Il compito di ogni generazione
è di superare quella precedente
Julius Erving
La schiacciata
Joe Fortenberry
Un texano da 2 metri e 07, capitano della squadra degli Stati Uniti alle Olimpiadi del 1936, è ritenuto il primo autore di una schiacciata in una partita. A quelle Olimpiadi di Berlino, l’altezza di Fortenberry intimidiva gli avversari più bassi, al punto che i giapponesi proposero di vietare a partecipazione ai giocatoro oltre il metro e 88, secondo il New York Times. Anche questo tetto non li avrebbe aiutati, come scrisse sul Times John Kieran “li avrebbe lasciati a correre innocentemente mentre un sacco di ragazzi grossi di altri paesi si sarebbero passati la palla sulla loro testa”. Un altro scrittore del Times ha notato che Fortenberry ha avuto la straordinaria capacità di “ficcare la palla giù per il canestro, come un cliente in una caffetteria schiaccia una fetta di dolce nel caffé”.
Questa descrizione “ha fatto nascere in gergo la parola: dunk”, ha scritto Carson Cunningham in American Hoops: la pallacanestro olimpica degli Stati Uniti da Berlino a Pechino. Non è proprio così. Il termine era stato usato almeno tre volte nei due anni precedenti, per indicare un gesto non ancora noto nei primi anni 30. La prima menzione che ho trovato di dunk è in un resoconto del 12 gennaio 1935 dell’Università della California, a proposito della stella di Davis, Bernard “Barney” Dobbas. In una vittoria contro il Chico State college, a meno di 10 minuti dalla fine, “il centro di un metro e ottanta ha fatto irruzione di nuovo e dribblando il campo per un altro tiro schiacciato ha dato alla sua squadra il vantaggio di 33-32”, riferiva il Woodland Daily Democrat.
Non è chiaro se la “schiacciata” qui descritta sia ciò che riconosciamo come schiacciata o qualcosa di molto meno bello. In alcune cronache di basket della metà del 1900, “dunk” significava semplicemente segnare in qualunque modo, non per forza saltando in aria. | Evin Demirel, The Daily Beast, 14 aprile 2017
Così divenne fuorilegge. La schiacciata divenne un gesto standard quando i giocatori neri iniziarono a dominare il gioco – giocatori come Wilt Chamberlain, Elgin Baylor, Oscar Robertson e altri. Nel 1967 fu messa al bando in un’iniziativa che “sembrava avere come obiettivo l’uomo di colore grande, forte e minaccioso”, disse Frank Fitzpatrick, autore di un libro sulla squadra nera del Texas occidentale che vinse il titolo NCAA. Venne reintrodotta nella stagione 1976-77. | James W. Johnson. The Dandy Dons (University of Nebraska Press, 2009)
Il perno
Henry Dutch Dehnert
I Celtics alternavano zona e uomo (a volte nella stessa azione) e qualche storico gli attribuisce pure il definitivo perfezionamento del gioco del pivot, nella fattispecie il corpulento Henry Dutch Dehnert, un 4-5 di 1,85 per 95 chilogrammi che dominava gli avversari come lo Shaq di inizio millennio. Lo schema consisteva nel piazzarlo spalle a canestro in post alto, far tagliare un compagno e leggere la difesa del suo uomo. Se questi lo abbandonava attirato dal passaggio o dal tagliante Dutch eseguiva un movimento di pivot (cioè di perno) per andare a deporre nel canestro in perfetta solitudine tra gli aaah e oooh di ammirazione di un pubblico non ancora avvezzo alla sofisticata manovra. | Flavio Tranquillo. Basket-R Evolution (Baldini&Castoldi, 2016)
L’uno contro uno
Earl Monroe
Ricordo un titolo del New York Times: Earl Monroe può giocare uno contro uno con Dio. Un mucchio di finte, che rendevano infinito il suo repertorio offensivo. Quando arriva palla in attacco potevi star certo che sarebbe arrivato un buon tiro. | Sandro Gamba. Il mio basket
Il passaggio
Il passaggio prese il posto del palleggio non tanto perché la palla viaggiava più veloce di qualsiasi giocatore ma per due motivi assai meno filosofici. Il primo: i pavimenti delle sale da ballo incerati a lucido erano più insidiosi della Streif di Kitzbühel ghiacciata. Il secondo: i difensori saltavano letteralmente addosso al portatore di palla, per cui le quick decisions non erano un optional bensì un mezzo di sopravvivenza. Passaggi diretti, sia ben chiaro, che quelli schiacciati erano fortemente sconsigliati dalle giganteschi e primitive cuciture delle pallonesse da 81 cm di circonferenza. | Flavio Tranquillo. Basket-R Evolution (Baldini&Castoldi, 2016)
I movimenti da ala grande
Bob Pettit
Prima che arrivasse Bob Pettit, c’erano tre posizioni nel basket: guardia, avanti e centro. Ma Pettit era così insolito che ne creò un quarto. In grado di andare a rimbalzo come un centro e di tirare dall’esterno, Pettit è considerato da molti come la prima ala grande del gioco. Per coloro che non lo hanno mai visto giocare, pensate a Karl Malone. “In qualche modo, sì, Karl Malone e io avevamo stili simili”, dice. “La mia forza stava nel prendere rimbalzi – offensivi e difensivi – tirando tra i 5 e i 6 metri e prendendo molti tiri liberi”. | Chris Broussard, New York Times, 21 dicembre 2003
~ Bob Pettit detiene due record che sono stati eguagliati da Kobe Bryant. Ha segnato almeno 40 punti a tutte le squadre di NBA affrontare. È stato 4 volte MVP dell’All-Star Game. Non ha mai chiuso una stagione con una media inferiore a 20 punti e 10 rimbalzi
Il tiro in sospensione
i fratelli Sailors
Per intere settimane il cervello di Ken cercò una soluzione al problema di evitare quelle brucianti stoppate, senza alcun apprezzabile risultato. Poi, un giorno di maggio 1934, la folgorazione. Il piccolo di famiglia partì a tutta in direzione del fratello, come per cercare l’ennesimo tiro da sotto, salvo arrestarsi all’improvviso, saltare (!!!) staccando con due (!!!) piedi e far partire con una (!!!) mano una parabola morbida e arcuatissima sopra la testa dell’incredulo Bud. Con una sola mano, sia ben chiaro, non per una raffinata analisi cestistico-biomeccanica ma perché l’istinto gli disse che il tiro così sarebbe andato più in alto e la stoppata sarebbe stata più facile da evitare. Nelle centinaia di rievocazioni dello storico episodio Ken ha chiuso il racconto con vari finali, dal canestro perfetto al cross, ma il successo del primo tiro in sospensione della storia è del tutto irrilevante rispetto alla magnitudo del momento. Quando oggi sento dire che una volta era tutto migliore, penso che se Kenny Sailors avesse incontrato questi nostalgici a prescindere si tirerebbe ancora a due mani con i piedi per terra. La cartina al tornasole è rappresentata dal primo tiratore in salto a una mano, Hank Luisetti. L’italo-americano usava questa tecnica solo in allenamento quando i coach avevano lasciato la palestra, perché gli era stato insegnato che in partita era off-limits. Perché? Perché sì, e se lo dicevano tutti doveva ben essere vero, no? | Flavio Tranquillo. Basket-R Evolution (Baldini&Castoldi, 2016)
Il palleggio dietro la schiena
Bob Cousy
Anche i passaggi dietro la schiena e i palleggi incrociati di Bob Cousy nei primi anni 50, prima che i Celtics vincessero grappoli di titoli, erano guardati con disprezzo. È solo il naturale rifiuto verso una cosa nuova, per paura dell’ignoto e del diverso. Un rifiuto che dobbiamo combattere opponendogli una cartesiana analisi. Meglio ricordarselo quando la prossima volta (perché lo faremo, oh se lo faremo) bolleremo come sbagliato qualcosa che solo diverso dai nostri canoni. | Flavio Tranquillo. Basket-R Evolution (Baldini&Castoldi, 2016)
La prima volta. Con il punteggio fermo sul 57-57, a circa 10 secondi dalla fine della partita di Holy Cross-Loyola di Chicago, nel 1949, Bob Cousy di Holy Cross avanzava palleggiando nella speranza di guadagnare quel mezzo passo di vantaggio rispetto al difensore, mezzo passo che gli avrebbe permesso un tiro abbastanza ravvicinato, preferibilmente in sospensione, e con la mano destra. Ma quel mezzo passo di vantaggio non arrivava mai. L’uomo che lo marcava, Ralph Klaerich, aveva tenuto Cousy a zero punti per tutta la seconda metà del tempo e anche stavolta gli stava incollato. In più Klaerich era una frazione di passo davanti a Cousy, aspettandolo sul lato destro, come aveva fatto più volte con successo, pronto a bloccargli qualsiasi tiro avesse provato a fare una volta concluso il dribbling.
da Sports Illustrated, 9 gennaio 1956
Ma stavolta Cousy finì il dribbling in modo leggermente diverso da quello che Klaerich – e forse pure lui stesso – si aspettava. Rendendosi conto che l’unico modo in cui poteva liberarsi per un tiro era raggiungere in qualche modo il lato destro di Klaerich (la sua sinistra), Cousy allungò la mano dietro la schiena e schiaffeggiò la palla sul pavimento, la riprese con la mano sinistra mentre questa saliva rimbalzando alla sua sinistra, e poi, senza pausa nel suo passo o senza dribbling, se ne andò a sinistra (a pochi metri da un Klaerich sbalordito), balzò in aria e affondò a canestro con un tiro mancino che gli fece vincere la partita. “Quando allenavo quel dribbling dietro la schiena, ricordo che tra noi si parlava solo dell’occasione giusta che avrei trovato per usarlo”, ha ricordato Cousy. “Il fatto è che non avevo mai pensato a un simile gesto fino al momento in cui la situazione mi ha costretto a farlo. Uno di quei casi in cui la necessità è la madre dell’invenzione. Sono rimasto sorpreso io stesso da quello che avevo fatto. Solo molto più tardi ho iniziato a renderlo una parte affidabile del mio repertorio”. | Herbert Warren Wind, Sports Illustrated, 9 gennaio 1956
Il re delle stoppate
Hakeem Olajuwon
Pochi altri giocatori nella storia della NBA hanno avuto l’eleganza, l’educazione, la signorilità, la compostezza e la cultura di Hakeem Olajuwon fuori dal campo, e la varietà di movimenti offensivi, la tecnica, la costanza, la durezza mentale e l’incisività difensiva sul campo.
Hakeem (in realtà era Akeem all’inizio, senza la H, aggiunta al suo nome solo nel 1991) non ha mai toccato un pallone da basket fino ai 15 anni, quando prese confidenza con la palla a spicchi in maniera del tutto casuale, rappresentando la propria scuola superiore, la Muslims Teachers College di Lagos, alla All Nigerian Teachers Sports Festival a Sokoto, nel nord del paese.
La curiosità è però che Hakeem era a quel torneo per rappresentare la sua scuola giocando nella squadra di pallamano. Un giocatore della squadra di basket, vista l’atletismo e la fisicità di Olajuwon, ebbe l’intuizione di proporre al proprio coach di chiedergli di giocare anche a basket.
E così nacque la stella Hakeem Abdul Olajuwon.
Pallamano e calcio erano stati i suoi sport fino a quel momento (giocava portiere, cosa che gli ha insegnato ad avere una naturale mobilità laterale, una manna dal cielo per gli scivolamenti difensivi e per i movimenti in post basso nel basket), ma nel giro di due anni Hakeem divenne un prospetto cestistico di primissimo livello, ricevendo una borsa di studio dalla Houston University. … Nelle stagioni successive Hakeem fu tre volte All NBA First Team, tre volte All Defensive First Team, quattro volte titolare all’All Star Game, miglior rimbalzista e miglior stoppatore per due stagioni consecutive, fu il primo giocatore nella storia della NBA ad essere nella Top 10 in punti, rimbalzi, recuperi e stoppate per due stagioni consecutive, e fu uno dei quattro giocatori nella storia NBA a totalizzare una quadrupla doppia, in punti, rimbalzi, assist e stoppate. | Daniele Vecchi, La Giornata Tipo
Il tiro da tre
Chris Ford
Larry Bird e Magic Johnson erano rookies. Il nome di Bill Walton era in tutti i titoli per il suo passaggio da Portland ai San Diego Clippers dopo un anno di stop per infortunio. Alcune partite di NBA venivano ancora trasmesse in differita con i videotape. E la lega provò qualcosa di nuovo: il tiro da 3 punti. Il suo debutto, nella stagione 1979-80, fu infelice. Nel pezzo di presentazione della stagione il New York Times lo definì un trucco: nel titolo e due volte nei primi due paragrafi. “Può cambiare le partite alla fine dei quarti” disse il coach di Phoenix Suns, John MacLeod. “Non ho intenzione di impostare degli schemi per far tirare i ragazzi da 7 metri . Penso che sia un basket molto noioso”. | Viktor Mather, NYTimes, 20 gennaio 2016
~ Il primo a segnare da tre fu Chris Ford dei Celtics
Il gancio cielo
Kareem Abdul Jabbar
La prima volta. Un giorno, avevo 9 anni, ero intrappolato dalla difesa ed avevo dovuto fermarmi, avendo fermato il palleggio: lanciai un’occhiata al canestro alle mie spalle, mi voltai e tirai il mio primo gancio. Lo sbagliai, ma quella sensazione di potere e di controllo mi caricò di energia. | Kareem Abdul Jabbar. Sulle spalle dei giganti (Add editore, 2018)
Il gancio cielo di Abdul-Jabbar è una delle mosse distintive più famose di tutti i tempi, come il finger roll di George Gervin o il Dream Shake di Hakeem Olajuwon. Il vero test per una mossa distintiva è quando lo riconosci nel momento in cui qualcun altro lo prova. Abdul-Jabbar ammette che “non è un colpo macho” ma non comprende la riluttanza dei giocatori moderni nell’incorporarlo al loro gioco. | J.A. Adande, ESPN
“Penso che il gancio cielo non si veda più per via del modo in cui stanno insegnando il gioco alle nuove generazioni, fondato su attacchi e caratteristiche totalmente diverse, una su tutte la predominanza del gioco fuori dall’arco”. | Kareem Abdul Jabbar a The Vertical, marzo 2017
Chi lo inventò. Dobbiamo ringraziare George Mikan e Cliff Hagan per l’origine del colpo di Abdul-Jabbar. Abdul-Jabbar non ricorda di aver visto Mikan, con il Minneapolis Laker il primo grande uomo dominante della NBA. Abdul-Jabbar ha visto però Hagan utilizzare il gancio ai St. Louis Hawks. | J. A. Adande, ESPN
Il crossover
Tim Hardaway
Inizialmente era solo una mossa, niente di più. Alla fine degli anni 60 si diffuse per la prima volta con Oscar Robertson. Dopo è diventato più di una mossa. È diventato il “go-to” del basket. Il crossover esisteva prima che fossero in commercio le sneaker Air Jordan Retro. Ricordate Tim Hardaway? Bene, è lui il creatore. Vorrei dire che è il primo al quale ho visto fare la giocata per spezzare le caviglie di qualcuno. Il primo che si è scrollato Michael Jordan dalle sue scarpe. Diventò il gesto più discusso nei media sportivi americani. Perché? Perché MJ non avrebbe dovuto crollare sulle caviglie! Stiamo parlando di MJ! Perciò è Tim Hardaway il creatore. L’inventore. Ha inventato la mossa con l’intenzione di far cadere i difensori. La mossa ha rivoluzionato il gioco, al punto che è stata acquisita da ogni palleggiatore. La sua popolarità andrebbe paragonata a quella della salsa a Chicago. È uno stile di vita. Una narrazione. Ringraziamo il creatore Tim Hardaway e non dimentichiamo Oscar Robertson. | Travis Harmon-Smith, Fan Sided, 27 dicembre 2019
Eurostep
Sarunas Marciulionis
I giocatori NBA ora mostrano sempre più spesso l’Eurostep, una mossa in cui un giocatore supera un difensore fermando il palleggio, facendo un passo in avanti e rapidamente un altro più grande, laterale, nell’altra direzione. La mossa è un modo astuto per distribuire i due movimenti consentiti dopo aver smesso di dribblare, e arriva fino al limite dell’infrazione di passi. Il lituano Sarunas Marciulionis ha il merito di aver portato l’Eurostep in NBA. Ginobili l’ha poi perfezionato e reso popolare. | Jonathan Abrams, New York Times, 17 novembre 2010
Finger roll
George Gervin
«Dr. J aveva grandi e vecchie mani. Il mio eroe era Connie Hawkins, che aveva la sua versione del finger roll. E poi Wilt Chamberlain. Io mi ispiravo a quei tre ragazzi, che significano tutti molto per me. Durante l’intervallo dell’All-Star Game 1997 a Cleveland, mi trovai al fianco di Erving e Chamberlain mentre l’NBA annunciava la sua squadra ideale per il 50° anniversario. Io ero al tavolo con loro. Wilt venne da me e disse: – Iceman, mi hai rubato il finger roll. Allora Doctor J intervenne: – No, l’hai preso a me. Ho risposto: – Ehi ragazzi, ho preso un pezzo da ognuno di voi e l’ho reso famoso». | George Gervin a SiriusXM NBA Radio
Il tiro della nonna
Rick Barry
Il presidente era Jimmy Carter. Correva l’anno 1980, e Rick Barry, tra i cinquanta cestisti più forti di tutti i tempi, chiudeva la carriera con uno strabiliante 89,3% dalla lunetta. Barry ci si piazzava a gambe larghe, afferrava il pallone con entrambe le mani, se lo portava appena al di sotto dei testicoli – non c’è altro modo per dirlo – e da quella poco nobile area anatomica lo lanciava verso il canestro con una grazia ai limiti della leggiadria. E segnava, Barry, nove volte su dieci.
Un bel rompicapo questa tecnica, a cominciare dalla sua definizione. Benché il gesto richiami alla mente i primi incerti tentativi che facciamo da bambini, gli americani parlano di granny style, il tiro della nonna. Oggi il primo a stupirsene è lo stesso Barry, ma molti anni fa, quando suo padre gli suggerì di adottare questa meccanica non proprio ortodossa, tutt’altro che in linea col machismo del basket e per niente cool, Barry disse qualcosa tipo: “Sul serio, pa’, vuoi che faccia il tiro della nonna?”. | Emiliano Poddi, la Repubblica, 24 ottobre 2016
Dove i giocatori di basket sono angeli
Alcuni giocatori americani di basket dell’era di Bob Cousy, George Mikan e Bob Pettit sono stati immortalati in una chiesa francese e non ne sono nemmeno consapevoli. Nel 1957 ero con un gruppo di scrittori di viaggi nel sud della Francia. Tra le nostre tappe c’era la Chapelle Saint-Pierre appena ristrutturata nel villaggio di pescatori di Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza.
Jean Cocteau, l’artista che aveva progettato ed eseguito il progetto, ci conduceva attraverso la cappella. Non molto tempo prima, Henri Matisse aveva progettato l’interno della famosa Chapelle du Rosaire nella vicina Vence, e a Cocteau, che si dilettava con film, pittura, poesia, balletto, teatro, costumi, ceramiche, sculture e altri aspetti dell’arte, piaceva dimostrare che qualunque cosa un altro artista avesse fatto, lui anche poteva farla.
La cappella del XIV secolo, che si affaccia sulle acque del bellissimo porticciolo, era stata utilizzata per decenni come deposito per attrezzi da pesca. Promettendo alla popolazione locale di rendere il loro villaggio un’attrazione turistica, Cocteau aveva ricevuto mano libera e aveva coperto le pareti interne e i soffitti con dei murales: disegni audaci, lievi sfumature pastello. San Pietro, il pescatore, personaggio di spicco, cammina sull’acqua. Maria e Gesù bambino ascoltano una seranata da un chitarrista elegante. In un terzo riquadro, le belle fanciulle di Villefranche portano un cesto di pesce.
Le figure più importanti nei murales, tuttavia, sono gli angeli dipinti sulle pareti della cappella e sul soffitto a volta. Sono alti e sottili, con grandi ali bianche, e sembrano saltare. Dopo la visita alla cappella, la maggior parte dei giornalisti andò in giro il porto, io rimasi indietro con Cocteau. “Dove hai avuto l’idea che gli angeli assomiglino a uomini che saltano?” gli ho chiesto.
“Perché i tuoi angeli non sembrano bambini?”.
“Ho avuto questa idea per molto tempo”, rispose battendo le mani dal piacere. Era felice che qualcuno lo avesse notato. “I miei amici negli Stati Uniti mi inviano i giornali con le foto dei giocatori di basket, e io li conservo perché sono così belli. Gli angeli sono esattamente come questi uomini, come questi giocatori di basket che saltano in aria. Così ho dipinto degli sportivi sulle pareti e sul soffitto della mia cappella. Riesci a riconoscere questa idea ora che te l’ho svelata?”. A ripensarci bene, il gesto del grande angelo appena sotto il sole (che sembra un pallone da basket) pare quello di un giocatore che tira un gancio, mentre il piccolo angelo alla sua sinistra sta chiaramente facendo rimbalzare la palla sul parquet. | Campbell Geeslin, Sports Illustrated, 9 novembre 1981