Tampa Bay, Qatar, Melbourne. I primi ritorni negli stadi
I 12 mila spettatori tamponati entro le 72 ore precedenti la partita negli stadi mondiali di Qatar 2022 per i Mondiali di calcio di club. I 25 mila spettatori di Tampa Bay per il Super Bowl mescolati a 40 mila sagome di cartone. I 18 mila che ieri hanno comprato il biglietto per la prima giornata degli Australian Open in Melbourne.
A vederla tornare, quella che chiamiamo normalità – a vederla tornare attraverso le immagini che rimbalzano dal mondo attraverso lo sport, dentro questa vita sospesa che ci siamo acconciati a definire nuova normalità – fa uno strano effetto. Non distingui più il vero dal falso, cosa arrivi a scalzare cosa. Primo perché l‘onda della folla che quasi non riconosci più viene da mondi assai distanti tra loro: dall’Australia quasi covid free, con un governo rigoroso verso tennisti e compagnia, fino agli USA che sono ancora nel pieno della pandemia. Secondo: perché noi abbiamo questo blocco, fuori e dentro. La foto di una folla in una piazza italiana non è ancora riconquista ma imprudenza.
Stefano Massini su Repubblica ricorda che la canzone di Freddie Mercury The show must go on nacque 30 anni fa, ma per quanto riguarda l’Italia oggi “assomiglia sempre più a un imperativo negato, perché i sipari restano chiusi e i botteghini sigillati”. Scrive invece che lo spettacolo visto all’intervallo del Super Bowl, l’esibizione di The Weeknd (contestata da The Ringer per la scelta dei temi delle canzoni), “passerà alla storia – si legge su Repubblica – per aver dimostrato che la ripresa della vita, in tutte le sue manifestazioni, è un’urgenza imprescindibile e innegabile, purché venga declinata nella consapevolezza del contesto. Continuare con la tassativa repressione di tutto ciò che è socialità, sta creando degli effetti collaterali catastrofici non meno devastanti dell’epidemia, e non facilmente minimizzabili solo perché impossibili da tradurre nel pallottoliere dei bollettini alle 18. Ho chiesto su questo giornale la riapertura dei teatri (tutti però, non solo l’Ariston per 5 sere ), e ho scritto che sarebbe un errore la soppressione di Sanremo, proprio per le stesse ragioni per cui poteva essere sbagliato far saltare il Super Bowl. I 7.500 già vaccinati che sedevano al Raymond James Stadium incarnano la prova esplicita che il vaccino è l’unica via per riappropriarci di tutto quello che ci è stato tolto, e la loro celebrazione è quella di una sana, umana, umanissima fame di socialità”.
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Slalom 29 marzo 2020
La folla è un’eccezione. Qual è la nostra quotidianità?
Massimo M. Veronese ha raccontato ieri in una bella pagina sul Giornale le storie e i giorni a metà degli speaker negli stadi italiani, alcuni regolarmente al lavoro come nulla fosse, con gli stessi decibel e lo stesso urlo di prima. “Era l’incubo di Eduardo Galeano – ha scritto – il maestro narratore brasiliano che raccontava splendori e miserie del gioco del calcio: «Siete mai entrati in uno stadio vuoto? Fate la prova. Fermatevi in mezzo al campo e ascoltate. Non c’è niente di meno vuoto di uno stadio vuoto. Non c’è niente di meno muto delle gradinate senza nessuno»”.
C’è Mirko Mengozzi dell’Inter che al gol di Eriksen nel derby ha fatto “un carosello pazzo di urla ritmate come fosse al Carnevale di Rio”. C’è Matteo Vespasiani (Roma) che ha scoperto come l’Olimpico «con il pubblico sembra molto più grande». Al Sassuolo c’è Roberto Trapani, l’unico speaker – dice il Giornale – che tifa per un altra squadra, cioè il Genoa. Donne? A Trapani: Claudia Parrinello. Alessandro Pomarè (Udinese) si è dato al volontariato: portava la spesa a casa degli anziani. Germano Lanzoni quando segna il Milan dice che prima perde i freni e poi gli pare che «quando finisce l’esultanza precipita il silenzio della steppa».
Su questo strano silenzio rotto dalle voci che arrivano dall’ex normalità, Wolfram Goertz in Germania su Die Zeit scherza: “Si dice che alcuni annunciatori da stadio soffrano così tanto di sintomi di astinenza che quando la loro squadra sta giocando, siedono febbrilmente a casa nel loro soggiorno e continuano a fare tutti i loro soliti annunci. Presumibilmente spengono l’audio della televisione, si schiariscono la gola e parlano in un microfono il cui cavo non è collegato a nessuna presa: “Il piccolo Lennart può essere preso dai suoi genitori all’ingresso del blocco D13”, “Per favore, non sparate prodotti pirotecnici”, “Esce con il numero 7 Markus Hinterstöger, entra con il numero 21 Djibaye Passebien”.
Anche in Germania ce ne sono alcuni tuttora in servizio nonostante le porte chiuse.
Allo stadio del Mönchengladbach, per esempio. Die Zeit scrive che “l’annunciatore dello stadio senza pubblico si preoccupa di simulare l’autenticità. Tutto deve essere come sempre, soprattutto l’atmosfera: inconfondibile. In assenza dei tifosi, gli allenatori gridano ancora più forte. Nella pay TV lo spettatore può scegliere l’audio dei cori con un tasto: funziona come le risate finte delle sitcom americane. Ma gli annunci negli stadi non hanno destinatari.
Sono voci che gridano nel deserto e assomigliano a dei pastori che predicano in una chiesa vuota”.
Tuttavia, scrive Die Zeit, e qui si fa fatica a capire se sono seri o stanno cazzeggiando, “sarebbe negligente rinunciare al sottofondo in questo momento. Come i giocatori, pure gli speaker devono rimanere in forma, coltivare il timbro della voce e allenare il tono.
Senza fare pratica, la forma potrebbe scoprirsi scadente nel lontano giorno in cui torneranno sugli spalti in 50 mila. Sarebbe davvero assurdo: gli stadi pieni e gli annunciatori fuori forma”.