calcio italiano
Il processo che sta affrontando Allegri
L‘addio all’Europa rimette il progetto della Juventus in discussione. “Per niente Allegri”, titola la Stampa nel darne notizia, parlando di débacle analizzata a caldo, nella notte, subito dopo l’eliminazione con il Villarreal. Il confronto, pacato – dice la sintesi del giornale torinese sull’analisi di Antonio Barillà – ha messo in rilievo gli errori commessi ma anche vecchi limiti che il solo Vlahovic non colma“. la Stampa accenna a un “patto per non disunirsi e portare avanti la ricostruzione, ma il tecnico è travolto dalle critiche”.
Sono disoneste, nella definizione di Allegri. Nella sua rubrica settimanale, Marco Tardelli gli risponde: “Lo scudetto è forse irrecuperabile, la Coppa Italia non ripagherebbe certo da un’eliminazione dalla Champions e il quarto posto lo davano per scontato. Allora io penso che in questo momento dell’annata sostenere che il bilancio sia deludente, non è disonesto, ma soltanto obiettivamente e crudelmente vero. Caro Massimiliano, continuo a credere che tu sia un grande allenatore, conoscitore di calcio, ma non pensare che chiunque abbia un’opinione diversa dalla tua, deve per forza essere intellettualmente disonesto”.
◇ Emanuele Gamba su Repubblica dice che “è la strategia che Allegri porta avanti (pazienta e cogli l’attimo), che in campionato sta pagando ma che in Europa non rende mai: è anche per questo che la stagione della Juve appare se non fallimentare almeno deludente, visti i risibili progressi sul piano di gioco e i regressi, rispetto a Pirlo, su quello dei risultati. Allegri ha l’alibi degli infortuni, che gli hanno tolto la possibilità di sfruttare a fondo la panchina lunga come lui sa fare molto bene, però mercoledì Emery ha avuto il coraggio di provare a vincere la partita entro il 90′ e ha mandato in campo l’uomo della differenza e della provvidenza, Gerard Moreno, in tempo utile per incidere, mentre Max traccheggiava pensando evidentemente ai supplementari ed è ricorso ai suoi tre talenti in attesa – Dybala, Kean e Bernardeschi – soltanto nel momento della disperazione. Sono anche questi i dettagli che hanno fatto la differenza. Nell’ottobre del 2019, Agnelli pregustava il sorpasso al Bayern nel ranking Uefa («Siamo quinti e ragionevolmente lo scavalcheremo al quarto posto»): oggi la Juve è ottava e il Bayern primo, senza aumenti di capitali, senza problemi di bilancio, senza brame di Superlega. Il fallimento riguarda quest’arco di tempo più che la stagione in corso”.
◇ Claudio Savelli su Libero ha scritto che “gli specchi su cui Max Allegri si sta arrampicando stridono. La disfatta – perché di questo si tratta – non è tutta colpa sua, ma è evidente l’incapacità del mister di prevenirla. Questa squadra non ottiene perché non propone. È povera di idee oltre che di capacità. È un cumulo di decisioni sbagliate: l’ultima è chiedere a Max di ristrutturare un vecchio edificio quando invece serviva un mister capace di gettare le fondamenta di uno nuovo. Il danno dietro alla beffa è di natura economica. Allegri costa alla Juve 7 milioni netti di ingaggio all’anno, circa 14 lordi, più di quanto incassava quando portava lo scudetto. Vincenzo Italiano, per citare un tecnico “ideale” per la teorica missione da compiere, ne guadagna 1,2 a Firenze. Pagare non è sinonimo di investire: la Juve degli ultimi tre anni e mezzo, cioè da quando Beppe Marotta ha tolto il disturbo, non ha capito questa differenza”.
◇ Libero sottolinea che la stagione “nella migliore delle ipotesi sarà la stessa di Pirlo (quarto posto, eventuale Coppa Italia e uscita agli ottavi di Champions), quindi Max non ha portato alcun valore nonostante uno stipendio sei volte più ingombrante del predecessore”.
La Stampa scrive che per rifondare il centrocampo ci sono Paul Pogba e Ryan Gravenbech, il Corriere dello sport-stadio fa il nome di De Jong, Libero replica che “per ingaggiarne di nuovi servirebbero cessioni ma quale bianconero ha mercato? Solo De Ligt. Lo scenario più scontato è una Juve di tono minore per i prossimi anni, che però non può dichiararsi tale essendo quotata in borsa e dovendo dare conto agli azionisti. È un cane che si morde la coda, una vecchia Ferrari per restare in tema Exor – che si crede più veloce delle altre, senza rendersi conto che nel frattempo sono nate auto più competitive e che consumano meno”.
◇ Matteo Pinci su Repubblica allarga l’analisi dalla Juventus al generale e scrive che “siamo appena a marzo e Jorginho è rimasto l’unico calciatore italiano a poter sperare di vincere la Champions League. È la fotografia di un sistema in crisi, che non è più in grado di produrre talento ad altissimo livello. Dal 2017 a oggi siamo il campionato che ha speso di più dopo la Premier, per importare giocatori: 3,1 miliardi gli investimenti sul mercato estero, con un saldo negativo di oltre 900 milioni. Ma sono soldi spesi male. Solo otto mesi fa la vittoria degli azzurri a Wembley aveva illuso che il “rinascimento” fosse iniziato non riusciamo più ad esportare calcio: Carlo Ancelotti, l’altro prodotto di casa nostra ancora in corsa in Champions insieme a Jorginho, è anche l’ultimo tecnico italiano ad aver vinto la coppa, ormai otto anni fa. Un po’ poco, cara Italia del calcio”.
sguardi Dove andiamo
“I soldi hanno cancellato i confini, oggi il grande calcio è mescolanza, l’insieme dei migliori di qualunque razza. La metà dei giocatori inglesi è di origine africana. I neri dell’equatore hanno portato abilità più tecnica, sono diventati dei piccoli eroi mescolati alla vecchia ragion d’essere europea. Hanno costruito il mix ideale di un calcio nuovo. L’Italia ha ancora poca mescolanza, gli africani che arrivano sono seconde scelte. Questo porta a un altro problema, la nostra nuova povertà. Non possiamo più permetterci i migliori né abbiamo la possibilità di scegliere per primi. Oggi i giocatori del mondo sono catalogati in programmi costosi ma stracolmi di dati. Se cercate non solo una buona mezzala, ma che abbia anche gli occhi celesti, sia cattolica, ancora celibe e mancina, alta un metro e novanta con diploma liceale e una fidanzata di nome Wanda, non avete che da premere un tasto e arriveranno sullo schermo una trentina di nomi con annessi decine di video da compulsare. A noi però toccherà sempre la seconda scelta. Nessuno scopre più nessuno. Tutti conoscono. … Noi non siamo né i più fisici né i più tecnici. Viviamo di idee tattiche che riportano spesso idee di maestri già vecchie di anni. Lontani dal Sud America e dall’esuberanza africana, siamo degli orecchianti che non trovano la melodia. In sintesi, non sappiamo cosa cerchiamo perché non sappiamo più cosa siamo. Il calcio è semplice come un’idea semplice. Ma un’idea nostra bisogna pur averla”. – di mario sconcerti, Corriere della sera
◇ Anche Sergio Chesi su Fanpage sottolinea che “delle 19 squadre che abbiamo presentato in Champions nelle ultime cinque stagioni, solo quattro sono arrivate ai quarti (l’ultima è stata l’Atalanta due anni fa) e appena una in semifinale (la Roma nel 2018). La lenta, costante e inesorabile flessione è una tendenza ormai acclarata, con una serie di ragioni periodicamente esplorate. Eppure ridurre l’eliminazione della Juventus ad una sconfitta del sistema, narrazione molto gettonata nelle ore successive alla disfatta con il Villarreal, è un esercizio di mira sbagliata. Ieri sera ha fallito soltanto la Juve, che nella galassia del calcio italiano è un pianeta a parte. Non a caso è stata l’unica squadra italiana ad avvicinarsi davvero alla vittoria della Champions nell’ultimo decennio, sorretta da piani aziendali e progetti tecnici inarrivabili per chiunque altro nel nostro umile cortile. Il punto è proprio lì: dal 2018 in avanti la Juventus sta pagando il conto salatissimo di una concatenazione di scelte sbagliate, sul piano strategico e sul campo. L’acquisto di Cristiano Ronaldo è il punto di non ritorno, la scintilla che innesca una serie di nefaste conseguenze in termini di mosse societarie e tecniche. Un all-in che risucchia buona parte del budget e costringe ad accontentarsi su tutto il resto (arrivando comunque a spendere sul mercato oltre 500 milioni nel giro di qualche sessione). Il risultato è stato il depauperamento progressivo della rosa, drammaticamente svuotata di qualità in particolare a centrocampo e nelle alternative. Il tutto, nel contesto di una profonda confusione tecnica nata ai piani alti, trasferita agli allenatori che si sono avvicendati e inevitabilmente trasmessa ai calciatori in campo. Un giro iniziato nella primavera 2019, con la separazione di Allegri, che ha portato nuovamente al punto di partenza la scorsa estate. Scegliendolo per la seconda volta, la Juve ha sposato di nuovo quell’idea di calcio che aveva già bocciato e che continua a mostrare la propria inconsistenza non appena la posta in palio si alza”.
Arrivabene dice che in fondo il traguardo era questo
«L’obiettivo di questa stagione era il passaggio agli ottavi e il posto Champions per la prossima. Raggiunto il primo, abbiamo proceduto partita dopo partita. L’uscita è stata spiacevole in assoluto, ma non cambia di una virgola i nostri piani. Si chiude un capitolo e se ne apre un altro, la società è focalizzata su un three years plan, un progetto triennale, nel quale – l’abbiamo tutti ben chiaro – deve coesistere l’aspetto finanziario con quello sportivo, i conti con i risultati del campo. Non abbiamo mai raccontato nulla di diverso, a partire dalla scorsa estate».
➣ I vostri tifosi vogliono sapere che Juve sarà da giugno in avanti.
«Noi facciamo calcio, l’aspetto finanziario non può azzoppare quello sportivo. Vlahovic e Zakaria sono acquisti fatti in funzione di questa stagione, ma soprattutto della prossima. L’accelerazione di gennaio ha motivazioni evidenti. Attorno a Dusan c’erano dei movimenti, in particolare di club stranieri. Abbiamo considerato che se ci fossimo spinti fino a giugno probabilmente non saremmo risultati competitivi nella sempre meno ipotetica asta con inglesi e spagnoli. Abbiamo verificato se ci fossero le condizioni per prenderlo subito, individuato le eventuali uscite in grado non dico di pareggiare l’investimento ma di renderlo sostenibile e nel preciso momento in cui i conti sono tornati abbiamo esposto il piano a Andrea e subito dopo al CdA, che l’ha autorizzato. I passaggi successivi sono stati l’incontro con Joe Barone, al quale abbiamo presentato l’offerta scritta, e poi, ottenuto il sì della Fiorentina, quello con gli agenti di Dusan».
➣ Con i quali avevate già un accordo. «Non è affatto vero, questo è un falso assoluto. Siamo un’azienda quotata e non ci possiamo permettere stravaganze. Ci siamo mossi soltanto dopo aver ottenuto il placet della Fiorentina. Abbiamo rischiato di finire sotto ricatto, certo, ma eravamo forti del consenso del giocatore che voleva solo la Juve. Se ci fossimo presentati da Barone con l’accordo con gli agenti ci saremmo ritrovati in una situazione identica, non crede? La Fiorentina avrebbe potuto alzare sensibilmente il prezzo. Tutto è stato fatto con la massima trasparenza secondo le regole».
➣ il 17 dicembre lei aveva moralmente liberato Dybala. «ll giorno dell’ultimo contatto con l’agente, non ricordo con precisione la data, ma era metà dicembre, alla domanda “possiamo ritenerci liberi?”, risposi sì, ma solo perché non avrei potuto chiudere l’operazione in quel preciso momento. Fu un atto di estrema onestà. Qualcuno ha scritto che a un certo punto sarei addirittura scappato da quella riunione. Scappato, capisce? Spiegai tanto all’agente quanto a Nedved e Cherubini che avevo un impegno personale inderogabile. Io non scappo».
➣ Insisto, è pronta un’offerta al ribasso? «Vediamo come si presenta Paulo, nulla è deciso. Mi deve credere».
➣ Anche voi turbati dallo spettro dell’indice di liquidità? «Stabilire delle regole è fondamentale, ma serve equilibrio, le regole devono permettere di attrezzarsi, non condannare alla sparizione da un giorno all’altro. Inoltre non possono esserci regole europee e regole locali: occorre armonizzarle. Porto l’esempio di un mondo che entrambi conosciamo bene. Il budget cap in F.1 è stato introdotto dopo lunghe riunioni dei team principal che si sono tenute con cadenza settimanale nel giro di due mesi. Il tetto al budget mira a traghettare il Circus in una dimensione nuova e sostenibile resasi necessaria dalla crisi aggravatasi con la pandemia. Il punto è che alcuni team vi possono aderire in forma volontaria, gli adattamenti in casi e situazioni simili sono indispensabili». – intervista di ivan zazzaroni, Corriere dello sport-stadio
| binocoli L’Italia vista da Valdano
➣ Per il secondo anno di fila l’Italia non avrà squadre ai quarti di finale e non vince il trofeo dal 2010. Il rischio è di abituarsi? «Non credo, anche perché mi sembra che da un po’ di tempo si stia giocando meglio in Italia, ci sono molte squadre che stanno dando una dignità al buen futbol. Però logicamente c’è un percorso da fare, che richiede tempo».
➣ Dybala è più che mai in discussione, con il rinnovo di contratto in bilico. La Juve può permettersi di perdere il suo numero 10 a parametro zero? «Credo che dopo una partita come quella di mercoledì sia ancora più evidente che un giocatore con le sue caratteristiche è imprescindibile contro le difese chiuse, anche perché durante una stagione la Juve deve affrontare tante partite di questo tipo».
➣ Chi non tramonta mai è Carlo Ancelotti, con il suo Real Madrid dei vecchietti terribili, Benzema e Modric. Anche lui era considerato ormai fuori moda e invece ha fatto fuori il Psg di Mbappé. «Carletto per gli spagnoli è come Raffaella Carrà. Altro che vecchio, prima di tutto è una persona incantevole. Poi è un allenatore che ha il dono della semplificazione, nel senso migliore del termine: se qualcuno semplifica, è perché sa molto. E in più nobilita l’immagine del club e del calcio stesso».
➣ Per la Juve di Agnelli gli anni senza Champions ora diventeranno almeno 27, un’eternità. La risposta è creare una Superlega? «Nella Superlega ci sarebbero ancora più difficoltà a vincere. Però è un’aspirazione legittima nell’epoca della globalizzazione, che rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri». – intervista di paolo tomaselli, Corriere della sera