
LO SPORT A CUBA DOPO IL CASTRISMO
Fidel se ne andò di notte. Era un venerdì e l’America latina stava iniziando a vincere per la prima volta nella sua storia la Coppa Davis con l’Argentina, il paese del leggendario ministro castrista dell’Industria, Che Guevara. Proprio mentre moriva l’uomo che si era contrapposto all’imperialismo yanqui, il continente degli angeli della cara sucia, l’area che gli americani volevano trattare come il loro cortile, metteva il naso nello sport dei gesti bianchi e del dominio anglosassone.
Solo tre mesi prima si era chiusa l’Olimpiade di Rio, con Cuba diciottesima nel medagliere, 11 podi, il numero minimo dai tempi di München 1972, eppure come ori (cinque) in linea con le spedizioni precedenti. Il segno della resistenza di qualche campionissimo dentro un movimento in calo. Un rendimento molto al di sotto del ciclo d’oro, 1976-2000, sempre fra le prime dieci potenze dello sport mondiale, con i picchi di un quarto posto ai Giochi di Mosca boicottati dagli USA nel 1980 e il quinto di Barcellona 1992, quando 14 ori, 6 argenti e 11 bronzi furono la più rumorosa réclame per il sistema sportivo nato dalla Revolución. La piccola Cuba urlava che poteva competere con il mondo e che poteva perfino batterlo.
Ora che anche Raúl annuncia il passo di lato e le dimissioni da segretario del partito comunista, ai Giochi di Tokyo andrà a tutti gli effetti la prima Cuba del post castrismo. Con quale idea di sport, questo si vedrà. El Confidencial ricorda in queste ore che Raúl Castro è stato considerato “il prussiano” di Cuba, per il suo rigore, anche estetico, per le sue uniformi mai abbandonate mentre Fidel si dava invece alle tute Adidas per motivi di salute. Il più giovane dei sette figli nati dal matrimonio tra Ángel Castro Argiz, emigrante galiziano diventato proprietario terriero, e la cubana Lina Ruz González, è stato il più filosovietico tra i leader e il meno terzomondista.
“Se Fidel aveva il monopolio delle parole e delle immagini – ha scritto El Confidencial – Raúl era l’organizzatore dell’apparato statale e il guardiano dell’ortodossia. Il cosiddetto periodo grigio dei primi anni ’70, segnato dall’intolleranza e dalla persecuzione di intellettuali e artisti, ha avuto il suo appoggio. La sobrietà pubblica contrastava con le versioni di un uomo incline alle battute e al rum tra i compagni d’armi. Uno di loro, il generale Arnaldo Ochoa, fu fucilato nell’estate del 1989 dopo un processo per presunto traffico di droga che porta ancora segni sospetti. Raúl aveva approvato l’esecuzione invocando Josef Stalin, che chiamava il mio amico georgiano”.
Libération, quotidiano della sinistra francese, sottolinea la coincidenza della data del sipario sul nome dei Castro con l’anniversario della battaglia di Playa Girón, chiamata negli Stati Uniti sbarco alla Baia dei Porci. Duccio Basosi su Micromega considera a sua volta la sovrapposizione non casuale per la “mitologia rivoluzionaria sia popolare sia ufficiale”.
“Nella notte tra il 16 e il 17 aprile, circa 1.300 fuoriusciti cubani reclutati, comandati e pagati dalla CIA furono scortati dalla marina militare statunitense dal Guatemala (dove erano stati addestrati per più di un anno) fino al largo della costa meridionale dell’isola e da qui inviati a prendere possesso di una spiaggia isolata ove stabilire una testa di ponte in attesa di una sollevazione popolare contro il governo di Fidel Castro, della quale la stessa CIA si diceva relativamente certa. Furono invece scoperti già nelle prime ore del mattino, attaccati da quel che restava dell’aeronautica cubana e accerchiati da milizie popolari e forze regolari. Gli scontri a fuoco lasciarono sul campo circa 100 morti tra gli invasori e 160 tra le forze di difesa cubane, ma non vi fu nessuna sollevazione popolare contro il governo e la sera del 19 aprile la battaglia era già finita. L’invasione era stata respinta e i circa 1.200 invasori superstiti furono presi prigionieri. Sarebbero stati rimandati negli Stati Uniti a dicembre 1962, in cambio di 53 milioni di dollari in cibo e medicine, alla fine di una complessa trattativa”.
Su quell’episodio e sul suo significato simbolico, Cuba ha costruito la sua narrazione e la sua immagine – scrive Micromega – “anche a costo di qualche semplificazione di troppo, di un novello Davide vittorioso su Golia”. Fu un fattore di legittimazione della Rivoluzione. Fu l’evento che per la prima volta consentì di usare il termine socialista. Fu l’inizio di una dipendenza commerciale quasi completa dall’Est d’Europa.
Tre anni dopo sarebbe stata l’Olimpiade, pure quella volta a Tokyo, a mostrare dove puntava la Rivoluzione, con la prima medaglia dopo tre Giochi senza (Helsinki 1952, Melbourne 1956, Roma 1960), per giunta nel più universale degli sport, l’atletica leggera, con l’argento nei 100 metri del velocista Enrique Figuerola.
La presa del potere di Fidel aveva portato alla fondazione dell’Inder, l’Istituto nazionale dello sport, dell’educazione fisica e della ricreazione, l’ente pubblico che inseriva la cultura sportiva nelle politiche statali e rendeva un pilastro dell’ideologia il diritto all’attività motoria. Il 30 giugno del 1961 Fidel Castro chiudeva un celebre incontro-scontro con alcuni intellettuali cubani sul tema della libertà culturale dicendo: «Non affrettatevi a giudicare il nostro lavoro, avremo già molti giudici. Temete loro, giudici molto più spaventosi. Temete il giudizio dei posteri, temete le generazioni future che saranno quelle incaricate di avere l’ultima parola».
Fidel aveva intuito presto che il giudizio mediatico sulla sua linea, di cui un elemento chiave era il veto al professionismo nello sport, sarebbe passato anche dal gran teatro quadriennale delle Olimpiadi, dove prima del suo avvento le vittorie erano arrivate con un uomo solo, uno schermidore di inizio Novecento, Ramón Fonst Segundo, nato sull’isola ma formatosi in Francia, simbolicamente morto nell’anno del giuramento di Fidel da primo ministro. A parte un argento con Carlos de Cárdenas a Londra, non c’era stato più nulla. E invece lo sport dimostrava di essere un meraviglioso poster per le propagande statali.
Ai Giochi del 1968 e della ribellione, Cuba avrebbe dato il proprio contributo di novità portando per la prima volta dei pugili a medaglia e avviando così una tradizione memorabile con gli argenti di Rolando Garbey ed Enrique Regüeiferos, e celebrando inoltre la prima volta delle sue donne, l’argento della staffetta 4×100 con Miguelina Cobián, Marlene Elejarde, Violetta Quesada e Fulgencia Romay.
Da München 1972 in poi Cuba ha costruito su scala mondiale il suo racconto di isola dei campioni controcorrente, il paese nel quale tutti potevano essere qualcosa in più di sé stessi, come diceva il bronzo del basket, quello della pallavolo a Montreal 1976, gli ori che sarebbero venuti nel baseball e nella pallavolo femminile.
Lo diceva più di chiunque altro Teófilo Stevenson con la sua parabola, il peso massimo dei tre ori consecutivi, l’ultimo a Mosca, il più facile per via del boicottaggio USA ma anche il più svuotato di senso, perché non c’era pugile cubano che non andasse sul ring con una sola idea nella testa: battere un americano. Non sarebbero mai passati professionisti, non avrebbero mai picchiato per soldi ma per un’idea di patria, e meglio di tutti picchiava Teófilo, figlio di un discreto boxeur che a suo tempo si era fermato al quinto incontro. Si era accorto che lo avevano fregato, la borsa era di 10 pesos. Quando a Teófilo fecero balenare l’ipotesi di lasciare il dilettantismo di Stato per battersi contro Muhammad Ali, rispose: “Cosa sono cinque milioni di dollari davanti all’amore di otto milioni di cubani?”.
Ai dissidenti che facevano sentire dall’estero la loro voce, la Cuba ufficiale rispondeva con le sue Nazionali dalle quattro lettere stampate sul cuore e con le foto del barbuto Fidel che giocava a baseball, andava in percussione su un campo di basket mentre sfidava gli alunni della scuola agraria, oppure di fianco a Maradona.
voci | «Quasi non ho dormito stanotte, non riuscivo a mangiare, mi sono addormentata all’alba dopo avere pensato mille volte a come poteva andare la gara. Poi stamattina mi ha chiamato Juan Ramon Fernandez, il ministro dello sport cubano, per dirmi che a mezzogiorno tutta Cuba era alla radio per sentire la radiocronaca della corsa. Ho tanta voglia di rivedere il mio popolo».
Ana Fidelia Quirot ai Mondiali di atletica, Atene 1997
Fidel ha avuto la fedeltà dei campioni che vincevano per l’Utopia e l’ha ricambiata facendoli dirigenti o viceministri. Come il sensazionale Alberto Juantorena, oro a Montreal nel 1976 sui 400 e gli 800 metri, come Javier Sotomayor e Ivan Pedroso, fuoriclasse del salto in alto e del salto in lungo. «Non ci chiamate poveri – ha detto Sotomayor in una intervista con il quotidiano catalano La Vanguardia nel febbraio scorso – a Cuba non ci sono analfabeti né bambini senza copertura sanitaria. Né bambini né adulti. Non c’è gente denutrita. Nello sport e nella scienza siamo tra i migliori al mondo. Soffriamo limitazioni economiche. Con Trump abbiamo fatto dei passi indietro, si tratta del presidente americano più duro con noi che ci sia mai stato».
Orgoglio. Siempre.
Un anno dopo le imprese di Barcellona, al suo ritorno sulla scena seguito ai boicottaggi di Los Angeles e Seul, in piena recessione economica, orgogliosamente fiera di respingere le donazioni USA di cibo e medicine, Cuba impegnò tutte le sue energie statali per risollevarsi dalla Storm of the Century, la tempesta del secolo che fece dieci morti e un miliardo di dollari di danni. Il mille novecento novantatré. L’anno di nascita di Arlen López Cardona, pugile, peso medio, il preferito dal governo tra i suoi campioni di Rio 2016. Perché venuto al mondo nel mezzo di una lotta titanica contro la sventura e perché nato a Guantánamo, che un posto qualunque non è.
voci Alberto Juantorena | ➣ La crisi a Cuba non si sente? «Siamo parte del mondo, ma il nostro sport è statale, si basa su un sistema, su un reclutamento, che non è toccato dalla crisi. Crediamo nell’educazione fisica, nell’educazione motoria, nell’importanza dello studio, non c’interessa avere campioni somari».
➣ Cuba durante i Giochi di Pechino ha vietato il visto a Tai Aguero, azzurra del volley.
«La nostra politica è chiara verso chi se ne va e volta le spalle al paese. Se tu tradisci la fiducia, poi non puoi tornare indietro. La compassione ci deve essere da tutte e due le parti».
➣ Chiedeva di poter assistere al funerale della madre.
«Non mi tiro indietro. Sono presidente della federazione di atletica e viceministro dello sport, ho preso parte a quella decisione. È la regola. Se esci dal paese che ti ha nutrito, per seguire altre ambizioni, fai una scelta. Io sono favorevole a regolare la compravendita di atleti tra un paese e l’altro, nel senso che sono assolutamente contrario al fatto che un keniano corra sotto un altro nome per il Qatar. Gli atleti sono una ricchezza, ma non da esportazione».
intervista di emanuela audisio, la Repubblica, 20 febbraio 2009
È anche nei volti e nelle storie delle sue prossime stelle che sarà possibile leggerezza la rotta della nuova Cuba, stretta tra un’eredità e una transizione, tra una vocazione intatta allo sport sociale e un quadro economico-politico mutato nel frattempo dall’apertura al professionismo, dalla caduta di un tabù che ha riportato in Nazionale chi era espatriato per dollari: come i pallavolisti Robertlandy Simon Aties, Raydel Hierrezuelo Aguirre, Michael Sanchez Bozhulev. Un’eresia fino a poco tempo fa ma probabilmente il solo atteggiamento possibile oggi. Perché Cuba potrebbe vincere l’oro a Tokyo nella pallavolo, ma non più con la sua squadra. Può farlo con Yoandy Leal che è diventato brasiliano, oppure con Wilfredo León che ha preso il passaporto polacco, con Osmany Juantorena che gioca per l’Italia. “La percezione che lo sport cubano sia in profonda crisi non è infondata” scritto Cuba News un anno fa. “Sicuramente i tempi sono cambiati e siamo rimasti indietro in varie materie, ma gli atleti dell’isola conservano ancora parte del misticismo”.
L’ultimo studio di Gracenote sulla previsione del prossimo medagliere attribuisce a Cuba ancora cinque ori, tre argento e cinque bronzi. Il ventitreesimo posto al mondo. Per la prima volta in risalita dal 2008. Nei primi Giochi che si terranno con il wi-fi sull’isola.
Quanta discontinuità aspetta davvero il Paese dopo i Castro è una questione che già ha messo al lavoro gli analisti. Gina Montaner su El Mundo ha scritto che “i congressi del Partito Comunista di Cuba si tengono ogni cinque anni e hanno un’aria sinistra simile al film Ricomincio da capo, dove ogni giorno è uguale al precedente”.
Emiliano Guanella su la Stampa ha scritto: “Cambiare poco per non cambiare quasi nulla. Raul va in pensione, non ci sarà più un Castro al comando, ma il partito «anima della revolución» non sembra pronto a navigare lontano dall’orbita della famiglia che ha regnato per sessant’anni. È nei posti intermedi che si gestirà quasi tutto. Sono anni che si organizza l’uscita di scena della generazione dei barbudos della rivoluzione, oggi novantenni. Una successione gestita da Raul, che ha puntato fin da subito alla via venezuelana, mettendo nei posti chiavi di potere militari a lui fedelissimi o, a differenza di quanto faceva Fidel, famigliari più o meno stretti”.
Nella pagina delle opinioni di El País, si leggeva ieri che “Cuba non può aspettare. Il 40% della popolazione ha vissuto tutta la vita sotto le devastazioni di una crisi senza fine. È la frazione più giovane e informata di una cittadinanza per la quale l’emigrazione è diventato l’unico modo che consente di migliorare il tenore di vita. Promettere loro di nuovo riforme che non saranno mai completate e rimanere ancorati a un passato estraneo ai rapidi cambiamenti in atto nel pianeta è uno dei maggiori rischi che il Paese corre. Le possibilità di evitare un altro fiasco storico sono scarse. La vecchia guardia è ancora il nocciolo duro del Partito. Raúl Castro dice che se ne va, ma il Partito comunista cubano rimane. Un’organizzazione scolpita a immagine e somiglianza dei suoi leader storici e che affronta, anacronistica e inefficiente, una tempesta economica di enorme portata. È sua responsabilità vincere questa sfida e non c’è altra via che l’apertura” ha scritto in Spagna El País.
Il nuovo simbolo sportivo del paese è Mijaín López Núñez, due metri d’altezza, 134 chili, 39 anni l’estate prossima, quando alla fine di una stagione supplementare che per il covid ha dovuto aggiungere alla sua carriera, allenandosi sul terrazzo di casa, alzando pesi, altri pesi e più tardi altri pesi ancora, andrà a cercarsi in Giappone il quarto oro olimpico nella lotta greco-romana. Per superare Stevenson, non per cancellarlo. Per la nuova Cuba. Ma per la stessa gloria di sempre del suo popolo.
Questa lettura è una rielaborazione aggiornata di un precedente lavoro uscito sul Venerdì nell’agosto del 2020.