HO FATTO LE OLIMPIADI | CERTE VITE TRA I CERCHI #15
DI ELENA BUONOCORE
1964 ► Tre anni e mezzo dopo la maratona di quei Giochi, Kenji Kimihara bussò alla porta del suo amico e compagno d’allenamento Kokichi Tsuburaya all’interno della scuola d’addestramento fisico dei militari. Lo trovò morto. Aveva lasciato un biglietto: “Caro padre, cara madre, grazie per la patata dolce fermentata, era deliziosa”. I ringraziamenti proseguivano per un bel po’ fino alle righe finali: “Il vostro Kokichi è troppo stanco per correre ancora. vi prego di perdonarmi. I vostri cuori non hanno mai smesso di preoccuparvi e di aver cura di me”.
Era uno dei loro sette figli, nato con la gamba sinistra più corta della destra, da bambino aveva sofferto di artrite tubercolare. Nonostante tutto aveva seguito uno dei fratelli maggiori nelle corse scolastiche, alla fine del liceo si era arruolato nell’esercito. Aveva superato dei problemi alla schiena, così da aggiungere la maratona agli impegni già previsti nei 5 mila e nei 10 mila metri in pista. Aveva corso la prima prova solo a sette mesi dai Giochi e si era guadagnato un posto in squadra arrivando secondo alle selezioni, migliorandosi subito di cinque minuti. Era il più giovane della Nazionale ma il più atteso dopo il sesto posto nei 10 mila metri. A 7 km dalla fine, quando l’irlandese Jim Hogan andò in crisi, Kokichi si trovò secondo e all’ingresso dentro lo stadio era ancora nella stessa posizione, alle spalle di Abebe Bikila, l’etiope che aveva vinto scalzo a Roma, e che stavolta andava a ripetersi con un paio di scarpe.
Ma Tsuburaya era stremato. Il vantaggio sul britannico Basil Heatley si ridusse in mezzo giro, venne battuto in volata, il suo bronzo era comunque la sola medaglia giapponese dell’atletica giapponese a quei Giochi. Il successivo ciclo olimpico faceva affidamento su di lui e lo fece con ferocia. Kokichi venne costretto dai superiori a rinviare il matrimonio già fissato a dopo Mexico ‘68 per dedicarsi solo agli studi e alla maratona. Venne fatto sottotenente, doveva avere una sola missione: riscattarsi. Il fidanzamento si ruppe là. Un sovraccarico di allenamento gli portarono prima un’ernia del disco, poi una lombalgia, alla fine una lesione al tendine d’Achille, mancava poco meno di un anno alle Olimpiadi. Dovette operarsi, restò un paio di mesi in ospedale. Quando venne dimesso, provò a riprendere nonostante il dolore. Il vecchio amico Kimihara vinse la corsa alla quale Kokichi affidava le speranze di tornare al vertice. Capì che non ce l’avrebbe fatta. Tornò a casa per le vacanze di Capodanno del 1968 e gli dissero che la sua ex ragazza aveva sposato un altro uomo. Rientrò in caserma scosso, protestò con gli ufficiali, gli tolsero il sostegno del suo storico allenatore. Kokichi aprì la camera, scrisse il biglietto e usò un rasoio. Il suo suicidio è considerato il più grande dolore nella storia dello sport giapponese. Dopo la tragedia, il comitato olimpico ha iniziato a offrire supporto psicologico e assistenza per la salute mentale dei suoi atleti.
Fu Kenji Kimihara a salire sul podio in Messico, secondo dietro l’etiope mamo Wolde. Ha compiuto ottant’anni nello scorso mese di marzo. Nel 2016 era ancora al via della maratona di Boston.
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