L’Italia all’impatto con la Francia: agli azzurri manca il breakdown

l’Italia all’impatto con la Francia

 

  Che cosa aspettarsi. Ragionevole prepararsi alla sconfitta numero 24 e ai soliti articoli, soprattutto dei giornali inglesi, sul senso di continuare a far giocare l’Italia nel Sei Nazioni. Un dibattito che si arrotola su se stesso: anche il Times, dopo aver sottolineato le nostre mancanze, ha ammesso che le alternative (Georgia e Romania) sono peggio di noi. E forse per questa mancanza di soluzioni, il Daily Mail ha scritto ieri che nel 2024 potrebbe entrare nel Torneo il Sudafrica. Come, però, non l’ha capito nessuno. | Domenico Calcagno, Corriere della sera

 

Perché l’Italia non uscirà dal 6 Nazioni. Ci sono contratti e impegni in essere che non scadranno prima del 2024 e perché, anche da un punto di vista tecnico, a meno di non riportare il Torneo a cinque squadre (ma ne andrebbe delle economie di tutte le federazioni coinvolte) le alternative sono modeste. La Georgia, che segue l’Italia nel ranking mondiale (12° e 13° posto), ha già dimostrato di non essere superiore.  | Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport

 

Il fondamentale che manca all’Italia. Breakdown, letteralmente: abbattimento, rottura, esaurimento nervoso. Nel rugby identifica quel breve periodo di gioco che va dal placcaggio alla formazione del ruck (il raggruppamento a terra), durante il quale la difesa può contestare il possesso della palla. In una partita ce ne sono in media 180, non sono importanti, sono decisivi e possono sicuramente procurare un esaurimento nervoso alla squadra che non riesce a gestirli. In Italia il breakdown è tradotto di solito con «punto d’incontro», ma la traduzione è fuorviante. Meglio parlare di «punto di scontro» perché il breakdown, oltre a essere fondamentale, è la fase più brutale e pericolosa del gioco. A Cardiff gli azzurri sono stati superiori in mischia e hanno fatto pari nelle rimesse laterali, ma sono stati sotterrati di punti (42-0) perché battuti regolarmente nel breakdown. La stranezza è che un solo c.t. (Nick Mallett) fece ingaggiare un tecnico specializzato nel punto di scontro, il sudafricano di origine libanese Omar Mouneimne. Il massimo interprete dell’esercizio è stato probabilmente l’ex capitano degli All Blacks Richie McCaw, gli australiani hanno recuperatori di palloni straordinari come Michael Hooper e David Pocock, il Galles sabato scorso ci ha massacrati con Justin Tipuruc (non a caso eletto uomo del match).
Gettarsi nel breakdown non è da tutti. Bisogna entrare sparati, disposti a correre il rischio di farsi molto male. Ma non è solo una questione di coraggio: è una fase di gioco che richiede meccanismi precisi, esecuzioni rapide e pulite. | Domenico Calcagno, Corriere della sera

 

L’Equipe ci sfotte e parla di cucina. Il quotidiano sportivo francese L’Equipe non usa mezze misure nella presentazione di Francia-Italia di rugby. Il titolo scelto è: “da divorare al dente”. L’articolo è decisamente più esplicito e comincia con la descrizione della ricetta per il pesto: “metà parmigiano, metà pecorino sardo, schiacciare il basilico in un mortaio di marmo preferibilmente di Carrara”. “Perché vi parliamo di questo? Perché in tema di cucina l’Italia è almeno uguale alla Francia e bisogna sempre valorizzare gli ospiti. Ma se dovessimo parlare di rugby, non ci sarebbe spirito di accoglienza che reggesse”. L’Equipe scrive: “Senza mancare di rispetto agli italiani, come si scrive sui social prima di ricoprire di spazzatura qualcuno, i malcapitati dimostrano torneo dopo torneo che se sono stati invitati vent’anni fa non hanno sempre partecipato”. 
L’Equipe ricorda i nove cucchiai di legno, i quattordici ultimi posti, e scrive che l’Italia si appresta a perdere per la ventiquattresima volta di fila. “Ed è ancora più desolante per chi ama il fervore degli Azzurri nell’ora di Fratelli d’Italia e gli inimitabili spaghetti alle vongole delle più modeste trattorie romane che all’orizzonte non c’è alcuna ragione che induca a pensare a futuri miglioramenti”. 
L’Equipe scrive che il rugby che ci ha consentito di entrare nel Sei Nazioni oggi non è più praticabile per regolamento. È il vecchio rugby di guerriglia che permise anche ai combattenti dell’Irlanda di combattere e in generale ai più deboli di mischiare le carte e provare a vincere con il cuore. “Invece ora l’Italia è costretta a giocare un rugby di movimento per cui non è attrezzata e la sua sterilità contro la difesa gallese – tre minuti e trenta secondi nell’area dei 22 metri, dieci passaggi, zero punti – non concede loro speranze di fare meglio contro l’eroica linea francese che ha battuto l’Inghilterra domenica scorsa (24-17)”. 

 

La differenza tra Francia e Italia. Forti di un movimento che noi ci sogniamo – 700.000 tesserati, 30 squadre pro’ tra Top 14 e Pro D2 – hanno messo in piedi un progetto che li sta riportando al vertice partendo dalla base. Strada virtuosa, in qualsiasi sport. I loro club pro’ sono obbligati dallo Stato a investire nei vivai. Cosa che in Italia è impensabile.
Montpellier ha un bilancio di tre milioni per il solo settore giovanile, Rovigo non arriva alla metà per l’intera attività del club. Un progetto di sviluppo l’abbiamo messo in piedi anche noi – la piramide delle accademie, coordinata dal guru irlandese Aboud – ma ovviamente con mezzi e risorse differenti. Al tirar delle reti, la Francia ha vinto le ultime due edizioni del Mondiale U.20, noi abbiamo strappato due ottavi e un nono posto in tre anni (mai così bene). Tra Under 18 e Under 20, dal 2016 a oggi, abbiamo battuto il gotha del rugby europeo, e non solo. L’altra faccia della medaglia, però, è l’effetto che questo lavoro sta avendo sulle rispettive nazionali. Dei bi-campioni mondiali, la Francia ha già trapiantato stabilmente in prima squadra l’apertura Ntamack, 20 anni, e il pilone Bamba, 21, mentre altri bussano alla porta. E domenica scorsa ha schiantato l’Inghilterra con il contributo determinante di due ragazzi di 22 anni. L’Italia continua a perdere anche perché i suoi giovani leoni (classi 1997-1999) li ha sparpagliati per lo più tra i semipro’ del Top 12, dove la maggior parte s’è eclissata.  | Francesco Volpe, Corriere dello sport-Stadio

 

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