Tutte le volte che Poulidor lo nominiamo invano

 

TOUR DE FRANCE | SARRAN

 

Tutte le volte che Poulidor lo nominiamo invano

di JACQUES SEDENTEUR

 

Da Saint-Léonard-de-Noblat dove abitava Raymond Poulidor a Linards dove viveva Antoine Blondin, sono 20 minuti scarsi in macchina. Il Tour ha spesso attraversato queste due carezze dell’anima nella stessa tappa, mai prima di ieri senza che ci fosse più nessuno dei miei due amici più cari. Le carezze certe volte sanno diventare schiaffi. «Raymond Poulidor innalza la maledizione a virtù radiosa» aveva scritto Blondin di Poulidor, anche se le sue parole più belle le aveva riservate forse per Anquetil, le gérant de la route, colui che gestisce la corsa, oppure l’uomo che corre come se portasse tra le scapole un calice di champagne, per via della schiena che sapeva tenere parallela al terreno.

Eppure era Poulidor l’icona della sinistra. Il soprannome di Poupou glielo aveva messo un giornalista comunista, Emile Masson di Humanité. Lo scrittore Philippe Delerm una volta ha detto: «Ho vissuto il poulidorismo come un valore di sinistra. La vera sinistra, quella che non può vincere, perché ogni vittoria sonante è l’inizio di un compromesso, d’un malinteso e di un sospetto». Perché la sinistra abbia questo cattivo rapporto con la vittoria, continua a sfuggirmi anche ora che sono vicino a compiere 80 anni, mentre il pensiero non ha mai sfiorato per esempio Jacques Chirac, originario di questi luoghi e queste terre, il Corrèze, dove sua moglie a un certo punto è stata vicesindaco di questa Sarran che ci ha accolto come fossimo gente di casa. Soprattutto mi sfugge quel principio per cui Poulidor è sempre sulle nostre labbra, con la poesia dell’eterno secondo, ci commuove, ma poi guardiamo il mondo, e giudichiamo, con lo sguardo di una vita alla Anquetil. 

È la Francia profonda, di Poulidor, di pere, prugne, ceramiche. L’oggetto sinbolo di Saint-Léonard-de-Noblat è il catenaccio, perché aprì le porte della libertà agli schiavi. Una credenza regionale vuole che renda fertili le donne sterili. 

Eravamo nel Corrèze quando esplose nel ’98 il caso Festina. In un albergo che si chiamava Castel Novel, a Varetz. Ci aveva abitato Colette. Camere in stile Luigi XV. Un ristorante che proponeva insalate di astice, zuppa di funghi e ciccioli d’anatra, storione in cocotte. Non mangiammo per star dietro a Virenque, Brochard e Dufaux. Non gliel’ho mai perdonata. Tra queste distese di campi e pascoli intervallati da foreste, punteggiature di stagni, oltre le cortine di alte felci, si trova la miglior carne di Francia. Ne mangiamo in media 23 chili l’anno di bovina e 35 di suina. I maiali al mondo sono sempre stati di più.

Passiamo nei dintorni di Vienne, dove sono stati portati alla luce resti di ville risalenti al I secolo, un teatro e un tempio, la piccola Pompei di Francia, e mi sento un sopravvissuto, un viandante fuori tempo massimo, sotto il famoso coperchio che schiaccia l’anima, senza tamburi, senza musica, inerme di fronte ai funerali che mi sfilano negli occhi, a questa stagione atroce, nera, di ragni ripugnanti che fanno le loro tele dentro le teste.

Mi telefona un amico dall’Italia e dice che Mathieu van der Poel ha preso 5 minuti alla Tirreno-Adriatico nel giorno in cui col Tour passiamo sotto casa di suo nonno. Chi lo sa se pure a vent’anni i ragni vengono a far nidi tra i pensieri. Volevo bene a Poulidor. Ho ancora negli occhi quando al Tour del 1973, nella discesa incarognita di curve dal fondo cieco, dal Portet d’Aspet, sbagliò una traiettoria e sparì in fondo a una gola. Goddet scese di sella dalla moto della direzione corsa. Poulidor riapparve all’improvviso, gocciolava sangue, riconobbe il patron, e lo salutò con una cortesia che era la proiezione della sua maniera di stare al mondo: Oh, c’est vous, merci monsieur Goddet!

Merci a te, Raymond. E perdonaci se ti nominiamo invano.

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