La morte di Kobe Bryant

[S]  speciale
La morte di Kobe Bryant

 

Quello che avete fatto per me 
è più grande di quello che ho fatto per voi
Kobe Bryant

 

 

Che cosa è successo. Kobe Bryant è tra le nove persone morte in un incidente in elicottero a Los Angeles. Aveva 41 anni. L’incidente ha ucciso anche Gianna Bryant, 13 anni, la seconda delle quattro figlie avute da Kobe Bryant con sua moglie Vanessa. Stavano viaggiando dalla base di famiglia di Orange County, in California, verso Thousand Oaks, 30 miglia a nord-ovest di Los Angeles. Gianna era una stella in erba e doveva giocare una partita pomeridiana con la sua squadra alla Mamba Sports Academy di Kobe Bryant. | Marc Stein, New York Times

 

Oltre al pilota, tra le vittime c’è John Altobelli, allenatore di baseball dell’Orange Coast College, con la moglie, Keri, e la figlia Alyssa, compagna di squadra di Gianna.

 

Come ha saputo l’America. Il fumo bianco si alza dalla sterpaglia, mentre tre vigili del fuoco parlano tra loro, le braccia conserte. Nel sottofondo si sentono lacrime, ma non si riesce a capire di chi. Il cielo è grigio e nebbioso. La conduttrice della Cnn chiude il collegamento in diretta, senza aggiungere altro. Annuncia un servizio sull’ impeachment a Donald Trump, ma passano venti secondi e tornano le immagini in diretta della tragedia. La corrispondente locale, poco dopo le 2.30 di pomeriggio, conferma con poche parole quello che nessuno voleva sentire: «Nell’incidente dell’elicottero, a Calabasas, Malibu, California, tra le vittime c’è Kobe Bryant, 41 anni, il più grande giocatore di sempre». La giornalista resta in silenzio, mentre di fianco cominciano a scorrere le immagini di Kobe, con la moglie, le quattro figlie. Lui che sorride, lui con gli occhialoni scuri, con il cappello di campione nel 2010, mentre indica ai tifosi il numero 24| Massimo Basile, la Repubblica

 

L’elicottero. Era un Sikorsky S-7 bi-turbina prodotto nel 1991. Si tratta di un modello utilizzato anche in ambito governativo e militare. Ha volato per lo Stato dell’Illinois fino al 2015 poi è stato venduto. Secondo i testimoni poco prima di precipitare (alle 10 del mattino, sulle colline vicine a Los Angeles) uno dei motori emetteva uno strano suono, ma la dinamica è ancora poco chiara e l’ultima parola l’ avranno gli esperti dell’ Ntsb, l’ente americano che indaga sugli incidenti nel trasporto. Quello di ieri è il 43esimo esemplare precipitato secondo il database specializzato Aviation Safety Net. Nel 2017 – ultimo anno disponibile – l’International helicopter safety team analizzando i dati di 49 Paesi (compresi quelli europei) calcola che gli incidenti, in totale, sono stati 239 e i morti 44, di questi 121 schianti (poco più della metà di quelli complessivi) e 20 vittime si sono registrati negli Stati Uniti. Gli elicotteri sono più «pericolosi» degli aerei? A leggere le statistiche sì, anche se i controlli tecnici sono altrettanto rigidi: negli Usa la Faa – l’ente federale dell’aviazione – stima che se nei velivoli (di qualsiasi tipo) ogni centomila ore di servizio si contano 0,84 incidenti mortali, nello stesso arco tempo-rale con gli elicotteri il dato balza a 1,02. | Corriere della sera

 

Il primo articolo su Sports Illustrated
Era il 6 maggio 1996, quando il diciassettenne del liceo annunciò di aver trovato il posto dove voleva “portare il suo talento”, coniando una frase che alterò per sempre il panorama della NBA. (Anche se non tutti la pensavano così al momento)

 

Lunedì alle 14.25, l’ultima campanella è suonata alla Lower Merion High School, nella verdeggiante periferia di Filadelfia, e la palestra della scuola, un pezzo da museo intorno al 1964, ha iniziato a riempirsi. Ragazzi con gli zaini sulla schiena si sono affrettati a salire sulle gradinate, e le ragazze con i bastoncini di lacrosse in mano sedevano a gambe incrociate sul pavimento di legno. Gli insegnanti, fingendo disinteresse, hanno riempito la palestra. Il direttore atletico della scuola, indossando la sua giacca e cravatta, ha provato il microfono.
Ai margini del campo di basket, i giornalisti del The Main Line Times e del Merionite, il giornale della scuola, abituati a coprire eventi nella palestra scricchiolante, si sono trovati a fare spazio alla ESPN e al Washington Post. I membri di Boyz II Men sono rimasti nella parte posteriore. Il nome del gruppo non è mai sembrato più appropriato. Lunedì alle 14.35, nella stessa palestra in cui ha segnato più punti da scolaro di quanti qui si ricordi, un amabile prodigio di nome Kobe Bryant, 17 anni, ha annunciato i suoi piani per il futuro. Non poteva essere un asso della Merion per sempre. Ma cosa verrà dopo? La Salle University, dove suo padre, Joe (Jellybean) Bryant, è assistente allenatore di basket? Villanova? Michigan? L’NBA, dove Joe ha trascorso otto stagioni con i San Diego Clippers, i Philadelphia 76ers e gli Houston Rockets?
Sul campo da basket, Bryant si muove come un fulmine. Con una giacca sportiva e pantaloni eleganti acquistati all’ultimo minuto, bisognosi di un sarto, occhiali da sole posizionati sulla parte superiore della sua lucente testa rasata, Bryant è salito sul palco. Ha appoggiato la bocca al microfono, portandosi beffardamente le dita verso il mento come se stesse ancora meditando sulla decisione e ha comunicato la notizia che gli addetti ai lavori si aspettavano da una settimana. “Ho deciso di saltare il college e portare il mio talento nella NBA“.
Tra i pro giocherà da guardia, ma resta da stabilire se è un tiratore da NBA. Inoltre non è chiaro se un diciassettenne davvero felice con un libro tra le mani debba entrare direttamente tra i lavoratori senza una formazione universitaria. “Penso che sia un errore totale”, afferma il direttore dello sviluppo del basket dei Boston Celtics, Jon Jennings, che si oppone a qualsiasi professionista in età da studente. “Kevin Garnett è stato il miglior giocatore di liceo che abbia mai visto, e non gli avrei consigliato di saltare all’NBA. E Kobe non è Kevin Garnett”. | Sports Illustrated, 6 maggio 1996

 

I suoi numeri

 

Chi lo scelse e cosa successe dopo. Lo scelsero i Charlotte Hornets ma subito dopo lo cedettero ai Los Angeles Lakers in cambio dei diritti su Vlade Divac. E con la canottiera gialloviola Kobe divenne l’icona di una franchigia, della Nba, dello sport mondiale. Kobe, semplicemente. Più giovane debuttante nella lega professionistica americana, a 18 anni e 72 giorni, Bryant ci mise un po’ a capire (e a far capire) quanto fosse forte, poi nel secondo anno di Nba si rese conto di essere speciale. «Fu un’illuminazione. Durante un time out dico a un mio compagno: ora facciamo così, io prendo palla qui, tu ti sposti lì, il difensore farà questo, tu farai quest’altro, io mi muovo così, pà-pà-pà, e facciamo canestro! Lui mi ha guardato con gli occhi sgranati e ha risposto: ehhh?! Ho realizzato che vedevo il gioco molto più avanti degli altri». Dove sia arrivato, lo dicono i numeri.  | Roberto De Ponti, Corriere della sera

 

I record. Restano però innumerevoli i record stabiliti da Bryant nella sua incredibile carriera: il più giovane giocatore dell’All Star Game Nba (19 anni e 175 giorni) nel 1998; il più giovane a vincere la gara delle schiacciate, nel 1997; più tiri da 3 segnati in un tempo: 8 (nel 2003 contro Washington); più tiri liberi segnati in un quarto: 14 (nel 2005 contro Dallas); più tiri da 3 segnati negli All Star Game: 17; unico giocatore nella storia Nba ad aver segnato 60 punti nella sua ultima partita da professionista, il 13 aprile 2016 contro gli Utah Jazz. Bryant è stato inoltre il miglior marcatore della Nba nel 2006 e nel 2007, il miglior giocatore nella stagione regolare Nba 2008 e ancora nelle finali 2009 e 2010.  | Giorgio Viberti, la Stampa

 

Due volte miglior marcatore della stagione, con tanto – nel 2006 – di una partita contro Toronto da 81 punti. Solo Wilt Chamberlain, 100 nel 1962, ad oggi ha fatto meglio e di più. | Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport

 

Che cosa ha vinto. Cinque titoli Nba, due volte MVP delle Finali, 18 convocazioni all’All Star Game, due ori Olimpici con gli Usa. E poi 1.346 partite giocate, 11.719 tiri segnati, 33.643 punti in carriera, fino a sabato il terzo miglior realizzatore della storia Nba. Il posto sul podio glielo ha tolto quello che in molti considerano il suo erede, nonché uno degli altri grandi che fanno parte del “Monte Rushmore” dell’ Nba, ovverosia LeBron James: a cui, tra l’altro, Kobe ha rivolto il suo ultimo tweet.  | Matteo Spaziante, Libero

 

 

Come lo ricorderemo
Lui e Los Angeles. A Los Angeles, viviamo tutti in quartieri remoti, ci incrociamo ma non ci incontriamo. Tranne quando di mezzo c’è lo sport. I tifosi più ricchi siedono a bordo campo allo Staples Center, ma non fanno più parte della comunità sportiva di quanto ne facciano parte gli anonimi neri, bianchi, latini e asiatici che lavorano, sudano e desiderano di esserci, e guardano le partite in televisione, indossando le maglie di Magic, Kareem, LeBron e Kobe, credendo, sempre, che vincere non sia solo una possibilità, ma un diritto per nascita locale. Kobe Bryant era il loro ragazzo. Il nostro ragazzo Un ragazzo che ci ha fatto credere che con abbastanza lavoro e desiderio, vincere è più di un sogno lontano. 
La prima volta che ho proposto un articolo su Kobe, ho avuto un’idea pessima. Volevo scrivere di quale grosso errore fosse per Bryant saltare il college e diventare professionista appena uscito dal liceo. All’epoca vivevo a Filadelfia, non lontano da dove Bryant attirava l’attenzione degli dei del basket sfidando la gravità per la Lower Merion High School. In realtà mi dispiaceva per Bryant, che trascorreva gran parte della sua prima stagione con i Lakers piazzati in panchina. Più di un caporedattore ha respinto la mia proposta, sostenendo che era troppo presto per esprimere un simile giudizio, e inoltre, chi ero io per dire a un giovane fenomeno come gestire la sua vita? Grazie per quei rifiuti, grazie, grazie. Ho scritto alcune storie di cui mi pento, ma quella sarebbe stata in cima alla lista. | Steve Lopez, Los Angeles Times

 

Quella cosa degli dei. Questa storia che muore giovane chi è caro agli dei francamente ha rotto le scatole. Perché certe persone sono care al mondo intero, anche agli avversari e ai nemici sportivi, e gli dei non dovrebbero avere alcun diritto di riprendersele. gli dei che ce lo hanno strappato questa volta hanno davvero commesso un errore imperdonabile. | Roberto Gotta, il Giornale

 

Icona globale. Con Bryant muore un patrimonio di tutti. Un simbolo planetario. Un’icona globale. Un Jordan, un Messi, un Bolt. Un personaggio amato ovunque, non solo sotto canestro. In Italia addirittura in modo totale. aveva tutto per elettrizzare: personalità, doti di leadership, rapidità, elevazione, tiro, difesa, propensione ad assumersi le scelte e le decisioni più delicate nei momenti clou. Oltre a una determinazione che a volte rischiava di sfociare in arroganza. | Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport

 

Ispirò Obama. Obama nel giorno dell’addio l’aveva copiato. Salutando tutti i giornalisti, corrispondenti della Casa Bianca, aveva fatto come lui: aveva preso il microfono in mano e lo aveva fatto cadere platealmente a terra. Così, con il «mic drop», Kobe Bryant nel 2016 aveva salutato per sempre il mondo del basket e così Obama diceva addio all’America. Questo per dire chi era Kobe. | Emanuela Audisio, la Repubblica

 

La locomotiva che c’è nei campioni. Quando un grande campione muore giovane e in maniera tragica, la nostra mente rifiuta di crederci. In psicologia, in inglese, si dice “denial“, cioè “rifiuto”. Mi ricordo quando, nel 1993, Drazen Petrovic morì a 29 anni in un incidente stradale. Un amico, Dario Colombo, mi chiamò per darmi la notizia. La mia risposta, a voce alta fu: «Nooo!» Colombo: «Invece, Dan, sì». Nessuno mi ha dovuto chiamare questa volta anche se mia figlia Jennifer mi ha mandato una mail con la notizia: come molti, l’ho saputo dai telegiornali. All’inizio, non riuscivo a capire, poi non riuscivo a crederci.
Chiesero al mitico giocatore di baseball, Joe Di Maggio, perché dava il 100%, anche in partite di poca importanza. E lui rispose: «Forse oggi ci sarà un ragazzo che mi vedrà per l’ unica volta nella sua vita e non lo voglio deludere». Ecco questo era Kobe Bryant. È la “locomotiva” che c’è in ogni campione: sono quelli che non vogliono perdere mai, che trovano stimoli anche dal nulla, fanno un lavoro maniacale per migliorare, non sono mai appagati dai trionfi. Sposano mezzi atletici, bravura tecnica, mentalità vincente e qualcosa di geniale che noi “altri” non riusciamo né a capire né a spiegare. Loro viaggiano in un’altra dimensione, alla velocità della luce. Ecco come voglio ricordare Kobe Bryant. | Dan Peterson, la Gazzetta dello sport

 

L’omaggio NBA
In campo. Gli Spurs e i Raptors che giocavano a San Antonio, i Celtics e i Pelican che giocavano a New Orleans, hanno intenzionalmente violato la norma dei 24 secondi all’inizio delle loro partite in onore di Bryant, che aveva giocato con i numeri di maglia 8 e 24. Entrambe le maglie, ritirate, sono state appese alle travi nell’arena dei Lakers, lo Staples Center, che ospitava la cerimonia di assegnazione dei Grammy Awards. Il musicista Lizzo ha dedicato un’esibizione durante lo show all’ex giocatore, i fan si sono rapidamente riuniti all’esterno dell’impianto cantando: “Grazie, Kobe”. Molti giocatori N.B.A. durante la partita hanno calzato scarpe che rendevano omaggio a Bryant e sua figlia. I Lakers tornavano in città dopo un viaggio a Philadelphia. Il video della NBC a Los Angeles ha mostrato LeBron James e altri compagni di squadra che si abbracciavano, in lacrime, dopo essere usciti dall’aereo della squadra.  | New York Times

 

Messaggi. Donald Trump: «Il grande Kobe Bryant, assieme ad altre persone, è morto, vittima di un incidente in elicottero in California. Questa è una notizia terribile». Paul George: «Fermiamoci». Joel Embiid: «Volevo essere come lui». Marco Belinelli: «Non può essere vero, mio eroe».  Gianni Petrucci: «L’ho conosciuto con Ettore Messina tre anni fa, e avevamo concordato un suo impegno in Italia: quando gli comunicai che la sua sede sarebbe stata Roma, per un corso ai giovani, si emozionò». L’Olimpia Milano: «Kobe è stato brevemente part-owner dell’Olimpia durante la gestione di Pasquale Caputo e del padre Joe nella stagione 1997-98. RIP Campione». Usain Bolt: «Non riesco a crederci». Federica Pellegrini: «Ditemi che non è vero! Che non può finire così».  Francesco Totti: «Onorato di averti conosciuto». Andrea Pirlo: «Sei stato un esempio per la nostra generazione».

 

Le reazioni del suo mondo. Michael Jordan è addolorato: «Era mio fratello minore».«Per favore, no» scrive Luka Doncic dei Mavericks, mentre Manu Ginobili, nemico amatissimo con San Antonio ha solo una parola, «Devastato». Tony Parker, anche lui ex Spurs: «Il mio cuore è spezzato. Eri una vera leggenda e un amico. Riposa in pace». Shaquille O’ Neal, suo compagno nei Lakers è sconvolto: «Non so come descrivere il dolore che sto provando, ho perso il mio amico, mio fratello, il compagno con cui ho condiviso vittorie».
Kareem Abdul Jabbar posta un video: «Molti lo ricorderanno come un grande atleta che ha ispirato tanti altri giocatori. Per me, l’uomo, è stato più grande dell’atleta». Un altro mito, Larry Bird, rende omaggio a Bryant: «Non era solo un’icona, ma un uomo che ha fatto tanto per la comunità. La sua stella continuerà a brillare perché anche fuori dal campo ha cercato di usare il suo talento per gli altri e per la sua famiglia». E Isiah Thomas, ex Pistons: «Incredibile, incredibile tristezza». Scottie Pippen parla di «un giorno terribilmente triste e tragico». «Kobe, come atleta sei sempre stato una fonte di ispirazione. Ho sempre ammirato la tua professionalità e impegno». Tom Brady, campione di Nfl: «Ci manchi già, Kobe». Anche Neymar ha voluto rendere omaggio alla memoria del campione: lo ha fatto durante la partita fra Lilla e Paris SG. Il brasiliano ha segnato su rigore poi con le mani ha fatto il numero 24, quello della maglia dei Lakers della star Nba, e quindi ha fatto un gesto di preghiera verso il cielo. | Federica Cocchi, la Gazzetta dello sport

 

Il giocatore
La sua lettera d’addio al basket. Caro basket, sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te. Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso, dalla mia mente, al mio corpo, al mio spirito e alla mia anima. Nelle vesti di un bambino di 6 anni innamorato non ho mai visto la luce in fondo al tunnel. Mi vedevo soltanto correre al di fuori. E così ho corso. Ho corso su e giù per ogni campo, rincorrendo ogni pallone per te. Mi hai chiesto il massimo sforzo, io ti ho dato il mio cuore. Ho giocato quando ero stanco e dolorante, non perché fossero state le sfide a chiamarmi, ma perché TU mi hai chiamato. Ho fatto qualsiasi cosa per TE, perché questo è ciò che fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive come hai fatto tu con me.
Hai dato a un bimbo di 6 anni il sogno di essere un giocatore dei Lakers e ti amerò sempre per questo. Ma non posso amarti in maniera ossessiva per molto tempo ancora. Questa stagione è tutto quel che mi rimane da darti. Il mio cuore può reggere il peso, la mia mente pure, ma il mio corpo sa che è giunto il momento di salutarci. Ma va bene così. Sono pronto a lasciarti andare. Volevo che tu lo sapessi, cosicché potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare assieme. Le cose belle e quelle meno belle. Ci siamo dati l’un l’altra tutto quello che avevamo. Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa io farò, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1… Ti amerò sempre. Kobe”. | The Players’ Tribune, novembre 2015

 

La sua ultima partita. Per la partita d’addio c’è chi ha pagato la bellezza di 25mila dollari, c’è chi si è dipinto sullo stomaco l’effigie del campione tipo ‘murale’. In migliaia hanno risposto all’appello del Los Angeles Times (“Eroe, canaglia o leggenda? Dite la vostra”). Saranno 48 minuti (più il pre e post-partita) indimenticabili ed è comprensibile che, visti i diversi incidenti in carriera (questa stagione, come le tre precedenti Bryant ha saltato diverse partite), dirigenti e medici dei Lakers abbiano fatto di tutto per portare Kobe integro alla passerella finale. Passerella da star, come è giusto. Perché quel ragazzone nero, cresciuto in Italia (il padre Joey giocò sette anni da noi), quasi travolto prima dai litigi con il suo ex compagno di squadra Shaquille O’Neal e poi da uno scandalo a sfondo sessuale, non è soltanto un’icona sportiva. Per Los Angeles (e non solo) è un modello di vita, lavoro, tenacia. | Alberto Flores d’Arcais, la Repubblica, 13 aprile 2016

 

Non sono triste. Anzi, sono felice di aver giocato per vent’anni e aver visto 3 generazioni di ragazzi crescere accanto a me. Quando sei giovane ti senti invulnerabile, pensi che non ti accadrà mai niente. Poi Madre Natura un giorno ti presenta il conto e allora sei costretto a tornare con i piedi per Terra
Kobe Bryant

 

Il suo ultimo canestro. Bryant ha chiuso la sua storia cestistica con due tiri liberi. Come Michael Jordan, l’inevitabile termine di paragone – che cosa li accomuna? Probabilmente la disponibilità a vendere l’anima al diavolo in cambio di un ciuff a fil di sirena —, anche se i due si sono incrociati solo brevemente e mai in una finale, il capitolo che manca a questa favola. Così il saluto dell’ex bambino magro e riccioluto, cresciuto in Italia al seguito di papà Joe, è riconducibile più al giorno in cui Kareem Abdul-Jabbar chiuse, a 44 anni, la sua fabbrica di rimbalzi e canestri: era il 1989 e il Forum di Inglewood dedicò a KAJ una standing ovation di 10 minuti; Kobe è invece quasi riuscito a oscurare le 73 vittorie-record dei Golden State Warriors, impresa che andava in scena a Oakland, 600 km a nord di Los Angeles.
Cinque «scudetti» e un rimpianto («Avrei voluto chiudere ancora con un titolo»), Kobe è l’anello di congiunzione tra il basket di Jordan e quello di LeBron James e degli altri assi di oggi. Non va giudicato, va ricordato nelle acrobazie uniche, nei numeri (guadagni milionari, certo, ma anche 16 modelli di scarpe dedicate) e nel sapersi far detestare, cosa della quale era consapevole come prova la simpatica clip ideata dalla Nike nella quale dirige il coro degli improperi al suo indirizzo. «Mamba out». | Flavio Vanetti, Corriere della sera, 15 aprile 2016

 

Un’ipotesi di bilancio. Nella pallacanestro del 2015 – infarcita di statistiche avanzate, sabermetrics e mappe di tiro super dettagliate – Kobe Bryant appare un giocatore fuori moda, fuori tempo massimo, un residuo del passato che non vuole arrendersi al trascorrere del tempo: troppi isolamenti, troppi uno-contro-tutti, troppi pochi tiri frutto di circolazione del pallone, troppi pochi canestri da tre punti. Il basket cambia velocemente, lui non riesce – e forse neppure vuole – fare altrettanto. In fondo fare sempre a modo suo, di testa sua (stubborn, cocciuto, si è autodefinito un giorno: impossibile fare meglio), è quello che lo ha reso uno dei più grandi interpreti di questo gioco: possibile che oggi non vada più bene? Possibile, forse. Ma – ancora una volta – Kobe Bryant rimane Kobe Bryant. 
E allora eccoci alle conclusioni. Non è stato Michael Jordan sul campo, ma sicuramente quello capace di andarci più vicino, la reincarnazione più credibile, oltre che l’unico ad avere lo stesso fuoco dentro, lo stesso animalesco desiderio per la competizione, la stessa ossessione per la perfezione, ma anche una forza mentale e un’etica del lavoro che solo il n°23 ha mostrato in carriera. | Mauro Bevacqua, Rivista Undici, 2 dicembre 2015

 

I guadagni. Il cestista ha legato il suo nome ai Los Angeles Lakers per vent’anni, siglando contratti faraonici, che dal 1996 gli hanno fruttato guadagni per 323 milioni di dollari. Dalla stagione 2009-2010 è stato il giocatore più pagato dell’Nba, toccando l’apice tra il 2013 e il 2014 con un ingaggio da 30 milioni di dollari. Nell’ultimo biennio ha incassato 48,5 milioni, riuscendo a strappare un contratto al top salariale, incidendo per il 34 per cento sul monte ingaggi della squadra (71,6 milioni). | Emanuele Cuomo, l’Espresso, 22 aprile 2016

 

L’uomo
Perché Kobe. Si chiamava così perché suo padre Joe, ex giocatore con un passato in Italia – a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia, Reggio Emilia – e sua moglie avevano assaggiato in Giappone la carne di Kobe.

 

Moglie e figli. Il matrimonio con la storica compagna Vanessa Laine è stato messo a dura prova dalle accuse di stupro che hanno trascinato Kobe in tribunale nel 2003. Dopo numerose udienze, la ragazza – una cameriera di un hotel di Edwards, Colorado – ritirò le accuse. Ma quel rapporto sessuale, che secondo la difesa era consenziente, smascherò comunque le infedeltà del campione. Che furono alla base della richiesta di divorzio di Vanessa nel 2011. Separazione che poi venne scongiurata e dimenticata grazie alla nascita di altri due figli. Già, quattro figli, tutti con nomi italiani: Natalia Diamante, Gianna Maria Onore, Bianka Bella e Capri Kobe. A rendere più solido quel legame con una terra che oggi piange quel pestifero figlioccio che firmava autografi ai suoi coetanei al grido di: «Tienilo. Io diventerò famoso». | Gianluca Cordella, il Messaggero

 

L’eroe anomalo e imperfetto. L’America ha sempre bisogno di eroi. E ne ha un bisogno disperato in questo tornante della storia segnato dal disimpegno, dal ritiro, dall’affievolirsi della grande fiaccola americana, e si sente la mancanza di quel tipo di genio capace di stampare, manzonianamente, un’orma più vasta, di lasciare un segno nella storia. Bryant il suo segno nella storia lo ha lasciato, e non è il segno del talento mostruosamente superiore per doti fisiche o tecniche, la sua non è l’epica del predestinato. È una storia di furbizia e senso tattico, la capacità di introdurre elementi innovativi nel gioco, non soltanto di fare incredibilmente bene quel che già avevano fatto altri prima. E i riflettori proiettano anche un inevitabile cono d’ombra: quelle accuse di violenza sessuale finite con le scuse di Bryant ma senza incriminazione, un incontro da lui definito “consensuale”. Non è la perfezione la cifra del contributo di Kobe. Larry Bird dice che gli anni dell’infanzia passati in Italia lo hanno penalizzato, privandolo dell’iniziazione nei playground di periferia con la catena al posto del cotone, la scuola cestistica popolare d’America; ma c’è anche la tesi contraria: l’Italia ha permesso a Kobe di portare un pezzetto di tattica calcistica sul parquet, tratto di originalità ineguagliabile. | Mattia Ferraresi, il Foglio, 1 dicembre 2015

 

L’Italia
  Rieti. Kobe a sei anni si ritrovò catapultato nella piccola Rieti, iscritto alla scuola Marconi. In pochissimo tempo il ragazzino dalla canottiera n.11 (quella del big daddy) sempre in dosso, masticava italiano e “slangsabino facendo da interprete ai genitori. Tra un piatto di amatriciana e due passi di breakdance, primi segnali del baby prodigio che, per Italo Di Fazi della Sebastiani, non era Kobe, ma il «piccolo “Coppi”». . Che il ragazzo avesse la stoffa del campione suo padre lo capì presto e la conferma gliela diedero gli applausi scroscianti degli ottomila del PalaEur di Roma accorsi all’All Star Game dell’86. Durante l’intervallo “little Bryant” li stregò con una serie di tiri in sospensione, canestri da tre e numeri degni di un veterano del basket. Papà Joe venne premiato come miglior giocatore della partita, ma la vera star della serata era stato quel figlio d’arte, pronto a superare il maestro. | Massimiliano Castellani, Avvenire, 3 luglio 2015

 

Memorabile una gara di minibasket in cui fece piangere compagni di squadra, avversari e genitori perché non passava la palla, segnando sempre, costringendo a premiarlo dopo soli 5 minuti con una coppa e un po’ di dolci come miglior giocatore del torneo e levarselo così dalle scatole.  Pochi sanno che, quando fu realizzato un documentario sulla sua carriera nel 2014, Kobe inviò una troupe a filmare soltanto Rieti e non le altre città dove visse, chiedendo di riprendere il campanile di Santa Maria, i sanpietrini, la campagna, gli Stimmatini e altro.  | Luigi Ricci, il Messaggero

 

Reggio Emilia. Bryant jr. era un ragazzino e frequentava le scuole medie all’istituto ”San Vincenzo”, gestito dalle suore. Imparò un po’ della nostra cultura e, soprattutto, la lingua: nei libri sacri della Nba è scritto che parla fluentemente l’italiano e se sappiamo che l’avverbio è un po’ generoso, la cosa non dispiace. Da che cosa cominciare? Dalla smentita di una solenne frottola: non è vero che un professore di ginnastica (o una professoressa: di quest’ultima circolava pure il cognome, Sassi) avrebbe invitato Kobe a non dedicarsi al basket in quanto “negato”. Il professor Pierpaolo Gambarelli si è sentito offeso quando l’ha sentito dire: ”Ho avuto Kobe come allievo ma quella bestialità non l’ho mai pronunciata: all’età di 11-12 anni Kobe era già di un’altra categoria rispetto agli altri e segnava con facilità da tre punti; noi, nei tornei, ne approfittavamo… Invece è vero che una volta, ai Giochi della Gioventù, si cimentò pure nel salto in lungo: il guaio è che si presentò in pedana con le scarpe da basket e non fece una grande figura”. | Flavio Vanetti, Corriere della sera, 14 aprile 2003

 

Le scuole media da visitare. Abitava nel borgo di Montecavolo e al pomeriggio, dopo la scuola, sfidava le due sorelle in un playground arrangiato dentro al cortile di casa. Ad allenarlo, allora, c’era già Andrea Menozzi, attuale responsabile del vivaio emiliano. «Allenavo la leva del ’77 e del ’78, quella di Kobe. Lui giocava anche con i più grandi, ma aveva spesso problemi alle ginocchia, dovuti alla crescita. Era un ragazzino talentuoso, enormemente competitivo, infinitamente motivato. Nessuno di noi però pensava potesse diventare il fenomeno che è stato». Decenni dopo, battendo i sentieri della memoria, Kobe chiese di poter rivedere volti e luoghi di quelle stagioni. «Successe tre o quattro anni fa – racconta Menozzi -. Era in Italia per un tour promozionale con la Nike. Da Milano, venne in visita alla Ferrari e chiese di poter rivedere il campetto con i ragazzi con cui giocava, quelli del ’78. In poche ore organizzammo il tutto alla scuola media Manzoni, nella discrezione più totale perché Kobe desiderava fosse una cosa intima. C’era Chris Ward, l’amico del cuore, Davide Giudici, Nicola Prandi, figlio del presidente della Lega. Arrivò e ci abbracciò tutti, all’inizio era un po’ teso poi si sciolse e ritornò bambino. In un attimo la voce circolò e fuori dai cancelli c’era il delirio. Gli aneddoti personali invece li tengo per me, scusatemi, sono sconvolto».
Nel 2011, durante il lock-out Nba, sembrava addirittura che potesse giocare da noi. Alla Virtus Bologna. Un’ illusione durata poche settimane di un caldo autunno, ma il Black Mamba è sempre tornato. Non solo a Reggio Emilia. Capri, il Sud e i luoghi dove il padre ha giocato e in cui faceva il «ball boy», quello che passa lo straccio sul parquet e porge il pallone ai giocatori durante il riscaldamento. Gli aneddoti defluiscono da ogni parte su quell’infanzia quasi mitizzata. | Vincenzo Di Schiavi, la Gazzetta dello sport

 

I suoi italiani preferiti
C’è qualche giocatore che ricorda, in particolare? «Ce n’era uno che mi piaceva molto, Alessandro Fantozzi, giocava a Livorno. Uno fortissimo era Mario Boni, che giocava col Montecatini. E poi, certo, Mike D’Antoni e Dino Meneghin… Amo il basket italiano, ed è qui che ho iniziato a giocare. In Italia mi hanno insegnato i fondamentali di questo sport. Quando sono tornato in America, a 14 anni, tutti gli altri ragazzini che avevano imparato nei parchi giochi sapevano fare un sacco di trucchetti, come i palleggi dietro la schiena, ma non avevano i fondamentali. Io, invece, che li avevo, a imparare quei trucchi ci ho messo poco».
Le sue due figlie hanno nomi italiani. «Italianissimi: Natalia Diamante e Gianna Maria». 
Qual è l’insegnamento che spera di aver dato loro attraverso la sua professione?  «La determinazione. Nello sport spesso si perde, ogni tanto si gioca male. Non bisogna mai abbattersi, ma dirsi, convinti: “La prossima volta farò meglio”». | Intervista di Leonardo Colombati, Vanity Fair, 5 ottobre 2011

 

Giorgia Gallo, la fidanzatina. ”Che parola grossa! Fidanzati a dodici anni? Parliamo piuttosto di affetto ricambiato: di lui mi ha colpito il bel modo di fare. Tutto è finito prima della sua partenza dall’Italia; oggi mantengo contatti solo con una delle sorelle. Quando è tornato a Reggio, qualche anno fa, l’ho rivisto e mi ha fatto effetto realizzare che è famoso: a me è parso il Kobe di sempre”. | Flavio Vanetti, Corriere della sera, 14 aprile 2003

 

Pistoia. Una volta scommise col compianto Roberto Maltinti, ex presidente di Pistoia, che si sarebbe fatto riprendere in tv durante un All Star Game di Serie A mentre ripuliva il campo di gioco tra un time out e un altro. Vinse la scommessa che gli fruttò una mountain bike di colore rosso. Adorava i film di Fantozzi, «ma guardavo anche i Ragazzi della 3C, i Cavalieri dello Zodiaco e, per colpa delle mie sorelle, anche Kiss me Licia» rivelò con nostalgia. | Vincenzo Di Schiavi, la Gazzetta dello sport

 

Una maglia azzurra. In Italia tornava spesso, in vacanza, e ci tornò pure per ritirare una maglia azzurra, la numero 24. Non ci avrebbe mai giocato, ai Giochi era già andato (a vincere) con gli Stati Uniti, ma fu il suo modo per dar una mano a Ettore Messina, che era il ct d’allora, una pacca sulla spalla al compagno di un pezzo di strada insieme, «persona di grande intelligenza del quale sarò a disposizione per qualunque cosa di cui abbia bisogno». S’erano incrociati a Los Angeles, alla prima esperienza Nba di Messina (2011-12): il coach chiamato nello staff dei Lakers, l’asso tuttora leader della squadra. «Rapporti eccellenti, forse aiutava il fatto che con me parlava italiano, e lo facevamo spesso. Pensai pure che, sapendo lui di basket europeo, non fossi proprio un nessuno. Fu cordiale dal primo ciao. Ne fui contento, e anche onorato». | Walter Fuochi, la Repubblica

 

Il ricordo di Dno Meneghin. Era rimasto sempre molto legato all’ Italia, vero? «Sì, certo. Era anche tifoso del Milan e amico di Del Piero, mi aveva raccontato che non aveva dimenticato i film di Fantozzi, perché lo avevano sempre fatto ridere molto. Insomma, era rimasto comunque un po’ italiano. E infatti ci teneva tantissimo a mantenere anche una grande padronanza della nostra lingua».
Infatti i nostri giocatori della Nba con lui parlavano spesso in italiano anche negli Usa… «Lo so, ed era magari anche un modo per poter dire qualcosa senza che gli altri intorno capissero». | Intervista di Giorgio Viberti, la Stampa

 

Quando a Milano incontrò Totti. Osservandoli uno accanto all’altro, sotto la virgola della Nike, lo sponsor comune che per entrambi riluce d’oro sonante, non potrebbero sembrare più distanti. Kobe, il serpente del parquet, elegante, flessuoso, micidiale, e Francesco, il piccolo imperatore dell’urbe, dai polpacci muscolosi e i capelli con il ciuffo cresciuto in mezzo alla Roma del popolo, che ha saputo trasformare una zolla di prato verde in un regno sul quale vorrebbero – lui e i suoi sudditi che il sole non tramontasse mai. Eppure uno è venuto qui per insegnare all’altro come si fa a finire perché anche gli dei ammainano le loro bandiere prima di essere atterrati dalla noia.
«A parte il mio, il calcio è lo sport che preferisco. In tutti questi anni mi sono ritrovato più di una volta a studiare i tuoi movimenti sul campo, soprattutto mentre stai aspettando il pallone o quando effettui il passaggio. Vedi, mi concentravo sull’angolo che creano i tuoi piedi rispetto al terreno, la capacità di sapere dove si trova il compagno a cui darai la palla senza guardarlo. Forse non riesco a spiegartelo bene nel mio italiano incerto, ma, credimi, mi è stato utile spiare alcuni tuoi segreti tecnici. Io sono uno che ha sempre analizzato molto gli altri: compagni, avversari, giocatori di discipline differenti. Raccolgo filmati, faccio disegni».
«L’anno scorso ero in macchina quando ho deciso che avrei smesso. Ero solo, nel traffico da paura della 405 Freeway di Los Angeles. Ti assicuro che ho avuto tutto il tempo di riflettere… Ho detto, ehi! Kobe, hai ancora voglia di andare avanti, la palestra, il canestro, il sudore sul parquet? Hai ancora voglia di allacciarti gli scarpini per la milionesima volta…? Hai ancora voglia di altri campionati, di nuove vittorie, di nuovi dolori? E all’improvviso, zac!, ho sentito che non avevo più l’ossessione di tutta quella roba lì. Capisci, era scomparsa non la passione, ma l’ossessione. E qualcos’altro si stava affacciando nella mia vita, piccole cose che si avvicinavano. Altri mari. Ho capito con chiarezza che potevo smettere e andare lo stesso a coricarmi tranquillo ogni sera. La vita sarebbe cambiata molto velocemente».
Totti. «Allora salirò in macchina anch’io quest’anno…». | Dario Cresto-Dina, la Repubblica, 23 luglio 2016

 

Il cinema

 

Il soprannome da Tarantino. Kobe credeva in maniera smisurata nei propri mezzi, come si conviene alle stelle della Nba. Ed era sufficiente osservarlo in campo per capirlo, con quella mandibola sempre protesa in avanti che era quasi una didascalia per gli esperti di linguaggio del corpo. Sapeva di essere letale al punto da attribuirsi da solo, dopo aver visto Kill Bill: Volume 2, il soprannome di Black Mamba che lo ha accompagnato fino alla fine della carriera. Segnale di una passione per il cinema che negli anni è diventato un altro dei suoi territori di conquista. | Gianluca Cordella, il Messaggero

 

Il documentario di Spike Lee. Pantaloni bianchi, giacca rossa e strisce gialle, cappello piccolo beige e occhiali neri, Spike Lee fa il suo ingresso al festival di Tribeca dal palco del teatro su Chambers Street e presenta «Kobe Doin’ Work», 83 minuti di pellicola per raccontare da vicino la stella del basket nazionale Kobe Bryant. 
Per 60 minuti le 30 telecamere di Lee descrivono il match della Nba dell’aprile 2008 nel quale i Los Angeles Lakers battono i San Antonio Spurs grazie alle magie di Bryant che gli valsero il primo titolo di «Most Valuable Player» – miglior giocatore della Nba – ma il film va oltre la versione americana del documentario sportivo «Zidane, un ritratto del XXI secolo», che nel 2006 conquistò la Francia, perché punta ad azzerare nella memoria degli spettatori la memoria dello scandalo del 2003 che minacciò di travolgere il campione afroamericano. È la volontà di Spike Lee di mettere in risalto l’altruismo di Bryant, la sua identità di uomo-squadra – in famiglia come sul lavoro – che lo porta a dedicare appena pochi fotogrammi ai suoi tiri magistrali da tre punti, quasi che fossero solo una qualità marginale rispetto alle altre, ben più importanti, che possiede. Quando il campanello suona segnando la fine del match, Spike Lee corre a riprendere Kobe Bryant che torna a vestire i panni di padre, con in braccio la piccola Gianna con un grande cartello colorato nel quale gli augura di vincere l’ambito trofeo «Mvp», come avverrà dopo qualche settimana. Quasi a dire che il risultato più importante sul campo Kobe lo ha ottenuto grazie al sostegno della sua famiglia, mai venuto meno. | Maurizio Molinari, la Stampa, 27 aprile 2009

 

Il corto nato dalla sua lettera. Una poesia diretta al cuore della gente si è trasformata in un messaggio importante per i bambini e poi in un corto animato. Una sua idea, un suo progetto: senza nessun suggeritore. Questo era esattamente ciò che voleva fare nella seconda parte della sua vita: scrivere. Ce lo rivelò in esclusiva pochi mesi più tardi. Disse: «Come vanno le giornate da pensionato? Benissimo. Perché ho una nuova grande passione: scrivere. È molto simile al fuoco che avevo dentro da piccolo per la pallacanestro. Quando mi sveglio la mattina, non vedo l’ora di arrivare in ufficio per mettermi a lavorare. Per scrivere e studiare». Ci raccontò di averne parlato con lo scrittore Paulo Coelho, che probabilmente lo ha incoraggiato ad andare avanti. Leggendo e rileggendo a voce alta quelle righe così vere di «Dear Basketball», aveva capito che la lettera poteva diventare qualcosa di straordinario. Allora s’informò su chi erano i migliori in circolazione del disegno animato e della musica. Un paio di telefonate e in poche settimane la sua nuova squadra era pronta.
????    Sarebbe stato realizzato tutto a matita, con pochissima digitalizzazione: «Perché sapevo che per questa storia ci voleva un tocco umano», ci spiegò. Il disegnatore è un Mvp: Glen Keane, uno dei cartoonist più geniali («La Bella e la Bestia», «La Sirenetta», «Aladino», «Pocahontas», «Tarzan»). Idem per la musica, affidata a John Williams, compositore da 5 premi oscar: Schindler’s List, Guerre Stellari, ET, Il violinista sul Tetto, Lo Squalo. Il corto, che dura circa quattro minuti, ha debuttato al Tribeca Film Festival a New York nell’aprile del 2017. Il cartone mette i brividi. La voce narrante che legge la lettera è la sua: calda e penetrante. Si vede lui bambino che con una palla fatta di calzini sporchi infila canestri dal letto della cameretta, poi mentre dribbla le sedie di casa. Infine, con la maglia dei Lakers: il successo. | Massimo Lopes Pegna, la Gazzetta dello sport

 

«Ne ho passate tante, ma non credo che i miei infortuni siano stati una punizione divina: ho un buon rapporto con gli dei, ci capiamo bene». | la Repubblica, 22 dicembre 2015

 

 

Eppure Kobe gioca ancora, ancora giocherà per i ragazzi di tutto il mondo. Con i ragazzi di tutto il mondo. Sarà presente ogni giorno, sarà motivo di ispirazione con una cosa piccola e forse un poco scema, sarà un loro compagno con uno di quei videogame di cui spesso noi genitori diciamo male. A differenza del calcio, l’esport della NBA consente di giocare con le Leggende. Puoi sceglierti i Celtics degli anni 60, i Bulls degli anni 90, puoi sceglierti i vecchi Lakers.
È una cosa piccola e scema, d’accordo. Ma a pensarci bene è un meraviglioso strumento per far conoscere la storia di uno sport ai più piccoli. Insegna ad amare i campioni di un’altra epoca. Insegna che non tutto comincia con te o finisce con te, che c’è stato qualcosa prima, che qualcosa verrà dopo. Unisce le generazioni. Mette i padri sul divano accanto ai figli e livella il tempo, lo rende una convenzione, tu sei Giannis e io Doctor J, tu LeBron e io Magic, tu sei Curry e io Kareem. Ora. Qui. Insieme. Tu sei Kobe, io sono Kobe. Kobe per tutti, per tutti e per sempre. [S

 

 

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