non deve fermare. Adesso non importa pesare o misurare i sentimenti. Non ora, non qui. A Ian Hewitt importa navigarli. Conosce le posizioni di Marta Kostyuk e di Olga Savchuk, le ucraine che dicono: via i russi dai tornei. Conosce le parole pronunciate contro la guerra dai russi Andrey Rublëv e Anna Pavlyuchenkova. Sono i due estremi da cui deve partire per portare tutti dove vuole arrivare. 

Anziché sfinirsi in riunioni per lasciare russi e bielorusse fuori dal torneo, ha deciso di spendere minuti, ore, casomai giornate per convincerli. Non a giocare uno contro l’altro. Convincerli a giocare insieme. Gli dice che ha chiuso la porta a chiave e che dalla sala non uscirà nessuno finché non avranno trovato un accordo. A Wimbledon giocheranno i tornei di doppio solo in coppie formate da un russo e un ucraino, una russa e un’ucraina. Ovviamente l’accordo vale anche per il torneo misto. Ne parlerà tutto il mondo. Ne parleranno dentro i bar e alle Nazioni Unite. Gli dice che nessuno si ricorderà di loro se si iscriveranno a un clima di guerra durante la guerra, ma passeranno alla storia se durante una guerra parleranno di pace. Se la faranno. Avete una grande occasione, gli dice. Anzi. Abbiamo una grande occasione. Restituire allo sport il suo ruolo di costruttore di ponti e di dialoghi. Io comincio, tu rispondi. Il tennis lo fa meglio di tutti. Tocca a noi, gli dice. Se nessuno comincia, nessuno prosegue. 

 

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