Il venerabile Federer all’attacco del mito di Ali. O no?

Il venerabile Federer all’attacco del mito di Ali. O no?

 

Una ipotesi di confronto. Non si può negare che Roger Federer sia il giocatore più venerato del tennis. Il più venerato di sempre. Tra tutti gli atleti di tutti gli sport di tutti i tempi è sicuramente tra i primi 10, forse tra i primi cinque. Forse è il numero 1, il più grande di tutti i grandi. O non lo è? L’unica altra celebrità sportiva in grado di generare tali livelli di timore reverenziale solo camminando in una stanza è stato Muhammad Ali. Ricordo una conversazione con Annabel Croft in un torneo qualche anno fa, mentre Federer passeggiava nella sala dei giocatori. “È incredibile”, diceva, guardando tutti che voltavano la testa, i giocatori. “Solo Ali è stato in grado di farlo”.

Eppure Federer non ha mai mostrato la complessità di Ali. Non ha mai espresso un sentimento politico. Ma è protagonista in uno sport che chiunque può provare. La maggior parte degli appassionati di tennis dunque avrà la prova di quanto sia impossibile compiere alcuni dei miracoli che Federer produce sotto pressione. Quello che i tifosi abbracciano con lui è la componente estetica. Nessuno potrebbe essere migliore impugnando una racchetta, così equilibrato e silenziosamente potente, così intelligente e intuitivo, così in sintonia con il suo sport. In un elenco di alcuni anni fa pubblicato su Bleacher Report, Federer si intrufolava al numero 45 tra “i 100 atleti più amati nella storia dello sport”. Lance Armstrong era al numero 8. George Best era al 97. Scemenze. | Kevin Mitchell, the Guardian

 

Sonego è tornato nel circolo in cui giocava da ragazzo. Dopo quattro anni Lorenzo Sonego torna a varcare la soglia dello Sporting, come sempre sotto l’ala paterna del suo coach Gipo Arbino. L’ultima volta, nel luglio del 2015, aveva 19 anni: quindici giorni dopo avrebbe preso i suoi primi punti ATP. L’occasione per il ritorno, sabato mattina, qualche ora di allenamento con lo spagnolo Albert Ramos Vinolas, n. 41 ATP e n. 17 due anni fa. «La mia prima impressione? Tutto uguale ad allora», sorride Lorenzo: George che lo accoglie alla porta, i vecchi soci mattinieri che lo abbracciano. «Al bar invece non conosco più nessuno, è cambiato tutto», ma non sa che davanti a quel grande schermo che ora c’è appeso alla parete il circolo si raccoglie per tifare le sue imprese. «La verità? La prima cosa che mi è venuta in mente entrando è un ricordo da ragazzino – scoppia a ridere -. Con i miei amici, che sono quelli di adesso, ci infilavamo di nascosto sui campi in sintetico sotto il pallone: avevamo trovato il modo di entrare anche se erano chiusi, giocavamo al buio con le racchettine cercando di non farci sentire per non essere scoperti». | Barbara Masi, la Stampa

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