COSA STAI PER LEGGERE
▻ Le origini del calcio | La fondazione della FIFA | Che cosa ci importa di Wall Street se parliamo dei Mondiali | Come arrivarono le squadre in Uruguay | Come si giocava a calcio nel Mille Novecento Trenta | Che cosa successe durante i Mondiali: il terremoto nel sud Italia, la nascita di Maigret, il matrimonio di Laurence Olivier | Storie formidabili di portieri: Oscar Bonfiglio ed Eugenio Ballestrero | I protagonisti: José Nasazzi, Perucho Petrone | Camei: L’arbitro Langenus | Testimoni: Osvaldo Heber Lorenzo | Frammenti: Gianni Brera, Eduardo Galeano
URUGUAY 1930
Il sogno realizzato di Jules Rimet
I cinesi dicono che sono stati loro, dovremmo rassegnarci, anche se lo chiamavano tsükü. Per i Romani era l’harpastum, per i Greci l’episciro. Omero vedeva che “l’un la palla gittava in ver le fosche nubi” e qualche secolo dopo Re Lear gridava “tu, abbietto giocatore di calcio” a Osvaldo, no, non lui, un altro. Gli inglesi, si sa, si vantano d’esser stati loro a immaginare questa cosa folle di gettare una palla in una porta, ma più d’uno storico sorride, scuote il capino e mormora che certo, gliel’avevano lasciato in eredità le legioni di Cesare al rientro a casa, che almeno cantino Grazie Roma. Se il calcio fosse una lingua, sarebbe il frutto di secoli e secoli di sedimentazione, impasti, mescolanza. In principio era il caos, a Cambridge misero un minimo d’ordine nelle regole e dissero che in più di dodici-tredici, ragazzi, in più di dodici-tredici non va bene, anzi, facciamo che si gioca in undici, il numero dei letti nelle singole camerate dei college.
Continuò a presentarsi in campo chi la voleva cotta e chi la voleva cruda, chi allargava la porta e chi la restringeva, ci vollero altri quindici anni prima che qualcuno per la strada chiedesse a mister Charles Wreford-Brown se fosse un giocatore di rugby, Are you a rugger, e quello rimase inpassibile, lucido fino a inventare una parola che non c’era. Sterzò, si imbucò tra la folla, fece densità nel mezzo e rispose: No, sorry, I’m a soccer.
Il Times non fu insensibile alla nascita di questa strana congrega di persone che si erano dati delle norme per prendere a calci una palla. Dedicò alla nascita di questa Football Association trentacinque righe su tre colonne, e chi le scrisse chiese se poteva arrivare a quaranta.
E poi fu sera e fu mattina: 1872. Fu Scozia-Inghilterra zero a zero, più risultatisti che giochisti. Venne il progresso industriale del British Emperor, partirono i bastimenti per terre assai luntane e i marinai avevano sempre un pallone sulla nave. Più d’uno, anzi, perché erano soliti spargerne lungo le acque con qualche svirgolone a bordo. Sulle rive del Rio de la Plata, il football si fece fútbol, tra Genova e il sud d’Italia lo dissero calcio, in Francia i giornalisti furono i più pronti di tutti ad annusare l’affare. Robert Guérin aveva 28 anni e lavorava a Le Matin, un foglio sparito dopo la seconda guerra mondiale perché era stato appena appena un filo collaborazionista e antisemita durante l’ Occupazione. Ma poiché Le Matin ha fatto anche cose buone, a codesto monsieur Guérin va dato atto di aver inventato la FIFA. Havelange, Blatter e Infantino non sono invece colpa sua.
Ora, per non farla lunga, com’è-come non è, salì alla presidenza il fondatore della Red Star Paris, il figlio di un contadino, nipote di un mugnaio, una famiglia cristiana. Si chiamava Jules Rimet, si laureò in giurisprudenza, sopravvisse alla Grande Guerra con il grado di tenente di fanteria, e non pago degli scudetti del suo club in Francia, pensò che sarebbe stato bello organizzare un torneo alternativo alle Olimpiadi. Una Coppa del mondo, solo che lui era francese e la chiamava Coupe du Monde. I britannici se ne uscirono dall’associazione perché Rimet non aveva voluto sbattere fuori i paesi che avevano perso la guerra. Annunciò che il torneo si sarebbe tenuto ogni quattro anni, che ingenuo, scrisse a un orafo francese – Abel Lafleur – di preparare un trofeo, ma bello, eh, mi raccomando, se no a quelli che vincono che gli diamo, una statuetta in oro massiccio di trenta centimetri, un chilo e otto di peso, come un bimbo nato prematuro. E fu sera e fu mattina: 1930.
pagine La biografia di Jules Rimet
“Laurent Lasne ci invita a scoprire il volto nascosto di Jules Rimet. Uno dei motivi di interesse di questo libro è che si concentra sia sul contesto e sul peso che ebbe sulle faccende del pallone in Francia – in particolare sulla sfiducia o addirittura l’ostilità delle élite – sia sul percorso individuale dell’uomo, le origini contadine della sua famiglia, il suo eroismo al fronte. L’itinerario di Jules Rimet ci mostra ancora una volta come, lungi dall’essere un paradiso immacolato con angeli in maglia e scarpette, al riparo da battaglie di potere, il calcio si è rivelato uno spazio privilegiato per rivalità ideologiche e politiche di ogni tempo. Il nostro uomo proviene infatti da una specifica corrente del cattolicesimo, segnato da preoccupazioni sociali, alla fine del trauma della Comune e in pieno dubbio di fronte alla rivoluzione industriale, il movimento che trasforma il volto economico e culturale del Paese con la miseria della classe operaia e la legge per la separazione tra Chiesa e Stato. Volendo rompere con la reazione antirepubblicana dell’episcopato, Rimet finì per incrociare Marc Sangnier e Le Sillon, un movimento ben presto scomunicato per la sua audacia modernizzatrice. Il suo impegno per il piccolo mondo del calcio che nasceva, si concretizzò con una doppia ossessione, da una parte non sottomettersi all’onnipotenza dei laicisti, dall’altra rifiutare uno sport che fosse cattolico, in passato ghettizzato. Jules Rimet ritenne che il calcio avesse un grande futuro, soprattutto negli ambienti popolari. Rifiutò di veder vanificati i suoi sforzi in nome di un dogma amatoriale di pura facciata, un lavoro che contribuì ad allontanare per sempre il calcio dall’olimpismo, sebbene convivesse in lui una certa ingenuità, come quando nel 1932 affermò di aver avallato lo status del professionismo per salvare il calcio dalla commercializzazione” – recensione di
nicolas kssis-martov, So Foot [il libro si può comprare qui]
Solo che.
Solo che – ecco – come dirlo.
Prima del 1930 venne il 1929. Il congresso della FIFA si era riunito a Barcellona il 18 maggio, proprio a ridosso dell’inaugurazione dell’Expò. Al primo giorno di lavori vennero ammessi sei nuovi Paesi: il Giappone, il Messico, la Palestina, l’Islanda, le Indie occidentali olandesi e Cuba. Solo che da Cuba erano venuti in due, due federazioni differenti, e impiegarono del tempo per chiarirsi, dalle quattro del pomeriggio alle sette meno un quarto della sera. Così almeno dice il Mundo Deportivo del giorno dopo. La riunione era in prima pagina, insieme con la notizia di un’Italia-Spagna di rugby e un Bolton-Catalogna di calcio. Fu al secondo giorno di riunione che arrivò la decisione di affidare l’organizzazione del torneo al piccolo Uruguay. Votarono al pomeriggio e alle dieci di sera se ne andarono tutti a teatro a sentire la lirica.
La scelta era caduta sull’Uruguay per l’entusiasmo portato nel Paese dalle due vittorie alle Olimpiadi [1924-1928] e perché il governo si giocò la carta dell’anniversario da celebrare, i cento anni della Costituzione e dell’indipendenza del paese. Acclamazione, euforia, fazzoletti sventolati. La stampa di Montevideo, guidata da El Diario di Héctor R. Gomez, aveva condotto una vera e propria campagna.
Questo a maggio.
A ottobre erano nei guai.
Nel giro di quattro giorni, l’Uruguay andò sottosopra.
In La Storia dei Mondiali di Alessandro Lanzarini, uscita dal settembre 1989 con il Guerin Sportivo – quelle belle operine a fascicoli che tu te le raccoglievi, con le schede dei giocatori, i tabellini, i disegni, quando nei giornali c’erano ancora i disegnatori – in La Storia dei Mondiali Lanzarini racconta che il 20 ottobre del 1929 all’ospedale italiano era morto don José Battle y Ordoñez, “settantenne statista che aveva introdotto il concetto di socialismo di stato”.
Quattro giorni più tardi, la Borsa di New York visse il suo giovedì nero e dopo altri cinque di nero c’era pure il martedì.
dal Corriere della sera
| “A Nuova York dicono che le scene di panico durante la grande ondata delle vendite sono state ancor più impressionanti di quelle verificatesi nei primi giorni della grande guerra. Il numero e il valore delle azioni buttate sul mercato ha battuto tutti i records. L’entità del deprezzamento ha finito col decidere Morgan e i capi delle grandi istituzioni finanziarie a riunirsi d’urgenza alla sede della Banca Morgan per discutere la situazione e vedere di porre margine allo straripare del panico, che sembrava avere terrorizzato non soltanto Nuova York ma tutti i grandi centri degli Stati Uniti.
Anche la folla che si accalcava nella strada era in preda a tale eccitazione che quando i banchieri hanno cominciato ad arrivare all’incrocio di Broad Street e Wall Street, dove sorge il palazzo della Banca Morgan, la polizia a cavallo ha dovuto intervenire per tenere a freno la calca e impedire che i mestatori, sempre pronti a cogliere tutte le occasioni, provocassero incidenti e saccheggi.
Era corsa anche la voce che i banchieri si fossero messi in diretta comunicazione col segretario al Tesoro Mellon per avere il suo consiglio, ma la notizia non è confermata. Giungevano invece da Washington dei messaggi nei quali si affermava che l’opinione del banchiere Lamont doveva essere esatta, che cioè la crisi non fosse altro che un movimento di riassestamento del mercato di Borsa dopo un prolungato periodo di eccessivo rialzo.
L’effetto del tracollo, che era stato predetto mesi addietro da Roger Babson, il quale è considerato l’astronomo del mercato finanziario, si è esteso a tutte le grandi città degli Stati Uniti. A Chicago, Baltimora e Filadelfia, le Borse sono state chiuse d’urgenza prima della fine della giornata. Si dice che anche la Borsa di Nuova York considerasse la opportunità di prendere un simile provvedimento, ma gli ambienti conservatori si sono mostrati contrari a qualsiasi interferenza nell’andamento del mercato.
Gli ambienti finanziari di Nuova York insistono nel sostenere che non vi è ragione alcuna di considerare la situazione generale con pessimismo e che, in sostanza, il tracollo riduce le quotazioni di un gran numero di titoli esageratamente gonfiati. La sfortuna è che nel panico di ieri anche i titoli buoni hanno dovuto soffrirne. I banchieri dichiarano che la causa principale del panico sta nella inefficienza tecnica dei presenti metodi di trattare affari di simile valore, con segnalazioni telegrafiche incapaci di tenere dietro all’oscillare delle quotazioni. In realtà le macchine telegrafiche erano talvolta di 2 ore e 40 in ritardo nel trasmettere le quotazioni. Gli agenti di borsa avevano delle autentiche crisi di nervi e una dozzina di essi, che sono svenuti nella confusione, hanno dovuto essere ricoverati al vicino ospedale”.
Che cosa c’importa di Wall Street
se parliamo dei Mondiali?
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La crisi economica conseguente al crack di Wall Street aveva messo in difficoltà il sistema politico uruguayano, “legato a filo doppio – si legge sempre in La Storia dei Mondiali di Lanzarini – alle vicende finanziarie degli Stati Uniti. Le casse dello Stato entrarono in deficit con grande rapidità, un certo malessere sociale iniziò a far sentire la propria presenza, le classi meno abbienti avvertirono la miseria in brevissimo tempo. La popolazione, in quell’anno, ammontava a 1.900.000 persone, con 98.000 unità occupate nell’agricoltura, circolavano 44.500 automobili e il settore più fiorente era quello dell’allevamento del bestiame (quasi 27 milioni di capi censiti nel 1928)”.
L’ospitalità promessa alle Nazionali partecipanti saltò e furono pochi i paesi europei disposti a mettere in conto una spesa per raggiungere l’altro capo della terra oltre l’Atlantico.
Tutto Mondiale 1930-1978 [edizione Rizzoli] riepiloga: “Sono fallite 640 banche, 75 mila risparmiatori sono finiti sul lastrico, i suicidi dei banchieri non si sono più contati, così come il numero delle industrie chiuse. Nel 1930 i disoccupati negli Stati Uniti sono 4 milioni e mezzo, ma la piaga è mondiale. In Germania i senza lavoro sono 3 milioni e mezzo e i nazisti di Hitler, che accusano del crollo i banchieri ebrei, ottengono alle elezioni 6.400.000 voti, pari a 95 seggi in più alla Camera. L’Italia, paese in prevalenza agricolo, in un primo tempo sembra non risentire della crisi, ma nel 1930 Mussolini riduce d’autorità stipendi e salari. Gli italiani cercano di dimenticare le preoccupazioni fischiettando motivi come Ziki Paki Ziki Pu e Tre son le cose che piacciono a me, ballando la rumba e compiacendosi per le nozze di Edda Mussolini che va sposa a Galeazzo Ciano”.
panorami L’amicizia tra l’Italia e l’Uruguay | «Eccellenze, signori, l’anima italiana, educata al culto del ricordo del duro travaglio per la indipendenza e l’unità della sua terra, è particolarmente sensibile all’intimo significato che l’odierna ricorrenza centenaria ha per il popolo uruguayano. L’Uruguay è pervenuto alla sua costituzione di Stato libero ed alla sua attuale prosperità attraverso decenni di lotte e secoli di rude lavoro. A questa lotta hanno preso parte con amore di figli e con tenacia di lavoratori di razza, nostri connazionali, che hanno trovato nella Repubblica l’ambiente largamente ospitale di una seconda Patria. L’epopea garibaldina ha avuto anche nell’Uruguay un suo ramo fiorito. Le costanti e cordiali relazioni di amicizia fra i nostri due Paesi hanno avuto ed hanno così le più salde radici. Mi sia consentito di esprimere, a nome del Governo Fascista, il più fervido voto per la prosperità dell’illustre Presidente della Repubblica Uruguayana, al quale S. M. il Re d’Italia si è compiaciuto conferire oggi il Gran Cordone dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, del generoso popolo amico e delle sue valorose Forze Armate»
dal discorso del ministro della Guerra, generale Gazzera, alla cerimonia in Roma per il centenario dell’Uruguay, 19 luglio 1930
scenari Come arrivarono le squadre in Uruguay
Roberto Zanzi, Mondogol [Guerin Sportivo, 1982]: “A bordo del «Conte Verde» rumeni, francesi e belgi, (gli slavi navigavano con il Florida salpato da Marsiglia) viaggiavano in compagnia di Jules Rimet e dei delegati della FIFA. Il Presidente teneva nella cassaforte di bordo la Coppa opera dell’orafo francese Abel Lafleur. L’oggetto d’arte era costato una cifra molto vicina ai cinquanta milioni di lire di oggi. A bordo c’era il grande cantante lirico Chaliapin, che rifiutò di intrattenere i passeggeri per i festeggiamenti del passaggio dell’Equatore: «Se fossi un ciabattino vorreste forse che suolassi le vostre scarpe gratis? È la stessa cosa, gratis non canto». I calciatori si allenavano sui ponti di bordo spedendo una infinità di palloni in mare e importunando i passeggeri che imprecavano irati «contro» quei pazzi che giocavano piuttosto di lavorare. Bella gioventù!”

Come si giocava a calcio nel Mille Novecento Trenta
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di gianni brera, Repubblica, maggio 1982
“Fra le molte buone cose inventate dagli inglesi e dai loro consociati britannici figura anche il football, o palla-da-piede, praticando il quale immagino che gli uomini comuni intendano riabilitare in modo abbastanza poetico le loro antiche mani posteriori. In illo tempore il mondo della pedata era comunque diviso in due: la Gran Bretagna e gli altri, ai quali ovviamente non si poteva proibire l’uso – anche divertente – delle basse estremità. E poiché le cose plebee sono sempre di più facile attecchimento, il football si diffuse nel mondo con rapidità strabiliante. In Italia lo giocavano anche i principi del sangue (come il Duca degli Abruzzi), ma certo lo dovevano soltanto guardare i poveracci che lavoravano 14-15 ore il giorno per guadagnarsi non molto più del pane.
È stato riflettendo su questa sgradevole situazione che ho parafrasato Carlo Marx inventando il plus-calore, senza il quale non è concepibile un uomo che corra e si diverta dietro a una palla da gioco. Qui da noi, già, potevano permettersi di giocare i ricchi e gli agiati, non i poveri, costantemente afflitti da mancanza di calorie: così anche si spiega perché l’Italia sia rimasta colonia calcistica per almeno mezzo secolo, dal 1890 al 1940. Progredirono invece notevolmente i sudamericani, ai quali avevano insegnato il calcio i macellai inglesi dei frigorificos.
Argentini e uruguagi erano di ascendenza italiana e spagnola. I loro antenati erano fuggiti per fame dalla natia Europa: in America trovarono la carne e i loro figli crebbero più sani e forti, ebbero calorie da spendere e giocarono a calcio in allegria. Nessun paese al mondo produsse più campioni dell’Argentina: fu forse più proprio questa abbondanza a favorire – per paradosso – l’ascesa dell’Uruguay. Gli argentini non si degnavano di curare la conduzione tattica delle partite, mentre gli uruguagi, che non raggiungevano i 3 milioni, si sentivano forti nella modestia: curavano molto la difesa e applicavano di preferenza il contropiede in spazi larghi e invitanti.
Il modulo seguito dai sudamericani all’inizio degli anni Venti era quello adottato in tutto il mondo: veniva detto a W per come si disponevano in attacco le tre punte e gli interni. Esso contemplava due terzini centrali, due mediani laterali e un centromediano in linea con i laterali. I terzini si chiamavano all’inglese bakes; i mediani halves, e il centromediano centerhalf, le mezze ali insides, le ali wings, il centravanti centerforward. A fare il gioco (making the Play) provvedevano il centromediano e gli interni, i quali anche difendevano, nel senso che si opponevano ai facitori di gioco avversari.
Il gioco prodotto dal modulo a W era abbastanza lento e perciò anche noioso, almeno quando non lo illuminava il genio. I terzini battevano tremende bordate che si trasformavano praticamente in lunghi rilanci. I mediani laterali si univano all’attacco e alla difesa secondo che esigeva il momento tattico, ma generalmente erano solo un po’ più mobili dei terzini centrali e si occupavano delle ali avversarie.
A giocare in difesa ma soprattutto in attacco era il centromediano, vero e proprio regista del gioco: marcava il centravanti avversario in fase difensiva e impostava il gioco in fase costruttiva: suo compito specifico era vincere lo stacco per incornare la lunga e spiovente rimessa del portiere avversario; e ancora procedere ai lanci lunghi verso le ali, cioè sulle esterne.
Gli interni difendevano anche, nel senso che filtravano il gioco avversario, ma soprattutto impostavano le azioni offensive. Prima che venisse riformata la norma del fuorigioco (riduzione da tre a due avversari), gli interni erano soliti guizzare a smarcarsi per ricevere la rifinitura del centravanti e battere in porta. La norma del fuorigioco a tre era causa di stucchevoli indugi sotto misura: quando venne ridotto a due (il portiere e un altro), finalmente il centravanti si trovò ad essere tornato degno del proprio nome: a scattare in profondità e a dettare il lancio e l’appoggio sotto rete.
L’elemento fondamentale, nel gioco della squadra, era il centromediano, che doveva possedere grande fondo atletico, saper saltare per vincere i duelli aerei e saper battere lungo verso le ali. Questi lanci giungevano quasi sempre a destinazione perché nel modulo a W (detto Metodo in Italia) le marcature non erano ossessive più che sugli anticipi si giocava sugli intercettamenti: una volta ricevuto il lancio, l’ala poteva partire in dribbling o sullo scatto e operare il traversone (cross) dal fondo verso il centro: oppure poteva accentrarsi e concludere direttamente a rete.
A mio immodesto parere, gli uruguagi hanno ottenuto i massimi risultati tra quanti applicavano il W: erano attenti, arcigni in difesa, e possedevano grande potenza di tiro sia per i rilanci sia per le conclusioni. Erano per giunta animati da una terribile voluntas vincendi che spesso ne eccitava la cattiveria agonistica. Spopolarono letteralmente, e un loro giornale scrisse estasiato ed entusiasta che l’Uruguay era entrato in geografia!
Per la verità, conoscevano quel piccolo paese lontano i soli importatori di carne congelata, di pellame e di cereali. Ma una volta entrato in geografia, l’Uruguay vi rimase ottimamente: si incominciò a dire senza offendere la verità che, si Ingleterra es la madre del futbol, Uruguay es el padre. Né qualcuno poteva sognarsi di contraddire.
Che cosa successe durante i Mondiali
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19 luglio
Jules Maigret, il personaggio di Georges Simenon, fa la sua prima apparizione su carta. Il romanzo Pietr-le-Letton [in italiano Pietro il lettone] apre la serie e viene in pubblicato in tredici puntate sulla rivista Ric et Rac. Simenon arriverà a 75 romanzi e 28 racconti con protagonista il detective che fuma la pipa.
| Gabriele Romagnoli, Repubblica, 16 febbraio 2009: “L’uomo che non era Simenon si chiama Romolo Ansaldi, ha 81 anni e un problema: la noia (aggravato dalla domenica). Ci combatte da una (lunga) vita. Va ogni settimana da Genova a Lugano o Parigi su una Mercedes 6000 due posti. Sull’altro siede la “signora Maigret” con cui è sposato «in modo felice e criminale» da 53 anni. Ha collezionato tuttotutto quel che riguarda Georges Simenon. Più di 200 prime edizioni, 195 riproduzioni di film e sceneggiati tratti dalle sue opere, centinaia di poster, fumetti, carteggi, fotografie. Il problema di Ansaldi cominciò da ragazzino, quando vide su una bancarella “Pietro il lettone” (romanzo poliziesco, Mondadori editore) con in copertina una bionda imbronciata. Comprò, iniziò a leggere, passò il curato, si informò sul libro. La sera la zia glielo bruciò: negli Anni Trenta Maigret era all’ indice. Se vuoi creare una passione, metti un divieto”
23 luglio
Un terremoto di magnitudo 6,5 colpisce Napoli, l’Irpinia, la Basilicata e la Puglia uccidendo 1.404 persone.
| Il Corriere della sera: “Sereni e pronti. Un’altra volta i misteriosi e crudeli capricci del suolo percuotono i nostri bei paesi meridionali. Per fortuna, l’estensione della zona colpita più gravemente non è grandissima e, in quella stessa zona, pochi paesi sono stati veramente distrutti: il numero delle vittime, benché sempre troppo alto per il nostro cuore angosciato, non è paragonabile con quelle verificatesi in altre circostanze simili. È dunque una disgrazia, non un disastro e tanto meno una catastrofe. Compiangiamo con tutta l’anima i poveri morti: quasi tutti lavoratori di quelle feroci campagne, sempre minacciate dagli sconvolgimenti tellurici, come se il destino volesse farne pagare a caro prezzo la pittoresca bellezza. Nessun panico artificioso, nessun smarrimento. Da Roma, come sempre, è partita la parola di incitamento. Sono questi i lati confortanti della disgrazia: non solo perché indicano i progressi dello spirito pubblico e degli organi responsabili, ma anche perché assicurano che in ogni caso, le conseguenze d’ogni più inumano capriccio del Destino, saranno rese b da provvedimenti adeguati e che non si ripeterà più, come in altri tempi, il caso che ritardi e incertezze nell’opera di soccorso possano rendere peggiori e magari irrimediabili gli effetti di quelle sciagure, alle quali ormai la Italia è avvezza e contro le quali ha imparato a reagire”.
| Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio: “Un terremoto scuoteva il sud dell’Italia seppellendo mille cinquecento napoletani, Marlene Dietrich interpretava L’angelo azzurro, Stalin portava al culmine la sua usurpazione della rivoluzione russa, e si suicidava il poeta Vladimir Majakovski. Gli inglesi sbattevano in galera il Mahatma Gandhi, che esigendo l’indipendenza della sua patria aveva paralizzato l’India, mentre sotto la stessa bandiera Augusto César Sandino sollevava i contadini del Nicaragua nelle altre Indie, le nostre, e i marines americani tentavano di prenderli per fame incendiando le loro coltivazioni.
Negli Stati Uniti c’era chi ballava il recente boogie-woogie, tappeto ma l’euforia dei favolosi anni Venti era finita al sotto i feroci colpi della crisi del 1929. La Borsa di New York era colata a picco e nel suo crollo aveva travolto i prezzi internazionali e stava trascinando nell’abisso vari governi latinoamericani. Nel precipitare della crisi mondiale, la caduta del prezzo dello stagno defenestrava il presidente Hernando Siles in Bolivia e collocava al suo posto un generale, mentre l’abbattimento del prezzo della carne e del grano faceva saltare il presidente Hipólito Yrigoyen in Argentina, e al suo posto installava un altro generale. Nella Repubblica Dominicana, la caduta del prezzo dello zucchero apriva il lungo ciclo della dittatura di un altro generale, Rafael Leónidas Trujillo, che inaugurava il suo potere ribattezzando con il proprio nome la capitale e il porto. In Uruguay, un colpo di stato si sarebbe verificato tre anni dopo. Nel 1930 il paese aveva occhi e orecchie solo per il primo Campionato Mondiale di Calcio”.
25 luglio
L’attore Laurence Olivier sposa l’attrice Jill Esmond.
| Burt Folkart, Los Angeles Times: “Hanno debuttato a Broadway nel 1929, lei in Bird in Hand e Olivier in Murder on the Second Floor. L’anno dopo il matrimonio sono apparsi insieme a Broadway con Coward e Gertrude Lawrence in Vite private di Coward. Jill Esmond ha continuato a recitare in film dei primi anni ’30 come Thirteen Women con Irene Dunne e Myrna Loy e Once a Lady con Ruth Chatterton. A quel punto della carriera, era considerata una star più grande di suo marito. Sebbene sia stata vista sullo schermo all’inizio solo come una affascinante protagonista, nel corso degli anni si è adattata a ruoli di personaggi più seri. Nel 1935 rimase incinta, ma proprio in quel periodo Olivier le disse di essersi innamorato di Vivian Leigh, che aveva incontrato a Hollywood mentre girava Cime tempestose. Rimasero sposati e nel 1937 Esmond fu Olivia con suo marito nella Dodicesima notte di Shakespeare al teatro Old Vic di Londra. A quel punto il matrimonio era diventato impossibile, perché Olivier e Leigh erano spesso visti in compagnia l’uno dell’altro a feste e anteprime in tutto il mondo. Nel gennaio del 1940, Vivian Leigh fu citata in giudizio da suo marito, Herbert Leigh Holman, e Jill Esmond tentò un’azione simile a Londra. Olivier sposò Leigh l’anno successivo. Il matrimonio terminò con un divorzio nel 1961
26 luglio
A Recife viene assassinato il candidato alla vicepresidenza del Brasile, João Pessoa.
30 luglio
Muore all’età di 52 anni Joan Gamper, ex calciatore svizzero, fondatore del Barcellona
La União Nacional diventa un partito unico in Portogallo. Si dichiara un’organizzazione civica aperta a tutti i cittadini determinati a realizzare gli ideali del nuovo Stato. È guidato da Salazar
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Oscar Bonfiglio. Che prese il primo gol
Erano le tre del pomeriggio, faceva freddo e pioveva. Battemmo noi la palla al centro e poi passarono diciannove minuti. In 19 minuti si combattono poco più di sei round di boxe, in 19 minuti Paavo Nurmi correva sette chilometri, in 19 minuti io presi il primo gol della partita, segnò un tale Lucien Laurent, Francia 1 Messico 0, il primo gol nella storia dei Mondiali di calcio.
Voi oggi ancora impazzite per i Mondiali, io impazzii dietro quel pallone lì. Lo raccolsi dalla rete e pensai a mio padre, Manuel Bonfiglio García.
Anzi. Il generale Manuel Bonfiglio García.
Il primo gol ai Mondiali [disegno di Carmelo Silva]
Prima che partissi per l’Uruguay, mi aveva detto: il Messico lo puoi servire con le armi ma anche parando un calcio di rigore. Lui aveva scelto le armi, io invece avevo preso gol. Mio padre si occupava della paga delle truppe di Álvaro Obregón, eravamo nel pieno della nuestra Revolución. Obregón si era unito a Carranza contro Zapata e Villa, poi era stato presidente fra il ’20 e il ’24, riforme agrarie, alleanza con gli Usa, politica anticlericale, ecco chi era Obregón. Noi, i Bonfiglio, di chiare origini italiane, stavamo tutti dalla sua parte.
Sotto le armi, con la sua abilità nel tenere i conti, mio padre riuscì a far nascere squadre di calcio legate all’esercito. Avevo imparato così a starmene tra i pali, per questo presi una divisa anch’io, obbedire e farsi obbedire, guidare ed essere guidati, militare e portiere, per me una cosa sola. Ho giocato con l’Esparta, il Cuenta y Administración, il Guerra y Marina, finché mi dissero che dovevo passare al Marte, la squadra cara ai generali. Che io lo volessi o no, pareva non fosse importante per nessuno. Così nel ’28 andai alle Olimpiadi, Amsterdam, Olanda, l’Europa, 24 giorni di viaggio, e due anni dopo i Mondiali. Quando nel ’30 cominciò il campionato, le violenze in Messico erano quasi del tutto finite. A Estación Ortiz, nella regione di Sonora dove sono nato, gli indios yaquis mi chiamavano Yori, come facevano con tutti i bianchi o i mestizos. Zapata era morto, Villa era morto, pure Obregón ormai era morto, ma il Messico era vivo, perché il Messico non muore mai.
Dopo la sconfitta per 4-1 con la Francia, i giornali messicani scrissero che eravamo male alimentati, a dire la verità io stesso non avevo il fisico del portiere, alto 1 metro e 74, con qualche chilo in esubero. Mi tennero fuori per la seconda partita, al mio posto contro il Cile giocò Isidoro Sota, ma alla terza c’ero di nuovo io. Contro l’Argentina. Eravamo già sotto per 3-0 quando l’arbitro fischiò per loro un calcio di rigore. Quando dico arbitro, non credetemi fino in fondo. A quei Mondiali non ce n’erano a sufficienza, il fischietto lo diedero al ct della Bolivia, Ulises Saucedo, che da ragazzo aveva studiato a Londra, la casa dei maestri, e dunque passava per un grande intenditore. Dicevo del fischio. Minuto 23. Fu allora che ricordai per la seconda volta le parole di mio padre, sulla patria che puoi servire in quei due modi. Fernando Paternoster sistemò il pallone a undici metri da me e quando prese la rincorsa io mi lanciai a servire il Messico. Stesi una mano e parai il rigore. Sarei stato il primo nella storia dei Mondiali, se due ore prima non ci fosse riuscito il france Thepot contro il Cile.
Paternoster raccontò di averlo sbagliato di proposito, di avermelo tirato addosso per cavalleria, per non infierire giacché vincevano 3-0. Ah sì? E allora perché dopo ne fecero altri tre?
Quando tutto fu finito, negli spogliatoi si fece avanti un uomo. «Lei è Oscar Bonfiglio Martínez?» – mi domandò – io non avevo ancora fiato, ma mossi il capo, e lui proseguì «lei oggi è stato un eroe». Lo guardai meglio, tese la mano e si presentò. Era Carlos Gardel. «Vorrei regalarle qualcosa», disse, «mi chieda qualsiasi cosa».
Onestamente non sapevo. Non in quel momento. Non lì.
«Maestro», gli risposi, «mi canti un tango». E a cappella, lì davanti a tutti, Gardel intonò Volver.
Eroe. L’argentino Gardel mi aveva chiamato così e io non potevo neppure dirlo a mio padre.
Enrique Ballestrero campione del mondo
Tornammo negli spogliatoi e uno dei miei si gettò a terra piangendo. Non possiamo perdere, diceva, loro sono argentini e noi uruguayani. Lo disse in quel modo tutto nostro, di noi sudamericani, quel modo cioè in cui impastiamo la tragedia pure alle piccole cose della vita. Nello stadio soffiava un vento di angustia. Noi sudamericani diciamo spesso frasi così.
Era tutta colpa mia, io, Enrique Ballestrero, 25 anni, il portiere della Celeste, la nazionale di casa. Eravamo il primo Paese latino americano con il suffragio universale. Eravamo il primo Paese in cui i neri potevano giocare insieme ai bianchi, i figli degli spagnoli e i figli degli italiani, mentre Artur Friedenreich, figlio di un tedesco e di una donna africana, in Brasile era costretto a cospargersi il volto di polvere di riso, per nascondere il colore della pelle. Eravamo i primi a ospitare la Coppa del mondo di calcio. E poi c’ero io. Intorno a me sapevano che sarebbe successo, sentivano che non sarei stato all’altezza della finale di un campionato del mondo, erano certi che li avrei traditi. Come poteva l’Uruguay vincere la prima coppa del mondo con un portiere che in Nazionale non c’era stato mai? Quel portiere: io.
Lo so, mancavano l’Inghilterra, l’Italia, l’Austria, la Spagna, l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Tutte le più forti dell’epoca a parte noi. Lo so. E allora? Volevamo vincere lo stesso. Campeones, campeones: l’avremmo gridato uguale. Solo che a tutto c’è un limite, e il limite per loro ero io, adesso che l’Argentina era avanti 2-1 all’intervallo.
La loro sfiducia s’era incollata alla mia pelle. «Sarebbe stato meglio avere Andrés, lui sì che ci avrebbe fatti vincere». Era come sentire la voce dei loro pensieri. Andrés Mazzali, il titolare, uno vero. Il portiere che aveva trascinato l’Uruguay a due ori consecutivi alle Olimpiadi, qualche anno prima aveva persino vinto il titolo sudamericano dei 400 ostacoli. Altro che me. Solo che Alberto Suppicci, il nostro ct, un uomo scontroso, si era preso il lusso di passare alla storia come un sergente. Aveva beccato Mazzali che rientrava in ritiro di notte, in punta di piedi e con le scarpe in mano. Eravamo chiusi in quel maledetto albergo di Montevideo da 8 settimane e si scoppiava. Mazzali scappò, si fece scoprire. Disse che non ne poteva più di stare lontano dalla moglie. «Ma quale moglie», gli rispose Suppicci, e dalla moglie lo rispedì davvero. Via. Fuori dalla nazionale.
«Mister, e ora chi gioca?», gli chiesero. Mi parve la voce di Nasazzi. Nasazzi era enorme, sembrava di roccia, aveva fatto il tagliatore di lastre di marmo. Quando parlava lui, si sentiva il rumore del silenzio.
«Gioca Ballestrero».
«Ballestrero chi?», fecero quelli della squadra.
«L’unico Ballestrero che c’è in mezzo a noi».
Io.
«Bello scherzo Suppicci», gli fece Cea.
Pedro Cea. Si era guadagnato da vivere trasportando ghiaccio e più volte aveva rischiato di congelarsi le mani.
Ma Suppicci non scherzava.
Mazzali tornò a casa e in campo andai davvero io.
Nelle prime due partite me l’ero anche cavata. Con Perù e Romania senza prendere un gol. In semifinale con la Jugoslavia era stato tutto facile facile, 6-1, troppo forti noi. Ma la finale? I tifosi argentini erano arrivati a Montevideo con dieci battelli, galleggiando sul fiume marrone con la speranza nel cuore. I giornali uruguayani scrissero: “Attenti, che nemmeno un revolver attraversi il confine”. C’era nebbia, otto di quei dieci battelli sarebbero arrivati a partita già cominciata. Fortuna che l’arbitro viaggiasse sul primo. I calciatori argentini s’erano presentati in campo con uno spezzato grigio, come a un gala. Dicevano di avere appuntamento con la coppa.
I pensieri contrari dei miei compagni li colsi tutti. Uscii dallo spogliatoio e sulle scale sentii un mormorio. Era con me che ce l’avevano, e quella fu la scossa. Giocai un secondo tempo senza errori. Il resto lo fecero loro, i ragazzi della Celeste. Da 1-2 a 3-2. All’ultimo minuto vidi libero Cea e gli passai la palla, lui la diede a Castro e facemmo 4-2. Finita. Campioni. Al diavolo Mazzali, ditemelo adesso che era meglio lui. Due argentini raccontarono di minacce di morte subite prima della partita, l’Uruguay arrivò a rompere le relazioni diplomatiche con il loro Paese. Che cos’è il calcio. Ma io ero campeòn. Questo contava. Il treno era passato e c’ero salito io. Mazzali era rimasto con il biglietto in una mano e le scarpe nell’altra.
La finale
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I cappelli e gli spilli
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
4-2 | Dodici nazioni sbarcarono nel porto di Montevideo. Tutta l’Europa era stata invitata ma solo quattro selezioni europee attraversarono l’oceano verso queste spiagge del sud. «Quel posto è troppo lontano da tutto», dicevano in Europa, «e il biglietto è troppo caro»
L’Uruguay inaugurò in pompa magna un monumentale scenario costruito in otto mesi. Lo stadio si chiamò Centenario, per celebrare quella Costituzione che un prima aveva negato i diritti civili alle donne, agli analfabeti e ai poveri. Sulle tribune non entrava neanche uno spillo quando Uruguay e Argentina disputarono la finale del campionato. Lo stadio era un mare di cappelli di feltro. Anche i fotografi usavano cappelli e le macchine fotografi che erano montate su treppiedi. I portieri portavano il berretto e l’arbitro faceva bella mostra di pantaloni a campana neri che gli coprivano le ginocchia. La finale del Mondiale del 1930 meritò solo un colonnino di venti righe sul giornale italiano La Gazzetta dello Sport.
In fin dei conti si stava ripetendo la storia delle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928: i due paesi del Río de la Plata umiliavano l’Europa mostrando dov’era il miglior calcio del mondo.
Protagonisti
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José Nasazzi
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Non lo passavano neppure i raggi X. Lo chiamavano el Terrible. «Il campo è un imbuto», diceva, «e nella bocca dell’imbuto c’è l’area». Lì, nell’area, comandava lui. José Nasazzi, capitano delle nazionali uruguagie del 1924, del 1928 e del 1930, fu il primo caudillo del calcio uruguagio. Lui era il mulino a vento di tutta la squadra, che funzionava al ritmo delle sue grida di allerta, di rimprovero o incitamento. Nessuno lo sentì mai lamentarsi”.
Perucho Petrone
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“Uno degli uruguagi campioni del mondo, Perucho Petrone, se ne andò in Italia. Debuttò nel 1931 nella Fiorentina: quel pomeriggio Petrone segnò undici gol. In Italia durò poco. Fu il goleador del campionato italiano e la Fiorentina gli offrì tutto quello che voleva, ma Petrone si stancò molto in fretta delle fanfaronate del fascismo in ascesa. La noia e la nostalgia lo ricondussero a Montevideo, dove continuò a fare i suoi gol a bruciapelo per un breve periodo. Non aveva ancora compiuto trent’anni quando dovette lasciare il calcio. La FIFA lo obbligò perché non aveva rispettato il suo contratto con la Fiorentina. Dicono che Petrone fosse capace di far saltare una parete con una cannonata. Chissà. È invece provato, questo sì, che faceva svenire i portieri e sfondava le reti. Nel frattempo, sull’altra sponda del Río de la Plata, anche l’argentino Bernabé Ferreyra sparava cannonate con la furia di un indemoniato. Tifosi di tutti i club accorrevano a vedere la Fiera (la Belva) che calciava da molto lontano, attraversava la difesa e la spediva in porta con il portiere e tutto il resto.
Prima e dopo le partite, e anche durante l’intervallo, gli altoparlanti trasmettevano un tango composto in omaggio alla sua capacità di artigliere. Nel 1932 il giornale Crítica offrì un ricco premio in danaro al portiere che fosse capace di impedire a Bernabé di segnargli un gol. E un pomeriggio di quell’anno Bernabé dovette mettersi scalzo davanti ai giornalisti per mostrare che non aveva imbottiture di ferro alla punta delle scarpe”.
Camei
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L’arbitro della finale
di gianni brera, Repubblica, maggio 1982
“Arbitro della semifinale argentino-yankee fu il belga Langenus, al quale si avventò il medico degli americani mulinando la valigetta. Langenus si mise in guardia pugilistica ma non dovette far altro perché al medico americano si spalancò la valigetta, rovesciando sull’erba unguenti e bottigliette miracolose: fra di esse, anche quella dell’etere, che il medico respirò incautamente: ritornò barcollando al suo posto e dormì per tutto il resto della partita.
Monsieur Langenus venne designato per arbitrare la finale e se ne disse molto onorato: però pretese che si accendesse in suo favore una congrua assicurazione sulla vita. In effetti, l’atmosfera non era tale da lasciare molto tranquilli. Argentini e uruguagi si odiavano cordialmente. E fecero questione anche per la scelta del pallone da gioco: gli argentini pretendevano si usasse il loro, che pesava meno di quello uruguagio: quando Langenus procedette al sorteggio, che favorì gli argentini, gli uruguagi si appellarono alle consuetudini (ma se era il primo torneo del genere?!): gli organizzatori e non altri erano tenuti a fornire il pallone da gioco. Si litigò a lungo e poi, ispirandosi a Salomone, Langenus ebbe un’idea risolutrice: il primo tempo si sarebbe giocato con il pallone argentino, il secondo con quello uruguagio. Vedi caso, il primo tempo si chiuse 2-1 in favore degli argentini: il secondo finì 4-2 per gli uruguagi. Langenus ebbe paura solo quando Nasazzi contestò la regolarità del gol di Stabile. Mentre si consultava con il guardalinee, echeggiò uno scoppio: «Sparano!» gemette il guardalinee. «È un petardo» lo tranquillizzò capitan Nasazzi: e Langenus convalidò il gol del celebre filtrador argentino.
Cronache e testimoni
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Il quarto gol uruguayano di Castro [disegno di Carmelo SIlva]
di osvaldo heber lorenzo, Guerin Sportivo, 1989
Nel 1930 lavorava giovanissimo alla redazione de El Plata, un piccolo quotidiano di Montevideo e fu testimone dei Mondiali.
“Ho ancora nelle orecchie il boato spaventoso che si alzò allo storico gol di Héctor Castro, venuto dopo una lunga sofferenza. E come dimenticare la gioia sfrenata di Pablo Dorado, l’ala destra che proprio il giorno della finale compiva diciotto anni, dopo la rete dell’Argentina? Ricordo che Dorado non era più in sé, prese a urlare follemente sino a che non svenne. Al termine della gara decisiva, i sostenitori uruguagi e argentini festeggiarono insieme, con i gauchos a riconoscere cavallerescamente la superiorità degli orientales. Tutto fu molto emozionante, le calles di Montevideo si riempirono di gente in festa, persone che stavano vivendo un’euforia che solamente il calcio può regalare. Da noi si dice che un uruguaiano a cui non piace il futbol non è un vero uruguaiano: già allora era così. Bei tempi”
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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Buongiorno, sono Marco, il disegno qui sopra di Carmelo Silva, rappresenta il primo gol segnato da Dorado ,il 4-2 che segnò Castro fu un colpo di testa con cross dalla destra, ciao , comunque è molto bello e interessante tutto il vostro servizio👍👍👍