L’aviatore che diventò un campo da tennis. Storia di Roland Garros

Quando nacque Roland Garros, nel tennis era la stagione dei gemelli Renshaw. William aveva tolto il titolo di Wimbledon a un reverendo anglicano, John Hartley, davanti a 193 spettatori. Era stato il primo a trasformare il servizio in una battuta aggressiva e inventò lo smash. Andava in vacanza in Costa Azzurra e si divertiva a recitare. L’altro, Ernest, riportò il titolo in famiglia un anno dopo che il fratellone se lo era fatto soffiare da Herbert Lawford, uno che aveva proposto qualcosa di lontanamente paragonabile al top-spin. Il giornale Field, ai tempi, scrisse che erano stati i Renshaw a trasformare un passatempo in uno sport. 

Tra le donne giganteggiava ancora adolescente Charlotte Lottie Dod, che sui prati londinesi aveva iniziato a vincere quindicenne, quattro volte battendo in finale sempre Blanche Bingley Hillyard. Praticava pattinaggio, alpinismo, fu due volte nazionale di hockey su prato e avrebbe vinto l’argento nel tiro con l’arco ai Giochi di Londra del 1908.  Di lei si dice che sia stata la prima a impugnare la racchetta con una mano sola. Pare che una volta abbia anche vinto un doppio (insieme con Herbert Baddeley) contro Ernest Renshaw e George Hillyard, che per inciso era il marito della povera Blanche. 

 

Tutto questo succedeva a ridosso del 1888, l’anno in cui nell’Oceano Indiano, a Saint-Denis de La Réunion, nasceva Roland Garros. Professione: aviatore. Come Borg con Vilas sul campo che avrebbe portato il suo nome, sarebbe diventato rivale di Adolphe Célestin Pégoud per il titolo di primo asso dei cieli. Pégoud veniva da Montferrat, un villaggio rurale su un collina che costeggia il lago Paludru, a metà strada tra Lione, Grenoble e Chambéry. Era di un anno più piccolo di lui e aveva diversi primati. Il primo a lanciarsi con un paracadute da un aeroplano. Il primo a compiere il looping, il giro della morte. Durante la prima guerra mondiale avrebbe abbattuto quattro aerei tedeschi, qualcuno dice cinque, tra febbraio e luglio 1915, prima di morire in combattimento il mese successivo, colpito dal sottufficiale tedesco Otto Kandulski, del quale lui stesso era stato addestratore.

 

Roland Garros poteva replicare a simili ardimentose imprese con il primato in volo sul Mediterraneo dalla Francia alla Tunisia senza scalo in 7 ore e 53 minuti, e inoltre quello di altezza da terra, essendosi sollevato a ventitré anni appena a 3909 metri, record portato in seguito a 4112. Allo scoppio della guerra lavorava come pilota con i fratelli Robert e Leon Morane e Raymond Saulnier, pionieri a loro volta e poi impegnati nell’industria aeronautica. Fu sua l’idea di armeggiare sulle pale dell’elica per corazzarle e poter montare sul cofano una mitragliatrice, così da sparare nella stessa direzione del volo. Fu in questo modo che riuscì ad abbattere cinque aerei nemici, attirando su di sé la pubblicità della stampa e della propaganda nazionalista. Anche più di Pégoud. In America, a Detroit, si stava diplomando in quei giorni il figlio di due immigrati svedesi, un avvocato e un’insegnante di chimica. Si chiamava Charles Lindbergh e sarebbe salito per la prima volta su un aereo quattro anni dopo la morte di Roland Garros. 

 

Matteo Sacchi sul Giornale ha raccontato che sin da bambino sognava di volare (quasi allucinazioni notturne, poco ci mancò che saltasse da una finestra), assistette ad una dimostrazione dei primi rudimentali velivoli vicino a Reims. Restò folgorato. Decise di comprare un «aereo». Uno sforzo economico enorme per lui. Fortunatamente però le cose gli stavano andando bene, anche se ancora privo d’ali era già esperto di motori e, a soli vent’anni, si era scoperto un ottimo commerciante di automobili. Furono le auto a fornirgli i diecimila franchi necessari a comprare una «Demoiselle»: uno dei prototipi di aereo meno costosi dell’epoca. Progettato dal brasiliano Alberto Santos-Dumont, questo monoplano, all’origine, pesava solo 56 chili e aveva un motore da 18 cavalli (molti scooter di oggi sono più potenti). Vere istruzioni per pilotarlo non ce n’erano. Se si era abbastanza pazzi per farlo si saliva e si provava. Garros era abbastanza pazzo. Il primo volo si trasformò in una violenta collisione con un altro apparecchio prima ancora del decollo. Garros continuò a provare. Rivelò presto un talento naturale. Iniziò a girare di dimostrazione aerea in dimostrazione aerea. Era nato un mito dell’aviazione

 


  pagine | Potrei parlare di una vocazione. Sin da bambino ho sognato spesso di poter volare, senza macchinari, sfruttando solamente il mio corpo. Come? È difficile spiegare. Dovevo inspirare e trattenere nei polmoni quanta più aria potevo, e intanto agitare le braccia con un movimento faticosissimo, a metà strada tra le bracciate di un nuotatore e i battiti delle ali di un uccello. Allora decollavo in un volo stentato, penoso nell’ascesa – gradevole e stabile durante la discesa in planata. C’erano gli incubi di volo e i sogni di volo. Un esempio di incubo: un toro furibondo mi insegue, la via di fuga è sbarrata da un ostacolo – uno sforzo disperato e passo oltre… per via aerea. Un esempio di sogno: in una notte chiara e serena, senza ansie, anzi con una sensazione molto piacevole, esco dalla finestra e volo silenzioso sopra una città illuminata (di solito Nizza); mi fermo davanti ai balconi, agli abbaini delle mansarde, sorprendo gli innamorati dalle finestre. Pare che il sogno del volo sia un fenomeno ben noto ai fisiologi del sonno.

di roland garros, Appunti in L’uomo che baciava le nuvole  (66thand2nd)


 

A 22 anni era stato alla scuola di volo di Louis Bleriot a Buc. Nel 1911 aveva partecipato alla gara Parigi-Madrid di 1406 km, iniziata in modo tragico con un aereo in fase

di decollo caduto sulla tribuna delle autorità. Uccise il ministro della guerra Maurice Berteaux e ferì il presidente del Consiglio Ernest Monis. Anche a Garros capitò di precipitare, nei pressi di San Sebastian, e poi di nuovo pochi giorni più tardi durante la Parigi-Roma-Torino. In volo si era portato delle uova sode, sostenendo che mettevano le ali. Esatto, come quella roba là. 

Il dispositivo a cui aveva lavorato con i Morane era un’evoluzione di un brevetto già depositato del 1914. I proiettili utilizzati dalla mitragliatrice Hotchiss da 8 millimetri non erano perfetti e il ritardo tra l’azione del percussore e l’effettiva deflagrazione era tale da rendere vano ogni tentativo di messa a punto. Rinforzando tutta la struttura, dall’elica all’albero, disponendo due coni in ghisa sulle pale all’altezza della bocca della mitragliatrice, Garros ottenne l’effetto di riuscire a sparare con una certa efficacia attraverso il disco dell’elica senza rischiare di distruggerla.

Fino a quel momento la sola possibilità di combattimento aereo consisteva – ehm – nel lasciare i comandi, imbracciare il fucile o una pistola e scambiarsi qualche proiettile qua e là. I piloti tedeschi furono spiazzati dall’innovazione. I cinque aerei che Pégoud aveva abbattuto in cinque mesi, furono colpiti da Garros in tre settimane. La Francia in guerra sentì di avere una incontrastabile supremazia nei cieli.

Finché nell’aprile del 1915, mentre attaccava la stazione ferroviaria di Courtrai, probabilmente nella nebbia, Garros venne colpito dal fuoco di terra. Un proiettile ruppe i condotti del carburante e fu costretto a un atterraggio di emergenza. Venne catturato dai tedeschi prima di riuscire a distruggere il monoplano, dove era ancora montato il marchingegno rivoluzionarono.

I tedeschi raccolsero il Parasol e lo affidarono a un giovane ingegnere olandese affinché lo studiasse. Anthony Fokker diventò il più micidiale tra i copisti, realizzando il suo mortale Fokker Eindecker, l’arma che ribaltò le gerarchie militari nei cieli, in mano a piloti come Max Immelmann e Oswald Boelcke. Il suo velivolo diventò il flagello di Fokker. 

Garros riuscì a fuggire dal campo di prigionia nel febbraio del 1918, rientrò in servizio attivo. Partecipò a dei corsi di aggiornamento nel volo (a Pau) e nel tiro (a Cazaux). Gli aerei erano completamente cambiati nel giro di pochi anni. Altre velocità e potenze. Si unì alla ventiseiesima squadriglia a Beauvais il 20 agosto e ottenne un’ultima vittoria il 2 ottobre 1918. Tre giorni dopo venne abbattuto con il suo Spad sopra Saint-Morele e ucciso in battaglia da 7 caccia, a sole cinque settimane dalla fine della guerra. Il suo corpo era sfigurato. È sepolto a Vouziers, nelle Ardenne

 

Nel corso della prigionia tenne quello che è stato chiamato un Diario o delle Memorie, ma che lui chiamava in realtà Appunti. Qualche anno fa il documento è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd nella sua versione integrale, con la traduzione di Marco Lapenna e il titolo L’uomo che baciava le nuvole. Più che ancora che un’autobiografia – scrisse Gabriele Romagnoli sull’inserto Tuttolibri de la Stampa – si tratta di un romanzo di formazione, ma non di un personaggio, dell’aeronautica stessa, dai primi sgraziati balzi nel tentativo di sollevarsi, ai voli su tutto il pianeta, fino alla morte di cui si fa strumento in guerra. È un romanzo dapprima corale, che coinvolge girovaghi avventurieri, folli impresari, pericolose passeggere tutti talmente squilibrati da cercare un diverso allineamento in aria. Soltanto nella parte finale, dal 1914, diventa il racconto di un’esperienza individuale, la scintilla si muta in fuoco, il decollo in commiato e nel descrivere i primi duelli aerei Roland Garros prelude al capitolo che non può scrivere: quello della sua morte tra le nuvole


  «Regolai la cintura della leva di svergolamento e presi posto nel velivolo, senza casco né occhiali… Ero emozionato ma al tempo stesso risoluto». 

 

«Appena uscito dall’hangar accelerai a fondo e decollai praticamente sul posto, trasportato dal vento… Ero sballottato da una parte all’altra come un tappo di sughero in mezzo alle onde. Le ali si torcevano – sentivo che erano sul punto di cedere… Poi si verificò un fenomeno spaventoso e inspiegabile: di colpo mi sentii sollevare, l’apparecchio veniva proiettato verso il cielo in una posizione incomprensibile. Vedevo gli alberi pendere a testa in giù… Mi risvegliai dall’incubo quasi subito. L’aereo era tornato in posizione normale…». 

 

«Il decollo fu dolcissimo, impeccabile… L’orizzonte si era fatto più ampio. Scivolammo nell’aria perfettamente calma con un ronzio ovattato». 

di roland garros, Appunti in L’uomo che baciava le nuvole  (66thand2nd)


Il manoscritto è stato a lungo ritenuto perduto o perfino inesistente. Nella prefazione al libro, Philippe Forest scrive che per molto tempo ho creduto che fosse una leggenda. Stavo per scrivere: un divertissement. Un divertissement di Blaise Cendrars, le cui capacità di falsificazione autobiografica furono tali da mettere in guardia persino il lettore più credulo, anche sugli aneddoti più autentici di cui rende conto. 

«Il Diario» scrive Cendrars nel 1949 «resta tuttora inedito. Garros ne fece battere cinque copie che consegnò personalmente a cinque amici, per la maggior parte compagni di avventure di New Orleans, Città del Messico e L’Avana, con la condizione esplicita che non fossero pubblicate né consegnate alla stampa. Eppure riuscii a mettere le mani su uno dei cinque esemplari, scomparso purtroppo a fine giugno del 1940 insieme a tutte le mie carte, durante il saccheggio della mia casa di campagna nella Seine-et-Oise. L’esemplare in mio possesso era un manoscritto di 286 pagine, scrupolosamente dattilografate sul recto e sul verso, su fogli di carta “Hollande” di piccolo formato che potevano ricordare la carta da lettere di una signora del gran mondo o quasi, senza interlinea, paragrafi o nessun tipo di margine, dattilografati in blocco, un lavoro solido, a prova di errore, senza una cancellatura. Una cosa fatta bene, insomma. Mai visto niente di simile. Raccontare il modo in cui l’avevo ricevuto sarebbe scrivere un altro romanzo. Non è escluso che un giorno non lo faccia, ma mi pare tutt’altro che probabile».

 

Gabriele Romagnoli ha scritto che nei suoi appunti l’aviatore evita l’esibizione del peggio di sé, anche con qualche innocente omissione, lasciando agli altri sbronze e bordelli, a sé riservando notti insonni sui piani di volo. Il Roland Garros che ci si presenta è un freddo appassionato: coniuga determinazione ed empirismo. Non sa, prova. Non si affida alla scienza ma all’incoscienza. L’era dei pionieri che ci racconta è naif e al contempo temeraria. La morte era contemplata come un orizzonte. C’è un filo teso che unisce i giri della morte ai cocktail da Stag, le trasvolate da Tunisi a Roma ai duelli bellici. Su quel filo Roland Garros procede con l’andatura di un funambolo. Sempre sospeso su di noi, sempre con gli occhi a un punto lontano, ma sempre consapevole che niente varrà quanto il tragitto. Roland Garros non si è limitato a baciare le nuvole, le ha sposate e poi le ha fortemente volute come impalpabile sudario

 


«Il tempo si definiva bello quando in mezzo al campo il fumo di una sigaretta saliva seguendo una perfetta verticale. Altrimenti era tempesta». 

di roland garros, Appunti in L’uomo che baciava le nuvole  (66thand2nd)


Dov’era finito il manoscritto? Nel febbraio del 1918, quando evase dal campo di Magdeburgo insieme al tenente Marchal (travestiti entrambi da ufficiali tedeschi per superare le sentinelle), Roland aveva ben altre preoccupazioni. Non poteva certo portarsi dietro, oltre agli abiti civili e altri accessori, quella mezza dozzina di quaderni. E così rimasero a Magdeburgo. Dopo la morte di Garros e l’armistizio dell’11 novembre, fu solo grazie alle ripetute insistenze dell’amico Jean Ajalbert che gli ex carcerieri radunarono gli effetti personali del pilota per spedirli in un baule al comando della SPA 26. Di lì la cassa arrivò al castello di Malmaison, di cui Ajalbert era curatore. Non fu senza emozione che vi scoprì il racconto palpitante dei cinquantanove mesi dedicati all’aviazione. Pare che sia stato lo stesso Ajalbert a farle battere a macchina. Secondo lo storico dell’aviazione Edmond Petit, Ajalbert rimase in possesso di una copia, che poi cedette a Charles Dollfus e che figura oggi nell’inventario del Museo dell’aria e dello spazio di Le Bourget: è il nostro esemplare

 

  Il bello di Garros è che aveva paura. Il vero eroe è un uomo che domina la paura

Jean Cocteau

 

Giuseppe Scaraffia sul Venerdì ha raccontato che i successi internazionali avevano fatto di Garros una vedette del Tout-Paris. Lì aveva incontrato un giovane dandy sempre attratto dal nuovo, Jean Cocteau, che era rimasto affascinato dallo spericolato aviatore. Con lui il poeta aveva visto per la prima volta Parigi dall’alto e se ne era vantato in versi e in prosa. Misia, per non essere da meno, era entrata nella carlinga di Garros vestita nel più strambo dei modi ma era rimasta talmente terrorizzata dal giro della morte e dalle picchiate che aveva impiegato vari giorni per rimettersi. Quando durante uno spericolato giro in auto, una vecchietta inviperita gli aveva gridato dietro assassino, Garros aveva commentato sorridendo: – Non sa quanto ha ragione. Lo aveva particolarmente impressionato un duello di dieci minuti sopra Dunkerque. L’aereo di Garros era stato colpito ma quello dell’avversario, crivellato di colpi, si era incendiato prima di schiantarsi al suolo in un turbine di fuoco. I due minuti impiegati per cadere gli erano sembrati interminabili. Dopo essere atterrato aveva voluto andare sul posto dove lo spettacolo dei corpi bruciacchiati e sanguinanti gli era sembrato un incubo atroce. La vigilia della morte Garros era andato da Cocteau che ne aveva fatto un curioso ritratto col capo chino e le palpebre abbassate. Come se l’aviatore si stesse sottomettendo al destino. Gli ultimi conoscevano la sua attrazione per la fine. Garros aveva confidato a Isadora Duncan di desiderare soltanto la morte. Proust, che aveva perso l’amato Alfred Agostinelli in un incidente aereo, aveva scritto a Cocteau: – Mi consola pensare che lei, che l’ha tanto amato, sentirà la dolcezza di averlo fissato per sempre con i suoi versi in un cielo dove non ci sono più cadute e i nomi umani restano come quelli delle stelle

 

Matteo Sacchi sul Giornale ha concluso che Garros nei suoi passaggi più belli può tranquillamente far compagnia ai grandi scrittori volanti venuti dopo di lui, come Saint-Exupéry o James Salter. Dell’uno ha le leggerezze, dell’altro la precisione descrittiva

Dieci anni dopo la sua morte, il 29 luglio del 1928, gli veniva dedicato il centro per il tennis. I primi a vincere davvero al Roland Garros sono stati René Lacoste e Helen Wills Moody

 


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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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