L’ideologia
Fargli dire che ama difesa energica e contropiede è come ascoltare la teoria del basket ideale: e dunque, di Messina, sarà meglio scrutare il carattere da pessimista, ampiamente riflesso nei metodi da palestra. “Non sono uno stregone, non racconterò ai miei che sono i più bravi. Cercheremo di conoscere i nostri limiti e di trovare il modo per nasconderli”.
Walter Fuochi, la Repubblica, 16 dicembre 1992
Il miglior coach italiano torna ad allenare in serie A dopo la sua campagna di Russia e l’esperienza americana. Mancava da 14 anni. Ci torna più vecchio, più saggio, più ricco e più ambizioso, ma fortunatamente non ha perso il senso dell’ironia. Adesso è allenatore e presidente nello stesso tempo ed è all’inseguimento di un’impresa apparsa impossibile negli ultimi anni: portare l’Olimpia Milano alle Final Four dell’Eurolega. Quando Petrucci lo richiamò sulla panchina azzurra per riportare l’Italia ai Giochi, il risultato non fu quello atteso e Messina ancora adesso se ci ripensa ha bisogno di un Maalox.
Umberto Zapelloni, il Foglio sportivo, oggi
Le radici
In panchina, c’era già Ettore Messina, e Candido Cannavò, ronzandomi intorno come un calabrone, buttò lì: «Scrivi che è nato nella “mia” Catania». Era il “mio” direttore, gli opposi un fiero e sdegnato sì: Ettore Messina, nato a Catania…
Roberto Beccantini, la Stampa, 20 giugno 2001
La laurea
A 24 anni compiuti, Messina taglia un doppio traguardo: laurea e matrimonio con Roberta, conosciuta al liceo di Mestre (…) “Arrivando dalla maturità classica (voto 42) mi iscrissi con qualche timore a Economia e commercio con indirizzo giuridico per non spostarmi da Venezia”.
Titolo della tesi?
“La natura giuridica dell’Iri, discussa nel febbraio dell’84, 103 di voto. Quasi una delusione se penso alla media del 27 che ero riuscito a mantenere fino all’ultimo”.
Quante ore di studio al giorno?
“Tre o quattro, la mattina presto appena alzato”.
Frequentava?
“Sì, il palazzetto”.
Il ricordo sgradevole?
“Scoppiò uno scandalo sulle lauree acquistate e pensai: allora passare il tempo sui libri non serve”.
L’aneddoto?
“Studiavano con me 2 gemelli perfettamente identici. Ancora oggi sono convinto che ciascuno di loro abbia fatto solo metà degli esami”.
Sergio Bertolini, Corriere della sera, 9 maggio 1997
Quando diventò un vero coach
Il numero uno dei numeri due, come lo chiamava Dan Peterson, si è finalmente messo in proprio. Sul solco dei Sacco, Marcelletti, Casalini: promossi capi, prima di lui, a Pesaro, Caserta, Milano; accanto a Scariolo, che avrà la panchina della Scavolini dopo Bianchini. Promuovere vice-allenatori è una moda da grande club.
Walter Fuochi, la Repubblica, 15 settembre 1989
Quando la laurea divenne inutile
Mai rimpianti per quel pezzo di carta inutilizzato?
«No, anzi, il basket è stato una gran fortuna che mi ha cambiato l’esistenza. La laurea era una bella assicurazione sulla vita».
Inutile, nella vita sportiva?
«Mi ha insegnato che nella gestione di una società è meglio che le uscite non superino le entrate. E che in una squadra tutte le componenti devono aver pari dignità e importanza, anche se l’amministratore delegato e un impiegato hanno peso diverso: ma servono entrambi. Teorie che ho applicate nel lavoro».
La sua paura più grossa?
«Quando mia figlia Lucia fu colpita da un ittero. Normale, per i neonati, ma ne fui terrorizzato. E’ lei, con mia moglie, la cosa più importante della mia vita».
E’ Sacchi i il suo esempio, o il Trap?
«Credo si faccia un po’ di confusione: anche per Sacchi la difesa è importante, tanto è vero che il suo credo è il pressing. La mia filosofia è una difesa attiva. Ma il nostro contropiede non si può paragonare a quello del calcio».
Politicamente lei cos’è?
«Un progressista deluso dai politici e che spera molto nel governo dei tecnici, come Ciampi». Guido Ercole, la Stampa, 11 maggio 1993
Il tifo
Perché milanista?
«Perché da bambino, avrò avuto sei anni, una nonna mi regalò una maglietta rossonera. Numero 10, Rivera. Ci giocavo in corridoio e in cortile, come tutti i bambini. Mai in una squadra vera, però».
Ci fosse una squadra di basket di tifosi del Milan, Danilovic e Myers giocherebbero insieme. L’allenerebbe?
«Sicuro, poi ci vorrei anche Brunamonti a fare il Baresi: un pallone di qua, uno di là».
E capitasse di risolvere la partita all’ultimo tiro, a chi lo farebbe fare?
«Bel casino. Ma no, con quei tre in squadra all’ultimo tiro non ci arriviamo mai. Abbiamo già vinto, tranquilli».
Intervista a Repubblica Bologna, 14 ottobre 2000
La delusione
«Madrid non è un posto dove senti la spinta, che c’è una missione comune da compiere. C’è divisione, un’impazienza cronica, l’incapacità di vedere oltre alla singola partita, la necessità del risultato subito e a tutti i costi. Non sono capace di allenare senza la condivisione di un progetto, così divento l’uomo sbagliato nel posto sbagliato».
Luca Chiabotti, la Gazzetta dello sport 5 marzo 2011
Il rapporto con la sconfitta
Lei non è come Boniperti per il quale “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”?
«Lo sono stato. Sono cresciuto così, con quell’ossessione. La sconfitta era la fine di tutto, mi portavo dentro la tempesta a casa, in bagno, al cinema, per strada. Sentivo quelli che sostenevano che è più importante il viaggio. E non capivo, finché lo dicono gli altri e non diventa una tua intima convinzione, ti sembrano solo parole. Da qualche anno qualcosa è cambiato, forse sarà stato per la nascita di mio figlio. Adesso è come se avessi fatto una conquista, ho imparato a godermi il percorso».
Perdere sol sorriso?
«Non esageriamo. Perdere mettendo le cose in prospettiva. Ci sono problemi più seri di una partita di pallacanestro».
Intervista di Gigi Riva, la Repubblica, 1 agosto 2017
Parla Gregg Popovich
Ettore Messina ora è uno dei suoi vice: cosa gli chiede?
«L’ho voluto perché può rendermi migliore: Ettore è un tecnico raffinato, che capisce gli aspetti mentali e le sfumature del basket. La sua personalità e la sua intelligenza sono un valore aggiunto».
Intervista di Flavio Vanetti, Corriere della sera, 5 novembre 2014
Il libro
«Io credo che il concetto principale per relazionarsi professionalmente agli altri sia quello della responsabilità. Cioè il sentirsi spinto a dare il meglio di sé su base quotidiana».
Ettore Messina, da “Basket uomini e altri pianeti” (Add, 2012 – con Flavio Tranquillo)
Basket, uomini e altri pianeti è quasi un libro di economia aziendale, spiegata da un uomo colto, maestro nella costruzione di un gruppo, che poi è la caratteristica dei grandi allenatori, di ogni sport. Subito dopo la sua presentazione ufficiale, a un giovane aspirante giornalista di una oscura pubblicazione milanese venne affidato il compito di chiamarlo. La telefonata non gli fece piacere. «Ma scusi, questa mattina ho parlato per ore, non le legge le agenzie?». Non le abbiamo, fu la risposta. Dopo un attimo di silenzio, Ettore Messina cominciò a parlare, e lo fece per quasi due ore, con trasporto, nonostante sapesse che il povero intervistatore non era certo una firma del «New York Times».
Marco Imarisio, La Lettura, 23 dicembre 2012