La partita di Natale del 2019 tra Milano e Bologna segnava il punto più alto toccato dal basket in Italia nell’ultimo trentennio, per seguito televisivo e per presenze nei palazzetti. Voltata la curva c’era il covid. Questa partita di Natale, diventata nel frattempo di quasi Epifania, adesso è invece riedizione della scorsa finale scudetto e della scorsa Supercoppa, entrambe vinte dalla Virtus, sia un anticipo probabile del faccia a faccia scudetto di primavera. Ettore Messina e Sergio Scariolo si sono sfidati più spesso in Eurolega che in serie A. Più spesso finanche nel campionato russo. La prima volta accadde nel 1989, nel campionato italiano non avveniva dal 1991.
Walter Fuochi su Repubblica ha scritto che “voltandosi indietro, l’età matura ha ormai smussato gli spigoli di una rivalità passata pure per momenti aspri, e avvitato un rapporto di complicità perfino affettuosa, nei reciproci consigli durante la comune e irrisolta militanza nella Nba. Entrambi di radici familiari sicule (catanesi Ettore, poi cresciuto a Mestre, siracusane Sergio, pur nato a Brescia), i due hanno percorso grandi carriere, più in parallelo che in collisione, perdendosi spesso, e a lungo, di vista”.
Gli stili di gioco rimangono opposti. “Farne uno in più o prenderne uno in meno: qui siamo, adesso. Messina punta al traguardo col suo storico basket di sistema, fatto anzitutto di difesa. Scariolo accarezza un verbo declinato su un più alto numero di possessi, per salire più su col punteggio. Alla sterzata in corso è arrivato in forza di scelte e contrattempi: Udoh doveva essere il suo perno difensivo, s’è rotto subito e non ha ricambi testuali, in una squadra avara di difensori nativi, per di più flagellata poi dagli infortuni, a ritardarne la costruzione. La sintesi ha sposato un intento a una necessità: ossia un gioco più rapido, spettacolare da cucire indosso a una Virtus ricca di talento davanti, meno dietro. È una direzione minoritaria, controcorrente su conformismi e strabismi critici di un basket culturalmente dominato dalla Madre Difesa, perfino nel suo logoro linguaggio politically correct. Un gioco diverso ha per nemiche sia la filosofia (viva le formiche, abbasso le cicale) che la storia”.
LE CITTÀ | Sei milanese, o come si dice meneghino, e se la commedia dell’arte non ha mai smesso di raccontare l’Italia e i campanili, allora ti senti onesto, sincero, ti senti pure spiritoso, ma soprattutto giusto, giusto perché senza maschera, anzi una maschera senza trucco. Pensi casomai che il bolognese sia serioso, pignolo, saccente, prolisso, cavilloso, come quel dottore in Legge paffuto e tondo che li dovrebbe rappresentare tutti, nella semplificazione dei cliché che questo paese così lungo, così distante tra la sua cima e il fondo, tiene in piedi per parlarsi e sopravvivere a sé stesso.
Oppure sei bolognese, con l’orgoglio di sentirti dotto con il primato europeo della tua Università, di sentirti grasso per il bendidio che porti a tavola, di sentirti rosso per il colore dei mattoni e dei motori delle auto nei dintorni. Ferrari, Ducati, Lamborghini, Maserati. Pensi che non scambieresti mai due passi sotto i portici con i Navigli, e che quando a Milano ti tocca di venire – per dirla con le parole di Lucio – ti prende allo stomaco e ti fa morire, quello sguardo maligno di Dio, quello zucchero e quel catrame. Lo raccontò Mara Maionchi in una intervista di qualche tempo fa, che quando aveva vent’anni, «Milano era vista come il Bengodi, come nel mondo erano gli Usa».
Milano può fare quest’effetto. Arrivi alla stazione e sembra Ellis Island. Invece Bologna è “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli” – questo è Guccini – una Parigi minore, una ricca signora che fu contadina, un luogo dell’anima che nelle canzoni si celebra a questo modo un po’ suo, ridotto, in bemolle, mezzo tono sotto. Tutt’al contrario di Milano che canta sé stessa per ribadire un primato, per dire che quando si parte e dorme ancora, nel vederla sonnecchiare ti accorgi quant’è bella (Concato), perché alla fine tutti dicono che lontano da casa si muore, ma poeu i vegnen chì a Milan.
Milano ha avuto le matite di Crepax, Bonelli e Bozzetto. Ha visto nascere in casa sua Valentina, Tex e Diabolik. Bologna ha risposto con Nick Carter, le Strumtruppen e Satanik, ha avuto cioè Magnus e Bonvi, prima di sedurre Andrea Pazienza. I libri di Milano portano i marchi di Rizzoli e Mondadori, quelli di Bologna sono gli studi e i saggi de Il Mulino. Milano a teatro è la sacralità della Scala e del Piccolo, Bologna è l’energia guastatrice del DAMS fattasi accademia. Milano al cinema è il neorealismo estetico di Visconti, Bologna è la malinconia di Pupi Avati – che dà il meglio di sé quando incrocia il milanese Abatantuono. Oppure per guardare il mondo con gli occhi della famiglia Bartezzaghi, enigmisti e semiologi in cui convergono le anime di entrambi i luoghi, siamo di fronte a due città che sono trisillabi piani. Solo che Bologna è una parola bifronte senza capo, la cui lettura all’inverso ne produce cioè una di senso compiuto: “angolo”. Si può pure ottenere combinando le lettere di: ong + albo e di gol + bona, mentre Milano addizionata a PSI che a lungo l’ha governata produce “alpinismo” e il suo nome figura sia dentro il passato (dueMILANOve) sia dentro il futuro (dueMILANOvanta). Eppure quella Marittima è più vicina a Bologna, sulle rive di Romagna.
La milanesità, se esiste, è “l’attitudine innata o acquisita a distinguere l’utile dall’inutile” (Alessandro Manzoni). La bolognesità, se esiste, è “un tono ironico, schietto, disincantato, semplicità, normalità” (Gianni Morandi). Punto d’incontro: Enzo Biagi. Che aveva un ufficio in Galleria. Anche se i bolognesi che lavorano a Milano, tornano a dormire a casa. Carlo Cattaneo scrisse dell’insurrezione nel centro di Milano (1848), che a sentire la canzone di Calcutta sarebbe ancora una corsia d’ospedale. Quanto al centro di Bologna – si sa – non ci si perde neanche un bambino, e Riccardo Cocciante ci andrebbe a piedi per un amico in più. Quando Milano legge il calcio, lo fa con l’etnografia e l’antropologia di Gianni Brera. Se ci si mette Bologna, legge il gioco come fosse politica con Edmondo Berselli e Pier Paolo Pasolini. Tutt’e due le città hanno avuto lontani profeti di bellezza e stile. Dopo i primi scudetti con un allenatore austriaco (Hermann Felsener) e uno ungherese (Arpad Weisz), si manifestò in rosso e blù Fulvio Bernardini, teorico del calcio dei piedi buoni, uno degli utopisti d’Italia come più a nord Arrigo Sacchi. Solo che il primo si era formato a Milano e il secondo è romagnolo. Tutt’e due le città hanno anche avuto un CT castigato ai Mondiali da una Corea: quella del Nord per il bolognese Edmondo Fabbri nel 1966, quella del Sud per il milanese Giovanni Trapattoni nel 2002. Tutt’e due le città hanno marchiato il primo Mondiale italiano della storia (1934), quando l’Italia era certo la squadra di Meazza da Milano, ma il gol decisivo fu di Angiolino Schiavio da Bologna.
Lo scontro dei mondi avvenne per lo scudetto del calcio del 1964. Quello finito con le accuse di doping al Bologna e con lo spareggio del 7 giugno contro l’Inter (2-0). Il Resto del Carlino, Stadio e l’Avvenire d’Italia si batterono contro le testate milanesi. La Notte raccontava di automobili targate MI che venivano rovesciate e titolava: “Bologna dichiara guerra a Milano”. Il Giorno spiegò che “lo scopo della rivolta è un altro: la difesa dell’onore del Bologna”. Avrebbe scritto Renzo Renzi nel libro Bologna carogna che “tuttta Italia ha parteggiato per Bologna. Il resto della società italiana detesta Milano (o una certa Milano) e seguiva la marcia del Bologna come la sperata rottura di una sopraffazione. Questa è una lotta contro il monopolio delle milanesi”. Contro la diarchia di Herrera e Rocco che resse il calcio italiano fra 1962 e 1966. Tranne quell’anno là, quando l’Italia si domandava se per caso Bologna non potesse diventare un nuovo centro propulsivo nella vita del Paese. Sarebbe ricapitato alle urne con la metà progressista che si affidò a Romano Prodi per battere due volte Silvio Berlusconi. E poi alla fine è arrivato Ibra, come un giudizio universale a scegliere tra Bologna e Milano. Uninominale secco.
(precedentemente uscito su Gazzetta).
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