L’arbitro che vide l’ultimo pugno di Muhammad Ali

Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose

che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra

Libro dell’Esodo 20,4

 

   ▻   Zack Clayton parlò per un minuto e dieci. Con la sua camicia celeste e il papillon blu scuro da bravo arbitro di boxe, fece un riassunto delle regole. Alzò molte volte la voce e poche volte gli occhi. «Signor Dundee, ha qualche domanda?». Angelo Dundee, di Philadelphia come lui, 60 anni compiuti in estate, rispose signornò. «Signor Dundee, allora lei è il responsabile del suo angolo». Certamente. Era là solo per quello. Aveva gettato la spugna per nome e per conto di Muhammad Ali quattordici mesi prima al Caesars Palace di Las Vegas, decimo round del match contro Larry Holmes. Avrebbe vigilato anche stavolta sul suo campione, un ragazzo che aveva accompagnato dentro le corde di un ring quando si chiamava Cassius e che aveva visto diventare molto più di un pugile. «Se vuole combattere un’altra volta contro il mio parere – aveva detto Dundee – io ci sarò. Per impedire che si faccia male».

 

Tre volte l’arbitro Clayton aveva sollevato lo sguardo durante il suo discorsetto e lo aveva posato sul Più Grande, tre volte e gli erano bastate. Lo aveva visto arrivare avvolto in un accappatoio bianco, d’un bianco lucido, con dei bordini neri verdi e oro. Ali era illuminato dal fascio di luce delle lampade portatili impugnate dagli operatori della televisione, metteva i suoi passi uno davanti all’altro con una camminata tale da confondere un uomo fiacco con un uomo rilassato, e per fortuna che intorno aveva due ali di folla, così poteva dare la colpa a loro per tanta lentezza.

Clayton lo aveva tenuto d’occhio mentre avanzava impiegando un tempo interminabile, col sottofondo della voce di Bobby Womack, piantato al centro del ring con un microfono e il capo inclinato. Cantava America The Beautiful, anche lui con un’aria da sopravvissuto. Il mondo del soul lo aveva messo al bando. Settantasette giorni dopo l’omicidio in circostanze misteriose di Sam Cooke, aveva tentato di sposarne la vedova. Il tribunale della contea di Los Angeles aveva respinto la loro domanda. Lui era ventenne e minorenne, lei aveva dieci anni di più. Cooke era stato amico di Malcom X e dello stesso Ali, il quale durante la veglia funebre disse: «Se fosse un cantante bianco, se fosse Elvis Presley o uno dei Beatles, l’FBI starebbe ancora investigando e qualcuno sarebbe finito dentro».

Alla fine Womack ce l’aveva fatta, aveva preso in moglie Barbara il giorno dopo aver compiuto 21 anni. Il pubblico non capì, nemmeno i dj che smisero di passare i suoi pezzi alla radio. I fratelli di lei andarono a spaccargli una mascella in un hotel a Chicago. Si separarono quando venne fuori una storia di abusi sulla figliastra 17enne. Barbara gli sparò e il proiettile gli sfiorò la testa. Così Womack si risposò con la segretaria e una terza volta ancora con una diciannovenne.

 

Mentre Ali passeggiava per raggiungere il ring, la carriera di Bobby aveva appena avuto una scossa con l’uscita di un pezzo ispirato, If You Think You’re Lonely Now. Finalmente una hit. Con così tante vite in bilico tra l’illusione e la disfatta, suonava esatto e giusto il nome dato a quella serata di Nassau, Drama in Bahama, quasi un calco delle varie Rumble in the Jungle e Thrilla in Manila. Voleva essere una citazione, invece era una parodia

Il Muhammad Ali che Clayton aveva voluto guardare solo di sfuggita, si era piegato a fatica per passare tra le corde e mettere piede sul ring. Senza mai sorridere, facendo un occhiolino che non era sbruffoneria ma uno spasmo involontario. Sembrava un uomo concentrato e forse era solo assente. Clayton non lo vedeva da sette anni. L’ultima volta anche i suoi baffetti non erano così grigi. L’ultima volta c’era un’aria che profumava di gloria. L’ultima volta era stato a Kinshasa – 30 ottobre 1974 – quando ci fu da contare George Foreman al tappeto e lo aveva contato lui, l’arbitro del match più famoso nella storia della boxe, quando eravamo re, quando c’era Norman Mailer, quando c’era Giovanni Arpino, e in mezzo a quei re aveva preso posto pure Clayton. 

 


  Quel geniale Lucifero della parola, delle promesse, dell’illusionismo che è Cassius «Marcellus» Clay (Muhammad Ali per i suoi compagni di fede), per la quarta volta torna stanotte a Nassau, Bahamas, nella gabbia cordata. Ci ritorna, a suo parere, per portare luce e gloria, denaro e clamore in questo mondo dei pugni ormai così avaro di talenti e privo di personaggi autentici anche se TV e «sponsors» hanno tramutato il ring in un fiume d’oro di giuseppe signori, l’Unità, 11 dicembre 1981


La sera di Kinshasa, Clayton era stato l’arbitro che aveva invitato Muhammad Ali a fare un passo indietro, allontanarsi dal corpo di Foreman mandato ko. La sera di Nassau era invece l’arbitro che tentava di salvare un vecchio campione da un massacro, sotto i colpi di Trevor Berbick, giamaicano naturalizzato canadese, un record di 19 vittorie in 22 combattimenti fino a quel momento. A vederlo dentro quella uniforme e nel pieno delle sue funzioni, primo giudice nero di un mondiale dei pesi massimi (Ezzard Charles-Joe Walcott, 1952), pochi ricordavano che Zack Clayton aveva avuto un’altra vita da atleta – e che vita. Lo chiamavano The Black Bomber, quando infilava un canestro dietro l’altro prima con la maglia dei Wissahickon Speed ​​Boys, poi con quella di altre tre squadre di Philadelphia (i Tribune Five, i Panthers e i Quaker City Elks), fino alla fama nazionale con i Chicago Crusaders, i New York Rens, gli Harlem Globetrotters e i Washington Bears. Era così implacabile che alla fine degli anni Trenta si faceva fatica a dire se fosse destrorso o mancino. Tirava con tutt’e due le mani e con tutt’e due la metteva dentro. Giocava per squadre di soli afro-americani. Avrebbe poi detto: «Penso che Harlem Globetrotters, Renaissance e Bears abbiano aperto la strada ai neri sconfiggendo le migliori squadre bianche». Si concesse anche un secondo tempo nel baseball, in prima base per i Philadelphia Stars and Giants, i New York Black Yankees e i Bacharach Giants delle Negro Leagues. Aveva fatto il vigile del fuoco nella sua città e solo due anni prima del match in Zaire era stato promosso tenente e direttore dell’unità di controllo dal sindaco Frank Rizzo. Con sua moglie Lunette erano diventati tra i primi neri proprietari di case a Mt. Airy, il quartiere a nord dove le culture si mescolavano. A Clayton piaceva vestire elegante e guidava solo Cadillac nere. La sua ultima auto è stata una coupé nera a due porte con la stessa targa personalizzata avuta per anni: ZC-1. Nell’armadio di casa aveva una pelliccia di procione

 

Nella sua autobiografia By George uscita nel 1995, Foreman scrisse che il suo manager dell’epoca, Dick Sadler, aveva sistemato tutto con Clayton, dove per sistemare tutto significava avergli allungato un assegno da 25mila dollari. «Perché – disse – tu hai l’abitudine di colpire le persone quando sono a terra. Voglio assicurarmi che non ti squalifichi. Gli ho dato i soldi perché è questa l’abitudine». Foreman disse di non aver mai saputo se Clayton avesse davvero preso i soldi, ma Sadler ha fatto in tempo a smentire la versione prima di morire (2003). «George sta dicendo bugie, lo sanno lui e Dio».

Tra Kinshasa e Nassau, Clayton era stato contestato come giudice per il suo verdetto alla fine del match tra Wilfred Benítez e Carlos Palomino, mondiale WBC dei welter del 1979. Era stato l’unico dei tre a dare la vittoria a Palomino. In diretta per la ABC, Howard Cosell disse: «Mi piacerebbe scambiare due parole con il signor Clayton». Bob Arum, il promoter di Benítez, accusò il suo rivale Don King di aver cercato di aggiustare il match. «Avevamo sentito dire che Zack Clayton era sotto la sua influenza». Clayton non solo negò le accuse, denunciò Arum per diffamazione e disse: «Se io e Don King siamo così buoni amici, come mai non mi ha mai dato una chance per lavorare?». 

 

Prima di cominciare, il Drama in Bahama era stato anche un po’ farsesco. Nell’ultima settimana prima dell’incontro, Berbick aveva minacciato di ritirarsi. Non aveva ancora visto arrivare in banca 200 mila dei 300 mila dollari della borsa, disse che era una questione di principio, non voleva passare per uno che si batteva a basso costo. Anche i pugili del sottoclou ancora aspettavano l’ingaggio, tra loro Thomas Hearns, al quale l’albergo chiese di anticipare i soldi del conto della camera. Sheldon Saltman, presidente di Satellite Sports, l’operatore televisivo via cavo, minacciò di ritirarsi pure lui poco più di una settimana prima dell’incontro, perché nessuno aveva ancora pagato i lavori per lo stadio temporaneo costruito alle spalle della seconda base di un campo da baseball, all’interno di una scuola superiore fatiscente. L’organizzazione era piena di uomini del governo accusati di corruzione e loschi affari finanziari. Le trattative erano state condotte con la mediazione del  primo ministro Lynden Pindling, il padre della nazione. Fecero fronte ai pagamenti Victor Sayyah, un dirigente immobiliare e assicurativo del Colorado con partecipazioni alle Bahamas, e il presidente della Bahamas World Airlines, Everett Bannister. Per vendere i biglietti avevano dovuto abbassare il prezzo da cinquanta a cinque dollari. Il match doveva iniziare alle 18 ora dell’Oceano Atlantico, ma slittò alle 20.20 perché i guantoni non erano ancora arrivati da Miami. A bordo ring non c’era il campanello, rimediarono con un campanaccio e un martello presi dalla roulotte di Saltman. Il resto – appunto – era drama. 

 


  All’apparenza Ali può sembrare ancora valido ma i danni da lui riportati in vent’anni di attività professionistica sono tremendi. Non oso pensare alle conseguenze terribili che Ali potrebbe patire se venisse raggiunto da un pugno veramente forte alla testa

Freddie Pacheco il suo medico personale


 

Ali aveva quasi 40 anni, il parere contrario del dottore e certi esami clinici che parlavano di letargia, debolezza e mancanza di respiro. Dopo quattro visite al centro di Ucla, il rapporto diceva che “il paziente tende a parlare a bassa voce, a volte quasi borbotta nel suo discorso. Quando gli è stato chiesto se fosse in grado di parlare in modo appropriato, non ha mostrato alcuna evidenza di un disturbo del linguaggio. È stato valutato sia da un neurochirurgo sia da un neurologo che hanno ritenuto il suo modo di parlare non patologico. L’esame è nel range di normalità per tiroide, cuore, cervello, polmoni e reni. Lo stato di salute attuale del paziente è eccellente e non ci sono prove dal punto di vista sanitario che dovrebbe essere limitato in alcun modo nelle sue attività”. 

Ma in America non ci fu un posto che gli diede la licenza. Per trovarne uno che non facesse troppe storie, il suo manager Herbert Muhammad si era affidato a un misterioso promoter, James Cornelius, americano, presidente di una certa Sports Internationale Bahamas Ltd., una società creata di proposito per il match di quel venerdì sera. Cornelius e altri quattro uomini non identificati erano già stati accusati dal promoter Don King di averlo picchiato e minacciato di morte la domenica prima nella vicina Freeport, dove si allenava Trevor Berbick. Magro, con una barba trasandata, Cornelius rifiutava in quei giorni di dare risposte ai giornali americani che volevano sapere di lui. Non era ancora noto che ci fosse un mandato di arresto in sospeso nei suoi confronti ad Atlanta con l’accusa di aver violato la libertà vigilata per cinque capi di imputazione. Era noto solo il suo trasloco da Atlanta a Los Angeles, dove viveva dall’altra parte della strada di Herbert Muhammad, al quale il New York Times domandò quale fosse l’occupazione di Cornelius. «È un promotore. Promuove qualcosa, non so cosa». 

 


  Nelle ultime otto settimane, Ali è stato un’attrazione più grande dei delfini e dei barracuda catturati nella laguna dietro l’hotel. È abbastanza grande da trascinare le persone fuori dal casinò solo per guardarlo a bocca aperta, il che potrebbe non essere esattamente ciò che la direzione aveva in mente quando ha deciso di ospitarlo nel suo hotel  – di george vecsey, New York Times, dicembre 1981


 

Ali era arrivato al match con un peso mai toccato prima, 236 libbre, scrivevano i giornali americani, 107 chili. Il New York Times disse che l’anziano guerriero islamico ha provato la sua vecchia uniforme e gli sono saltati tutti i bottoni”. Berbick si era preparato mangiando un pasto quotidiano abbondante a base di bistecca e pollo, più un intero barattolo di miele versato durante il giorno dentro bicchieri di tè freddo. Muhammad Ali teneva giochi di prestigio in albergo per la stampa. Faceva sparire fazzoletti e trasformava monete in qualcos’altro nel palmo della mano, ma alla fine di ogni giochetto svelava come avesse fatto, perché «i musulmani – diceva – non credono nella magia. Ecco perché devo spiegare i trucchi. Credo in Dio, credo nella conoscenza, nell’educazione. Nessuna magia, nessun vudù». 

George Foreman da lontano faceva sapere che «tutte le persone che lo hanno acclamato saranno imbarazzate per lui adesso» e Ali dalla sua camera gli rispondeva attraverso George Vecsey del New York Times che «scrivilo: il prezzo della certezza di essere il più grande è il costante assalto alla mia personalità. Non torno sul ring perché sono al verde. Non perché mi manchi la ribalta. È per l’idea. L’idea di diventare campione per la quarta volta. Nessuno lo farà mai cinque volte. Nemmeno Ali. Tutti mi conoscono. Non solo in Occidente, ma in Cina, in Russia, in Marocco, in Libia. In tutto il mondo. Lo faccio per loro. La gente mi dice di non combattere, ma loro sono ai piedi del muro della conoscenza e io sono in cima. Il mio orizzonte è più grande del loro. Perché le persone vanno sulla luna? Perché Martin Luther King ha detto di aver fatto un sogno? Le persone hanno bisogno di sfide. Foreman è un brav’uomo. Non voglio dire nulla contro di lui. Ma lui ha 21 persone nella sua chiesa che lo ascoltano. Io ho tutto il mondo».  

 


    I giornali americani si sono buttati sull’avvenimento più come una realtà di costume che con l’intenzione di spiegarlo tecnicamente. Sono così fiorite le vignette e, approfittando anche del recente ritorno sul ring di Joe Frazier, l’eterno rivale di Ali, si sono sbizzarriti in caricature dei due vecchi pugili con enormi pance, costretti ormai a scontrarsi più a colpi di adipe che di cazzotti. Ma le motivazioni di Ali, anche se suonano decadenti come sempre, hanno una loro validità umana, un sapore diverso. È’ la storia della sua vita quella di stupire, di andare controcorrente, di nobilitare in qualche modo qualunque cosa faccia, anche quella che per chiunque altro sarebbe una mortificazione” – di gianni minà, la Repubblica, 11 dicembre 1981


 

Vestito con un completo color cioccolato, camicia bianca e cravatta alle 8 del mattino, disse al giornalista nella sua stanza che avrebbe trovato un passaggio della Bibbia, Esodo 20, 4 in pochi istanti. E così fece. Le sue grosse dita scorrono sulle pagine in pochi secondi. Così fece un occhiolino e disse: «Ti sembra che io abbia un cerebrale? Parlo più lentamente quando sono stanco. Ma dico cose sensate, no? Non sono uno di quei pugili ubriachi di pugni. La mia faccia è ancora carina, non ho segni. Sono andato a farmi visitare da alcuni medici bianchi, altrimenti i bianchi non mi avrebbero creduto. Sono andato alla Mayo Clinic. Sono andato alla Columbia. Sono andato a New York. Sono andato a UCLA. Cosa posso fare di più?». 

In realtà dopo due miglia di corsa al massimo, si faceva riportare in albergo dalla limousine. Il giorno prima del match la sua sessione di allenamento era stata particolarmente malinconica, davanti a trecento turisti che avevano pagato 3 dollari a testa per vederlo muoversi davanti a un ragazzino. Era una parodia del giovane Ali. Poi – raccontò il New York Times – ha soddisfatto i clienti chiacchierando dal bordo del palco. Più tardi si è steso su un letto, avvolto in una veste bianca come un re che si prepara per la sepoltura in una piramide”

«Vincerò i primi tre round – aveva detto alla gente – così, per superarmi, Berbick dovrà vincere i quattro successivi. Ballerò, non prenderò pugni, rimbalzerò». Poi aveva voltato le spalle e Dundee aveva detto ai cronisti presenti: «Non c’è più nessun rimbalzo, credetemi, nessuno». 

 


    Ha rischiato di andare al macello di fronte a un ragazzo che per fortuna ha avuto pietà. La gente guarda con rabbia la Tv che le mostra il fantasma del campione che ha tanto amato o tanto detestato. Oggi il sentimento di chi vede Clay sul ring è lo stesso, non è più diviso, è legato dal medesimo senso di pena, di paura. E quando un atleta non divide più gli animi degli spettatori è proprio finito. Clay lo sa, ma spinto dalla necessità e dal terrore di dover voltare pagina per sempre, finge di non saperlo. Non rispetta chi lo guarda. Rispetti almeno se stesso. Non avremmo mai pensato che un uomo che sembrava così intelligente, nella vita sapesse fare soltanto a pugni. Prima sul sing e poi al baraccone” – di maurizio mosca, la Gazzetta dello sport, 13 dicembre 1981


 

La monumentale biografia scritta da Jonathan Eig e tradotta qualche anno fa in Italia da 66thand2nd riferisce di uno studio della CompuBox, secondo la quale nei primi anni della carriera Ali incassava 11.9 colpi a round, ma la media negli ultimi dieci incontri era salita a 18.6. Negli ultimi quattro match lo colpirono 1.100 volte, negli due match 371 volte, lui riuscì ad andare a segno solo in 51 occasioni. Non è una statistica – ha scritto Emanuela Audisio sul Venerdì – è un omicidio. La farfalla era ormai un punching-ball con le gambe

Combatteva con due iniezioni di anestetico alle mani e aveva dolore anche se prendeva a pugni un cuscino. Aveva difficoltà a dormire, aveva perso l’olfatto. Nel 1967 parlava a una media di 4.07 sillabe al secondo, nel 1971 erano scese a 3.8.  Quando due anni dopo il match alle Bahamas andò a Ucla per ripetere gli esami, trascinava i piedi, biascicava, aveva sempre sonno e il pollice sinistro tremava.

 


  Berbick, l’ultimo a battere Ali: la storia non capì nemmeno lui. La sua era una gloria sporca, da pessima reputazione. Lo guardavano storto: non si malmena un dio. Nell’86 diventò campione del mondo, otto mesi dopo perse il titolo contro il ventenne Mike Tyson, che lo stese al secondo round: «Per vendicare Ali». Quella notte dell’81, troppo maledetta e punitiva, continuò a fare male. Ma nessuno dei due avrebbe più potuto raccontarla. Né il boia, né la vittima. Berbick perse la vita nel 2006, un nipote gli aprì la testa con due colpi di machete, Ali perse la parola e la memoria. Una notte dimenticata, appuntodi emanuela audisio, la Repubblica, 5 dicembre 2011


 

Ali non vinse affatto le prime tre riprese. Se ne aggiudicò solo una e pare un miracolo. La quinta. Clyde Gray e Jay Edson diedero Berbick vincitore per 99-94, l’altro giudice, Alonza Butler, per 97-94. Dave Anderson sul New York Times scrisse: All’inizio Muhammad Ali poteva sembrare o stanco o annoiato. Poi è parso esattamente quello che è: un pugile vecchio che non dovrebbe essere autorizzato a combattere. Quando si è fermato e ha guardato Trevor Berbick dopo il nono round, ha capito di avere 39 anni e che non sarebbe mai più salito su un ring.

Dave Kindred sul Washington Post disse che Muhammad Ali, a cinque settimane dal suo 40esimo compleanno, ha perso stasera contro quell’avversario invisibile che è imbattuto ora e per sempre. Father Time, lo chiamò Ali. 

Quando il decimo round stava per cominciare, un uomo a bordo ring gridò: «Questo è l’ultimo round, questo è l’ultimo round della sua vita». L’ultimo pugno di Muhammad Ali è stato un gancio sporco alla testa di Berbick, soffocato, sordo, come il suono del campanaccio che stava segnando in quello stesso istante la fine del match. Berbick lo colpì tredici volte negli ultimi sedici secondi. Zack Clayton lo fermò, lo cinse alle spalle e lo portò via, pensando che in fondo avremo sempre Kinshasa. 

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