TOUR DE FRANCE | VIZILLE
Nell’Isère con Geraldine
di JACQUES SEDENTEUR
Geraldine deve aver studiato tutto questo tempo. È come se avesse covato questa domanda che mi ha appena fatto per giorni e giorni, fino a tirarla fuori nel momento giusto, nel giorno di riposo, mentre ci avventuriamo verso Vizille, anticipando la corsa di oggi, perché questa è una delle strade più pericolose di Francia e non voglio stressare la mia autista. Le pendenze, anche del 18%, mandano in fumo i freni delle auto più grandi. Quando ci sono venuto anni fa, all’inizio della discesa, ricordo un grosso teschio con due lampeggianti nelle cavità orbitali. Devono averlo tolto. Lo avrà chiesto l’Europa. L’Europa chiede sempre. I morti su questa strada si sono contati a decina negli anni, spesso sono pullman che tornano dai pellegrinaggi al santuario di Notre Dame de la Salette.
Geraldine vuole sapere se è vero che si drogano, e cosa ne penso io, il povero vecchio che sono.
Penso che lo sport è un modo di vivere civile. Non è un immondezzaio e neppure un falansterio di muscolari idioti. Mi hanno sempre infastidito tutte le parodie che circondano il ciclismo. Quando raccontavano che i fratelli Brasola, stralunati, non si riconoscevano l’un l’altro e allora si davano del lei. Oppure l’aneddoto di quell’arrivo a Bolzano del corridore Saponetti, del tutto suonato per lo sforzo, che chiedeva l’indirizzo dell’albergo a un manichino. Poiché quello non rispondeva, lo prendeva a schiaffi. Tutte spiritosaggini su questi povericristi allargate a piacere. Io non credo che cercare le cause del doping sia ipocrisia. C’è un calendario zeppo di appuntamenti, fatto di classiche, semiclassiche, corse a tappe. Quest’anno avremo perfino un giorno nel quale si correranno contemporaneamente una tappa al Giro, una tappa alla Vuelta e la Parigi-Roubaix. Qual è il costo in sudore rapportato ai soldi? Per non dire che dietro la debolezza di questi ragazzi ci sono mercanti di sudore con lauree o nessuna, stregoni, fattucchieri, sedicenti medici. I ragazzi corrono perché ci vivono e perché cercano un giorno di fama. Ma la fama è un malinteso che banalizza. L’importante, dico a Geraldine, è che abbiamo memoria. L’importante è che possiamo ridere senza sporcare nessuno con il nostro sangue. L’importante è che siamo rimasti in piedi senza essere diventati codardi né cannibali.
Lei annuisce, sorride, con le dita mi dice: non mi hai risposto.
Lo so, le dico. Non è meglio così?
Una delle cause per cui ho abbandonato il ciclismo, che non assomiglia più a se stesso, è stato il non sapere più vedere una corsa senza i miei amici. Magari da macchine differenti ma dovevamo guardarla insieme e la sera a cena commentarla, dopo aver picchiato ciascuno sulle sue cartelle. Quando conto i vuoti che si accumulano intorno, mi viene come un’ansia di spavento. Ma questo Tour, quest’ultimo Tour che mi sono regalato fuori tempo massimo, come fuori tempo massimo in settembre viene corso, mi ha portato gli occhi di Geraldine, la figlia che non ho mai voluto, per non mescolare il dolore ai rimorsi quando sarei uscito di casa per inseguire il mestiere e chiudere alle spalle la mia famiglia, dietro il portone.
Adesso che dal CD arriva la voce di Fred Bongusto, vedo all’improvviso tutta la vita che mi sono perso, la vedo che lascia il volante, allarga le braccia e muove le labbra come se fosse un play-back, con il sorriso di chi sa che sta facendo qualcosa di imprevisto, davvero sembra che abbia imparato l’italiano, mentre mi guarda attraverso lo specchietto retrovisore e con le mani, con le dita, velocissima, compone nell’aria le lettere nella lingua dei segni, segue la melodia dicendo e a modo suo cantando: Con te / Questa estate con te / La mia estate con te.