La lezione di Jordan sulla leadership

  Così ci lascia Michael Jordan.
Ricorderemo The Last Dance come qualcosa in più di un documentario.
È stato un pezzo importante della nostra esperienza in isolamento. “Te lo ricordi quando c’era il virus?” “Sì, me lo ricordo. Il lunedì c’era Jordan”. 
Uno di quei gioiellini capaci di unire. Un ponte fra generazioni. Nonostante la fruizione cambiata, i device, lo streaming e l’on demand, The Last Dance è stato in molte case un altro frammento di tempo condiviso. 

 

Così ci lascia Jordan. Con un mezzo sorriso beffardo mentre si allontana nell’ultima inquadratura (senza fare spoiler – non troppo almeno) e con un discorso intorno a due concetti che gli stavano evidentemente a cuore: l’elogio della speranza e della capacità di saper diventare altro. Evolvere, trasformarsi, crescere. 

 

  Così ci lascia. Con una lunga serie di temi e di argomenti su cui ci ha spinto a riflettere in queste settimane, lui e i suoi compagni di squadra dei Chicago Bulls. Il mito dello spogliatoio unito. Il  valore della sregolatezza (Rodman). L’evoluzione in NBA del potere dei giocatori afroamericani e il processo di trasformazione del loro protagonismo, da Chuck Cooper a LeBron James. 

 

In questi ultimi giorni a ridosso delle puntate finali, la stampa anglosassone ha ragionato sulla leadership di Michael Jordan e sulla sua maniera di esercitarla. Per Noam Scheiber, che ne ha scritto su New York Times, il modello mostrato nella docuserie è quello di un difficult worker, un lavoratore tossico, per via delle sue relazioni con i compagni così orientate verso lo scontro. Un modello superato, ha scritto citando gli studi del professor Robert Sutton dell’Università di Stanford, secondo il quale “la belligeranza di un compagno di questo genere crea al lavoro costose distrazioni, demoralizza i colleghi e fa aumentare l’assenteismo”. Non ai Bulls, si sospetta. Ma il professore dice: non imitatelo. 

 

  Sam Walker su Wall Street Journal si è chiesto se ci siamo trovati di fronte a un tiranno o a un genio. “Era un leader brillante o un bullo tossico? In tutto il tempo che ho trascorso a studiare i leader, non sono mai riuscito a mettere Michael Jordan in nessuna delle categorie. Abbiamo lavorato tutti con persone di talento ed esigenti. Ma pochissimi di loro erano icone globali. L’unico altro nome che mi viene in mente è Steve Jobs. È indiscutibile che entrambi possedessero una spinta competitiva termonucleare e che hanno spinto i loro team a un successo senza precedenti. Ma ci sono riusciti grazie al fatto che spaventavano a morte le persone oppure nonostante quello? The Last Dance è un lavoro sorprendentemente accurato nel mostrare quanto fossero alti e severi gli standard di Jordan e come ridicolizzasse chiunque non riuscisse a rispettarli. Sia Jordan sia Steve Jobs non si sono scusati. «Il mio lavoro non consiste nell’essere indulgente con le persone», ha detto una volta il fondatore di Apple. «Il mio lavoro è renderle migliori». O come ha detto Jordan: «Vincere ha un prezzo. E la leadership ha un prezzo»”. 

 

  Jerry Brewer su Washington Post ha definito The Last Dance “una pietra miliare culturale di un’epoca passata”. Si è chiesto: “È davvero uno sguardo onesto dietro le quinte su un Jordan inedito? Oppure è un progetto della vanità di Jordan, avvolto in una produzione sfarzosa? La domanda di fondo è: quanto può essere autentica la storia su Jordan se Jordan è uno dei narratori?”. Washington Post ha raccolto alcuni pareri, tra cui spicca quello di Steve James, documentarista, autore nel ‘94 di Hoop Dreams, che ebbe una nomination agli Oscar per il montaggio. Il parere di James è che “il film su Jordan sarà un grande pezzo di storia del basket e di storia catturata mentre la gente è ancora viva per parlarne ma The Last Dance non è OJ: Made in America. Nessuno dirà che si tratta di un film che dice qualcosa sull’America”. 

 

  Oliver Holt su Daily Mail ha scritto che il lockdown e la nostalgia sono amici, anzi sono i migliori amici l’uno dell’altro. “Non dovremmo essere sorpresi che The Last Dance sia stato accolto come un documentario che svela la seconda venuta di Cristo a una legione di nuovi seguaci, in precedenza ignari dei suoi miracoli. Non è del tutto inappropriato: negli anni Novanta Dio era superato. Jordan era la nuova divinità. Non mi importa se The Last Dance rende Jordan sovrumano. Perché lo era”. 
Holt ha scritto che è stato un privilegio appartenere alla generazione che ha potuto vedere Ayrton Senna guidare una macchina da corsa, Roger Federer colpire una palla da tennis, Tiger Woods una da golf e Lionel Messi fare magie con un pallone da calcio. “Ma non mi sono mai sentito così tanto in presenza della grandezza come quando vedevo Jordan su un campo da basket. Ogni volta che guardavo Jordan giocare, non c’era un altro posto in cui avrei preferito trovarmi”.

 

  L’uomo che ha preso il posto di Jerry Krause | Arturas Karnisovas
 ➣ Com’è essere l’uomo che deve ricostruire i Bulls? Sulle spalle il peso di una storia trionfale e la necessità di riportare in alto una franchigia reduce da annate sfortunate e difficili.
«Entusiasmante. Un grande onore ed una grandissima occasione sul piano professionale. Però è anche un po’ strano. Quand’ero al college a Seton Hall, nei primi anni Novanta, appena arrivato dalla Lituania, come tanti tifavo Bulls e Michael Jordan. Che era il mio idolo già da prima, quando ero ragazzino. Ovviamente ricordo ogni istante di quando lo incontrai in campo a Barcellona nel ’92, Lituania-Dream Team, ma non è stata da meno l’emozione di giocare contro i Bulls nel ‘97: io ero all’Olympiakos, era la finale del torneo McDonald’s a Parigi. Mi ha fatto effetto rivedermi, di recente, in una serie tv che va per la maggiore in questi giorni negli Stati Uniti».
 ➣ The Last Dance. La stiamo vedendo tutti anche in Italia.
«Per me, eccezionale. Lo dico da appassionato: la sto divorando. In una delle prime puntate, si vede MJ a Parigi segnare un favoloso canestro in acrobazia, una magia delle sue. Se guardate bene, lì sotto ci sono io».
intervista di enrico schiavina, Corriere di Bologna, 17 maggio

 

  L’italiano che portò Kukoc da Jordan e abita a casa sua | Maurizio Gherardini
«Avete presente la villetta che si vede anche nel documentario The Last Dance? Quella villetta fuori le mura di Treviso? Ecco, quella era la casa di Toni Kukoc quando giocava nella Benetton. E quella è la casa dove abito io».
 ➣ Toni vuole andare, voi siete d’accordo: e i Bulls?
«Chi rappresentava il giocatore all’epoca, Luciano Capicchioni, ci conferma che Chicago è interessata. Al Palaverde spesso erano presenti loro osservatori, a volte c’era lo stesso Krause. Insomma, sono sempre stati molto attenti».
 ➣ Un aneddoto?
«Finisce la trattativa e Krause mi chiama nel suo ufficio. “Vieni, voglio farti vedere una cosa”. Arrivati in ufficio apre la porta di una seconda stanza dove c’era un forno, lo spalanca e sorridendo ne tira fuori una pizza. Beh, stentavo a crederci».
intervista di daniele rea, Corriere del Veneto, 17 maggio

 

  L’italiano che ha stoppato Jordan | Sandro Dell’Agnello
«Accadde nell’estate del 1985. Michael Jordan venne in Italia per un tour commerciale. In una partita che giocammo a Bormio lui fece un palleggio, arresto e tiro e io lo stoppai. Un’azione immortalata anche da una foto che ovviamente conservo con piacere».
intervista di antonio giuliano, Avvenire, 16 maggio

 

Altri documentari

 

E dopo Jordan passiamo a Cantona. Sempre su Netflix è disponibile  Lavoro a mano armata, una serie in sei episodi nella quale l’ex calciatore francese recita nel ruolo di un ex direttore del personale, disoccupato da 6 anni, stanco dei soprusi e del capitalismo spietato delle multinazionali. Emilio Marrese su la Repubblica ha scritto che Cantona è proprio bravo, “selvatico, istintivo, rabbioso, disperato, credibile anche nella goffaggine” e che ha creato un personaggio “un po’ come il Michael Douglas nel suo giorno di ordinaria follia o il Charles Bronson giustiziere della notte”.

 

«Non voglio mentirvi, voglio dirvi la mia verità». Così parla Lance Armstrong nel trailer che anticipa il documentario sulla sua storia, dal 24 maggio su ESPN per la serie “30 for 30”. Mia verità, sottolinea il texano, squalificato a vita nel 2012 per uso di sostanze illecite e privato dei 7 Tour de France vinti di fila dal 1999 al 2005. Il Sun riporta una dichiarazione di Armstrong secondo cui il cancro di cui si ammalò tre anni prima della maglia gialla potrebbe essere dipeso dall’uso di doping. «Non lo so, ma certamente non posso escluderlo. L’unica cosa che dirò è che l’unica volta nella mia vita che ho fatto uso dell’ormone della crescita è stato proprio nel 1996. Già nella mia prima stagione da professionista assumevo il cortisone ma l’EPO era di un altro livello. Non voglio trovare scuse, ma lo facevano tutti e avrei vinto ugualmente».

 

  Su Amazon Prime è disponibile invece Look Beyond, il documentario sulla storia del rugbista Ian McKinley, numero 10 di Benetton Treviso e Nazionale italiana. Nella prima puntata l’ex CT azzurro O’Shea ha detto che «diventerà un grande allenatore. Ero seduto con lui e ricordo che iniziò a parlarmi di tutta una serie di sport differenti l’uno dall’altro, come rugby, tennis, golf, dando importanza, in ognuno di essi, alla capacità di leggere uno specifico momento di una gara e l’inerzia di una situazione, adattando di conseguenza la propria attitudine mentale, anche svariate volte nel corso di un evento». Non credo sia spoiler. O sì?

 

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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