I flash del 2021 che più di altri non dimenticheremo

gennaio

Il signor Nessuno che ha dato la Libertadores al Palmeiras

 

    Non bastavano già 22 anni di attesa, non erano ancora abbastanza. Prima di rivincere la Coppa Libertadores, il Palmeiras ha dovuto aspettare anche altri nove minuti oltre il novantesimo, nove dei 12 di recupero concessi. Ha dovuto attendere che dalla panchina si alzasse un imprevisto, un eroe per caso, la meravigliosa epifania dell’incognita che il calcio ogni tanto ancora propone. Così nel tempio del millesimo gol di Pelé, dove hanno cantato Sinatra e McCartney, Madonna e i Rolling Stones, nello stadio Maracanã che due volte ha accolto un papa, ha deciso la partita il colpo di testa di un signor nessuno, Breno Lopes, una riserva entrata a cinque minuti dalla fine e arrivata a novembre dalla serie B, dove giocava con la Juventude. Un attaccante di 25 anni con poco passato e chissà quanto futuro, ma per sempre con un posto nella storia della squadra più cara alla comunità italiana di São Paulo. La squadra di Ademir e di Altafini, di Djalma Santos, di Vavá, del portiere Leão, la squadra che due anni fa fece un provino a Usain Bolt  (ehm) e dove per una ventina di partite ha giocato Marco Osio, il Sindaco per i tifosi del Parma – una stagione in Sudamerica dopo aver lasciato il Torino e prima di tornare, per smettere tra Saronno Pistoiese e Faenza.  

 

[S] altri titoli del mese | Che cosa cambia con la Brexit in Premier League  | Lo sport e l’attacco al Congresso USA: Washington ai play-off di NFL con la sua squadra senza nome | Il ritiro di Wayne Rooney | Le traiettorie di Sofia Goggia e la pericolosità della Streif | Giocarsi il Super Bowl a 43 anni: l’ultimo record di Tom Brady | Lo scontro di potere dietro la storia dell’inno e della bandiera | L‘addio tra Lampard e il Chelsea | Il decreto salva Malagò | Cosa significa circumnavigare il mondo da soli

[S] week-end del mese | Lo sport nei 100 anni del PCI | Come soffia il vento di Ineos nelle vele dello sport | Come Bruguera ha cambiato il tennis spagnolo | Le partite di calcio nel cinema di Gabriele Salvatores | La seconda vita di Jennifer Capriati | I pugni, il tennis, lo sci di Chaplin

 

febbraio

Lo Slam di Naomi Osaka prima 

 

    «Preferisci essere chiamata Jenny o Jennifer?».

C’è una buona dose di Naomi Osaka nella domanda lasciata cadere là, semplicemente, durante la premiazione a Melbourne, pochi minuti dopo aver battuto Brady e aver vinto il quarto Slam della sua carriera. C’è tutta la Naomi imbevuta di cultura giapponese per parte di madre, la Naomi che china tre volte il capo a rete dinanzi a Serena Williams dopo averla stracciata. C’è tutta la campionessa di cultura liberal americana, cresciuta in Florida e a Long Island, di padre haitiano, andata oltre sé stessa e il suo ombelico quando ha vinto gli US Open mettendo per ogni partita una mascherina nuova, sette diverse con sette nomi di vittime afro-americane della violenza: Breonna Taylor, Elijah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd, Philando Castile, Tamir Rice.

Sul New Yorker, di lei lo scrittore americano Gerald Marzorati ha detto: “La sua disponibilità a cimentarsi con la complessità è un dono per il tennis in un momento difficile. Ci ricorda che lo sport non può e non deve essere semplicemente una fuga, ci ricorda che l’eccellenza è rara e può essere nobile”. 

 

[S] altri titoli del mese | La pessima idea di Sofia Goggia: fratturarsi la tibia sette giorni prima dei Mondiali | È da un anno che Federer non gioca: manuale di sopravvivenza | Nessuno apre i confini ai club inglesi, l’Italia sì | La disfatta del Mondiale italiano di sci | Che fine ha fatto l’Italia dello sci di fondo | La battaglia di Caster Semenya per tenersi il suo corpo e gareggiare | Per chi parla LeBron quando risponde a Ibra | 

[S] week-end del mese | Il centravanti venne rapito verso sera. Il caso Quini 40 anni dopo | Come Cortina diventò Cortina

 

 

marzo

Il primo colpo giocato da Federer dopo un anno

 

    Ha attraversato un corridoio che sembrava allestito da Andy Warhol dopo una cena a base di peperoni imbottiti. “From Switzerland, welcome back, Roger Federer” ha detto lo speaker al microfono, arrochendo la voce e arrotando la R iniziale del nome. 

Flash, applausi, anche il privilegio di giocare la prima partita e il primo torneo dentro un’arena che non fosse vuota. Si è vestito di verde. Il colore del marmo e dello smeraldo, il tono che prende la natura quando rinasce. Il simbolo della tenacia, dicono, e per Dante della speranza. Codici esadecimali: #00FF7F e #006400 (forse). Un pantaloncino tra spring e lime, polsino intonato, sotto una polo dark andante verso l’oliva, fascia abbinata. Un Roger che più Roger non si poteva, ha tirato il primo colpo a distanza di 405 giorni dall’ultimo match ufficiale e ne ha avuti dopo altri 227 da giocare in 2 ore e 25 minuti È andato al servizio, ha fatto rimbalzare la pallina senza dare l’impressione di raccogliere troppi pensieri e sulla risposta dell’avversario – ah già, c’era un avversario: Dan Evans – ha giocato un dritto che ci siamo abituati a chiamare anomalo, anche se è sempre anomalo ormai da trent’anni. Una palla sulla quale il trentenne britannico dall’altra parte della rete, il tennista più solo nella storia del pianeta Terra, ha fatto una cosa naturale quando s’affronta Federer: sbagliare. 

 

[S] altri titoli del mese | L’immagine devastata del Barcellona | Lo sciopero bianco di LeBron All’Al-Star Game | La capacità del ciclismo di rigenerarsi | Le accuse a Wiggins e Froome | Era Meraviglioso. In morte di Marvin Hagler | L’effetto che fa l’Italia senza squadre ai quarti di Champions | La presa della NBA: il primo quintetto senza USA | Dei mille e più modi di vincere una Sanremo | La Coppa di sci in Francia dopo 24 anni | Il Mondiale di pattinaggio che la Russia userà per risvegliare l’orgoglio | Il disagio di Cesare Prandelli | Formula Uno e MotoGP: che cosa ci diverte di più | Barcellona 1992 e Londra 2012: le ombre sulle età dell’oro | Che c’entra il figlio di Borg con la penicillina

[S] week-end del mese | Lo sport passato da Miami | Le donne della Formula 1 | La musica di Gianni Mura | L’ultimo gol di D. | Il primo giro in F1 di Yuki Tsunoda | Lo sport della Nuova Zelanda | La prima volta che perse Ali

 

aprile

Il golpe fallito della Superlega

 

Poco dopo la mezzanotte, all’ora in cui tutte le Cenerentole hanno già visto ridiventare zucche le loro carrozze, quando ai balli sono rimaste solo le principesse accreditate, i capitani di industria e della polarizzazione sono usciti dai bunker sottoterra al buio, dentro i quali hanno preparato per anni il loro capolavoro, e finalmente alla luce del sole hanno annunciato quello che da tempo negavano e che noi povericristi sapevamo. Hanno rotto il calcio.  Il gioco è per il sociologo Roger Caillois un’attività improduttiva, che non crea né beni, né ricchezze, né altri elementi di novità. Una attività fittizia, consapevole della sua irrealtà. Cosa c’entra più il gioco con il calcio?

Al calcio piace dirsi molto più di sé stesso, sociale quando gli serve e gli conviene, ma è fuori dalla sfera della società, fuori da un corpo di riti anche tribali che lo hanno fatto prosperare, fuori da quel territorio nel quale si esercita la difficile ricerca di una identità, dove lo stanno definitivamente portando i suoi neo-capi, facendosi ceto, corporazione e rango, uniti da una comunanza auto-certificata, al culmine di un quarto di secolo nel quale ogni voce dissidente rispetto alla piega presa era derisa come nostalgica, romantica, anacronistica. 

 

[S] altri titoli del mese | Il primato di Brindisi nel deserto del sud | I tedofori centenari del Giappone Le parole che il Masters in Georgia non dice | La storia della giacca verde al Masters di golf che sta per iniziare in Georgia | Nascita della Tele-Generazione Sinner | L’America si è ripresa il suo giocattolo: il campionato di baseball con il pubblico | Gli arcobaleni sul muro di Huy | Il CIO parla ai giovani più della Superlega | Nessuno pensa mai a Bastogne | La ricostruzione dei Lakers 

[S] week-end del mese | Il derby che ribaltò Torino | Il giorno in cui corse Spiridon

 

maggio

Il record del mondo di Benedetta Pilato

 

Sul tuffo in genere sbava schiuma, sa che deve lavorare sulla fase di uscita. Invece guarda stavolta Benedetta come è precisa, come è esatta, come è bella senza perdere in potenza, guarda come fila in mattinata verso il nuovo record italiano (29”50) che è il tempo più veloce tra gli juniores del pianeta terra e nel pomeriggio verso il nuovo primato mondiale (29”30), abbassato addirittura di 10 centesimi e portato via all’americana Lily King. Guarda come si mangia l’acqua con le mani giunte, mistica come se fosse una preghiera, coraggiosa perché questo è il solo stile in cui il cuore arriva davanti al resto del corpo. Guarda come quarantadue anni dopo rende omaggio al più grande della sua regione, Pietro Mennea, che correndo i 200 metri in 19”72 a Città del Messico divise l’aria come lei separa le acque. Lui non aveva una pista a Barletta, lei non ha una piscina a Taranto. Lui aveva più rabbia, lei ha più candore. Lui se ne andò via di casa, lei è tesserata per l’Aniene Roma ma è rimasta in Puglia. Lui sbuffava pure quando esultava, lei mette le dita davanti alla bocca e si stupisce. Lui si faceva testardo e lei pure: nonostante quel cognome e malgrado l’acqua, no, non se ne lava le mani. 

 

[S] altri titoli del mese | Il diciannovesimo scudetto dell’Inter | Che cosa c’è dentro la finale di Coppa dei Campioni tutta inglese | Tutto il Belgio sulla schiena di Evenepoel | La centesima pole di Hamilton | L’arte dello sport sincronizzato | Perché Benoit Paire ha scattato una foto al segno della palla | Il muro del calcio tra Est e Ovest in Germania | L’impresa sgonfia e monca di Bernal | Quelli che si muore ma non si fermano mai: la MotoGP davanti al dramma di Dupasquier 

[S] week-end del mese | L’aviatore che diventò un campo da tennis. Storia di Roland-Garros | E dopo la Sampdoria vinse Caserta | L’Italia che c’era intorno al non-gol di Turone | Mike D’Antoni, l’Arsenio Lupin del basket | La Corsica e il suo sport, 200 anni dopo Napoleone

 

giugno

La rivoluzione della boxe femminile in Italia

 

Million Lire Baby sarebbe stato un titolo fico. Solo che per Irma Testa, Angela Carini e Giordana Sorrentino non significa proprio niente. Le lire non ci sono più, i milioni li vedono col cannocchiale e baby se lo possono permettere solo Sergio Caputo e Fred Buscaglione. Casomai loro sono Caterpillar, Tiger e Butterfly. Così si fanno chiamare sul ring le due ragazze napoletane e la romana che andranno alle Olimpiadi, le artefici di un sorpasso storico sugli uomini. 

Sorpasso alla fine non rende nemmeno bene l’idea. È proprio un rovesciamento di prospettiva. Lo sport che in Italia è quarto per numero di medaglie (47) e quinto per ori (15), a Tokyo non porterà nemmeno un uomo. Negli ultimi 101 anni non era mai successo. Le donne con i guantoni hanno attraversato una strada lunga e senza rettilinei. La prima è stata Maria Moroni, aveva 24 anni quando nel 1999 si era dovuta tesserare prima in Croazia e poi in America perché in Italia le chiamavano ancora pugilesse per deriderle. Non esisteva un movimento, non esistevano regole, non esistevano nemmeno troppi sogni. A parte il suo. 

 

[S] altri titoli del mese | Gli Europei della mescolanza e degli Zoomer | L’esordio dell’Italia agli Europei: i giorni delle frittatone di cipolle | Cosa prova un fotografo mentre lavora dinanzi a un dramma | Che succede se ti allena papà | Il primo coming out in NFL | Razzismo e omofobia: l’UEFA è un asino in mezzo ai suoni | Dove si legge del Tour de France che inizia sabato e degli arcobaleni dimenticati dall’UEFA | La mononucleosi di Gregorio Paltrinieri a un mese dsi Giochi | Nessuno batte Arianna Castiglioni. Ma alle Olimpiadi non va: siamo sicuri? | Wimbledon e i suoi mestieri: raccoglitori di fragole, giardinieri, incordatori. Si comincia | La nuova America venuta fuori dai Trials di nuoto e atletica | 

[S] week-end del mese | I 40 anni di You Cannot Be Serious. La frase di McEnroe che diventò il suo marchio | Geografia di Francesco Moser: frammenti d’archivio dei luoghi dei suoi 70 anni | La morte di Giampiero Boniperti | Lo scudetto di Totti compie vent’anni | The First Dance: il primo anello dei Bulls riletto trent’anni dopo

 

luglio

La domenica bestiale tra Wembley e Wimbledon

 

Una volèe che ha spolverato il nastro, un ace, uno smash, un servizio vincente. Sono i quattro punti finali che hanno abbattuto l’ultima parete. Una sequenza mai uscita per 144 anni sulla schedina di un italiano nell’ultimo game di una semifinale a Wimbledon. È arrivata dopo altri 123 punti messi insieme contro i 97 del polacco Hubert Hurkacz, giunto fin qui non su invito, ma per aver battuto Daniil Medvedev e Roger Federer. È arrivata dopo 22 ace e il 63% con la prima di servizio, dopo 60 colpi vincenti (a 27), solo 18 errori, 2 palle break concesse in tutto e tutte annullate.

Nessun italiano aveva mai servito in modo così brillante sull’erba di Wimbledon, o giocato con tanto equilibrio nei momenti importanti e decisivi come il venticinquenne romano con un berretto da baseball rovesciato. Così il sito del torneo celebra Matteo Berrettini, capace di un’impresa (6-3 6-0 6-7 6-4) che a ogni sessantenne, a ogni testimone di dritti e rovesci nato dopo il 1960 di Nicola Pietrangeli è sempre parsa impossibile: un italiano in finale a Wimbledon, ma figuriamoci.

La buona dose di casualità che si infila dentro ogni partita di calcio e che al fischio finale viene la tentazione di spiegare, stavolta è nella sostituzione che il CT inglese Gareth Southgate si mette in testa di fare un attimo prima dei rigori. Ma è davvero un attimo prima che la vuole. Perché sa che togliendo un centrocampista e un difensore (Henderson e Walker) per buttare dentro due attaccanti (Rashford e Sancho), due specialisti dei rigori, può togliere equilibrio alla squadra. Così ritarda ritarda ritarda. Corre finanche il rischio di non farla più. Sarebbe la sua fortuna. Non può saperlo. Riesce a far entrare i due ragazzi a una ventina di secondi dalla fine, mentre l’Italia sta battendo un calcio d’angolo e il quarto uomo chiama tre minuti di recupero. 

Rashford ha segnato 3 rigori su 3 nella stagione, 15 su 17 in carriera. Sancho ne ha fatti 10, l’unico sbagliato è di quattro anni fa ai Mondiali Under 17. Com’è andata a finire non lo cancellerà più nessuno. Due dei tre rigori li hanno sbagliati loro. Avevano toccato due palloni in tutto, Rashford con un contrasto, Sancho in un duello aereo. Due palloni e sono andati a tirare. C’entra, non c’entra? E chi lo sa. 

Ognuno adesso vede il lampo che gli pare. La bandiera dell’autonomia della Sardegna in mano a Barella e Sirigu. Le stampelle di Spinazzola. Il mascelluto Bonucci mentre dice che è stato bello veder andar via 50 mila persone prima della premiazione e che gli inglesi devono mangiare la pastasciutta. Chiellini che ricorda i compagni incrociati lungo il cammino e che non sono qui. Gli inglesi che si sfilano – boh – la medaglia del secondo posto. La videochiamata che Belotti fa sedendosi sul prato. Chiesa che accosta la bocca al telefono e dice a Siri: “chiama mamma”. I tre del Pescara di Zeman (Immobile Insigne Verratti) che inseguono qualcuno per farsi fare una foto. Florenzi che cammina tenendo sulla testa un pezzo di rete tranciata da una porta. Vialli al quale finalmente hanno dato la giacca uguale a quella di Bearzot e di tutti gli altri. Mancini che sfila davanti alla Coppa senza baciarla.

E poi quella canzone, maledetti, che colpo basso quella canzone che toglie tre decenni di dosso – quella roba delle notti magiche, del cielo di un’estate italiana, tutta la melassa di cui di solito sorridere, il pezzo che né Bennato né Gianni Nannini sopportano più, e che però – cavolo – dentro Wembley fa la sua figura, scava la pancia dell’ultimo dei cinici, se pensi che per Vialli e Mancini è stata la colonna sonora di una delusione trent’anni fa, e invece guarda adesso, guarda come piangono abbracciati, guarda come il calcio si diverte a giocare con le emozioni delle persone. 

 

[S] altri titoli del mese | Dove si legge di sprint per le auto di F1 e di parate di pullman scoperti senza autorizzazione | La sfida di continuare a credere nel ciclismo | L’anello di Antetokounmpo a Milwaukee cinquant’anni dopo Kareem Abdul-Jabbar | Tokyo, coraggio: proviamoci | L’oro dell’Africa nel nuoto che di mattina va più lento | Biles e Osaka, i giorni della fragilità delle campionesse | Dove si legge dell’ultimo giro di ballo di Federica Pellegrini | Dove si legge di un’Olimpiade nella quale i forti perdono | 

[S] week-end del mese | Genesi e storia della cerimonia d’apertura ai Giochi | Storia delle cerimonie d’apertura: da Mosca 1980 a Rio 2016, l’età dell’opulenza

 

La sorpresa del 2021

La matematica austriaca oro in bicicletta a Tokyo

 

Quando ieri mattina Anna Kiesenhofer è arrivata al traguardo prima delle olandesi, prima di tutte, veniva da pensare che nemmeno una sconfitta del Dream team americano contro la Francia sarebbe stato motivo di stupore più grande. Ecco, casomai, ma proprio casomai, solo una sconfitta di Simone Biles al corpo libero avrebbe potuto pareggiarla. Qualche ora dopo era successo tutto. 

Anna Kiesenhofer ha agito come un calcolo renale. Si è infilata di soppiatto dentro un congegno e l’ha intossicato. Aveva vinto fino a ieri cinque corse in tutto, quattro a casa sua, in Austria, tre volte il campionato nazionale a cronometro e una quello in linea, mentre sulla scena internazionale s’era intravista solo cinque anni fa, in una tappa del non memorabile Tour de l’Ardeche, pure allora aveva vinto in fuga, con 3 minuti e 53 secondi di vantaggio. 

Il congegno indistruttibile, per definire di cosa stiamo parlando, era quello composto da: Annemiek Van Vleuten, 79 vittorie in carriera, due Giri, un Mondiale e due a cronometro, una Liegi, un Fiandre | Anna van der Breggen, 62 vittorie, 7 volte la Freccia Vallone, 2 Mondiali, 4 Giri, 2 Liegi, un Fiandre | Marianne Vos, le cui corse vinte sono 235, con trenta tappe al Giro e tre Mondiali. 

Mentre loro solcavano le strade d’Europa con le ruote delle bici, la signora Kiesenhofer prendeva un master in matematica all’Università di Cambridge e conseguiva un dottorato in matematica applicata presso l’Università politecnica della Catalogna a Barcellona. Più un’esperienza da ricercatrice presso il Politecnico di Losanna. Non è che tutti fanno le stesse cose nella vita. Così, in bicicletta la dottoressa Kiesenhofer è una dilettante. Ma proprio nel senso che De Coubertin dava alla parola. Non ha un contratto per una squadra da quattro anni e nemmeno si può dire che la federazione la sostenga in modo particolare. Lei un lavoro ce l’ha e sono i calcoli. Appunto. 

A inizio luglio aveva condiviso dai suoi account sulle reti social uno studio sull’acclimatazione e l’adattamento del corpo al calore. Stava pensando a come avrebbe respirato sul Fuji e sul Mikuni Pass. Una signora alla quale dopo la vittoria hanno chiesto quale consiglio darebbe ai giovani. Anna Kiesenhofer ha risposto così. 

 

Gli consiglierei di non fidarsi troppo dell’autorità. Ho 30 anni e ho iniziato a rendermi conto che tante delle persone che dicono di sapere, in realtà non sanno niente. Ho capito che non esistono scorciatoie, non ci sono miracoli. Questo è davvero il mio consiglio: non credere necessariamente al proprio allenatore. Voglio dire: bisogna fidarsi di qualcuno. Abbiamo bisogno di persone intorno a noi, non si può fare tutto da soli. Bisogna solo stare attenti a chi si concede fiducia

 

agosto

L’atletica olimpica con le scarpe magiche sulla pista magica

Elaine Thompson atleta mondiale 2021 per Slalom

 

Avrebbe detto Meg Ryan: voglio quello che ha preso Karsten Warholm, uno che scende in pista alla sua prima Olimpiade e senza farsi problemi di stress, di pressione o altro, rende poltiglia il suo record del mondo dei 400 ostacoli, lo abbassa di 76 centesimi e alla fine si straccia la maglietta come Hulk. Oppure avrebbe detto: voglio quello che ha preso Marcell Jacobs, che in tre mesi ha tolto 23 centesimi al suo primato personale dei 100 metri correndo più veloce del Bolt annata 2016 in una Olimpiade dove i primi tre sono andati sotto 9”90 e dove con 9”98 al massimo si arriva sesti. Oppure quello che hanno preso Sydney McLaughlin, che nella notte ha abbassato pure lei sugli ostacoli di 44 centesimi il record del mondo, oppure Elaine Thompson, che all’età di 29 anni corre più veloce di quando ne aveva 24, portandosi a 12 centesimi dal record del mondo dei 100 metri e a 19 da quello dei 200, entrambi intestati a Florence Griffith-Joyner, per definizione irraggiungibile, imprendibile dal 1988. Esistevano ancora Fantastico e il Muro di Berlino. 

Voglio quello che hanno preso tutti, dovrebbe dire allora Meg Ryan, in questa atletica dai tempi sensazionali che così tanto assomiglia al nuoto di una dozzina d’anni fa, quando non c’era bipede che si tuffasse in acqua senza battere un record. I primati mondiali al poliuretano furono un centinaio, venne calcolato che i costumoni favorivano le prestazioni del 24 percento, alla fine furono messi al bando. Ventuno record del mondo di nuoto su 40 non sono mai più stati battuti da allora. I costumoni dell’atletica sono le scarpe. Sally ti presento Nike, o Puma, o Adidas, tanto è uguale, le scarpe magiche adesso le fanno tutti.

 

150 i primati personali a Tokyo: 66 maschili e 84 femminili

62 i primati nazionali a Tokyo: 31 maschili e 31 femminili 

 

atleta mondiale dell’anno | 2020 LeBron James | 2021 Elaine Thompson

 

oggetto del 2021

Il gesso di Tamberi

 

Paesi iscritti ai 100 metri olimpici: cinquantanove. Dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Continenti in gara nel concorso del salto in alto: cinque. Quattro erano in finale. Se è vero che tutti i podi contano uguale, ce ne sono alcuni con un peso maggiore. Il medagliere italiano storicamente puntellato da sport a geografia limitata come la scherma, nell’anno degli ori zero tra spade sciabole e fioretti, zero pure con le pistole e le carabine dall’aria compressa, ne ha trovati addirittura due da Mamma Atletica che non ne portava dalla marcia di Schwazer a Pechino. Tredici anni e un conteggio che dopo due giorni di pista ieri sera diceva: Italia 2, USA 0, russi 0. Ma non sono tredici gli anni da contare, sono molti di più questi centoventicinque di storia olimpica trascorsi fino a Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, primi nel salto in alto e nei 100 metri tra le 21.33 e le 21.53 ora di Tokyo. Sono arrivati dopo i 144 trascorsi a Wimbledon prima di Matteo Berrettini e dopo i 53 passati nel calcio prima dei rigori a Wembley. Gli adolescenti di casa, eccitati qui di fianco, dicono: mettici pure i Måneskin e la Pixar che celebra l’Italia con Luca. Tutto insieme, tutto adesso, tutto qui. 

Ci sono secoli che passano in pochi minuti, che siano stati 10 e 20, almeno così pare a noi che guardiamo, ma in venti minuti o dieci si consumano felicemente solo quelle imprese preparate per anni. Gianmarco Tamberi è una gallina che ha covato il suo uovo per cinque. Servono una lucidità e una capatosta fuori dal comune per conservare un gambale di gesso usato tra le lacrime nel 2016, metterlo in valigia, ricordare di portarselo dietro e avere la certezza di poterlo hollywoodianamente sdraiare sulla pista, a bordo pedana, per l’ultimo salto. Se non avete pianto davanti a quel gesso apparso a tradimento, non lo voglio nemmeno sapere. 

 

settembre

Le vite di Bebe Vio e Simone Biles nelle aule della politica

Simone Biles personaggio sportivo 2021 per Slalom

 

Quando è nata Simone Biles, Bebe Vio aveva 10 giorni. Una è del 14 marzo come Albert Einstein, l’altra è del 4, venuta al mondo sotto il segno di Lucio Dalla. Sono due ragazzine di 24 anni attraversate già da troppa vita. Le cicatrici di Bebe sono impossibili da ignorare, le ferite di Simone a lungo sono state indicibili. Una ha vinto il dolore portando in giro sorrisi, l’altra lo sta combattendo mettendo in pubblico le lacrime. Tutt’e due non hanno avuto scelta. Bebe s’è appoggiata a una protesi, a una carrozzina e a una misteriosa energia per andare oltre quello che non ha. Simone sta combattendo per rimettersi in equilibrio dopo quello che le hanno tolto. Sono vite dove il limine tra la fragilità e il coraggio si confonde, come la risacca al mare, quando non è più onda, non è ancora sabbia, o forse è tutt’e due le cose assieme. Le vite di Bebe e di Simone sono finite così come le conosciamo più o meno contemporaneamente dentro le aule della politica, una al Parlamento europeo e l’altra al Senato americano, entrambe testimoni di qualcosa che troppe parole finirebbero per sciupare.

 

personaggio dell’anno | 2020 Marcus Rashford | 2021 Simone Biles

 

ottobre 

L’irresistibile Filippo Ganna

atleta d’Italia del 2021 per Slalom

 

Magari non si direbbe, ma Filippo Ganna è un corridore che ne contiene molti. Il ciclista adesso si fa così. La specializzazione è relativa. Un anno fa era andato a vincere sui monti della Sila una tappa del Giro d’Italia, restando per sei ore in bicicletta, andando su e giù, correndo insomma in verticale, mentre questo 2021 è stato tutto dritto come una spada, piatto, orizzontale, con due imprese assai distanti da quella e molto diverse pure tra loro. La prima in agosto a Tokyo, con il titolo olimpico su pista, facendo da motrice per il quartetto dell’inseguimento, con il record del mondo e 171 millesimi di secondo di vantaggio sulla Danimarca nel raggio di 4 km. La seconda da solo, a metà settembre lungo le strade delle Fiandre, campione del mondo su strada a cronometro, con i belgi battuti in Belgio, 43 km consumati sotto le ruote a 54.370 km orari e un Wout van Aert talmente spremuto per stargli dietro da non avere più energie per la prova in linea e la Roubaix. 

Ai Mondiali su pista punta a ripetersi con il quartetto (giovedì) e ad aggiungere l’oro nell’inseguimento individuale, pedalando sotto i 4 minuti a oltre 60 orari, come finora ha fatto al mondo un solo uomo, l’americano Ashton Lambie ma in Messico, in altura, dove i vantaggi dell’aria rarefatta consentono prodigi simili. Filippo porta il cognome del primo vincitore del Giro d’Italia di 112 anni fa senza esserne parente e a vederlo così alto, 1 metro e 93, mentre con quel filo di barba sprigiona tanti watt e tanta potenza, si direbbe un Superman. In prima media era già uno spilungone, la bici gliela fece provare papà, adesso ne cavalca una iper tecnologica che costa circa trentamila euro, diecimila il solo manubrio. Eppure, quando mette i piedi a terra, torna ad avere l’aria di un Clark Kent insicuro, miope, con gli occhialoni, così distante dall’infallibile controllore di ogni minuscolo gesto del corpo, un gigante che si allena nella galleria del vento al Politecnico di Milano, dove gli correggono la posizione delle mani di un paio di millimetri e gli aggiustano una piega del body per penetrare meglio l’aria. Poi scende, va a casa e gioca con le costruzioni Lego.

 

atleta d’Italia | 2020 Dorothea Wierer | 2021 Filippo Ganna

 

il pezzo più letto su Parallelo nel 2o21

Chi sono i ragazzi di Castel Volturno a cui la federazione nega(va) il campionato

 

Wisdom si chiama, Wisdom Enoma. Gli piacciono i videogame e la pallacanestro. È quello con il numero 00 sulla maglia. Quando aveva 8 anni, guardava le partite di calcio con il padre, solo che «a calcio ero scarso – dice – quando gioco a basket sono contento e rilassato. Da grande vorrei andare in NBA oppure fare l’attore». Ogbodu, il 13, ha un altro nome meraviglioso, Dearest, e racconta che «quando il coach è arrivato a scuola nostra e ci ha scelti, mi sono chiesto se il basket era bello e allora ho provato». Era bello, altro che se era bello. L’ha scoperto pure Jordan Meliho, il numero 22, quando gli hanno mostrato le immagini di quell’altro Jordan che vive in America ed è più alto di lui. Ifaluyi si chiama Miracle e porta il numero 23: «All’inizio – vi dirà – vedevo il basket come una perdita di tempo. Mio padre adesso è molto contento che vado a fare gli allenamenti, anche se a volte mi distraggo». Okoro, numero 30, di nome Star, confessa che «da quando ero piccolo ho sempre avuto la voglia di fare sport divertenti, ma erano giochi in cui eri solo, come il ping pong, il tennis. Mi ricordo un giorno, mentre guardavo la TV, vidi un signore di colore con la maglia bianca e rossa in un campo mentre scartava tutti i giocatori, io lo guardai e pensai che il gioco era bellissimo ma non sapevo come si chiamasse. Poi un giorno il Coach Massimo cambiò la mia vita, spiegandoci per filo e per segno il basket com’era fatto», e aggiunge che spera un giorno ci possa essere la sua famiglia davanti alla tv, che possa dire: quello è Star, nostro figlio. 

Lawal fa di nome Destiny e dice che «la Tam Tam è come una seconda famiglia», Usiadughele si chiama Honesty e per lui «Tam Tam significa unione, un’unione contro le leggi che ci vietano di giocare, contro quelli che pensano che non meritiamo di giocare». 

Questo fa Massimo Antonelli, romano, 68 anni, 6 campionati di serie A giocati con la Virtus Bologna negli Anni Settanta, due promozioni con Mestre e Napoli. Questo fa dal 2016, tessera per la sua associazione dilettantistica senza fini di lucro adolescenti figli di immigrati, nati in Italia e iscritti alla scuola italiana. Succede a Castel Volturno, in provincia di Caserta, il Comune con la più alta incidenza di abitanti extracomunitari, quasi tutti africani.

 

[S] altri titoli del mese |  Il ritorno delle moto nel Texas che cinquant’anni fa respinse Easy Rider | Il Velodromo di Colbrelli e il Velodrome di Bernard Tapie | Anche l’Arabia Saudita si è fatta la sua squadra-Stato. La mutazione genetica del Newcastle che entra in un nuovo mondo | La corona dei pesi massimi tra due papà fragili | Chicago e Boston, il ritorno delle maratone nelle due città americane più perplesse sul vaccino | La rottura definitiva tra Brignone e le altre. Anche Federica si è fatta la squadra privata | Fuori gli sport vecchi, avanti con i videogame: lo strappo ai Giochi del Commonwealth | Il terribile segreto dell’uomo che gestisce il brand Jordan alla Nike | La domenica dei Classici del calcio: come sono nate le rivalità in Europa | La finale di baseball in USA: Houston o Atlanta | Anche Parigi 2024 ha iniziato il suo countdown: 1000 giorni ai Giochi | Sinner è tra i primi 10 al mondo con sette mesi di anticipo su Federer | Il collasso della Juventus e della gestione di Andrea Agnelli

[S] week-end del mese | Dieci anni senza Marco Simoncelli | Il romanzo della Parigi-Roubaix

 

novembre

Gli addii paralleli di Valentino Rossi e Federica Pallegrini

 

Lui corre i suoi ultimi km in Spagna, a 42 anni, sulla pista di Valencia, la città di Calatrava, luogo di progetti e architetture. Lei nuota le sue ultime bracciate in Olanda, salvo ripensamenti, a 33 anni, nella piscina di Eindhoven. Vincenti, longevi, fenomeni di cultura popolare. Siamo nel week-end delle gare finali per Valentino Rossi e Federica Pellegrini, se ne andranno senza andarsene, e questi sono i loro mondi paralleli. 

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dicembre

La WTA che va via dalla Cina

 

Steve Simon l’ha fatto davvero. La WTA se ne va dalla Cina. Ha sospeso tutti i tornei femminili di tennis nel paese, sono otto, e congela sul tavolo anche il contratto firmato con Shenzhen per le finali, 150 milioni di dollari per dieci anni. Ecco perché il capo della WTA è amatissimo dalle giocatrici, come spiegava ieri mattina l’Équipe. «Non posso chiedere alle nostre atlete di gareggiare lì – ha spiegato – allo stato attuale delle cose sono molto preoccupato per i rischi che tutte le nostre giocatrici e il nostro staff dovrebbero affrontare. Per proteggere ulteriormente Peng Shuai e molte altre donne è necessario più che mai che le persone parlino liberamente. Spero che i leader di tutto il mondo continuino a parlare in modo che Peng e le altre donne possano avere giustizia».  

Un fatto enorme, forse più grande dei boicottaggi ai Giochi degli Anni Ottanta, di certo più moderno. Tocca i conti correnti e gli interessi economici. Anzi, li oltrepassa. 

«Anche se sappiamo dove si trova Peng, ho seri dubbi sul fatto che sia libera, che sia al sicuro e che non sia soggetta a censura, coercizione e intimidazione» c’è scritto in una nota, che chiama in causa in modo implicito Thomas Bach e il CIO.

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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