TOUR DE FRANCE | LA LOIRA
Una volata sperimentale. Alla Boulez
di JACQUES SEDENTEUR
Sperimentiamo, si deve essere detto Kragh Andersen lasciando l’assembramento del gruppo compatto. Un tempo si sarebbe chiamata l’azione di un finisseur, ma certe parole sono in disuso e il fisico del danese suggerisce termini più corposi. Sperimentò molto prima e molto più di lui Pierre Boulez, che era di queste parti. Al km 107, quando siamo nella sua Montbrison, tira la Bora. Nel senso della squadra.
Boulez era un riflesso del Novecento, lo spirito di un’epoca colma di conflitti, di scoperte, di rivoluzioni e contraddizioni, alla fine di disillusioni. Certi tragitti finiscono per forza là. Era come abitato da una tensione alla rivolta, una stabile rabbia anti-conservazione, per questo dirlo musicista è fargli un torto, significa ridurlo, come dare del passista a questo danese che si è inventato una soluzione fantasiosa verso il traguardo di Lione trasformando il finale in una cronometro.
A Montbrison del resto nel 1892 l’anarchico Ravachol era salito sul patibolo nel cortile della prigione e una parte dei presenti aveva intonato il ritornello: “Se vuoi esser felice / Santo cielo / Impicca il tuo proprietario/ Spacca in due i parroci / Santo cielo / Spacca la chiesa”.
Andersen spacca il gruppo e rilegge l’epilogo di questa corsa come Boulez rileggeva Mahler. Il nostro viaggio è un’utopia, dico a Geraldine. Mi risponde che ho fatto progressi nella lingua dei segni, le ribatto che invece lei ancora mi domanda: cosa significa questo e quello quando in macchina dal CD canta Fred Bongusto. Non era nei patti.
Boulez era un intollerante. Nel senso che rigettava i compromessi. Eppure da vecchio è stato dolce, malinconico, semplice. Parlava senza vanità, che è il traguardo massimo al quale si deve tendere dopo i settanta. Indicava strade, questa è la sua eredità.
Lungo queste strade, siamo nella Loira, l’acqua è più pulita di quella della Garonna. Sotto i ponti si confondono con quelle del mare, e sopra il cielo. Siamo partiti da Clermont Ferrand senza salutare Raphaël Géminiani, una persona tra le più vicine ad Anquetil, insieme a giornalisti come Chany, scrittori come Blondin, tipi per cui la parola è parola e la sbronza si può chiamare solo sbronza. Suo padre si era trasferito in Francia da Lugo di Romagna quando i fascisti gli avevano incendiato l’officina da meccanico.
Tutto torna. A Ecully, mentre arriviamo a Lione, da decenni arrivano chef da tutta la Francia – e non solo – per imparare i fondamenti della cucina nazionale da Paul Bocuse, l’uomo che ha dichiarato guerra a McDonald’s dopo aver scoperto che la catena di fast food usava una sua foto per una campagna pubblicitaria in Olanda. Le chiese due miliardi e mezzo di dollari come risarcimento. Nella foto aveva un fumetto sulla testa che gli attribuiva la voglia di mangiare un hamburger. Era stata esposta in 66 locali. Mc Donald’s replicò che non si erano accorti nella foto ci fosse anche lui. Bocuse non fece una piega, rispose che i soldi della causa avrebbero finanziato la sua scuola, dove l’hamburger non si vede neanche con il cannocchiale. Geraldine ascolta assente. Lo specchietto retrovisore me ne restituisce lo sguardo tagliato in sedici noni. Certi passaggi della vita sono come la Callas. Sono un mistero con gli occhi azzurri.