Come Cortina diventò Cortina

Poteva succedere che una 22enne Sofia Loren dopo diciannove film, quando era già stata Cleopatra accanto a Sordi e Gemma figlia del cuoco in seno alla famiglia di Totò, pizzaiola per De Sica, giovane ladra canaglia per Blasetti, mugnaia per Camerini e irresistibile pescivendola per Carotenuto cavalier Antonio – poteva succedere che arrivasse a Cortina d’Ampezzo e con estrema gentilezza confessasse di non esserci mai stata prima, di ignorare anzi qualsiasi cosa avesse anche un lontano rapporto di parentela con la neve. 

Cortina sarebbe diventata veramente Cortina poco dopo, una volta spenta la fiaccola dei Giochi invernali del 1956, l’evento che trasforma un deserto bianco in un’attrazione globale. Non sono passati neppure quattro decenni dal momento in cui è diventata terra d’Italia, alla fine della prima guerra mondiale. Mario Ferruccio Belli, in Storia di Cortina d’Ampezzo (Tamari editore) racconta che il 27 maggio del 1915 un certo tenente Edmondo Matter e il suo plotone di fanti scendono da Passo Tre Croci, camminano con molta prudenza nel bosco, s’affacciano nella conca su cui vigilano le Tofane e temendo schioppettate da un presunto presidio nemico, s’accorgono che il presidio non c’è più. Da quattro giorni. Così con cuore più leggero, i fanti raggiungono Cortina e si meravigliano – scrive a questo punto Belli – nello scoprire che tutta la popolazione si esprime in corretto italiano

Nella sua ricostruzione secolare delle vicende del Cadore e dell’Ampezzano, ci sono i Romani che dribblano la regione, senza così tracciare una delle loro vie consolari, e c’è la scelta di legarsi a Venezia quando si impone una scelta tra la Serenissima e le forze imperiali che premono dal Nord. Arrivano i soldati dalla Baviera e poi gli Austriaci – procede Belli – e questi ultimi segnano la strada di Alemagna, incaricata di cancellare l’isolamento cadorino, in un certo senso il vero inizio dell’era fortunata per l’economia locale. 

Tutte le notti, inverosimilmente, sogno di sciare

Dino Buzzati

| radici  I Mondiali del 1941  ➔  Cortina aveva avuto la buona occasione per mostrarsi già nel 1941, quando le erano stati assegnati i Mondiali di sci, ma nel frattempo di mondiale le era soprattutto scoppiata intorno la seconda guerra, depotenziando l’evento, trasformandolo in atto di propaganda del regime, senza la partecipazione dei francesi, dei britannici e degli americani, con una risicata presenza giapponese.

Nicola Sbetti, docente di Storia dello sport presso il dipartimento di Scienze per la qualità della vita all’Università di Bologna, ha ripercorso quei giorni per Ultimo Uomo, scrivendo che i Mondiali e gli eventi sportivi internazionali erano funzionali a celebrare i successi militari, a legittimare le nuove conquiste, ma soprattutto a rassicurare la popolazione. Rappresentarono un tentativo da parte dei paesi dell’Asse di normalizzare la propria effimera egemonia”

Sulla stampa italiana dell’epoca – racconta – la Cortina dei Mondiali veniva rappresentata come «un’oasi franca dove gente di ogni contrada si muove a suo agio, convive in cameratismo e cordialità, sotto il segno riappacificatore dello sport» e come un «bellissimo esempio di serenità e di superiore civiltà che attraverso questo raduno l’Italia Fascista mostra al mondo»

Il Corriere della sera parlava per esempio degli sciatori come di rappresentanti degli eserciti d’Italia, di Germania, della Svezia, della Finlandia, della Svizzera, della Jugoslavia e della Slovacchia

Due anni dopo, con la caduta del governo Mussolini e l’armistizio, Cortina non rientrò nei territori di Salò, ma finì sotto il controllo della Germania nazista fino alla Liberazione. Su pressione in particolare della Norvegia, quell’edizione dei Mondiali sarebbe stata dichiarata nulla.

| svolte  Il turismo da Giochi  ➔  Cortina sarebbe diventata Cortina per la prima volta con 27 mila turisti in arrivo per i Giochi. In un inverno dalle temperature alte e con poca neve. Alla vigilia delle gare accadde che una ditta americana mise a disposizione per otto milioni un carro armato che, sparando, scrisse il Corriere della sera, avrebbe dovuto provocare abbondanti nevicate. L’Italia aveva già speso 4 miliardi di lire per le sue Olimpiadi invernali, quattro anni prima dei Giochi estivi di Roma, e avrebbe anche aggiunto altri otto milioni, ma gli americani – parole di Alberto Cavallari – non garantivano la neve. Dissero i tecnici che il cannone avrebbe fatto cadere certamente qualche cosa dal cielo, ma questo qualche cosa poteva anche essere pioggia

In compenso la pista di bob era velocissima, un record dietro l’altro, e il segreto venne individuato nella mancanza di calcio nell’acqua

Cortina sarebbe diventata Cortina con i primi turisti d’oltre cortina (battuta scema).

I primi cittadini sovietici che dopo la rivoluzione di ottobre ottennero di visitare turisticamente un Paese dell’Europa occidentale. Arrivarono di notte a Dobbiaco dopo aver passato la frontiera a Tarvisio. Non era mai accaduto che l’URSS autorizzasse un viaggio in Italia senza un motivo tecnico o politico. Bisogna riandare al tempo del soggiorno di Gorki a Capri per ritrovare in Italia qualche comitiva russa, raccontò Cavallari, inviato di costume per il Corriere ai Giochi. 

I russi furono 64 in un primo scaglione e un secondo li avrebbe fatti salire a 100. Avevano viaggiato da Mosca in treno per quattro giorni, accompagnati da due funzionari di Intourist e un addetto di una compagnia di viaggi. Avevano proseguito a bordo di due pullman fino a raggiungere Tolmezzo e Ampezzo. 

 

  “I turisti scesero lentamente, in  fila indiana, reggendo piccole valigie di fibra. Nessuno aveva valigie di pelle. Fra i Russi ci sono dieci donne e solo due di esse avevano indosso pellicce. Queste donne si tolsero i cappotti e restarono in pullover. Gli uomini lasciarono nel corridoio i loro cappotti nuovi, alcuni comprati in Germania. Risaltò una varietà di vestiti: abiti sportivi di tweed, di ordinario panno e velluto, abiti comprati fatti, generalmente grigi. Nessuna donna aveva il rossetto, nessun uomo era in camicia bianca. Cominciarono a parlare sottovoce, assai composti, un po’ timidi. Nel complesso potevano sembrare una comitiva di piccoli impiegati, di piccola gente. La comitiva ha mantenuto in stretti limiti le spese del viaggio in Italia: ha prenotato alberghi di terza e di seconda categoria. L’unica grossa spesa è stata fatta per comprare i biglietti delle Olimpiadi: complessivamente quattro milioni. Così hanno sacrificato il resto, scegliendo di vivere in ambienti di un’Italia modesta: l’Italia delle stanze a tre letti, del bagno in comune, della colazione a prezzo fisso, del farmacista che fa lo scopone nel bar coi pompieri del paese

 

Chi sono questi primi turisti russi a Cortina? Insegnanti di ginnastica, due ingegneri, tre impiegate, tecnici di fabbrica, operai. C’è Sergej Mikhalkov, l’autore delle parole dell’inno nazionale sovietico, scrittore di libri per l’infanzia, padre di Nikita Michalkov e di Andrej Končalovskij. Ci sono il romanziere Veniamin Aleksandrovič Kaverin, il poeta Semën Isaakovič Kirsanov, due umoristi della rivista Krokodil: Dichovithny e Slobodskoyi.

Cortina ha disposto in quei giorni il blocco delle auto. Per muoversi restano i mezzi dell’organizzazione. Un posto da autista viene offerto un posto di autista a Raf Vallone, ex calciatore del Torino che si è dato al cinema. Racconterà di aver incrociato per le strade della cittadina un tipo lento, balbuziente, dallo sguardo curioso. Un giovane francese già tre volte candidato al premio Goncourt, del quale aveva letto l’ultimo libro: L’humeur vagabonde“. È Antoine Blondin, il quale gli confessa che «la professione di giornalista è più dura di quella dello scrittore perché è meno libera. Non si può chiamare all’appuntamento il talento alle quattro del pomeriggio». 

Beviamo un aperitivo insieme – scrive Vallone al Corriere della sera – e mi dice che non vuole più scrivere per il cinema perché registi e produttori travisano tutto. Gli do ragione

I turisti presenti a Cortina sono raccontati come uomini e donne che passano l’estate a Capri e che disertano le gare delle cinque perché si comincia a quell’ora la canasta. Ci sono i patiti dello sci che hanno lasciato l’ufficio e ci tornano con una gamba ingessata: ci sono i tecnici delle nevi piemontesi che vengono a criticare gli istruttori veneti: e i maestri di sci veneti che vengono a criticare i piemontesi. Un pubblico di habitués della neve.

Gian Maria Dossena, per la Gazzetta dello sport, descrive la Cortina della vigilia come “sospesa in uno stato d’animo non definito: si affaccia al limite di una scadenza attesa e lungamente assaporata, e tuttavia appare ancora restia a decifrarsi, quasi voglia prorogare al massimo la gioia di specchiarsi nella sua veste di gala. Ed oggi sembra fremere d’ansia, percorsa da un vento sottile che muove mille bandiere, mentre in chiusura scrive che l’Italia facilona e improvvisatrice ha dunque mostrato un nuovo volto

Giulio Crosti su l’Unità commenta che il fascino di Olimpia ha conquistato noi come tutti quelli che sono stati presenti in questi giorni a Cortina e questo spirito bisogna alimentarlo, tenerlo in vita, farlo conoscere

Con il nom de plum di Martin, un inviato de l’Unità racconta che un vecchio signore, che lacrimando stava con gli occhi fissi alla fiaccola, ci ha detto: «Mio fratello è morto sulle Tofane; io ero nella sua compagnia. Quanti alpini hanno lasciato la vita su quelle dannate rocce. Oggi sulle Tofane splende la fiaccola olimpica, un falò amico, un simbolo di amicizia e di amore, di pace. Sono commosso. Scusi le mie lagrime. Forse sono un po’ retorico»

Cortina sta entrando nell’età della sua metamorfosi. Un teatro di guerra trasformato in un simbolo del divertimento. C’è una Cortina sognata che sta lasciando il posto a una Cortina goduta.

Nel volume Cortina. Dicono di lei (Elleboro, a cura di Lorenzo Notte) sono illuminanti le citazioni e le definizioni d’autore. Per Giosuè Carducci Cortina era bellissima, Ernest Hemingway la trovava dolce, Alberto Moravia la considerava un doloroso miraggio, in Eugenio Montale sollecitava il ricordo della moglie, in Dino Buzzati l’emozione della prima scalata e in Goffredo Parise l’idea della gioia (allora cominciare a sciare, ascoltando i suoni interni dei propri muscoli, del respiro, dello sguardo e soprattutto il suono della propria energia in espansione, allora, e solo allora e per pochi istanti, si può dire e ripetere e ricordare: Sì, sono e sono stato veramente felice di vivere). 

Francesco Chiamulera su Corriere del Veneto ha scritto: Tutti, o quasi, a Cortina sanno che quassù passeggiava Montanelli, in molti ricordano che Comisso, Zanzotto, Mario Luzi e Milena Milani si ritrovavano intorno ai canederli rustici della mitica Rachele Padovan, che Moravia aveva passato un anno al Codivilla nel ’24 per curarsi una tubercolosi ossea. Meno si sa forse che Saul Bellow la menzionava nel suo A Theft nel 1989, che Vladimir Nabokov vi passò giornate serene a caccia di farfalle con la moglie Vera, al Cristallo. O che Vita Sackville West, amante di Virginia Woolf, vi venne negli anni venti sulle tracce ideali di un’altra inglese anticonformista, Amelia Edwards

 

Non che per le Olimpiadi i cortinesi abbiano aumentato i prezzi, questo non è vero, hanno semplicemente conservato quelli degli anni scorsi adeguati alla clientela di lusso che (sempre meno numerosa) frequenta abitualmente la perla delle Dolomiti. I cortinesi non si vogliono rendere conto che il tempo dei nababbi è al tramonto, che è meglio ricevere diecimila clienti a tremila lire al giorno che trecento a diecimila. Ma questo è un discorso vecchio, il caro albergo è un male del turismo italiano, non per nulla la schiera dei campeggiatori sta aumentando a dismisura. D’altra parte, dopo che sei rimasto per dieci giorni in un albergo, ti rimangono in tasca soltanto le monete per le nazionali, se hai ancora le gambe per andare ai giardini pubblici a dormire su di una panchina

di martin, l’Unità, 8 febbraio 1956

 

Cortina al cinema

 

  Il cinema ha molto contribuito a scolpire una certa idea di Cortina in quello che chiamiamo immaginario collettivo. Occhio alle date. Il Conte Max è del 1957. L’anno dopo i Giochi. È il film al quale Michele Masneri qualche anno fa su Rivista Studio faceva risalire la nascita di una fenomenologia cortinese”, di una tradizione insomma più antica rispetto al cinepanettone di Vacanze di Natale.

Masneri scrive che nell’osservare i personaggi, da allora a oggi, nulla è cambiato in cinquant’anni di aspirazioni italiane, Cortina è sempre Cortina. Com’è possibile?

Ha rivolto nel suo pezzo la domanda a Giovanna Nuvoletti, giornalista, fotografa, scrittrice, con un romanzo ambientato a Cortina (Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più), dove suo padre – il conte Giovanni Nuvoletti – è stato un simbolo della Vita, se non Dolce, certo Brillante. 

«La bellezza di Cortina – dice – non è discutibile. Perché è fatta dello stesso materiale di Capri. Le Dolomie, me lo diceva appunto mio padre, sono le stesse rocce dei Faraglioni. È quello che dà al paesaggio quell’aria inimitabile, le dolomie sono depositi legati al mare, e ai piccoli crostacei che anticamente conteneva. Il signor de Dolomieu li studiò».

La Cortina che racconta Giovanna Nuvoletti – precisa Masneri – è molto diversa da quella vanziniana” e dunque quella che chiama “cafonalizzazione di Cortinaviene individuata negli Anni ‘70 con «una certa invasione di generone romano – spiega – le cui rappresentanti femminili si coprivano d’ori anche in pieno giorno, e non sapevano neanche sciare. Anche calabresi. La definitiva mutazione pre-Suv c’è stata negli anni Ottanta, quando hanno cominciato ad affacciarsi signore in Ferrari Testarossa con moon boots di pelo e gioielli di pomeriggio». 

Secondo Masneri tutte queste signore che si affacciano su Corso Italia in direzione Cooperativa (il supermercatone sulla via principale che è un po’ il luogo cult di ritrovo, dove si possono trovare ragazzini in Moncler e col Blackberry, e le cui buste della spesa in tela gialla con una margheritona stilizzata sono spesso sfoggiate come status symbol di ritorno a Roma), con gonnoni a fiori e bustini a stelle alpine non si abbiglierebbero mai in questo modo nelle località di provenienza, nemmeno pagate molte decine di migliaia di euro. Pellicce, Ferrari, dirndl, gioielli. È forse l’unico posto in cui si possono trovare ancora maschi adulti che in pieno pomeriggio passeggiano con cappotti di visone, mantelli di leopardo. Ma non sarà che alla fine Cortina piace sempre ai (nuovi) ricchi proprio perché alla fine è un mite paesotto democratico, col suo Corso, i suoi riti tutto sommato semplici, non dissimili da quelli di provenienza, e nessuna discriminazione per il new money. Forse a St. Moritz o a Gstaad si avrebbero ben altre difficoltà, non solo linguistiche.

 

«Tanti di quelli lì che si fanno vedere impellicciati e col macchinone spesso sono dei poveracci. Per pagarsi la vacanza da ricchi fanno un prestito da 15 mila euro e poi lo pagano con le rate».

Massimo Boldi

 

Prima de Il Conte Max, Cortina era stata il set di film fatti di avventura e adrenalina, come Il gigante delle Dolomiti nel 1926 e Montagne in fiamme nel 1931. 

Sarebbero poi venuti il romanticismo di Amanti (De Sica regista con Faye Dunaway e Marcello Mastroianni), Mercoledì delle ceneri (Elizabeth Taylor), Ladyhawke (con Michelle Pfeiffer), la leggerezza di La pantera rosa (Peter Sellers, David Niven, Claudia Cardinale), oppure un genere a metà strada tra tutti i precedenti con Solo per i tuoi occhi (lo 007 di Roger Moore) e Cliffhanger (Sylvester Stallone). 

 

Cesare Cunaccia su Vogue ha scritto che “Cortina è sempre Cortina, malgrado gli intasi di traffico e la disco imperversante nei rifugi, malgrado i berci dei nuovi protagonisti wild. Cortina è tradizioni radicate, la messa di Natale più bella – e più lunga del mondo – nella Collegiata, ricchezza di abiti e gioielli autoctoni stupefacente, una matrice sinceramente ladina sopravvissuta perfino al selvaggio sacco turistico. Cortina è boschi di smalto a Ciampusto, il brivido delle Tofane, perdersi sci di fondo ai piedi verso Dobbiaco.

Le si può parodisticamente resistere alla maniera di Gianni Boncompagni, che raccontava di avere un falso biglietto di visita, con una scritta sotto il suo nome: “Mai stato a Cortina, mai stato a Sabaudia. Oppure si può subire in modo insospettabile il suo fascino, se è vero che qui si incontrarono per la prima volta Fabrizio De André e Paolo Villaggio.

Ma qualcosa di magico a Cortina deve esserci, se è il solo posto al mondo dove alla fine di un inseguimento durato per 18 anni e otto film, il ragionier Ugo Fantozzi riesce leggendariamente a congiungersi con la signorina Silvani

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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