L’ultimo set in tribunale per Novak Djokovic

L’ultimo set in tribunale per Novak Djokovic

 

   ▻   Del visto ritirato già sapete. Ricevuto dai funzionari del ministero dell’immigrazione nella mattina del sabato australiano (la serata di ieri per noi), Djokovic è stato trasferito in una località segreta in stato di fermo, in attesa della decisione ultima della Corte federale sulla sua partecipazione all’Australian Open. Arriverà intorno alle undici e mezzo di stasera. Secondo Marca il luogo segreto non è. Si tratta di nuovo del Park Hotel, “el hotel infame”. 

La storiona che tra vent’anni qualcuno racconterà ancora, in occasione dell’anniversario, vede adesso la presenza di un nuovo giudice, si chiama David O’Callaghan. Non ha espresso alcun verdetto nel merito. Ha solo chiarito che contro una sentenza del giudice della Corte federale australiana si può fare ricorso in appello dinanzi a una giuria di tre giudici, mentre i legali di Djokovic per non perdere tempo prezioso volevano passare direttamente al verdetto collettivo. Lo stato di fermo è motivato dal fatto che Djokovic “potrebbe incoraggiare il sentimento contro i vaccini”. 

Stefano Semeraro su la Stampa scrive che “adesso siamo davvero al quinto set, anzi, al tie-break del quinto set. Il territorio dove di solito Novak Djokovic si trasforma in avversario imbattibile perché ripete freddamente gli stessi schemi vincenti di sempre, mentre gli altri cercano di strafare. Stavolta non potrà replicare, perché la partita si gioca fuori dal campo, in un’aula da tribunale dove, forse per la prima volta in vita sua, il Djoker non dispone di risposte vincenti. In ballo non c’è solo una questione burocratica, o un dilemma sul vaccino; ma il resto della sua carriera, un bando di tre anni dall’Australia, la credibilità stessa della sua immagine. E un pezzo di futuro del tennis. All’avvocato Nick Wood, che difende Djokovic, rimangono carte disperate: un vizio di forma, un giudizio contrario alla legge. Ieri ha tentato di agitare il pericolo che, se davvero Djokovic sarà espulso, i No Vax scendano di nuovo in strada provocando disordini. Ma non è servito”. 

La sintesi di Daniele Azzolini per Tuttosport è che l’Australia ha il match point. 

 

     C’è un equivoco in giro in questi giorni. Djokovic trova insperati avvocati difensori in chi ritiene che gli sportivi non siano tenuti a dare buoni esempi. Della questione hanno scritto stamattina con registri diversi sul Foglio sportivo sia Jack O’Malley (“Il giorno in cui smetteremo di trattare gli sportivi come buoni o cattivi esempi, pretendendo da loro virtù ai limiti della santità, arrabbiandoci se non si comportano come esseri perfettissimi, stapperò una bottiglia di quello buono”), sia Giovanni Battistuzzi (“Djokovic è già colpevole di non essere stato d’esempio, di aver dato pubblicità, con il suo comportamento, a teorie e pratica inaccettabili. Lo spettacolo estetico di Djokovic è stato evidente in questi anni. A molti però il suo talento non è bastato, hanno dovuto per forza dar credito alle sue parole, pretendere che fosse d’esempio tout court e non solo con la racchetta in mano”).

È certo che Djokovic non debba essere un modello di comportamento o un santo. Non è sano pretenderlo. Qui a Slalom ci prendiamo la libertà di farci piacere di più Marcus Rashford – che spende la sua popolarità per battersi contro il governo di Boris Johnson in favore delle mense pubbliche. Ma ce ne può bastare uno. Il punto autentico è che – simpatico o no – Djokovic deve rispettare le stesse leggi delle altre persone che entrano in Australia e le stesse regole accettate dai suoi avversari per partecipare al torneo. Esistono dei fondati sospetti che non sia andata così, come esistono ormai dei fondati sospetti sul fatto che Tennis Australia sia stata disposta a vendersi un pezzo di anima per aiutarlo ad aggirare qualche ostacolo, mentre esecutivo e magistratura del Paese sono stati e sono ancora al lavoro per capire come stanno fino in fondo le cose. Questo è. 

 

L’analisi di Martin Samuel sul Daily Mail è lucida e spietata. Ha scritto stamattina: “In definitiva, è un pasticcio. Anche adesso, quasi una settimana dopo. Che Djokovic sia condannato o no, non possiamo dimenticare chi ci ha portato qui. Djokovic voleva giocare in Australia ma non secondo le regole australiane. Sebbene non sia stata una grande settimana per il governo australiano, dalla polizia di frontiera al ministero, è stata peggio per il miglior tennista del mondo, autoproclamato campione delle masse non vaccinate. Ha fatto apparizioni pubbliche quando avrebbe dovuto essere in quarantena. La sua domanda di ingresso nel Paese diceva che non aveva viaggiato nei 14 giorni precedenti e lo aveva fatto. Il suo test positivo conteneva anomalie. Il codice QR legge a volte una negatività, una positività in altre. Sembra esserci confusione sulle date. Djokovic è passato dall’apparire una vittima innocente del freddo sistema di immigrazione dell’Australia, senza volto, a un visitatore che ci stava provando. Giocare sulla sua fama per ottenere un trattamento speciale, questa è una cosa terribile per la maggioranza delle persone. «Cos’altro avrebbe potuto fare quest’uomo?» ha domandato il simpatico giudice Kelly all’inizio della settimana. Tante cose. Avrebbe potuto restarsene a casa, quando era positivo. Avrebbe potuto indossare una mascherina. Avrebbe potuto assumersi la responsabilità di compilare, o almeno supervisionare, i suoi moduli di immigrazione, anziché dare la colpa all’agente. Soprattutto, come il 97% dei suoi coetanei, avrebbe potuto farsi vaccinare come richiesto dall’Australia, o starsene lontano, come molti hanno fatto. Ha scelto un’altra strada ed è la strada scelta che ci ha portato fin qui. L’errore del governo è stato non vedere quello che stava per succedere, non rendersi conto che nel momento in cui facevano un’eccezione per il più importante No Vax del pianeta, rischiavano che la sua presenza dividesse la loro comunità. Questa è la conclusione a cui il ministro Hawke sembra essere finalmente giunto”.  

 

L’Equipe stamattina definisce un opportunista il primo ministro australiano, Scott Morrison, e anche Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio, si dedica a quelle che considera le sproporzioni di questa storia.

“Il fermo di Djokovic è la testardaggine della ragione, il cui esito finale è sempre il torto. La sfida di Djokovic alle regole sanitarie s’intesta la bandiera di una libertà senza limiti. Perché pretende che l’assolutezza della sua classe sportiva gli conceda una deroga che vale per tutto. Per il tennis come per la vita. Nel cuore di una pandemia che ha stressato le istituzioni e le società dei Paesi colpiti, un’eccezione non è ammissibile. Neanche per un campione. Ma altrettanto inammissibile è strumentalizzare l’emergenza per colpire un capro espiatorio. La detenzione dell’atleta porta a questo effetto. Si fa fatica a ricordare qualcosa di simile, tanto sproporzionata e gaffeur pare la reazione dell’Australia. Non è un parallelo calzante neanche l’oscura cacciata dai Mondiali del 1994 di Maradona. Il più grande calciatore di tutti i tempi fu la vittima sacrificale di un sistema, che lo mandò allo sbaraglio, scaricandolo quando l’uso mediatico del campione resuscitato rischiò di trasformarsi in un exploit sportivo non previsto e non voluto. La trappola del doping si chiuse nel circuito chiuso di uno sport regolato da interessi opachi”. 

 


    pareri Diego Nargiso 

«Ho visto errori da tutte le parti. Di Nole, che dopo aver saputo di essere positivo ha rilasciato un’intervista senza avvertire i giornalisti, comportamento superficiale e non scusabile seppur fatto in buona fede. E di Tennis Australia, madornale: si è arrogata il diritto di poter andare oltre le regole del governo. E quest’ultimo, poi? È andato sopra la decisione di un tribunale. Djokovic aveva l’esenzione, e io governo avrei aspettato nel fare l’esibizione muscolare. C’è una differenza netta di posizione tra principi e fatti: la posizione del governo australiano non rispetta i fatti reali. Siamo davanti a una decisione politica, e hanno impiegato giorni per rimettere a posto i cocci dei giorni precedenti, ma c’è un ministro che va oltre un tribunale e quindi va sopra la legge». – intervista di paolo rossi, Repubblica


 

Giulia Zonca per la Stampa ha scritto che “Djokovic non è stupido. È un No Vax, ma nemmeno dentro questa farsa, in cui ha sbagliato praticamente tutto, ha mai detto una singola parola per promuovere una ideologia anti-vaccino o per alimentare paranoie. A ben guardare non è poi nemmeno così tanto no vax, vuole evitare la prima, la seconda e la terza dose perché è un fanatico del controllo ed è un mestiere che a un certo punto ti porta per forza fuori strada. Non c’è modo di gestire ogni variabile senza perdere il senso e questo è successo al numero uno del tennis mondiale: a furia di puntare dritto avanti a sé, alla partita successiva, si è scordato quel che c’era intorno. Lo sport a certe altezze fa malissimo, è noto, ma Djokovic non è più strambo di tanti altri, ha scelto un suo percorso ed è sicuro che in questa fedeltà all’armonia ci sia il successo. Resta uno che calcola il rapporto tra riposo e potenza, al secondo. Lo fa anche Ronaldo, con i microsonni, il punto non è l’elenco delle manie, ma l’abitudine a considerare ogni mossa che stavolta è saltata. Non ne ha centrata una. L’uomo che cura ogni dettaglio si è dimenticato di far tornare i conti. Ha raccontato un sacco di evidenti e inutili bugie e ora i giudizi australiani sono l’ultimo dei suoi problemi. Ha guardato dritto verso la prossima partita e ha ignorato la carriera. Per raddrizzarla dovrà, come minimo, smontare tutte le sue convinzioni. Più difficile che vincere 20 slam”.

 


panorami La città. Come è cambiata Melbourne

“A cosa si deve tanta vivacità? Per raccontare l’ascesa di Melbourne negli ultimi decenni non si può prescindere da un nome: quello di Rob Adams, l’architetto capo della città che, sin da metà degli anni Ottanta, ha avuto più di chiunque altro un ruolo centrale nelle trasformazioni urbanistiche locali. Nato nel 1948 in Zimbabwe, al tempo colonia inglese, Adams studiò architettura in Sudafrica. Ed è proprio ai suoi anni universitari che risale un’intuizione che fu centrale per l’inizio della sua carriera di urbanista noto e riverito in tutto il mondo. Nel periodo in cui Adams era studente, il campus universitario di Cape Town, arroccato sui pendii che da Table Mountain scendono verso il mare, si stava preparando a una grande crescita nel numero di studenti e professori. La soluzione canonica sarebbe stata quella di allargare la struttura, creando nuovi edifici o ampliando quelli esistenti. L’università optò invece per una soluzione inedita: non aumentare gli spazi, bensì usarli meglio nel tempo. Se le nostre città diventeranno sempre più socievoli a ogni ora del giorno e meno intasate dal traffico, una parte di pensiero di ringraziamento dovrà essere rivolto all’Australia. La Melbourne di Rob Adams è stata capace di inventare un solido paradigma per il miglioramento della qualità della vita, inserendo il massimo delle libertà individuali nel quadro di una visione civica sostenibile sotto ogni profilo: sociale, ambientale ed economico” – di carlo ratti, Repubblica, 11 gennaio 2022


 

      Nella newsletter Warning di Ubitennis, Claudio Giuliani si occupa di qualche lamentela raccolta in giro, uffa, uffa, ma che seccatura, questa storia non ci piace. “Questo è il pensiero dominante anche dei fan, che vogliono parlare di tennis. Ma di tennis – ha scritto – si parla e se ne scrive sempre in egual maniera, solo che essendo il numero uno del mondo impegnato a rovinare definitivamente la sua immagine sui media occidentali, non dovrebbe essere difficile nemmeno per loro comprendere che la vicenda va seguita. In Australia e altrove se ne stanno occupando persone abituate ad andare oltre i risultati di cui sopra. Ma è così, nel tennis come nelle altre cose: è più comodo mettere la testa sotto la sabbia e non sforzarsi di analizzare e comprendere. Anche noi amiamo parlare di tennis, ma non riusciamo a scindere l’uomo del campo dall’uomo fuori dal campo. E questo perché al giorno d’oggi, durante la pandemia, gli sportivi sono chiamati a rispettare le regole come tutti. Questa ci pare di aver capito sia l’imputazione principale in carico a Djokovic, anche per Stefanos Tsitsipas, uno che fino a due mesi fa era sulle stesse posizioni di Djokovic, pensate un po’.

E parliamo anche noi di Djokovic, con la premessa che abbiamo un distacco pressoché totale dalla vicenda. La stiamo seguendo, ma se gioca o non gioca il torneo ci cambia nulla. Sulle cose contestabili a Novak diciamo che per quello che ha fatto in Serbia da positivo (ammesso lo sia mai stato, altro punto oggetto di domanda) ne dovrà dare conto in Serbia, di certo non in Australia. La colpa di non aver dichiarato di essere stato in Spagna prima che in Australia è sua o dell’impiegato che ha compilato in sua vece il documento?”. 

 

Paolo Bertolucci, ex capitano di Coppa Davis, ha detto come la pensa a Paolo Rossi, per Repubblica. «Ma chi te l’ha fatto fare, mi viene da chiedergli: per quale motivo si è cacciato in questo maledetto ginepraio. Però fatemelo un favore, non fatelo passare come paladino dei No Vax. Eh, no: perché lui ha pensato solo e soltanto a se stesso. Forse non ha pesato bene quello che stava facendo, forse pensava di aver trovato il modo di aggirare regole e regolamenti. D’altronde se la deadline era il 10 dicembre per avere l’esenzione, e lui si è ammalato il 16, era già fuori da tutti i giochi. Quindi già la partenza era sbagliata. E poi le sue dichiarazioni incongruenti alla dogana, e non parliamo di quelle fatte dai genitori e dal fratello. Ogni volta che hanno aperto bocca hanno regalato degli assist sui quali si sono buttati i giornalisti di tutto il mondo». Secondo Bertolucci si può parlare di delirio di onnipotenza. «L’impressione è quella. E quante sciocchezze che ho letto. Chiunque sapeva tutto, dal meccanico di Molfetta all’idraulico di Lodi. Facciamo fatica noi, addetti ai lavori, e chiunque sui social ha sentenziato e pontificato: tifosi che proprio non riescono a stare zitti, e men che meno ammettere l’eventuale errore del loro idolo. Qui la gente ha perso completamente il cervello, vogliono parlare di tutto anche se non sanno neanche quello che succede a casa loro. Il giudizio sul giocatore rimane quello di un fenomeno assoluto. Dal punto di vista umano assolutamente rivedibile, anzi condannabile. Ma voglio vedere come giocherà a Indian Wells o Miami, o Montecarlo. Sono proprio curioso». 

Oh, comunque anche un meccanico di Molfetta e un idraulico di Lodi possono avere un’opinione sensibile su una vicenda che non è il dritto anomalo o l’efficacia della volèe, una vicenda che riguarda tutti e appartiene a tutti. 

 

| totem Adriano Panatta

«Martina Navratilova ha detto una cosa di buon senso: se ti fossi vaccinato, caro Nole, lunedì avresti giocato il primo turno a Melbourne con Kecmanovic. Djokovic ha i suoi principi? Stia a casa. Io i no vax li condanno: è un dovere civico vaccinarsi in pandemia. Sennò, come dice Rafa Nadal, ne patisci le conseguenze. Ma no! Djokovic è talmente al di sopra delle regole che lui delle conseguenze delle sue azioni non si prende la responsabilità. Cerca le scorciatoie, trova i cavilli. E dà la colpa al manager».

  ➣  A suo parere questa vicenda ci dice del serbo cose che non sapessimo già? «Guardi, a me del visto di Djokovic non me ne è mai fregato nulla. Mi frega, come cittadino del mondo che rispetta le regole della convivenza in pandemia, che se ne sia andato a spasso per Belgrado positivo al Covid. Non si può fare in nessun Paese del mondo. Chiunque altro non si chiami Novak Djokovic, si becca una denuncia penale».

  ➣  Questa storia ne intacca l’immagine? «Eh, questa volta non casca in piedi». – intervista di gaia piccardi, Corriere della sera

 


        diario Come essere fermati alla frontiera e vivere felici

Quando il papà di Slalom arrivò in Australia in viaggio di nozze con la bella domandina compilata per l’ingresso nel Paese, la temibile polizia di frontiera lo fermò con un paio di cani poliziotto che nel pensier rinnova la paura. Avevano annusato in un sacchetto di plastica la micidiale presenza di una sostanza proibita ai confini della loro nazione. Uova. Erano rimasti in quel sacchetto i resti di un tramezzino comprato in uno scalo, forse Bangkok, e i cani se ne adontarono. La minacciosa polizia di frontiera inizialmente parve non voler sentire ragioni. In queste condizioni, non potete entrare in Australia. Un dirigente dinanzi al quale fummo trasferiti ebbe una brillante intuizione, scavando tra le pieghe delle norme. Esisteva un modo per passare il valico. Bisognava solo dichiararsi importatori di uova. Così il papà di Slalom fu da quel giorno tale per le istituzioni australiane. Non è un gran business, comunque. Non si fanno molti soldi importando in Australia un uovo, forse mezzo, chi se lo ricorda. Ma è una bella esperienza da raccontare agli amici a cena quando chiedono che ne pensi della storia di Djokovic. Il ministro dell’immigrazione, quella volta, non si oppose. 

Un altro paio di episodi di apertura mentale e di esemplare gentilezza, ve li racconto un’altra volta, durante il torneo. 


 

pareri La psicoterapeuta Marcella Marcone

  ➣  Per dirla con suo padre Srdjan, è il figlio di una nazione piccola e povera che i potenti non volevano vedere al vertice del loro sport borghese?

«Sì, in lui ci sono questi tratti un pochino eccessivi, la sensazione che ce l’abbiano tutti con lui. Sono quegli stessi tratti che poi vengono fuori con il santone, con la meditazione, l’estrema meticolosità in quello che fa. Dall’esterno, non mi sembra che Djokovic sia una persona serena e rilassata. Quando vuoi tenere tutto sotto controllo, vai contro un dato fondamentale, ovvero che sotto controllo abbiamo ben poco. E il Covid ce lo sta dimostrando. Ci ha ricordato che siamo un puntino nell’universo anche se spesso lo dimentichiamo». – intervista di alessandro mastroluca, Corriere dello sport-stadio

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