Il valore della sregolatezza

 

Niente ottiene successo come l’eccesso
Oscar Wilde

 

Viaggio tra i geni dello sport che hanno vissuto tra gli eccessi 

 

  Prima dei tatuaggi si vede la fatica. Prima dei piercing si vede il lavoro in palestra. «Potevo finire in galera o morire. Ma mi sono fatto il culo per arrivare qui». Così parla Dennis Rodman in apertura del terzo episodio di The Last Dance, costruito intorno alla sua figura e al suo rapporto con Michael Jordan dentro i Bulls 1997-98. «Si sentono tante cose negative su Dennis Rodman. Ma le persone non lo conoscono» dice. Eppure non fa la vittima: «Ho creato io quest’immagine». Quale immagine? Quella di chi racconta di essersi fratturato il pene per tre volte. Quella di chi va dai dirigenti nel pieno della stagione a chiedere dei giorni di vacanza per raggiungere Carmen Electra a Las Vegas. Il tipo dei capelli colorati, dei match di wrestling, del vestito da sposa. L’immagine di uno sregolato. Che nella narrazione dello sport è un meraviglioso topos.
La storia di Las Vegas finirà con Michael Jordan costretto a volare di persona nel Nevada per strappare Rodman dalle lenzuola ancora calde d’amore e riportarlo in palestra. Con Carmen alla fine si sposerà, resterà suo marito per nove giorni. Scott Cacciola su New York Times ha ricordato che “anche una volta ritirato Rodman è stato non convenzionale e non estraneo alle controversie”. Fino a proclamarsi amico di Kim Jong-un, il leader nordcoreano per il quale la settimana scorsa disse che stava pregando. Haley O’Shaughnessy su The Ringer ha posto una domanda: come ha fatto a coesistere una figura così con un ipercompetitivo alla Jordan. Il guastafeste, la rogna, il piantagrane.
Convive perché lo sport ci ha insegnato che esistono mille e più modi di interpretare la definizione di sregolatezza. 

 


 

La parola è romantica. Si è diffusa con la traduzione in italiano del titolo di una commedia francese, Kean ou Désordre et génie, scritta da Emmanuel Théaulon, ma rifatta da Alexandre Dumas padre nel 1836, ispirata alla figura e alla vita di Kean, non Moise, ma l’attore inglese Edmund, famoso per le sue stravaganze. Una parola da feuilleton, dunque, che pretende storie alla sua altezza. Personaggi alla sua altezza. Un paio di secoli prima Molière aveva portato in scena ne Il Malato immaginario le teorie mediche dell’epoca, secondo cui l’intempérie, diciamo la sregolatezza prima che si chiamasse sregolatezza, era situata nella milza, così almeno crede il suo Tommaso Diafoirus. Siamo negli anni in cui uno sregolato al massimo stato è detto un fool, da Shakespeare prima che da tutti. Il fool è spesso un giullare, uno che si esibisce, uno che i propri eccessi li mostra per dare voce all’autore. La sregolatezza allora è scena?

 

 

Rodman viene raccontato come un ragazzo all’inizio semplice e ingenuo. È il figlio di una donna che guida gli scuolabus e che a 18 anni lo caccia di casa. Lui vive  in strada per altri due e cerca un posto dove stare. Perché alla fine quasi sempre di questo si tratta. Trovare un posto dove stare. Rodman e i suoi fratelli sportivi sregolati non sono privi delle motivazioni che hanno i soldatini. Hanno casomai un problema. Riaccendersi.
Sregolato non è sinonimo di lavativo. Mike Tyson ha dedicato il suo libro True (Piemme, 2013) a quelli “che sono incapaci di ricevere amore”. Ma se in palestra non avesse lavorato quanto i suoi avversari, sarebbe andato giù più spesso di loro. Sregolato non è sinonimo di esibizionista. Degli eccessi di Bjorn Borg il mondo avrebbe saputo a cose fatte. Dopo. Era stato bravo a tenere tutto nascosto sotto il ghiaccio. Eppure metteva la palla di là più volte di quanto gli altri riuscissero a mandarla di qua. 

 

Esiste una sregolatezza geniale che lascia il segno sulle partite, sui campionati, sui tornei, sui Mondiali e ne esiste un’altra dalla natura feroce, che ammazza il talento, rende impossibile il successo. Esiste una sregolatezza geniale che non è autodistruttiva, anzi, l’autodistruzione è temuta, appare come spaventosa. L’eccesso si riduce allora a cazzoneria. Il termine non è tecnico ma ci siamo capiti. Leggiamo Cassano e un profilo di Nastase, i prototipi di un atteggiamento del genere.

 

  L’alternativa più probabile se quel Bari-Inter non ci fosse mai stato, se tutto quello non fosse successo, era diventare un delinquente. C’erano ottime possibilità che questo avvenisse. Se sei un nullafacente e non hai voglia di lavorare, e io credetemi, proprio non ne avevo, andare a rubare è un’opzione possibile, probabile, quasi certa. Io a lavorare non ci pensavo proprio e in più ero veloce. Velocissimo. L’unica cosa che sapevo fare era correre, e dribblare. Nient’altro. Ancora oggi non sa fare nulla se non questo. Sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conoscevo sono state arruolate dai clan come qualcosa di logico, normale, inevitabile. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via a una strada che sarebbe stata pericolosa e violenta, dalla prospettiva di una vita di merda. È stato un colpo di genio, e di culo, a farmi scappare via. L’unica cosa di cui sono sicuro è che non mi sarei mai rovinato la vita con le droghe. Mi fanno schifo. Tutte. Non fumo e non bevo. Al massimo un dito di vino bianco, annacquato. Lo so che non è il massimo per uno che dovrebbe essere il ribelle del calcio italiano. Ma le cose stanno così. Spero davvero di non avervi deluso.
di antonio cassano e pierluigi pardo. Dico tutto (Rizzoli, 2008)

 

“Come si può vincere senza voler uccidere l’avversario?”. A porsi la domanda è nientedimeno che Koras Belynkas. Non lo conoscete? D’accordo, è il protagonista del primo e finora unico giallo scritto da Ilie Nastase. … Con quel suo tennis sintetico e burrascoso, un puzzle di gesti improvvisi e indecifrabili, Ilie preparava la bozza dei suoi match che poi trasformava, a piacere, con scrosci di invenzioni, di trovate geniali e perverse. Uno così non avrebbe mai provato piacere nello sterminare un avversario a colpi di racchetta. Gli bastava subissarlo di scherzi e marachelle, di prese per i fondelli, e ridurlo in briciole con la sua mimica. In fondo, a uccidere per uccidere che gusto c’è? … Fu istrione, sempre polemico, equilibrista e prestigiatore, un attore da sceneggiata, pronto a mandare tutto gambe all’aria pur di dare vita a una delle sue pantomime.
di adriano panatta con daniele azzolini. Il tennis è musica (Sperling & Kupfer, 2019)

 

Tra i mille e più modi di interpretare il ruolo del ribelle, dello sregolato, del fool, c’è quello che nasce da una fallita ricerca di pace con sé stesso, chiamiamola frustrazione, chiamiamola solitudine. Si tratta di un urlo, di una richiesta di aiuto. Forse nella casistica potrebbe rientrare Balotelli. Qui ne parla McEnroe. 

 

  Da bambino non ho mai lanciato la racchetta, Ero un leone sul campo da tennis, ma quando perdevo la mia razione abituale, fino a un’età così avanzata da diventare imbarazzante, era scoppiare in lacrime. … Se ho fatto arrabbiare qualcuno all’epoca, quel qualcuno ero io. Quando perdevo un colpo, lanciavo un urlo che echeggiava per tutto il club. Odiavo giocare un tennis che non fosse all’altezza delle mie potenzialità, ecco tutto. Ma il mio brutto carattere avrebbe dovuto aspettare ancora qualche anno prima di manifestarsi. Il ritardo fu dovuto a un motivo preciso: nel tennis juniores non c’erano giudici, né di sedia né di linea. … Mi chiedono perché mi arrabbio tanto: la solitudine del campo è una delle ragioni principali. Sono solo, allo sbaraglio e lottò fino alla morte, davanti a spettatori che mangiano panini al formaggio, controllano l’orologio e chiacchierano sull’andamento della Borsa con l’amico seduto accanto.
di john mcenroe con james kaplan. Non puoi dire sul serio (Pickwick, 2013)

 

Distruggersi per la mancanza di altri strumenti. Darwin Pastorin scrive per Garrincha in Ode per Mané: “Tu sei stato il primo calciatore brasiliano a spedire il pallone in fallo laterale per permettere ai medici e ai massaggiatori di soccorrere un avversario infortunato. Ma quanti ricordano questo episodio della tua vita?”. Più semplice è tenere il conto dei giorni in cui sei andato fuori di testa, invece di provare a capire perché. 

 

Ho appena fatto un grafico della mia vita. Lungo due metri e largo un metro. Dico il grafico, non io. Non sono mai stato largo un metro. Non ancora. È su carta marrone, scritta in gesso bianco, oltre a pastelli colorati per i principali problemi che ho affrontato, come ad esempio: BIRRA, VINO, VODKA, COCAINA, MORFINA, PARANOIA, ANSIA. … Oh, un sacco di roba, tutte le cose che mi sono successe, tutte le cose orribili, di merda, orribili. PERCORSO DI RECUPERO
di paul gascoigne. Gazza: my story (Hachette, 2004)

 

  A volte, le persone sedute accanto a me durante la cena osservavano quanto poco bevessi. Sembravano quasi delusi e ricordo di aver detto a un ragazzo: “Senti, se dovessimo fare una gara, arriverei secondo. Scelgo di non bere molto stasera”. Quello era il vecchio ego che insorgeva dentro di me, la classica auto-illusione sul fatto che si potesse scegliere se bere o no. Come potete immaginare, sono stato davvero contento di sentirlo dire da un medico, anche se ora so che una volta girato il rubinetto, io lo lascio scorrere. Anche le conseguenze dell’alcol – e alcune di queste sono state piuttosto catastrofiche – non avevano alcun effetto sul mio desiderio. Bere iniziò a rovinare la mia carriera calcistica sin dal principio.
di george best. Blessed – The Autobiography (Ebury Press, 2002)

 

  Zio Cirilo si sarebbe rivelato in vari modi una presenza importante nella vita di Diego. Quando avrà avuto due anni, e viveva in quella baracca senza acqua corrente né luce elettrica, Diego una sera si perse nel cortile, al buio, e cadde nel pozzo nero. Dopo avergli gridato: “Dieguito, tieni la testa fuori dalla merda” fu proprio zio Cirilo a salvarlo, estraendolo dalle feci della famiglia per poi passarlo a Tota così che potesse lavare via gli escrementi e consolare il bimbo in lacrime e sotto shock. Tre decenni più tardi, quando Diego Maradona, ormai preda della depressione e dell’insicurezza, cercava di dare un senso alla sua tormentata esistenza, quell’esperienza divenne il simbolo di tutte le sue emozioni e dei suoi comportamenti. Immersa nel ricordo di quell’incidente così traumatico c’era l’impressione di un’infanzia finita troppo presto, oltre alla rassicurante dimostrazione che per quanto in basso si possa cadere, ci si può sempre rialzare
di jimmy burns. Maradona (Rizzoli, 2020)

 

Forse la sregolatezza rappresenta il frammento del racconto sportivo che più ci interessa ascoltare. Il terzo e il quarto episodio di The Last Dance hanno fatto una media di 5.9 milioni di telespettatori su ESPN. La media dei quattro episodi rimane intorno ai sei milioni. Si tratta di un record per una produzione originale della rete. Il primato precedente era di You don’t know Bo del 2012, sull’ex giocatore di baseball e di football americano Bo Jackson: 3.6 milioni. 

 

Ma proprio come quando parliamo di Baudelaire, il racconto della sregolatezza rischia di accarezzare i luoghi comuni. Genio e sregolatezza, in fondo, che cos’è se non una frase fatta, uno slogan consumato, un rifugio pigro, un brandello della lingua chewing gum da cui spesso non sappiamo uscire?

 

Marat Safin è sempre stato tipo da sfuggire alle molte banalità che gli venivano accollate, tra donne e poker, vita dissoluta e genialità incompresa, ma non dovrei scostarmi troppo dalla realtà nell’affermare, magari generalizzando, che troppe e troppo contrastanti tensioni si agitavano nel nostro. Eppure, sono sempre stati i tipi così a fare lo sport, a innalzarlo a romanzo, a costruirlo dal nulla con la grazia naturale che a molti è proibita. È il colpo di genio, a fare la differenza. E quello, si sa, vive di attimi fuggenti.
di adriano panatta con daniele azzolini. Il tennis è musica (Sperling & Kupfer, 2019)

 

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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