Essere il Torino nella città della Juve

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Essere il Torino nella città dove gioca la Juve

 

L’eternità è passata in un lampo
Roberto Salvadori

 

La definizione più celebre. Il Toro è una squadra di orgoglio, di rabbie leali, di capacità aggressive, mai vinta, temibile in ogni occasione e soprattutto quando l’avversario è di rango: tutto questo significa tremendismo. | Giovanni Arpino

 

Identità. Noi abbiamo pazienza, forza, virtù, carne, anima e tempo. Abbiamo tutto il tempo a disposizione. Non siamo moda e, dunque, non passiamo di moda. Non abbiamo bisogno di vittorie, coppe, scudetti per esistere. Non siamo cronaca, ma storia, leggenda, un po’ anche retorica. Siamo prosa e poesia. Siamo racconto. Non c’è racconto più grande del Toro. Per questo non è il Toro che festeggia i Cent’anni, ma sono i Cent’anni a festeggiare il Toro, che è sempre prima persona plurale, è sempre noi. Ecco quello che noi siamo oggi. Siamo le maniche tirate su di capitan Valentino, che aveva un torace come un armadio e due polmoni come continenti. Siamo i calzettoni arrotolati di Gigi Meroni, che è stato per il calcio ciò che per la musica è stato Rino Gaetano. Siamo le mani grandi d’acciaio di Lido Vieri; il petto in fuori di Giorgio Ferrini, santo protettore dei compagni di squadra; le sane scarpate di Poletti; i mattoni e le zolle del Filadelfia, ruderi e radici. Siamo la x di Radix, Gigi Radice, il condottiero. Siamo Superga, inevitabile. | Gian Luca Favetto, la Repubblica, 3 dicembre 2006

 

Il dolore di Pozzo per Superga. Menti che venivi a confidarti con me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t’ho fatto piangere l’anno scorso a Parigi prima della partita con la Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch’io ti ritenessi diventato vecio. Maroso, tu il vero purosangue dell’ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finite amavi il bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per il buon nome, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me. Permettetemi che non scriva più. | Vittorio Pozzo, la Stampa, 5 maggio 1949

 

Il mito popolare. Avrebbero avuto altrettanto dispiacere i bambini e gli animi semplici di tutta Italia se l’aereo fracassatosi a Superga fosse stato carico di scienziati illustri? No, sia detto sinceramente. E se fosse stato carico di famosi scrittori e poeti, la gente ne avrebbe sofferto altrettanto? Neanche in questo caso, se vogliamo essere onesti. Proprio in questa occasione si è misurato e si è capito fino in fondo che cosa possano essere per la gente senza complicazioni gli assi del calcio.| Dino Buzzati, Corriere della sera, 6 maggio 1949

 

Il tifo interrotto di Umberto Eco e l’obbrobrio per il calcio
“Materia che ignoro e detesto. Il rifiuto discende dai più svariati motivi. Né escludo v’abbia anche concorso un pochetto l’eccidio dei giocatori del Torino, squadra per cui tifavo lievemente: confesso che ci rimasi male. Considero obbrobrioso che pochi individui pratichino uno sport, per consentire a milioni di chiacchierare”.
~ Non le sembra, professor Eco, che in un mercato del successo truccato come il nostro, dove il modello promozionale è la cosca, sia invece abbastanza confortante il fatto che fra diversi milioni di ragazzi che pigliano a calci il pallone una concorrenza decentemente corretta selezioni qualche decina di giovani, i quali, siccome i calci li danno meglio degli altri, di calci campano e godono del pubblico apprezzamento?
“Se è per selezionare, conosco sport assai più selettivi, e che molto meglio concorrono al riordino della specie”.
~ Ad esempio?
“Automobilismo, alpinismo, paracadutismo. Il calcio è, oltretutto, incruento“.
~ Non finga di non capire che alludevo alla selezione professionale.
“Le spogliarelliste del Crazy Horse sono ragazze di bellezza sceltissima, ed eseguono il loro lavoro con maestria e serietà che non son di tutte. Ho avuto modo di assistere episodicamente alle esibizioni di queste ragazze, e di compiacermene. La cosa non ha alterato per nulla il mio onesto regime sessuale. Ma se gli spettacoli di strip-tease godessero della popolarità delle partite di calcio e suscitassero comportamenti diffusi contrassegnati dai medesimi tratti di ossessività e iteratività, voglia convenire con me che finirebbero per distogliere parecchie persone dallo scopare“. | Dialogo con Vittorio Sermonti, l’Unità, giugno 1982

 

“Superga non è un pensiero, è un’emozione e un dolore. Quel che poteva essere e non è stato, come scriveva T. S. Eliot”. | Giuseppe Culicchia

 

Il rimpianto di Tomà. Servirebbe forse un nuovo Osvaldo Soriano per raccontare il funerale più lungo del mondo, che finirà oggi a Torino, poco prima dell’ora di pranzo. Sauro Tomà, l’ultimo giocatore del Grande Torino sopravvissuto alla tragedia aerea di Superga è morto martedì, a 92 anni. … Non era salito sull’aereo per Lisbona a causa di un infortunio al ginocchio. Meglio stare a casa a curarsi, gli avevano suggerito. Con lui restò a Torino anche il portiere di riserva, Gandolfi.
Quando lo schianto dell’aereo ha portato via per sempre i suoi compagni e amici, Tomà ha cominciato ad aspettare il momento in cui li avrebbe raggiunti. … Come in un crudele mito greco, non salendo su quell’aereo Tomà si salvò dalla morte, ma in cambio ebbe il tormento triste del ricordo quotidiano, il rimpianto di non essere stato lì con loro, quel pomeriggio. | Piero Vietti, il Foglio, 13 aprile 2018

 

Sandro, figlio di Valentino. “Il mio primo ricordo? Bacigalupo. Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando…. Mi dicevano sempre che papà era in viaggio. Un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo per fare le radiocronache – Nicolò Carosio parlava chiuso in una cabina, era il mio modo di imitarlo – e sentii la mamma sfogarsi con un’amica. Trovai la conferma di quel che avevo intuito: mio padre non sarebbe mai tornato. Dopo la morte? Qualcosa c’è. Sento che ritroverò mio padre. E giocheremo insieme, come nei sogni. Siamo al Filadelfia. Io gli passo la palla, e lui segna. Non c’è Bacigalupo, il portiere non si vede mai. Poi lui la passa a me, e io segno. Poi mi sveglio”.
Sandro Mazzola. Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 26 febbraio 2017

 

La traversa del Filadelfia. «Anni fa – racconta Castellini – passai dal Filadelfia. C’era la traversa della porta su cui mi allenavo. La traversa di legno alla quale mi appendevo dopo ogni balzo, ogni guizzo, ogni deviazione durante gli infiniti allenamenti. Era per terra, fra l’erba alta, le pietre e i fossi. Ora io in casa mia ho un pezzo di legno. È un pezzo della porta del Filadelfia. È il mio più grande cimelio. Quando viene qualcuno a trovarmi e fra coppe, medaglie e trofei vari vede quel pezzo di legno e mi chiede cos’è quell’affare lì?, io rispondo: È il pezzo pregiato. È il mio orgoglio, quel pezzo di traversa del Fila. Una reliquia. È la cosa più importante che ho». | Intervista di Nino Materi, il Giornale, 16 settembre

 

Il portiere poeta. Una stracittadina che, da tempo, ha perso il suo fascino poetico, ma che rimane sempre la sfida tra due filosofie, due culture, due modi, non solo calcistici, di agire e pensare. … Giuliano Terraneo e Claudio Gentile. Il primo fu un portiere elegante, da ragazzo, scriveva poesie. Il filosofo Gianni Vattimo, dopo averle lette, ritrovò delle assonanze alla Maurizio Cucchi. | Darwin Pastorin, Huffington Post

 

«Tutti si ricordano di Pulici, Zaccarelli e Sala che vincevano lo scudetto, ma abbiamo anche lottato per non retrocedere. Però eravamo contenti di quello che eravamo»
Paolo Pulici

 

L’altro pezzo della città. Le maglie color del sangue, elemento costitutivo del Toro nel bene e di più nel male, il sangue della tragedia, della morte violenta. Gigi Radice, l’allenatore, quell’anno volle granata anche i pantaloncini, anche i calzettoni. | Maurizio Crosetti, la Repubblica, 9 maggio 2016

 

Il tifo di Alessandro Baricco. «La poetica torinista è meravigliosa ma un po’ nostalgica e conta su un numero di eroi che non è sconfinato. Poi noi vecchietti viviamo di ricordi. Quando da piccolo guardavo le partite della Nazionale, Poletti era l’unico del Toro che qualche volta entrava, come nella mitica Italia-Germania 4-3, al 1’ supplementare al posto di Rosato. E io nello schermo cercavo solo lui. Tutti noi granata abbiamo una collana di perle che ci piace indossare. Perle rare, cha a volte si perdono. Un giorno, un paio di anni fa, volevo una maglia per andare allo stadio: mio figlio più grande ha Pulici, il piccolo quella di Belotti. Io allo store mi faccio fare quella di Moschino, regista della mia era, un Rivera un po’ più scarso, commovente, senza capelli, sembrava un ragioniere al cospetto dei grandi numeri 10. Quando la vado a ritirare, l’addetto del granata store mi fa: “La sua maglia è pronta signor Moschino…”». | Intervista di Giulio Saetta, la Gazzetta dello sport, 1 novembre 2018

 

Il tifo granata di Fausto Coppi commentato da Boniperti
Presidente, come la mettiamo? Le bruciava che fosse tifoso del Torino…
«Con me Fausto non si è mai espresso. Io non gliel’ho mai chiesto, lui non me l’ha mai detto. Andavamo spesso a caccia insieme, per lo più dalle sue parti, verso Tortona. E parlavamo poco». | Enrica Speroni, la Gazzetta dello sport, 30 dicembre 2009

 

La canzone. “I tuoi eroi fanno cilecca sul più bello / eroi strapagati come Matri e Borriello / esproprio proletario ti entro in casa con il crick / ‘fanculo i radical chic, restiamo hardcore come Kamil Glik…”. | Dalla canzone “Glik” di Willy Peyote

 

Un po’ in effetti se ne scrive. Pier Paolo Pasolini diceva che il calcio europeo, orientato al gioco di squadra, è prosa, mentre quello sudamericano, fondato sugli assoli di geniali solisti, è poesia. Beh, il Torino è prosa e poesia, storia e leggenda, favola e realtà messe insieme. Una squadra così non poteva che generare una produzione letteraria smisurata (personalmente possiedo 56 volumi, due ripiani di una libreria, dedicati solo al mio Toro) dunque scegliere è un supplizio. | Mauro Berruto, il Foglio, 4 maggio

 

Il dramma di Meroni. Il giovane Tilli – Attilio Romero – investì e uccise Gigi Meroni, attaccante granata. Per uno come lui, che andava allo stadio avvolto nel bandierone, con un campanaccio da mucche comprato a Pinerolo, conosciuto e ammirato, fu più di una sciagura. Fu la tragedia delle tragedie. 
~ La chiamarono assassino?
«Allora no. La mia fede granata era più che certa. Una delegazione di tifosi, i “Fedelissimi” venne a casa mia a dirmi che non ce l’avevano con me. Ma allo stadio non ci andai per settimane. Assassino me lo ha detto qualche tifoso alla fine degli anni di presidenza».
~ Che cosa dirà alla sorella di Meroni?
«Nulla di mellifluo o romanzabile, non è nella mia natura. Ci sono momenti molto intimi e tali devono restare. Le dirò che mi spiace averci messo 50 anni per arrivare a un incontro. Di più, ora, non voglio dire». | Ludovico Poletto, la Stampa, 14 ottobre 2018

 

Gigi Meroni. Un ragazzo magro che, mentre sbocciava come un fuoriclasse imprevedibile, si era fatto crescere i capelli, si era appassionato ai Beatles, dipingeva con estro autodidatta quadri pieni di colore. Come pieni di colore erano i giacconi scamosciati afghani che indossava con camicie col pizzo e cappotti rosso shocking con un solo bottone. Un bohémien che amava sfidare i benpensanti vivendo more uxorio (scandalo!) con una ragazza polacca già sposata e girando con una gallina al guinzaglio. «Scrostava la muffa dalle abitudini, smascherava le ipocrisie. Un tenero rivoluzionario che dava il meglio di sé nel lavoro e poi rivendicava libertà totale», scrisse di lui Candido Cannavò. Dio sa quanto il calcio di oggi avrebbe bisogno di un ragazzo così. | Gian Antonio Stella, 1 febbraio 2017 

 

Il tifo tradito di Paolo Conte. «Prima di Superga eravamo tutti granata. Ricordo la notizia alla radio, mio fratello e le altre voci che si rincorrono: “È morto il Toro, è morto il Toro…”. Poi diventammo juventini».
~ Com’è possibile?
«Eravamo bambini». | Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 28 gennaio 2017

 

La paura di Piero Chiambretti. “Non so se riuscirò a vedere il Torino vincere qualcosa, me lo auguro anche per mia figlia Margherita che vorrei fosse granata”.
~ Non lo è?
“Lo è, ma non lo è. Perché ha sei anni, a scuola son tutti della Juventus, e c’è un processo imitativo. Però io le faccio vedere le partite anche se non le capisce, conosce bene il nostro inno, le ho regalato la maglia… più di così” | Francesco Paolo Giordano, Rivista Undici, 17 aprile 2018

 

Le misteriose ragioni del tifo. Perché tifo granata? Perché sì … Se si conoscessero le grandi direttrici del tifo, il gioco preciso dell’ereditarietà di questi sentimenti, si saprebbe molto di più della vita, si saprebbe quasi tutto. Il «perché sì» è una delle poetiche più genuine, ancorché di naturale capace di resistenze sublimi, Achille era un vincente artificiale, aiutato da una famiglia importante di dèi: proprio come la Juventus. Io tifavo anche per Jim Toro dei fumetti e Coppi socio del Torino. Ho sempre tifato per i rudi e poveri Troiani contro i Greci ricchi e gentili, per Ettore contro Achille, che era quasi tutto invulnerabile (il tallone non protetto dall’incantesimo è appunto il derby). Ettore era un perdente. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 17 novembre 1991

 

La segnalazione di Osvaldo Soriano. Gli amici mi dicono che in un piccolo club di Buenos Aires, l’Argentinos Juniors, c’è la salvezza del Torino. Si chiama Diego Armando Maradona, ha 18 anni ed è, secondo i giornalisti e i miei amici stessi, il più grande giocatore (anche se è basso di statura) degli ultimi 30 anni. Fa due gol a partita (la sua è una squadra misera ma sono primi) e fa già parte della selezione nazionale. Certo, tutti i grandi, e il Barcellona, lo vogliono comprare: costa, credo cinque milioni di dollari. Se il Torino ha quei soldi è salvo. Dicono che paragonato a lui Sivori è un energumeno. Poi non dite che non vi avevo avvertito. Un abbraccio grande. | Lettera di Osvaldo Soriano a Giovanni Arpino, 7 maggio 1979

 

«Ho visto fare a Claudio Sala cose che nemmeno Pelé ha mai fatto»
Aldo Agroppi

 

Canto per l’ultimo scudetto. Questo scudetto tinto di vermiglio, i fiori all’occhiello di tante persone costituiscono — seppur in modo inconscio — una rivincita prettamente torinese, piemontarda in ogni millimetro di osso e midollo, in ogni goccia di sangue per ogni vena. Perché la Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un «esperanto» anche calcistico. Il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminarono, tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia, i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e dei Maroso. Oggi, Torino granatiera gode. | Giovanni Arpino, la Stampa, 17 maggio 1976

 

Asprezze. «A questo mondo c’è chi nasce gobbo, c’è chi nasce storpio, e quindi ci può essere anche chi nasce juventino. Ma che parli e sparli come se non lo fosse, mentre tutti sappiamo che perfino le sue mutande sono a strisce bianche e nere, non mi va giù». | Indro Montanelli di Giovanni Arpino

 

Indeciso. «Ho visto per la prima volta un match nel 1914: era sul campo del Torino, ed era il Torino contro la Juventus. Il mio ricordo ha qualcosa di allucinante, rituale e coloratissimo: come una pittura viva che mi sia apparsa per un istante solo e indimenticabile. Dunque a Roma, dal 1927 al 1929, questi primi tre anni della mia emigrazione, che dura ancora, da Torino, ho tenuto sempre per la Juventus. Ma, allo stesso tempo, anche per il Torino. Insomma, la Juventus è il primo, sempiterno amore: il Torino è il secondo, egualmente sempiterno». Mario Soldati

 

Il compromesso. La partita è appena iniziata quando i tifosi granata intonano il coro “Forza magica Juve”. Il compromesso impossibile della rivalità calcistica torinese si realizza in questo vecchio stadio alla periferia di San Paolo dove – alle tre di un afoso pomeriggio dell’estate brasiliana – si gioca il turno infrasettimanale del campionato paulista di serie C. Le maglie dei giocatori del Clube Atletico Juventus, che oggi sfidano il Rio Preta, sono granata fin dalla fondazione della squadra | Marco Mathieu, la Repubblica, 22 febbraio 2014

 

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