# 1 giorno alla finale mondiale femminile di pallamano
► NON È passata sotto silenzio la vittoria di Lindsey Vonn nella prima delle due discese libere di St. Moritz, oggi la seconda e domani il Super-G. Se ne parla più giù. Tommaso Giacomel ha invece vinto la Sprint di biathlon a Hochfilzen e la francese Lou Jeanmonnot la gara femminile: quarta Dorothea Wierer.
◇ Tether, colosso delle criptovalute, vuole comprare la Juventus. È già socio di minoranza con l’11,527% delle quote e ha annunciato di aver presentato un’offerta per il 65.4% del capitale in mano alla famiglia Agnelli. Exor ha risposto che non se ne parla neanche. “Un miliardo per la Juve, Elkann dice no” titola Tuttosport in prima. Guido Vaciago scrive: “Non sono affari, ma affetti, quindi non è una questione di soldi”. La Gazzetta dice che i milioni sono 725 e Marco Iaria scrive che il club vale quasi 2 miliardi, nonostante otto bilanci negativi di fila: “Un gigante in rosso”.
◇ Carlo Ancelotti e la Federcalcio del Brasile sono in piena luna di miele. A gennaio firmeranno un prolungamento del contratto fino al 2030.
◇ Agli Assoluti di nuoto in vasca corta di Riccione, Simona Quadarella ha vinto il titolo negli 800 stile libero prima di andarsene un paio di mesi in allenamento in Australia, e Lisa Angiolini ha battuto il record italiano dei 200 rana, prima azzurra sotto i 2:19 [2:18.96]. Ha dovuto saltare gli Europei della settimana scorsa per l’influenza.
◇ Dopo aver saltato cinque partite per un problema a una caviglia, Steph Curry è tornato e ha segnato 39 punti. Ma i Golden State Warriors hanno perso lo stesso contro Houston.
◇ La Virtus Bologna ha perso per la prima volta in casa in Eurolega dopo 6 successi su 6 . è stata battuta dalla sorprendente capolista, l’Hapoel Tel-Aviv. Edwards solo 2 punti, con 1 su 6 e 0 su 5 nelle triple.
Tutti i viaggi seri hanno un capolinea
Oscar Wilde
Torno quando voglio. Non si smette mai di essere Lindsey Vonn
Quando Lindsey Vonn si decise a scrivere un libro sulla sua vita, pensò che fosse importante raccontare soprattutto quello che stava fuori dalla ragioneria delle Coppe e dei record. Non solo le vittorie, non solo le medaglie, ma un percorso intero fatto di ossessioni precoci e sacrifici familiari, le ferite che non finiscono nelle statistiche e quelle che non si vedono affatto. Pensò che avesse senso farlo a carriera conclusa, quando il rumore delle gare si era spento e le rimaneva finalmente il tempo per guardarsi dentro. Voleva raccontare la piccina messa sugli sci a due anni e mezzo dal padre, e poi la bambina di nove anni che incontra Picabo Street in un negozio di sci del Minnesota, una campionessa in carne e ossa che le trasmette la sensazione di poter trasformare un sogno in un mestiere. Ecco cosa farà da grande: la campionessa.
Sofia Goggia senza bandiera
Il CONI nel frattempo ha deciso i portabandiera, non due siori e siore, bensì quattro, e in quel numero di quattro non c’è Sofia Goggia.
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Si potrebbe andare tutti quanti alla Face de Bellevarde
La Face de Bellevarde è un muro che guarda il paese dall’alto. Quando ci metti sopra gli sci, la sensazione è quella di entrare su una pendenza che non ti lascia tempo per pensare in modo ordinato. È come la pagina di un romanzo scritta in diagonale, ma i romanzi nella Val d’Isere non sono mai entrati per davvero, vai a capire perché. Non ce ne sono di portentosi, a nessuno è mai venuta la voglia di ambientarne uno qui. O meglio: uno c’è, e il Telegraph lo ha inserito tempo fa in un elenco di titoli fra i più sdolcinati mai scritti e ambientati sulla neve.
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Nuoro
55 giorni a Milano
La corsa e il ballo in Grazia Deledda
La fiaccola di Olimpia è sbarcata in Sardegna e stasera resta a dormire nella Nuoro di Grazia Deledda. Nelle opere della sola scrittrice italiana da premio Nobel, il fuoco è un elemento centrale della vita familiare, il luogo attorno a cui si svolge gran parte della vita sociale e lavorativa domestica. Rappresenta la tradizione, il calore e la continuità familiare.
“Per farle essiccare presto si accendeva il focolare centrale, con legno fresco di ginepro. Il fumo ne scaturiva denso, ma non acre, anzi con un odore d’incenso. E tutta la cucina, col suo grezzo soffitto, la mensola coi candelieri d’ottone, il luccicare dei rami, prendeva un aspetto festivo, un colore di tempio dell’abbondanza” scrive in Ferro e fuoco, dove le fiamme sono sostentamento, purificazione, orgoglio per l’abbondanza delle provviste. È il cuore pulsante della casa patriarcale. Ma il fuoco è spesso metafora di passione incontrollabile, gelosia, ira o distruzione. Riflette i sentimenti primitivi e violenti che animano i personaggi.
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I temi del giorno
Vincere con la squadra sfasciata: il caos del biathlon francese
Immaginare che tutto sarebbe stato come prima era un’illusione illuminista. Invece il clima nella Nazionale femminile francese di biathlon è profondamente deteriorato. Il malessere che covava da tempo ora è emerso in modo esplicito. Il punto di rottura è arrivato a Hochfilzen, alla vigilia della seconda tappa di Coppa del Mondo, quando il responsabile del biathlon francese Stéphane Bouthiaux ha ammesso pubblicamente che la squadra è «attraversata da una faglia» e che i problemi vengono «gestiti internamente». Una linea difensiva che L’Equipe miope e che ha mostrato tutti i suoi limiti dopo la vittoria di Lou Jeanmonnot.
Anziché festeggiare, ha usato la zona mista per denunciare l’atmosfera tossica che circonda la squadra, segnata dalle conseguenze dell’affare della frode delle carte di credito che ha coinvolto Justine Braisaz-Bouchet e Julia Simon. Anche dopo l’ammissione di responsabilità di Simon davanti al tribunale di Albertville, Braisaz-Bouchet ha continuato a essere presa di mira, fino a ricevere minacce di morte rivolte alla figlia.
Jeanmonnot racconta una squadra segnata da sospetti, paranoia e paura, lontanissima dall’idea di gruppo sereno che sognava da giovane: le borse vengono chiuse con il lucchetto, ci sono tensioni e ferite psicologiche profonde. Ha detto che non così avrebbe voluto vivere la sua carriera in nazionale, e che l’allegria e la fiducia di un tempo non esistono più.
L’Équipe ricorda come questo clima sia il risultato di una serie di episodi: furti, accuse, fino al sospetto di sabotaggio della carabina di Océane Michelon. Se non bastasse, interviene Marie Dorin-Habert, leggenda del biathlon francese, che ammette di essere sollevata di non far più parte della squadra. D’altra parte a Natale siamo tutti più buoni.
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La colpa di Xabi Alonso è essere Xabi Alonso
Certo il calcio è strano, e stranissimi siamo noi che lo guardiamo. Il tifo, per esempio. Il tifo è un legame emotivo fragile e assoluto, capace di creare fiducia istantanea e poi di romperla con la stessa velocità. Ci riflette stamattina Jorge Valdano nella sua rubrica del sabato su El País, usando – ovviamente – il Real Madrid per mostrare come il diritto del vincitore renda il tifoso impaziente, arrogante e infedele nei momenti di crisi. Il risultato diventa l’unico giudice, logora tutto e trasforma l’amore in sospetto. Ora è Xabi Alonso a incarnare un paradosso: viene accusato di essere proprio l’uomo che qualche mese fa aveva sedotto.
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Le analisi
Lo strappo di Ayuso da Pogačar
Juan Ayuso ha 23 anni, porta al collo la medaglia d’oro del Sacro Cuore di Gesù regalata dai nonni, i segni dell’acne sul viso e dentro una idea chiara di futuro. Vuole diventare il corridore migliore del mondo. Poiché il migliore esiste già, ed era un suo compagno di squadra [Tadej Pogačar], dopo qualche scaramuccia e qualche ribellione, Juan ha cambiato maglia. Correrà per la Lidl-Trek. Alessandra Giardini tempo fa lo aveva raccontato come uno degli ultimi ribelli seduti in bicicletta.
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Dai campi
Al paradise Il primo gol di Nicola Stulic
Il Lecce lo aspettava, forse senza dirlo troppo forte. Lo aspettava mentre Banda accelerava e mentre la partita con il Pisa chiedeva qualcuno capace di stare nel punto giusto in quel momento là. Il gol di Stulic pesa più del numero uno che lo accompagna. Rende la salvezza del Lecce un’idea meno astratta e permette di guardare avanti senza l’ansia di chi insegue. Stulic non è il protagonista dichiarato di questa squadra, segna senza eccessi. Ma stamattina il Lecce ha sette squadre sotto di sé e non è proprio il momento adatto a fargliene una colpa.
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29. Il crollo della difesa francese ai Mondiali di pallamano
I gol incassati dalla Francia nella semifinale ai Mondiali femminili di pallamano dalla Germania, una soglia che le Bleues quasi non conoscono quando una partita conta per davvero. Non subivano tanto da un anno e mezzo, dalla finale olimpica persa contro la Norvegia, ed è il segnale più chiaro di ciò che si è rotto, la difesa, da sempre fondamento identitario. Quando una squadra costruita per controllare il ritmo arriva a subirne 29, vuol dire che la partita è scivolata fuori dal suo controllo.
Il 23-29 nasce così. Dall’incapacità di contenere un attacco tedesco più potente, più continuo e più lucido. Troppi tiri in appoggio concessi, troppe conclusioni da lontano. I tentativi di aggiustamento — dallo 0-6 al 1-5 fino al 2-4 — sono andati a vuoto. La sequenza che ha deciso la partita è arrivata proprio dopo il passaggio al 2-4.
Senza difesa, le percentuali delle portiere francesi sono precipitate [9 parate in due contro le 11 della sola Katharina Filter da sola], l’attacco ha perso fiducia, il gioco veloce — marchio di fabbrica delle francesi — non è nato mai. Contro la Danimarca erano arrivate energia e aggressività. Stavolta no. Lo dicono le giocatrici stesse a L’Equipe. Non un crollo fisico, ma una sconfitta tattica e mentale.
Annika Lott ha segnato il gol finale. Studia legge all’Università di Amburgo e ha lavorato come assistente alla Academy di polizia della città prima di trasferirsi a Brest per fare la professionista. Anche Katharina Filter, la portiera delle 11 parate, viene da Amburgo e pure lei era al Brest fino all’estate scorsa, poi se n’è andata in Danimarca, all’Esbjerg. La Suddeutsche Zeitung le dedica un ritratto. “Una volta le chiesero perché fosse diventata portiera da bambina e lei rispose: – Perché non avevo paura della palla. Fare la portiera significa essere un bersaglio vivente contro tiri che arrivano a 100 km orari. A volte, dice Filter, una palla del genere fa male e lascia lividi. Ma l’adrenalina di una partita allevia il dolore”.È il miglior risultato della pallamano tedesca negli ultimi 32 anni.
La Norvegia è l’altra finalista. Ha battuto l’Olanda padrona di casa nonostante i 6 gol di Estavana Polman. Henny Reistad ha voluti ricordare chi è la migliore giocatrice del mondo, con 10 gol in 11 tiri e 6 assist. Reistad è di Oslo, ha cominciato a giocare per seguire suo fratello, suo padre Ole e il suo allenatore d’infanzia Frank Hammer sono i suoi agenti. È ambasciatrice di World Wildlife Fund in Norvegia. Le scandinave sono in finale nonostante l’assenza di diverse veterane e la separazione del leggendario c.t. Thorir Hergeirsson, sostituito da Ole Gustav Gjekstad. Domani la portiera Katrine Lunde [9 parate in semifinale] giocherà l’ultima partita della sua carriera internazionale all’età di 45 anni.
“A meno che uno tsunami non travolga i polder – dice L’Equipe – è difficile immaginare come la Germania possa impedirle di portare a casa il suo 13esimo titolo internazionale”. La stampa tedesca è più ottimista. “Se c’è un motivo per credere che questa squadra possa sorprendere a Rotterdam, sono Filter e la difesa. Le specialiste Xenia Smits e Aimée von Pereira formano il reparto difensivo centrale più forte di questi Mondiali. Hanno concesso il minor numero di tiri in porta tra le quattro semifinaliste in sette partite”.
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Discussioni
Quanto affidamento si può fare su Joel Embiid
Joel Embiid c’è, ma non è più quel Joel Embiid. Non è una provocazione, si tratta di una constatazione quasi clinica. I Sixers hanno bisogno di lui in campo, certo. Ma soprattutto avrebbero bisogno di una versione diversa di Embiid. Quella vista finora, dopo il titolo MVP di soli due anni fa, non basta più.
I numeri accompagnano l’analisi di Zach Harper su The Athletic : 67 partite giocate in due stagioni e un quarto, un’altra operazione al ginocchio, un rientro gestito con oculatezza — massimo 25 minuti — e una oculatezza che irrita Embiid. Poi altre nove gare saltate di fila. Quando è tornato, mmm, tutto è rimasto un po’ storto, “brutto ma forse utile”, lo definisce Harper perché la sua presenza aiuta, malgrado la produzione sia quella che è.
Non è una questione di percentuali o di serate storte, quanto di geografia del campo. Embiid non abita più l’area come prima. Harper scrive che “viene spinto sempre più lontano dal canestro”. I tiri da sotto crollano stagione dopo stagione, quelli dalla media distanza e da tre esplodono. Nell’anno dell’MVP, quasi il 42% dei suoi tiri arrivava da fuori. Oggi siamo oltre il 62%.
Tony Jones, sempre su The Athletic, prova a leggere il corpo prima ancora delle statistiche. “Il segnale rivelatore di un giocatore che si avvicina al punto in cui smette di essere dinamico riguarda la capacità — o l’incapacità — di arrivare nei suoi spot”. E aggiunge che Embiid, tecnicamente, quegli spot li raggiunge ancora. Vede il gioco, crea tiri per sé e per gli altri. Ma il gesto non si chiude più allo stesso modo. Harper insiste su un’immagine: Embiid in difesa è ancora “un edificio senziente in movimento”, uno che toglie spazio solo esistendo. Ma in attacco il mostro d’area si sta trasformando in altro. “Sempre più tiratore, sempre meno presenza fisica”. Non per scelta, ma per necessità.
Il punto non è tornare all’Embiid MVP — quello forse non tornerà più — bensì accettare che questa è la nuova realtà. La domanda del cronista Ciotola è la seguente: “meglio un Embiid così di nessun Embiid?” Harper non dà risposte definitive. Si limita a osservare le cose e a suggerire che il futuro dei Sixers passa da un centro che non domina più il cuore dell’area, ma prova a sopravvivere ai margini, reinventandosi. Non è detto che basti. Ma è tutto quello che hanno.
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La preoccupazione per Emmanuel Korir
Campione olimpico degli 800 metri a Tokyo 2021, campione del mondo nel 2022, Emmanuel Korir è praticamente sparito dalla scena proprio mentre la sua specialità vive la sua età dell’oro. Mentre tra 2024 e 2025 il mezzofondo maschile è andato più veloce che mai – fino a 17 uomini sotto 1’43” – Korir è sparito dalle liste. Non corre sotto 1’46 dal 2022. Ha gareggiato pochissimo nel 2023 e nel 2024, nel 2025 nemmeno una volta.
Jonathan Gault su Let’s Run ha provato a ricostruire il mistero, facendo coincidere l’inizio della caduta con un incidente stradale avvenuto nel 2019, sulla strada tra Eldoret e Nairobi. Korir è rimasto ferito alla gamba sinistra, un infortunio mai chiarito del tutto, gestito per anni con antidolorifici che ne hanno condizionato allenamenti e continuità. La situazione contribuisce allo stop totale nel 2020, l’anno del Covid. Korir è riuscito comunque a vincere l’Olimpiade del 2021 contro ogni previsione, grazie a una lunga e durissima riabilitazione quotidiana seguita da un fisioterapista a Houston. Una vittoria inattesa in una finale tattica e lenta. Un miracolo più che l’inizio di un nuovo dominio.
Da lì in poi qualcosa si è spezzato: i problemi fisici sono diventati cronici, ci sono state difficoltà contrattuali con lo sponsor, tempi lontani dall’élite nelle poche gare corse. Gault lascia emergere anche una preoccupazione umana, non solo sportiva: una persona vicina all’atleta teme per il suo benessere, segno che la storia non è solo quella di un campione in declino, ma di un uomo che fatica a ritrovare un suo equilibrio dopo aver toccato il punto più alto possibile.
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Interpreti
Shai vs Wembanyama. Forse
Le semifinali di NBA Cup
Magic-Knicks è uno scontro di stili: “la difesa fenomenale di Orlando contro l’attacco travolgente di New York” secondo The Athletic. Per Orlando, il riferimento deve essere Paolo Banchero: contro i Knicks quest’anno ha faticato, ma in passato li ha dominati. Deve tornare a imporre fisicità, attaccare il ferro e portare falli. Per New York, la risposta è ovvia: Jalen Brunson. Arriva da 35 punti e 6 triple contro Toronto e sarà il motore offensivo anche contro la pressione fisica di Suggs e Anthony Black, una difesa simile a quella che ha già superato nei playoff contro Detroit. X-factor per i Knicks Mitchell Robinson, decisivo se riesce a creare extra possessi a rimbalzo offensivo; per i Magic Jalen Suggs, chiamato a limitare Brunson ma anche a segnare e correre in transizione. Orlando ha bisogno del titolo per dare un senso definitivo alla propria stagione [15-10]. Ma secondo The Athletic vince New York, guidata da Brunson.
ore 23.30 su Amazon Prime
Una partita condizionata da un grande punto interrogativo: la salute di Victor Wembanyama. Zach Harper su The Athletic ai augura di vederlo in campo, perché cambierebbe completamente il quadro. La grande sfida – dice L’Équipe sarà reintegrarlo senza disturbare l’assetto alternativo che ha retto senza di lui. In attacco Wembanyama ha pesato molto nelle prime 12 partite, concludendo da solo il 31% dei possessi (usage rate in inglese, la quota delle azioni che un giocatore finisce da sol), mentre in sui assenza il trio De’Aaron Fox, Stephon Castle e Dylan Harper ha preso in mano la situazione: contro il Lamar’s hanno accumulato il 48% dei punti della squadra e il 56% degli assist. Più Fox riesce ad attaccare il ferro e a far collassare la difesa, più gli Spurs potranno liberare tiri da tre.
Per Oklahoma City, il faro scelto da The Athletic per questa semifinale di Coppa non è Shai Gilgeous-Alexander ma Jalen Williams, soprattutto se Wembanyama non dovesse giocare. Williams può creare mismatch seri contro difensori come Barnes o Vassell, tornando a essere l’incubo visto la scorsa stagione.
X-factor: per gli Spurs Dylan Harper, rookie ma già fondamentale per rompere la prima linea difensiva di Oklahoma; per i Thunder Cason Wallace, leader NBA per palloni rubati, incaricato di mettere pressione costante su Fox. Harper scrive che non scommetterà contro Oklahoma City “almeno fino al 2032”.
ore 3.o0 su Amazon Prime
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ALLENARSI CON LO SHOPPING
«Bill mi portava in via Montenapoleone, mi faceva guardare le vetrine senza girare la testa, per abituare l’occhio alla visione periferica: e poi io dovevo dirgli il prezzo degli abiti esposti.
Lui mi parlava in francese, io in triestino! Studiava a Oxford, prendeva l’aereo, arrivava a Milano, faceva due-tre allenamenti, la partita e poi ripartiva. Un gran talento». [Giulio Iellini a Giulia Arturi, la Gazzetta dello sport]
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Oggi
Jonathan Fischer, il portiere professore
Jonathan Fischer è un gigante gentile, 1 metro e 98 d’altezza, 90 chili di peso, sguardo chiaro, voce calma. Un corpo segnato da una crescita adolescenziale improvvisa di cui lui stesso parla con curiosità divertita. Fischer è danese, gioca da portiere a Metz ed e diventato professionista solo a 21 anni. Prima del calcio ha vissuto un’altra vita, faceva l’insegnante supplente per bambini e ragazzi. Così, quando adesso deve parlare di una sconfitta, o di un gol preso, Fischer dice «la mia formazione mi porta a vedere il lato positivo delle situazioni».
Alla viglia della partita di stasera con il Metz, L’Equipe gli ha dedicato una pagina insistendo sul contrasto tra questo atteggiamento solare e la realtà sportiva: il Metz è ultimo in classifica, la difesa è la peggiore della Ligue 1 e Fischer ha incassato quasi tutti i gol della squadra. Nonostante ciò, rifiuta l’immagine del portiere folle e ribalta lo stereotipo con ironia: «Non sono pazzo. Questa reputazione viene soprattutto dalla percezione degli spettatori», o forse viene dal fatto che sia roba da matti voler impedire ciò per cui la gente paga, i gol.
L’allenatore Stéphane Le Mignan lo descrive come ordinato e lavoratore, a cui anzi «forse manca proprio ancora un pizzico di follia», mentre l’allenatore dei portieri cerca di spingerlo a «uscire dal quadro», a osare di più. Fischer accoglie queste richieste senza resistenza, spiegando che «tutto quello che mi viene chiesto non è per infastidirmi, ma per aiutarmi».
Vive con una compagna artista, i suo modelli dichiarati sono Schmeichel e Neuer, pensa di dover ancora «imparare tanto, ma spero che il calcio resti prima di tutto una forma di gioco».
È uno degli incroci più sbilanciati del campionato: il Metz ha perso le ultime 14 sfide di Ligue 1 contro il PSG, ma Luis Enrique ha vinto solo due volte su cinque in Ligue dopo una partita di Champions. Ha mandato in gol 16 marcatori diversi, più di chiunque altro nei campionati europei d’élite e 4 gol sono venuti da giocatori del vivaio.
ore 19 su Sky Sport
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Il Teleco-Slalom
Chissà se gioca Salah
▥ Il Liverpool campione in carica arriva alla sfida in piena crisi. I 23 punti in 15 giornate e le 24 reti subite rappresentano il peggior avvio post-titolo in Premier dai tempi del Leicester 2016/17. La squadra di Arne Slot ha perso 6 delle ultime 7 gare di campionato, incluso il pesante 0-3 con il Nottingham Forest, scivolando a metà classifica nonostante oltre 450 milioni di euro investiti sul mercato. I problemi sono evidenti: 48 gol concessi nel 2025, difesa fragile e attacco in calo, con cinque partite di fila senza segnare nel primo tempo. Mohamed Salah, capocannoniere un anno fa, è rimasto in panchina nelle ultime due e registra minimi storici per tiri e tocchi in area.
Secondo il Guardian, la frattura è ormai evidente: “Non c’è modo per una riconciliazione”. Ma intanto oggi è convocato, prima della partenza per la Coppa d’Africa. Il quotidiano inglese racconta un rapporto logorato tra il club e Salah, dopo l’intervista di Elland Road e l’esclusione a Milano. Di fronte, il Brighton prova lo sgambetto: viene da due tergicristalli esterni consecutivi [i clean sheet qui li chiamiamo così] e cerca il terzo, una cosa che manca dal 2020. Occhio a Jan Paul van Hecke, leader nei passaggi progressivi in Premier.
L’affare Salah è diventato molto più di una questione calcistica, trasformandosi in un caso culturale e identitario in Egitto.
Lo racconta Yara El-Shaboury sul Guardian. Dopo lo sfogo pubblico per le tre panchine consecutive al Liverpool, racconta lo scarto totale tra la lettura britannica e quella egiziana. In Inghilterra Salah viene dipinto come egoista e irrispettoso delle regole dello spogliatoio; in Egitto la reazione è quasi unanime: Salah ha il diritto di parlare, perché il suo status, il suo passato e ciò che rappresenta per il paese glielo consentono.
Il pezzo mostra quanto Salah sia centrale nell’immaginario nazionale egiziano: non solo nei media sportivi, ma anche nel dibattito politico, culturale e popolare. Ogni sua parola viene analizzata, difesa, amplificata. La crisi di Salah diventa una crisi nazionale, perché è il simbolo di un successo globale mai avuto prima.
Così, viene criticato Jamie Carragher, accusato di superficialità e di mancanza di contesto storico. Ex calciatori egiziani e opinionisti smontano le sue argomentazioni ricordando il caos politico, sportivo e istituzionale che ha segnato il calcio egiziano nell’era di Salah.
La polemica – dice il Guardian – potrebbe trasformarsi in carburante per Salah, pronto a riversare rabbia e motivazioni sulla Coppa d’Africa imminente.
ore 16 su Sky Sport
Tutto il programma in tv di oggi
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L’ultimo scroll
Messi in India per svegliare un gigante addormentato
Arriva come una cometa annunciata, e la visita ha un nome ufficiale. Benvenuti al GOAT Tour, e se si chiama così la scia di aspettative che attraversa l’India da est a ovest deve per forza essere di un certo livello. Lionel Messi torna nel Paese dopo tredici anni, si tratta di un evento che mescola fede calcistica, marketing globale e una domanda irrisolta sul futuro del calcio indiano, mai visto ai Mondiali, una volta qualificato nel 1950, ma ritirato prima della partenza per il Brasile: era nel girone dell’Italia.
Messi è atteso a Calcutta, cuore storico del calcio nel Paese, dove dovrà inaugurare la statua più grande del mondo mai dedicata a un calciatore, 21 metri di venerazione verticale. Dopo proseguirà verso Hyderabad, Mumbai e infine Nuova Delhi, dove lo attende il primo ministro Narendra Modi. Attorno a lui, come satelliti naturali, la magniloquenza di Bollywood, tante ex glorie sportive, alcune partite celebrative, dei clinic per giovani talenti. Tutto gigantesco, simbolico, coreografato.
In un reportage per Deutsche Welle, Murali Krishnan racconta che Calcutta sta rispondendo come ci si aspettava. Per Arjun Sen, tifoso da trent’anni, «questa è una cosa che abbiamo solo sognato». Priya Das, allenatrice dilettante, parla di bambini che non discutono d’altro, perché «non capita tutti i giorni che una leggenda venga in India, e questo fa sentire il calcio più vivo». Satadru Dutta, l’architetto dell’operazione, prova a spostare il discorso oltre lo spettacolo e avverte: «Non è che il calcio cambierà perché arriva Messi, ma si possono avviare piccoli passi», parlando di progetti di formazione a lunghissimo termine. Poi chiude ogni curiosità economica con una frase che sembra scritta apposta per diventare slogan: «Messi è impagabile, e resterà tale».
L’India del calcio è un Paese enorme e fragile allo stesso tempo: al 142° posto nel ranking FIFA, ha leghe domestiche instabili, club che sospendono l’attività all’improvviso, diritti commerciali evaporati. L’amore è diffuso a macchie — Bengala Occidentale, Kerala, Nordest — ma non riesce a diventare sistema.
Shaji Prabhakaran, ex segretario generale della federazione, prova a leggere la visita come occasione politica oltre che sportiva: «Il momento è giusto, perché il calcio indiano sta attraversando una fase difficile e questa visita può costringere tutti a parlarne. Se restasse l’apparizione di una celebrità, non servirebbe a nulla».
Altri sono meno indulgenti. Un dirigente federale anonimo la definisce «una tappa redditizia di un tour brandizzato che lascerà il calcio indiano esattamente dov’era: abbagliato e affamato». Arup Das, che lavora da anni con il calcio giovanile rurale, usa un’immagine ancora più crudele: «Un’altra cometa superstar che sorvola l’India in un momento di buio». Jaydeep Basu, ex responsabile comunicazione della federazione, dice che «l’ispirazione conta, ma l’ispirazione senza infrastrutture è solo sentimento, non cambiamento».
Messi se ne andrà, le statue resteranno, le foto riempiranno i telefoni. La domanda, sospesa nell’aria, è se qualcosa — davvero — alla fine avrà messo radici.
Guida al Mondiale di freccette più ricco di sempre
DI ROBERTO LIBERALE
È un mondiale da record, sia per il numero di partecipanti, 128, che per il numero di nazioni rappresentate, 34. Sarà la prima volta per Kenya e Argentina, rispettivamente con David Munyua e Jesús Sálate, che esordiranno il 18 e il 19 dicembre. Munyua è un veterinario trentenne di Murang’a e porta alla finale di Alexandra Palace una nazione africana diversa dal Sudafrica come mai accaduto in precedenza. Jesús Sálate è invece già noto agli appassionati di freccette in quanto ha già preso parte a competizioni di livello internazionale, tra cui la Coppa del Mondo di quest’anno nella quale, insieme al compagno di squadra Victor Guillin, ha raggiunto gli ottavi di finale, persi poi contro l’Australia.
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