COSA STAI PER LEGGERE
▻ Il Mondiale arcobaleno: la prima volta della Coppa in Africa, a casa di Mandela, nell’anno del film di Clint Eastwood | Letture e temi: il Ghana fatto fuori da un mani sulla linea di Suarez e il rigore sbagliato da Asamoah – Il rumore delle vuvuzela negli stadi. Lippi accusa: sono registrate – I pronostici del polpo Paul – Lo Jabulani e le papere dei portieri | Che cosa successe durante i Mondiali: Aldo Brancher ministro per evitare un processo – La partita di tennis durata 11 ore e 183 game a Wimbledon – Gli arresti per la P3 | I protagonisti: Il ritorno di Maradona. Da Ct dell’Argentina | I Mondiali dell’Italia: una Waterloo azzurra | La finale: I brillanti tessitori spagnoli e i picchiatori olandesi. Ritratto di Del Bosque, il Ct campione
SUDAFRICA 2010
Il Mondiale arcobaleno
Il Nelson Mandela della finzione si fece vedere al cinema quando mancavano quattro mesi ai Mondiali di calcio nel suo Sudafrica. In modo assai curioso, i Mondiali c’erano stati pure nell’anno in cui lo avevano scarcerato [febbraio 1990] e quando era stato eletto presidente [aprile 1994].
Aveva vissuto durante il periodo trascorso in carcere come «un uomo senza volto e senza parola». La parola dinanzi alla comunità internazionale se l’era ripresa subito, al primo giorno di libertà, appena messo piede a Soweto, accolto da mezzo milione di persone e da un premio Nobel, Desmond Tutu, quando la tv di Stato aveva detto che «il sole torna a brillare sul Sudafrica» e si erano realizzate finalmente tutte insieme le parole cantate nel tempo da Peter Gabriel, i Simple Minds, Tracy Chapman. Freedom Now. Il Now era durato 27 anni.
Il volto dinanzi al mondo glielo dava adesso una volta e per sempre un attore che portava nel cognome la sintesi della sua battaglia, Morgan Freeman. Era il Mandela che sullo schermo riuniva la nazione attraverso un altro Mondiale, un altro sport, il rugby. Roberto Escobar sul Sole 24 ore scrisse: “Non è invincibile, Rolihlahla Mandela, detto Nelson. Piuttosto è un non vinto: la sua misura morale e politica non è quella (pericolosa) dell’eroe, ma quella dell’uomo comune che le difficoltà e le sofferenze trasformano in un capo, come si legge nella sua autobiografia (Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli)”.
Che fosse un film bello o brutto, importava? I critici, certo, dovevano sottolinearlo. Paolo Mereghetti sul Corriere della sera disse che erano concentrati nel finale “i momenti più emozionanti e più spettacolari (grazie ad un uso magistrale della steadicam che si muove con molta agilità in mezzo al campo di gioco)”, mentre nei primi due terzi della storia era illustrato “il percorso di un Mandela molto sicuro di sé, nonostante ostacoli politici e tensioni umane. In questo modo però, eliminando o quasi chi può incarnare «il nemico» (non c’è un personaggio che si faccia carico delle idee razziste che Mandela combatte, ma piuttosto tante piccole spie di un atteggiamento diffuso), il film finisce per imboccare la strada di una biografia politica fin troppo esemplare. Anche perché la scelta di accennare solo fugacemente ai tanti problemi che Mandela si trovò ad affrontare (da quelli familiari a quelli sociali e politici) se è comprensibile da parte di un regista sempre molto «pragmatico» e per niente «ideologico», finisce comunque per togliere forza e tensione allo spettacolo”.
Valerio Caprara sul Mattino lo trovò “un film classico, anzi superclassico. Nel senso del cinema americano fedele ai propri valori d’alto artigianato e per nulla intimidito dal manicheismo d’espressione: Clint Eastwood, alla trentesima prova da regista (chi l’avrebbe detto quando esordì nel 1971 snobbato da tutti), accorpa il film biografico con quello sportivo e rende un gran servizio all’amico Morgan Freeman. Invictus, tratto dal libro-verità Ama il tuo nemico, risponde, infatti, al pressante desiderio dell’attore nero d’incarnarsi nel presidente del Sudafrica Nelson Mandela: un dato che sarebbe anche trascurabile se il film non dedicasse al carismatico protagonista una sorta di mausoleo per immagini, senz’altro meritato ma alquanto limitante sul piano della densità narrativa e stilistica”.
A Gian Luigi Rondi su il Tempo il film piacque. Scrisse: “Ancora Clint Eastwood e ancora un suo film in cui il cinema ha modo di imporsi al suo meglio, toccando le corde più vivide: dall’azione, all’emozione fino all’impegno storico-politico”. Malcom Pagani per Il Fatto quotidiano trovò che fosse ben raccontata “una nazione divisa, con diffidenze superiori ai punti di contatto, odio che cova agli angoli delle strade, paura”. Maurizio Cabona sul Giornale, fece notare che la storia del Sud Africa aveva ispirato in passato altri bei film – come Zulu e Le sabbie del Kalahari, entrambi di Cy Endfield – “quando la decolonizzazione – scrisse – rendeva un’isola politica questa penisola geografica che separa l’Oceano Atlantico dall’Oceano Indiano. Era con malinconia che Africa addio di Gualtiero Jacopetti mostrava sulle scogliere del Capo di Buona Speranza i pinguini, tagliati fuori dal Polo dopo l’ultima glaciazione, ed echeggiava la preghiera dell’esercito sudafricano: «Signore, fa’ che questo mare sia sempre davanti a noi e mai alle nostre spalle»”.
Due passaggi sulla stampa anglo-sassone del 2010 sono interessanti. A Jason Hickel del Guardian parve addirittura che il film ignorasse il tema della discriminazione razziale, mentre A.O. Scott sul New York Times sottolineò che si trattava in fondo “dell’ultima esplorazione da parte di Clint Eastwood della vendetta, il tema principale della sua carriera. È difficile pensare a un attore o a un regista che metta in scena in modo così pulito un singolo impulso umano, come Eastwood ha fatto da Il cavaliere pallido a Mystic River, da Ispettore Callaghan a Gran Torino – assumendo naturalmente anche una visione critica della pulsione di vendetta, indagandone le radici tragiche e le terribili conseguenze”.
Lietta Tornabuoni su La Stampa trovava che quel campionato mondiale di rugby vissuto nel 1995 e raccontato al cinema nel 2010 fosse “simbolo d’orgoglio nazionale, del possibile superamento dell’apartheid in Sudafrica, della conciliazione tra l’esigua minoranza dei bianchi afrikaner e l’immensa maggioranza dei neri indigeni”.
Roberto Saviano ne scrisse per Repubblica: “Esco dalla sala – parole sue – contento che il vecchio Clint non sbagli un colpo come speravo. Il Sudafrica oggi è quanto di più lontano esista dal paradiso arcobaleno in cui molti avevano sognato ma questo non toglie nulla alla lezione eastwoodiana di come la politica sappia essere cosa diversissima di quella che abbiamo tutti giorni sotto gli occhi. Di come possa essere, in tutti i sensi, il sogno di un uomo e di un popolo ancora desideroso di conquistare diritti e felicità”.
Due mesi dopo l’uscita del film, quando ne mancavano altrettanti ai Mondiali, il Paese si trovò di fronte all’assassinio di Terre’Blanche, definito sul Corriere della sera da Michele Farina “il simbolo spento dell’orgoglio afrikaner, la bandiera sbiadita di (pochi) nostalgici dell’apartheid”. Era reduce dal carcere per il tentato omicidio di due neri, lui “sconfitto da Mandela e dalla Storia – ancora parole del Corriere – dimenticato dalla politica e dalla cronaca, convalescente per un’operazione al cuore, con la barba bianca e la retorica incanutita. Nessuno più badava all’Awb, il movimento che aveva fondato negli anni ’70 per fare pressione su un regime troppo poco segregazionista per i suoi gusti”.
Due ragazzi si auto-accusarono del delitto. Lavoravano nella sua fattoria, chiamarono la polizia, dissero: «Non ci voleva pagare». Il Corriere scrisse che “questa fine violenta e inattesa gli rende la visibilità e credibilità che la vita gli aveva negato” e che “la sua morte fa riaffiorare tensioni mai sopite, mostra i buchi nella costruzione di un Paese che a 16 anni dalle prime elezioni democratiche sembra non ritrovare più la magia smarrita di Mandela. Arrivando a Ventersdorp, provincia di Nord-Ovest, da Johannesburg due ore di buche nell’asfalto e orizzonti meravigliosi, si dimentica presto l’epopea e l’entusiasmo del film di Clint Eastwood: se i Mondiali di rugby fecero il miracolo di riunire bianchi e neri, la Coppa del Mondo di calcio saprà cementare le nuove crepe?”.
Francesco Viola sul Foglio considerava: “Non serve andare a Vestendorp, nella terra che fu di Eugène Terre’Blanche, per trovare un’ostilità aperta nei confronti del ”gioco dei neri” e del Mondiale ”black”. Nei quartieri residenziali a nord di Jo’burg quando incontri un bianco e gli chiedi per chi tiferà puoi ricevere diverse risposte. Su dieci persone incrociate a Sandton, in quattro hanno detto Olanda, tre erano indifferenti, due Germania e una signora, quasi stupita, ha sgranato gli occhi e ha pronunciato alla fine la parola Sudafrica”.
Il calcio stava portando per la prima volta nella storia il suo più grande rito in Africa, dove al massimo si poteva veder correre nel deserto un rally estremo dai molti morti, dove c’era stato trentasei anni prima un assai famoso match per la corona dei pesi massimi di boxe, ma dove un’Olimpiade non ha ancora mai messo piede. Eppure, come raccontavano esattamente in quei giorni le cronache, su questo pezzo di terra l’umanità ha raddrizzato la schiena e si è messa in piedi. A 66 giorni dalla palla al centro di Sudafrica-Messico, lo scheletro di un bambino di 2 milioni di anni fa veniva scoperto nella grotta di Malapa, a Sterkfontein, con il forte sospetto che potesse rappresentare l’anello mancante nella ricostruzione della evoluzione tra l’uomo e i suoi antenati non umani. Una scoperta di Lee Berger, ricercatore dell’Università di Witwatersrand.
Fiorenzo Facchini, antropologo dell’Università di Bologna, ne parlava sul Corriere della sera come di “un ominide con aspetti intermedi tra una forma scimmiesca non umana (Australopiteco?) e Homo habilis, la specie più antica del genere Homo, di cui condivide alcune caratteristiche. La regione di Sterkfontein, in cui è avvenuto il ritrovamento, è ben nota per la scoperta di un’australopitecina famosa, Plesianthropus transwalensis o Mrs Ples, risalente a 2,3 milioni di anni fa, ad opera di Broom e Robinson, scoperta avvenuta nel 1947, come pure per altri reperti successivi. Sarebbe curioso che proprio un bambino potesse aprire nuovi orizzonti sul processo della ominizzazione. Non sarebbe la prima volta, perché fu proprio il cranio dell’infante di Taung nel Sud africa, segnalato da Raymond Dart nel 1925, a fare da battistrada alle scoperte successive degli Australopiteci”.
Sul Tempo firmò un intervento Antonio Ghirelli: “La chiamano Africa del Sud ma questo «mundial» non ha nulla di meridionale: è un «western», un giallo, una storia alla Edgar Wallace o alla John Ford. Noi europei, salvo qualche eccezione, ci siamo andati senza che ci sfiorasse il dubbio di cadere in una trappola, tesa non dagli uomini ma, chissà, dal fato, dal clima, dalla stagione a rovescio. Ci siamo caduti dentro, sedotti dalla meravigliosa favola di Nelson Mandela e dall’esotismo del primo grandioso evento sportivo organizzato dal cosiddetto Continente Nero”.
Scrisse allora Vittorio Zucconi su Repubblica che un miliardo e cento milioni di africani si erano messi in cammino per questo Mondiale di calcio, “dove non giocano squadre di pallone, ma un continente intero”. Ma faceva notare: “Neppure il dio palla e i suoi tronfi signori della Fifa scarrozzati su limousine possono trasformare l’Africa nel Liechtenstein con un fischietto o con uno stadio tanto meticolosamente e simbolicamente progettato da avere voluto nove pilastri di acciaio orientati nella direzione delle altre città africane sede di incontri e il decimo indirizzato verso l’Olympia Stadion di Berlino, come una preghiera alla Mecca del mondiale passato. Tra un mese, quando la Coppa sarà assegnata, i bambini del Soweto o dello Swaziland, i profughi del Darfur, i diseredati delle terre rubate dall’uomo bianco ai Bantu, agli Xhosa, agli Zulu come furono rubate ai Lakota, agli Cheyenne, agli Irochesi, agli Aztechi, ai Maya, continueranno a giocare, se sono fortunati e nessuno gli spara o li mutila con una mina, passandosi palle di stracci legate insieme da corde. I due milioni e mezzo di afflitti dal virus dell’Aids soltanto in Sudafrica non guariranno, certamente non grazie a un sistema sanitario pubblico che non esiste e deve essere l’unico al mondo che offre un’assicurazione privata sulla salute chiamata “Funeral”, mentre rimane difficile trovare umili e preziosi preservativi nei supermarket, anche nell’abbondanza dell’offerta di sesso da strada. Ma questo è il primo evento africano non cruento del quale finalmente il mondo si interesserà, non per provare pietà effimere, per lanciare verbose iniziative di pace o per offrire prediche moralistiche condite da qualche sacco di riso. Se questa coraggiosa, corale, entusiastica, incompetente fino alla tenerezza, organizzazione che fa indossare a semplici posteggiatori di automobili fiammanti gilerini gialli con la solenne indicazione “Parking Ambassador”, ambasciatore del “tutto sotto dotto’ “e ha moblitato duecentomila guardie per fare la guardia alle guardie, resisterà all’assalto dei quasi tre milioni di appassionati e gli sguardi dei due miliardi di telespettatori che la osserveranno dal mondo, l’Africa avrà vinto il suo Mondiale”.
L’uomo senza volto e senza parola si fece vedere in pubblico, non per la cerimonia d’apertura, ma in chiusura, quando una squadra africana era andata vicinissima come mai prima alla semifinale. Aveva dovuto saltare l’atto primo per andare al funerale di una nipotina. Domenico Quirico su la Stampa descrisse l’impresentabilità di quella tribuna senza il totem che tutto il mondo voleva vedere. Una tribuna dove sedeva “il padre-padrone dello Zimbabwe, Mugabe” perché “la deprecazione e l’orrore universali non sono riusciti a scacciare questo Frankenstein africano, incatenato a una poltrona scolpita nella miseria, nella corruzione, nella violenza folle, uno che ignora la parola rimorso. Lo hanno invitato in Sudafrica, gli hanno steso il tappeto rosso, gli hanno offerto una platea planetaria. la complicità dei suoi colleghi africani: sanno di assomigliargli, di essere della stessa pasta, la sua caduta li indebolirebbe. Il sistema non deve perdere neppure un pezzo se vuole sopravvivere”. Chiamò Winnie Mandela, “il lato oscuro del Sudafrica, la pasionaria che un tempo da sola sfidava l’apartheid trasformatasi in strega: sospettata per l’omicidio di un giovane militante, intrigante, rapace, implacabile nell’odio, icona guasta che ha perso tutto, le cariche politiche, il marito, il suo onore”. Definì mediocre Mbeki, “il primo erede di Mandela, la sua svogliata caricatura: l’uomo che ha tollerato dietro le arie da intellettuale che il sogno si corrompesse, diventasse il pretesto di una classe che si riempie le tasche e ha adottato la boria e l’arroganza dei bianchi. Che ha firmato la condanna a morte di migliaia di connazionali negando l’Aids e ritardando la distribuzione dei medicinali”. Fu duro con Zuma, il nuovo presidente e raccontò che Desmond Tutu, l’arcivescovo della commissione di riconciliazione, non si era mai voltato. Per non vedere.
Gabriele Romagnoli su Repubblica raccontò l’assenza di Mandela scrivendo che “finché lui esiste i neri possono credere che tutto è veramente successo, non hanno sognato, ecco lì la prova. E i bianchi possono sperare che quel che accadrà domani non sarà poi così brutto: la garanzia è quel signore sulle tribune, la storia che si porta addosso e gli ha piegato la schiena. Dicevano: vedrai che cosa sarà di noi quando andrà al potere Mandela. Poi: vedrai che cosa sarà di noi quando non sarà più al potere Mandela. E ora: vedrai che cosa sarà di noi quando non sarà più vivo Mandela. L’avversario è diventata una polizza sulla vita. Era così moderno che anche da vecchio è più avanti di tutti e del suo tempo. Mandela è la pianta che non ha mai smesso di crescere, se si curva è per inseguire l’arcobaleno che ha sempre evocato. Anche il resto del mondo ha bisogno di vederlo sugli spalti. Chiedi a dieci ragazzi occidentali che cosa conoscono del Sudafrica. Dopo Mandela c’è probabilmente il vuoto”.
Mandela apparve alla fine restando seduto, mentre lo stadio era tutto in piedi. Apparve restando fermo, con un colbacco nero, un cappotto enorme, la sciarpa, i guanti, una macchinetta elettrica. “Come un nonno affettuoso – scrisse Emanuela Audisio su Repubblica – capace ancora di sorprendere il mondo. Come un vecchio centravanti in pensione, capace di sfondare il razzismo con i suoi gol. Non è rimasto a casa e non è andato a nanna alle 7.30 di sera, come suo solito. Non avrebbe mai fatto giocare la sua Africa senza di lui, nella notte dell’addio. Pazienza il freddo, la malattia, la salute incerta, la sordità, il lutto per la nipotina di 13 anni, morta un mese fa. Nelson Mandela ha voluto esserci, cosa volete che sia un piccolo sacrificio dopo 27 anni di galera?”.
Sarebbe rimasta una delle sua ultime apparizioni in pubblico dinanzi a una folla. “Non per dire addio – scrisse Audisio – ma per dire che l’Africa da quel campo non se ne andrà più”.
Gian Antonio Stella sul Corriere della sera riferì i complimenti della FIFA all’organizzazione e disse che “dopo quattro secoli ormai l’impasto di etnie, nel Paese, è tale da rendere sempre più spesso arduo distinguere «chi è cosa». Ecco: il successo dei Mondiali, dovuto ai neri e ai bianchi, potrebbe aiutare tutti, a superare definitivamente quel problema racchiuso nel marzo del 1973 in una celebre invettiva di amore per il suo Paese e di odio per l’apartheid del grande poeta afrikaner Breyten Breytenbach: «Siamo un popolo bastardo, con una lingua bastarda e una natura bastarda. E come tutti bastardi, incerti della loro identità, abbiamo cominciato ad aggrapparci disperatamente al concetto di purezza»”.
Letture e temi
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il Ghana fatto fuori da un mani di Suarez e il rigore di Asamoah
di enrico sisti, Repubblica, 3 luglio 2010
“Paradiso, inferno, paradiso ancora, ancora inferno. Sbaglia Gyan, sbaglia Mensah, sbaglia Pereira, sbaglia Adiyah, il pischello del Milan. Va sul dischetto Abreu: look da selvaggio, fissa un punto nel futuro. Cucchiaio. Uruguay in semifinale, Ghana e Africa nel dolore. Una sceneggiatura folle, meravigliosa e tragica. Stretta in un pugno di minuti. Non ci sono né buoni né cattivi. Solo emozioni. Ovviamente diverse. Al 120′ pareva tutto scritto. Suarez para sulla linea di porta al posto di Muslera salvando un gol fatto di Adiyiah. Rosso. Calcio di rigore prima dei calci di rigori. Gyan sta per spingere l’Africa in paradiso. L’orologio ormai è fermo. Ma il ghanese tira malissimo, impaurito e stanco. Prende terra, dischetto, pallone e traversa. Novantamila persone si mettono la testa fra le mani. Uruguayani esclusi. Allora bisogna tirarne altri. Con la forza rimasta. In palio c’è l’Olanda. Forlan guida la riscossa. Abreu la chiude. Una delle due doveva sparire. O spariva l’Uruguay con la sua bacheca di storia, i mondiali vinti, Ghiggia e Schiaffino evocati da Tabarez. O spariva il Ghana con la sua geografia, scesa in campo in nome di un intero continente”
Il suono delle vuvuzela negli stadi
Lippi accusa: sono registrate
| Massimo Gramellini, La Stampa, 16 giugno: “Monocorde, ossessiva e fastidiosa (a qualche lettore evoca Capezzone). Dunque è già diventata il gadget più ricercato dell’estate. Ci vorrebbe il Piero Angela di Quark per entrare con un sondino nella testa del consumatore europeo. Oltre alla depressione montante per il calo di liquidità, forse vi troverebbe il segreto del rimbecillimento compulsivo che porta le persone a desiderare un oggetto per il quale provano un moto di ripulsa. Poiché tutti ne parlano, sia pure per dirne male, ”fa status” esibire la mefitica trombetta con gli amici»
| Paolo Mastrolilli, La Stampa, 16 giugno: “Le vuvuzelas nascono dagli antichi corni dei koudou, le antilopi, che venivano usati per radunare la gente nei villaggi. Questi strumenti ancestrali servivano anche per guidare gli eserciti in guerra, e quindi le loro repliche moderne fatte di plastica si adattano bene al clima di battaglia figurata che regna sui campi da calcio”
| Aldo Grasso, Corriere della sera, 17 giugno: “Le vuvuzelas non appartengono al repertorio culturale zulu, non hanno nulla di ancestrale, non affondano le loro radici nella musica etnica e non derivano dal corno koudou (una specie di antilope). Rompono e basta. Le ha inventate un signore che si chiama Freddie ”Saddam” Maake: il suo punto di partenza era una di quelle trombette con peretta di gomma che si montano sulle biciclette come campanello. All’inizio, essendo d’alluminio, la vuvuzela era vietata negli stadi, nonostante Saddam e i suoi amici la usassero per infastidire gli avversari. Nel 1989 Saddam trova un industriale che comincia a fabbricare vuvuzelas di plastica”
| Sandro Modeo, Corriere della sera, 16 giugno: “Quando viene soffiata la vuvuzela classica produce un suono da 127 decibel. Per capirci: a 10 decibel si situa il respiro umano, a 60 la conversazione, a 100 il martello pneumatico, a 130 un concerto rock, soglia massima di tolleranza. Se il danno acustico delle vuvuzela è probabilmente temporaneo, più sottile e subdola è la loro incidenza – per un atleta – a livello cinestetico (i movimenti) e neuropsicologico. Il vestibolo dell’orecchio, infatti, è coinvolto in una complessa dinamica cerebrale responsabile dell’equilibrio del corpo e della vigilanza visiva sull’ambiente circostante”
| Michele Serra, Repubblica: “C’è materia sufficiente per innescare un clamoroso incidente diplomatico: neppure il governo più distratto del mondo reggerebbe l’accusa di alzare il volume, già infernale di suo, di quelle trombe di Gerico. Nonostante questo, ci auguriamo che Lippi abbia sentito giusto e il suo dubbio sia fondato: sarebbe divertentissimo”
I pronostici del polpo Paul
| Antonio Dipollina, Repubblica: “Il polpo Paul del parco acquatico «Sea-Life» di Oberhausen, 2 anni di età, lungo una trentina di centimetri, nato in Inghilterra e cresciuto in Germania, una fama di veggente dal 2008 quando indovinò l’80% dei risultati dei match disputati dai tedeschi all’Europeo, dispensa oracoli nel suo acquario con sabbia, rocce e palloni da calcio, dove gli piazzano due scatoline di plexiglas: una con la bandiera della Germania, l’altra con quella degli avversari. In entrambe una cozza. Quando Paul decide quale mollusco divorare, vuol dire che vincerà la squadra che ha la sua bandiera in quel contenitore. … Daniele Tombolini stavolta probabilmente ci ha preso. A Notti Mondiali si mette a spiegare che quella di Paul il polpo (probabilmente amico di Sepp la seppia) è sicuramente una faccenda taroccata. Non ci vuole nulla a istigare con il cibo un cefalopode e farlo andare sempre nello stesso posto. Zazzaroni ammirato chiosa: – Questa è una Polpopoli”
| Federico Pistone, Corriere della sera: “Lo avevano spacciato per inglese, con un pedigree farlocco che lo dava originario di Weymouth, cittadina affacciata sulla Manica. Poi la rivelazione: l’octopus in verità è un polpone toscano, scampato al caciucco grazie a Verena Bartsch, addetta del parco acquatico «Sea life» di Oberhausen, ovest tedesco. Verena ha confessato di avere pescato «Paul» lo scorso aprile al largo delle acque dell’isola d’Elba. «Aveva quattro settimane e non era più lungo di dieci centimetri», garantisce la 22enne paffuta istruttrice che mai avrebbe pensato di avere liberato dagli abissi marini l’oracolo più infallibile e inquietante dai tempi della Sibilla. Otto su otto: le ha beccate tutte, dalla fase a gironi fino alla finale di ieri.
Dalle acque dell’Elba, Paul – ma ora bisogna cambiargli nome, va bene anche Paolo – è stato trasferito prima all’acquario di Coburg, che per 179 euro lo ha ceduto a quello di Oberhausen: un affarone, visto che ora il Sea Life è destinato a diventare più famoso e frequentato di quelli di Sydney, Genova e San Francisco messi insieme. L’asta per averlo è già arrivata a 40 mila euro, offerti da Francisco Nuchera, dirigente del Betis Siviglia (serie B spagnola), nella speranza che il cefalopode possa portare altrettanta fortuna alla squadra di club, dopo aver «incoronato» la nazionale prevedendone il trionfo”.
| Massimo Veronese, Il Giornale: “«Il polpo Paul va in pensione e ringrazia tutti in tutto il mondo: d’ora in poi essendo molto anziano si dedicherà solo al divertimento dei bambini». L’acquario di Oberhausen non ha intenzione di cedere il suo pezzo pregiato per il quale il comune spagnolo di Carballino è pronto ad offrire 30.000 euro. Considerato il prezzo del cartellino, l’età e l’ingaggio a costo zero, per acquistarlo si era fatto avanti anche il Milan”.
| Gene Gnocchi, La Gazzetta dello sport: “Si è scoperto come faceva il polpo Paul a sapere i risultati in anticipo: l’addestratore è Luciano Moggi”
Lo Jabulani e le papere dei portieri
di maurizio crosetti, Repubblica, 18 giugno 2010
“Una perfida tivù sudafricana sta ricostruendo al computer le papere mondiali, usando gli omini del lego. Campetto, pallone che va dove vuole, portiere che viceversa va dove non vorrebbe, replay, stacco in studio e gran risate dei conduttori, due che a occhio non piglierebbero al volo neppure il tram, figurarsi lo Jabulani. La scenetta si ripete ormai con sinistra regolarità, e alla classica fauna africana tra leoni e karibu, gazzelle e gnu si va aggiungendo, appunto, la papera. L’oggetto che il brasiliano Julio Cesar ha definito «da supermercato» e Capello «il peggior pallone della storia del calcio», può essere responsabile di alcune papere ma non di tutte: i limiti tecnici sono evidenti. La nuova palla è leggerissima, praticamente di gomma, e nell’aria rarefatta di Johannesburg vola come un ufo. Vero. Peccato che certi erroracci si siano visti anche a livello del mare (l’amico paraguaiano, a Città del Capo era quasi in spiaggia). Eppure, una statistica del Guardian riferisce che solo il 34% dei tiri durante le prime 16 partite ha centrato la porta. Dunque, la palla pazza è una iattura per tutti. Come ovviare? Con la tecnologia, avrà pensato il portiere australiano Schwarzer. Così si è fatto montare una speciale videocamera su specialissimi occhialini, per filmare il pallone e riprodurne al computer le traiettorie. Risultato: ne ha presi quattro dai tedeschi”.
Che cosa successe durante i Mondiali
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
18 giugno
Aldo Brancher ministro per evitare un processo
Bellunese, ex prete, funzionario della Fininvest e assistente di Fedele Confalonieri, tre mesi di carcere durante Tangentopoli, Aldo Brancher viene nominato «ministro senza portafoglio per l’attuazione del federalismo». È stato il mediatore di Berlusconi con la Lega di Bossi per tessere la nuova alleanza. Deve presentarsi in tribunale per rispondere di «appropriazione indebita» nel crack della banca popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. La nomina a ministro gli permette di invocare il «legittimo impedimento» alla sua presenza in tribunale il 26 giugno e far slittare il procedimento. Verrà costretto alle dimissioni dopo 17 giorni. Patteggerà una condanna a due anni.
| Stefano Folli, Sole 24 Ore: “La singolare vicenda del neoministro Brancher è istruttiva. L’operazione è piaciuta talmente poco a Bossi che si sta addirittura cercando di cambiare il nome al misterioso dicastero per l’«attuazione del federalismo», le cui competenze restano indefinite. Del resto, proprio il fatto che il Quirinale non abbia obiettato alla nomina, dovrebbe far riflettere il presidente del Consiglio. L’indizio che Napolitano sta accentuando la sua attenzione nei confronti del governo, attraverso una tattica priva, ovviamente, di qualsiasi contrapposizione frontale. Per cui il «sì» a Brancher, personaggio discusso per le vicende giudiziarie che lo riguardano, ha l’effetto indiretto di rendere più perentori i «no» che il capo dello Stato potrebbe dire nel prossimo futuro.
| Francesco Verderami, Corriere della sera: “Chissà se un giorno si saprà la vera storia. Ma il problema oggi non è sapere chi fosse a conoscenza delle intenzioni del Cavaliere, se è vero che Gianni Letta – persino Gianni Letta – fino all’ultimo sia rimasto all’oscuro della nomina. Il punto è che un minuto dopo la controfirma di Napolitano, non solo l’opposizione ma anche numerosi esponenti di maggioranza hanno interpretato la scelta del premier come l’intenzione di tutelare un fedelissimo per coprirsi il fianco rispetto a una nuova offensiva giudiziaria che indirettamente avrebbe potuto colpirlo. Può darsi che l’assuefazione all’eterno conflitto porti a far calare presto l’attenzione sul «caso Brancher»”
La partita di tennis durata 11 ore e 183 game
di gianni clerici, Repubblica, 24 giugno 2010
“Non sono bastate dieci ore perché terminasse il più lungo match della storia del tennis tra l’americano John Isner e il francese Nicolas Mahut. Alle dieci e dodici della sera, l’arbitro Layanie il direttore di torneo Friemel sono stati costretti ad interrompere per l’oscurità una partita in cui i due attori, estenuati, non erano riusciti a svincolarsi da una incredibile parità di 59 games nel quinto set, nonostante quattro match point in favore dell’ americano. I due riprenderanno, in caso di sopravvivenza, domani, sul punteggio di 4-6, 6-3, 7-6, 67 e 59 pari, un totale di 163 games. Paradossalmente un risultato come quello odierno è giunto quarantacinque anni dopo la nascita del tie-break, il sistema inventato dal mio povero amico Jimmy Van Alen onde abbreviare partite interminabili, soprattutto sull’ erba, la superficie sulla quale, in quei tempi, si giocavano tutti gli Slam eccettuato il Roland Garros. Il VASSS, e cioè Val Alen Simplified Scoring System, fu adottato nel ’65 per il torneo di Newport, e poi applicato nello US Open, anche per il quinto set. Gli altri Slam, e cioè Australia, Francia e Wimbledon, continuarono invece ad evitarne l’attuazione nel set finale, favorendo quindi un risultato apocalittico come quello odierno. Un risultato che resterà negli annali, così come quello tra Gonzales e Pasarell, nonostante la mediocrità della partita. Ma spesso la storia è noiosa”
La partita venne vinta da John Isner in 11 ore e 5 minuti spalmati in tre giorni, con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-7 (7), 7-6 (3), 70-68
PODCAST
▻ Gravity | La serie podcast di Sandro Veronesi, prodotta da Chora Media, su cosa succedeva nel mondo nei tre giorni di quella partita. Obama licenziava il suo generale di stanza a Kabul, Julia Gillard diventava la prima donna a raggiungere la carica di primo ministro in Australia, l’Italia di Marcello Lippi veniva eliminata dai mondiali in Sudafrica [qui su Spotify]
8 luglio
Esiste una P3
di enrico deaglio, Patria
“L’8 luglio, per ordine della Procura di Roma, vengono arrestati dai carabinieri alcuni personaggi accusati di aver ricostruito una potente associazione a delinquere, di stampo più o meno massonico. I giornali immediatamente la definiscono «la nuova P2», o «la P3». Due nomi dicono poco: Pasquale Lombardi, un vecchio uomo politico democristiano della provincia di Avellino e Angelo Martino, costruttore edile campano; il terzo è una vecchia conoscenza: Flavio Carboni, 78 anni, imprenditore sardo, assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi nel 1982; business partner di Silvio Berlusconi in Sardegna (la villa Certosa era sua), indicato come referente praticamente di ogni associazione criminale italiana, dalla banda della Magliana, alla camorra, a Cosa Nostra, ma sempre uscito senza condanne importanti. Ricompare ora, con il suo vecchio parrucchino e un avvocato che implora pietà per le sue condizioni di salute. Più succosi i nomi degli indagati, presunti anch’essi membri della P3. Sono Marcello Dell’Utri e Denis Verdini. Quest’ultimo è il coordinatore nazionale del Pdl, un industriale e banchiere toscano, terribilmente estroverso (una specie di macchietta della commedia all’italiana). La confraternita è accusata di aver tramato per nominare giudici e funzionari, condizionare processi e addirittura decisioni della Corte Costituzionale, favorire truffe e appalti (ricompaiono gli appalti legati alla Protezione civile, al terremoto dell’Aquila; compaiono gli appalti per l’eolico in Sardegna). Molto attiva, la presunta P3, nel sostenere il proprio candidato alla presidenza della Regione Campania, Nicola Cosentino. Questi, detto o ’Mericano, non riesce a presentarsi perché la Procura di Napoli ha chiesto il suo arresto (negato dal parlamento) indicandolo come il referente del clan dei Casalesi (Gomorra). Ma cerca un candidato che non sia Stefano Caldoro: così montano intorno a Caldoro uno scandalo sessuale (incontri con militari di leva in un albergo partenopeo), ma non riescono. Denis Verdini assiste al commissariamento della sua banca: la Banca d’Italia la considera uno snodo di riciclaggio di denaro sporco. Marcello Dell’Utri sceglie di non rispondere ai giudici. Silvio Berlusconi commenta: «Ma quale P3! Sono quattro vecchietti!». Dimenticando che hanno più o meno la sua età e che Marcello Dell’Utri è il suo più importante sodale finanziario e politico”
Il Mondiale dell’Italia
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Una vergogna
di andrea monti, La Gazzetta dello sport, 25 giugno 2010
“Tutto vero, avevamo scritto quattro anni fa. Tutto nero, dobbiamo scrivere oggi. Siamo fuori dal Mondiale nella giornata più terribile e oscura della nostra storia calcistica con la sola attenuante (ma le scuse non mancarono neppure nella disfatta contro la Corea del 66) di una sfortuna peraltro meritata e in dose omeopatica. Come lo specchio di Dorian Gray, il pomeriggio di Johannesburg ci restituisce l’immagine di una squadra vecchia, disfatta, senza gioco né idee, sovrastata tecnicamente e fisicamente dai modesti slovacchi. In una parola: una prestazione vergognosa, terza della serie; siamo ultimi nel girone più facile”
La Waterloo azzurra
di vittorio zucconi, Repubblica, 25 giugno 2010
“Ho sognato di chiudere gli occhi e di nascondere la testa nel grembo della mamma, se l’avessi avuta accanto a me allo stadio, come i bambini al cinema quando la scena si fa troppo spaventosa. Ma questo non era un film, un cartone animato e purtroppo neppure una comica. Era la realtà di una squadra di calcio italiana, la «Lippi Part 2», che è passata alla storia dei nostri incubi come la cosa più orrenda, più vergognosa che mai lo sport nazionale del pallone abbia portato fuori dai nostri confini, da quando monsieur Jules Rimet decise di organizzare una coppa del Mondo nell’Uruguay del 1930. Una Waterloo che ha seppellito l’età d’oro del calcio azzurro. È arrivata alla comica finale di un gol preso su rimessa laterale, come neanche tra i pulcini della Solbiatese. Quello che si può dire è che, oltre ogni considerazione statistica, valutazione tattica, confronto storico che crudelmente lo condanna, il «Lippi, the Sequel» è stato un supplizio palpabile, un malessere fisico per chi l’ha seguito. ora chiudete gli occhi, se siete giovani, e cercate di imprimervi nella memoria la Nazionale più ignobile della storia del pallone che vi ha regalato questa Super Corea. Volevano farsi un nome, i ragazzi dell’Anonima Pallone, spezzare il cerchio della solitudine che li circondava dallo sbarco nel mezzo del nulla dove erano in ritorno. Ci sono riusciti magnificamente. Portami via dal Sudafrica, mamma, voglio uscire”.
I protagonisti
▔▔▔▔▔▔▔▔
Il ritorno di Maradona. Come Ct dell’Argentina
di emanuela audisio, Repubblica, 13 giugno 2010
“In giacca e cravatta, in panchina. Dall’inferno al Sudafrica. Per la sua prima volta da ct mondiale. E non solo da Diego Armando. Con l’abito da sposo, per un secondo matrimonio con il calcio, e per il primo successo. Tinta dei capelli decente, non più da Grease. Barba accorciata e bianca. Da patriarca che accetta il tempo e non lo dribbla. I soliti due orologi al polso, come tutti i ritardatari. Un rosario nella mano sinistra, perché “Il Barba”, come lo chiama lui, l’ha riacchiappato tante volte, segno che non lo vuole in cielo, ma sul prato verde. Sedici anni dopo la sua uscita dal mondiale americano per efedrina, Diego Armando Maradona rimette piede in campo. Era il 94: giocò, vinse, pisciò, fu squalificato. E ora torna, contro la Nigeria. Non più da reietto, né da tossico, né da boss di quartiere, ma da Mister vincente con l’abito grigio. Gli deve essere costato svestirsi da numero dieci, deve aver anche bestemmiato, ma l’ha fatto. Per allontanarsi dal passato, per far capire che certe belle vite bisogna proprio chiuderle, anzi sotterrarle, se si vuole ricominciare. Bentornato Diego, non è da una cravatta che si giudica un allenatore”
La finale
▔▔▔▔▔
I brillanti tessitori
di gianni mura, Repubblica, 12 luglio 2010
“Alla sua prima finale mondiale la Spagna fa centro, mentre all’Olanda va buca per la terza volta. Tutto questo è regolare, anzi giusto. È stata una brutta finale, ma lo è stata in gran parte perché agli olandesi è stato concesso fin dal primo minuto di picchiare duro. Non il falletto tattico, che ci può stare, o l’entrata pesante che pure ci può stare, ogni tanto, no, una sistematica caccia all’uomo con entrate da cartellino rosso (almeno due, Van Bommel e De Jong) e solo la fulgida incapacità del direttore di gara ha trasformato in gialli. Avrà un sacco di difetti, la Spagna, ma sostanzialmente è una squadra corretta che cerca di imporre il suo gioco. Cruijff aveva detto di non divertirsi, vedendo giocare l’Olanda, non era solo il fastidio dell’ex campione che rischia di veder premiati giocatori meno talentuosi, rispetto alla sua generazione. Era una verità. Robben è stato uno dei pochi che ha cercato di giocare a calcio, nell’Olanda, e l’unico che avrebbe meritato qualcosa di più. Forse non è un caso che il gol spagnolo lo abbia segnato Iniesta, il più bassino, il più portato al fraseggio corto, fino all’esasperazione. È stata la vittoria della bellezza contro un’aggressività eccessiva. Una bellezza imperfetta, anche questo 1-0 in extremis dimostra che il maggior difetto della Spagna è di non concludere in proporzione a quanto costruisce. Bellezza imperfetta, ma sempre bellezza: preparata in allenamento, voluta, cercata ostinatamente. Dopo l’Europeo, il Mondiale. È il momento di questa generazione di brillanti tessitori, onore a loro”
Ritratto di Del Bosque, il Ct campione del mondo
di tony damascelli, Il Giornale, 9 luglio 2010
“I baffi sono gli stessi. I capelli sono una memoria antica, quelli lunghi poi, antichissima. Don Santiago Bernabeu non gradiva che i suoi dipendenti portassero – bigotes y pelo de revolución, ma Vicente Del Bosque era tra i suoi favoriti. Lo chiamavano la ”nonnetta”, tecnica y técnica y técnica, questo era il football che il ragazzo di Salamanca sapeva frequentare. Un giorno, Miguel Muñoz (un personaggio che, lo dico per i contemporanei convinti che il calcio sia nato con la televisione, vinse con il Real Madrid, da giocatore quattro campionati e due coppe dei Campioni, e da allenatore nove campionati, due coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale) interruppe l’allenamento e disse ad alta voce: «Adesso vediamo quello di Salamanca che ha un culo che sembra donna Maria», la quale donna Maria era la moglie del presidente, don Santiago Bernabeu, il primo e l’unico al mondo cui è stato intitolato, da vivente, lo stadio di football. Il ragazzo veniva da Salamanca ed aveva vissuto un’infanzia difficile. Suo padre Firmim, era un ferroviere, i fatti del luglio del Trentasei avevano rivoltato la Spagna, Firmin del Bosque non aveva manifestato alcun gradimento per il nuovo regime, anzi. Per questo si era ritrovato senza lavoro e spedito in un campo di concentramento vicino a Munguia. Vicente era il secondo figlio di Firmin e di Carmen, suo fratello, Firmin di nome pure lui, sarebbe morto di melanoma all’età di quarantasei anni. Il padre recuperò il posto di lavoro, la famiglia aveva bisogno di pane e di speranza, Vicente così è cresciuto, la memoria di Firmin resta fortissima ed è stata decisiva in un’altra storia infelice. Vicente ha sposato Carmen, una bionda di Toledo, tre sono i figli, l’ultimo, Alvaro, è affetto dalla sindrome di Down.
«Il suo dolore, la nostra sofferenza, è servita a relativizzare i problemi, a capire che in fondo la vita ha altre priorità, altri ostacoli, altri doveri. E oggi siamo felici, Alvaro lo è e così i suoi fratelli». Vicente del Bosque così ha detto a Enrique Ortego, giornalista e amico, spiegando che il football, insieme con la famiglia, rappresenta il suo impegno ma che dopo il football stesso c’è la vita, più importante di tutto il resto”.
▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬
SE TI HANNO INOLTRATO ▻ LOSLALOM E TI PIACE
SCEGLI LA FORMULA PIÙ ADATTA A TE: ABBONATI E SOSTIENICI
▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬
facebook | instagram | twitter
Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it