Lo Slalom del 9 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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#1 giorno a Real Madrid vs Manchester City

     

►  IL MILAN ha vinto in rimonta in casa del Torino e ha ripreso il Napoli in testa alla classifica. De Rossi ha risollevato il Genoa con un’altra vittoria contro l’Udinese [fanno 8 punti in 4 partite con lui in panchina] e il Parma ha preso tre punti pieni di serenità a Pisa, dove Gilardino mette sempre bene in campo la squadra e spesso raccoglie meno di quanto potrebbe. 

◇  Lorenzo Musetti e Jasmine Paolini hanno annunciato un paio di novità nei loro staff: da una parte entra José Perlas e dall’altra Sara Errani diventa ufficialmente la responsabile tattica. 

◇  Anche la Virtus Bologna ha sfruttato il posticipo festivo per ritornare in testa alla classifica. Dopo aver celebrato Marco Belinelli, la V ha battuto Tortona e ha riagganciato Brescia in testa alla classifica. Il caos a Trapani è ancora più caos. Dopo i cinque punti di penalizzazione per irregolarità amministrative, dopo lo strappo con il coach Repesa e il capitano Alibegovic, il proprietario Antonini ha rimesso nelle mani del sindaco sia la squadra di basket sia quella di calcio. 

 

   

Viva viva viva l’Inghilterra, ma perché non sono nato là

Claudiio Baglioni

  

La Premier e la A: la cerimonia del peso

In genere settembre non è un buon mese. No, non c’entra T.S. Eliot. Non lo è per il calcio italiano. Si sa come vanno le cose. I ritiri, i tour, le squadre sono a inizio stagione. Spesso ne soffre la Nazionale [sconfitte in Bulgaria, pareggi in Georgia e Lituania, disfatte in Norvegia], ogni tanto ne soffrono i club. Non siamo ancora pronti. 

Oh, poi c’è giugno. Quando in genere non siamo più così pronti. Le quattro finali di Champions perse su quattro negli ultimi quindici anni – oltre ai Mondiali 2010, i Mondiali 2014 e gli Europei 2024 – possono essere un serio indizio di qualcosa che nella condizione fisica a fine stagione non funziona.

Facciamo allora questa prova con dicembre, chi lo sa, chi lo può sapere. Facciamo questa prova e andiamo a misurare lo stato di salute della serie A con la Premier League sull’unico palcoscenico possibile di un confronto, le coppe europee, dove non c’è spazio per le chiacchiere sull’equilibrio [si è livellato verso il basso] o per l’altra colossale fregatura del campionato poco allenante

Stasera ci giochiamo la carta dei vicecampioni d’Europa contro i campioni d’Inghilterra e quella della vecchia squadra bandiera dell’odontoiatria italiana contro i campioni del mondo: Inter vs Liverpool e Atalanta vs Chelsea. Così capiamo. Capiamo qual è il solco, qual è la distanza fra la serie A di cui diciamo spesso molto male e la Premier. La serie A si trova ormai stabilmente da quattro anni fra le prime tre del ranking annuale UEFA ed è seconda nella classifica quinquennale, l’unica che guardavamo prima dell’introduzione del bonus in Champions, la wild card assegnata a chi si piazza fra le prime-due della stagione; e dove nel 2010 – l’anno del Triplete e della Coppa di Mourinho – eravamo scivolati al quinto posto. La Premier è prima in entrambi i casi, così sarà un bel test per pesarsi. 

carnet

Italia vs Inghilterra

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  INTER VS LIVERPOOL

Una delle classiche della Champions di questa edizione, la sola di stasera. Sei precedenti, quattro vittorie per il Liverpool. L’Inter ha trasformato San Siro in una fortezza: dopo aver perso le prime due partite casalinghe del 2022 [una proprio contro i Reds] è rimasta imbattuta nelle successive 18 partite interne in Champions, miglior striscia della sua storia nel torneo. Lautaro Martínez ha segnato in tutte le cinque partite di Champions giocate a San Siro nel 2025 [otto gol]. Hakan Çalhanoglu è tra le eccellenze per passaggi chiave, mentre nel Liverpool Dominik Szoboszlai è il cuore del motore, oltre che una delle cause dell’accantonamento di Mo Salah, escluso dai convocati dopo il caso dell’intervista di sabato. Un caso che in Italia non sarebbe scoppiato perché le interviste dei calciatori devono essere autorizzate, mentre nei club inglesi c’è libertà di parola – ma pensa – quando si transita in zona mista. 

Cristian Chivu ha detto che certe volte «il caos ti responsabilizza e Paolo Tomaselli sul Corriere della sera analizza la frase trovando la teoria interessante. Il caos di cui parla Chivu, è quello di un gruppo abituato da anni a fare (bene) determinate cose, svuotato per l’esito della scorsa stagione e pungolato con nuove richieste, nuove abitudini e atteggiamenti, in allenamento e in partita. Un lavoro che ha richiesto tempo, senza scossoni eccessivi nei risultati. Quella vista contro il Como è stata ad esempio un’Inter che ha abbassato di qualche metro il proprio blocco difensivo, senza perdere compattezza e pericolosità nelle ripartenze. Una versione che esalta Lautaro e Thuram, pronti alla conferma da titolari, ma può contare tanto anche su Bonny (in ballottaggio con Marcus) ed Esposito.

 cosa ci siamo persi    Beppe Bergomi vs Kevin Keegan

Beppe Bergomi ha debuttato con l’Inter nel 1980, Kevin Keegan ha lasciato il Liverpool nel 1977. Ci siamo persi un gran duello. Bergomi era la calma armata, con la sua postura larga, lo sguardo che leggeva la partita come una frontiera da presidiare, i tackle duri ma puliti, una leadership che non aveva bisogno di parole. In ogni intervento c’era un senso di inevitabilità. Kevin Keegan era un ciclone educato, dalla corsa lucida e dall’entusiasmo feroce. Giocava con il cuore in avanti, con un magnetismo che trascinava compagni e pubblico. Sarebbe stato un duello tra ua muraglia e un’onda.

    ATALANTA VS CHELSEA

Contro le inglesi in Champions l’Atalanta finora ha raccolto poco, una sola vittoria in sette patite, ma ha costruito negli ultimi anni una solidità difensiva notevole: otto partite con la porta intatta nelle ultime 15. Il Chelsea non vince da quattro trasferte europee consecutive. Enzo Maresca viene per la prima volta da avversario in Italia dopo il trasferimento in Inghilterra. La sua squadra è tra quelle che palleggiano meglio in questa edizione: oltre l’89% di precisione nei passaggi. L’Atalanta è speciale nella distribuzione dei gol: tutti i sei segnati finora sono arrivati nel secondo tempo, con esplosioni improvvise come i tre in cinque minuti contro l’Eintracht. Charles De Ketelaere ha messo il piede negli ultimi 11 in 11 presenze di Champions. Dall’altra parte Estêvão guida con tre gol e Moisés Caicedo è uno dei maestri nel gestire il pallone sotto pressione, con il 91% di passaggi riusciti in situazioni di alta intensità [dati Opta].

 cosa ci siamo persi    Glenn Stromberg vs Frank Lampard

Ci siamo persi l’incrocio tra due idee di centrocampo che non si somigliano ma si completano: la verticalità ruvida del Nord e la geometria scintillante dell’Inghilterra moderna. Glenn Strömberg [Atalanta 1984-1992] era il centrocampista che portava il ritmo dei fiordi dentro la serie A, il passo lungo, la presenza imponente, quel modo di avanzare che sembrava una marcia. Non era solo quantità, Strömberg era un ordine severo, una regia fisica, la continuità che legava reparti e stagioni. Dava stabilità a tutto ciò che toccava, un giocatore che reggeva e sosteneva.

Frank Lampard [Chelsea 2001-2014] è stato la perfezione dell’inserimento, una specie di matematico del gol. Leggeva la linea del tempo e arrivava dove serviva un attimo prima. Vederli uno contro l’altro avrebbe significato assistere a un duello tra un giocatore-ponte e un giocatore-freccia. Ci siamo persi il confronto tra la fatica e la brillantezza,  la solidità contro la produttività. 

 

  BAYERN MONACO VS SPORTING LISBONA

La sfida richiama il devastante 12–1 complessivo del 2008-09. Lo Sporting ha un rapporto complicato con la Germania: una sola vittoria in 17 trasferte europee. Un duello generazionale: da una parte una delle rose più giovani dell’edizione [Sporting sotto i 25 anni di media], dall’altra un Bayern che si affida ai gol di Harry Kane. Ma è vero pure che Lennart Karl, 17enne ha segnato in due gare di fila e può diventare il più giovane di sempre a farlo in tre partite consecutive di Champions. Sport Mediaset dice che Kompany ha messo in piedi una squadra capace di non dare riferimenti agli avversari. Può abbassare Kimmich e costruire a tre, con i laterali bassi che si accentrano per liberare lo spazio all’imbucata per l’uno contro uno delle ali. Può attaccare con un 2-4-4, far arretrare Kane fino a centrocampo e mandare gli esterni di difesa a piede invertito a occupare le posizioni più avanzate. Poi difende con un pressing spietato uomo contro uomo fin dal primo possessore di palla avversario.

 cosa ci siamo persi    Gerd Muller vs Fernando Peyroteo

Fernando Peyroteo [Sporting 1937-1949] era il calcio in versione sovrannaturale, la generosità del gol, 332 in 197 partite, l’idea che ogni palla in area potesse diventare una festa. Era nato in Angola, se ne sarebbero tornato là per insegnare calcio a fine carriera. Gerd Müller è stato il minimalismo assoluto, il gol ridotto all’essenziale, al gesto breve che rompe l’equilibrio in area.

    BARCELLONA VS EINTRACHT

 Il tema    Attenti a chi vendete i biglietti

Sportschau racconta il ritorno europeo del Barcellona al Camp Nou, dopo oltre due anni di lavori che hanno reso lo stadio parzialmente agibile. Un ritorno simbolico e complicato, il terzo anello è ancora un cantiere, il tetto non esiste, le gru dominano il paesaggio e la capienza è ridotta a 45.401 posti. Ma la sfida è comunque un traguardo per un club che ha vissuto un esilio forzato e impopolare al Montjuïc. Il tema centrale è la gestione iper-rigida dei biglietti. Dopo la clamorosa invasione di tifosi dell’Eintracht nel 2022 — oltre 30.000 tedeschi entrati da ogni canale possibile — il Barça ha deciso per controlli estremi: verifica dell’identità e del volto all’ingresso, biglietti non trasferibili, accesso ai settori locali solo tramite l’app dei soci. L’obiettivo è evitare una nuova Bestia Blanca, il soprannome dato a quella massa di tifosi da cui il Barça si era sentito addirittura umiliato, scatenando l’ira di Xavi i dirigenti.

 cosa ci siamo persi    Michael Laudrup vs Bernd Hölzenbein

Michael Laudrup [Barcellona 1989-1994] trasformava ogni possesso in una frase elegante, un tocco corto, lo sguardo lungo, l’andatura da principe distratto che vede tutto prima degli altri. Il soprannome breriano fu Amleto. Ogni suo passaggio era un’intenzione di purezza.

Bernd Hölzenbein era un’esplosione sghemba, il poster del dribbling sporco, aveva una capacità tutta tedesca di trasformare il caos in un’occasione. Non era la bellezza a cui si pensa subito, ma dentro ogni scatto c’era una idea di necessità. Uno contro l’altro: la finta morbida del danese contro la corsa storta del tedesco, la mano di Dio della Germania, quello che si andò a rubacchiare il rigore del 2-1 nella finale del 74 contro l’Olanda. 

 

  MONACO VS GALATASARAY

C’è una situazione tesa e potenzialmente esplosiva intorno al Monaco. Gli ultras hanno annunciato uno sciopero di 15 minuti di silenzio che rischiano di diventare 90 — per chiedere la testa del direttore generale Thiago Scuro, al centro delle critiche interne. Sul campo, il quadro non è migliore. Il Monaco è già distante dalle posizioni europee in Ligue 1 e in Champions conta sei punti in cinque giornate, con Real Madrid e Juventus ancora da affrontare.

L’allenatore Sébastien Pocognoli resta ottimista, si rifiuta di parlare di crisi, ma il Monaco ha vinto solo una partita nel girone [contro il Bodo Glimt, e con fatica], nonostante qualche buon pareggio contro City e Tottenham. L’Equipe ricorda che il Galatasaray arriva indebolito dallo scandalo delle scommesse in Turchia che ha colpito Eren Elmali e sottolinea che il Monaco recupera pedine fondamentali come Zakaria, Kehrer, Balogun, oltre all’attesa per i primi minuti europei di Paul Pogba dopo oltre tre anni. Monaco è al bivio, il giornale francese la chiama “la prima delle sue ultime occasioni”. 

La stagione di Maghnes Akliouche è piena di irregolarità per un carico fisico enorme. È il 6º giocatore più utilizzato della Ligue 1 e il cambio di allenatore ha modificato i suoi riferimenti tattici. A ciò si aggiunge un contesto offensivo povero che lo isola e ne appesantisce le responsabilità creative.«Un crack ha bisogno di essere stimolato calcisticamente e/o di fondersi nel collettivo», ricorda Édouard Cissé. 

 

  UNION SG VS MARSIGLIA

 chi vedere   Il tridente di titolarissimi [e non c’è Mazzarri]

Nonostante le rotazioni di Roberto De Zerbi, Aubameyang, Greenwood e Paixao sono diventati un trio praticamente intoccabile. Non per scelta, ma per assenza totale di concorrenza: gli infortuni di Gouiri e Traoré, il declassamento di Maupay e il rallentamento del giovane Robinio Vaz hanno lasciato l’attacco nelle mani di questi tre. Aubameyang era tornato per alternarsi con Gouiri, finisce invece per giocare sempre: a 36 anni, i suoi 8 gol e 5 assist lo rendono indispensabile. Greenwood è la bussola di De Zerbi: mai infortunato, sempre brillante, capace di accendere anche le partite più grigie. L’esclusione dalla nazionale lo rende disponibile senza pause, ed è usato persino più del portiere Rulli. Non esiste un’alternativa reale sulla sua fascia: Weah è spesso retrocesso a terzino per coprire l’assenza di Murillo. Paixao, a sinistra, corre e difende più degli altri, paga lo sforzo sul piano offensivo, tra sei gol e qualche spreco. De Zerbi riconosce che “dribbla tutti, anche i raccattapalle”, ma ha un limite fisico legato all’accumulo di minuti. L’Equipe racconta che in vista della Coppa d’Africa, Aubameyang partirà dopo la gara con il Monaco, e questo porterà per forza di cose a un turnover in attacco—sempre che il ritorno di Gouiri permetta di ridisegnare un nuovo tridente.

 

 

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I temi del giorno

 

 

Il graffio di Pulisic sulla classifica

Quando aveva già messo insieme cinque gol e tre assist nelle prime sette partite della stagione,. Christian Pulisic si è dovuto fermare per un infortunio alla coscia. Nelle quattro partite senza di lui, il Milan ha raddrizzato al 93° quella che stava perdendo con il Pisa a San Siro e si  è fatto raggiungere dopo il vantaggio a Bergamo – sotto la precedente gestione di Juric. I 20 minuti di Parma gli sono serviti per riprendere confidenza con la squadra [un altro pareggio] prima di lasciare il segno nel derby al rientro da titolare, mentre i 25 di ieri sera sono bastati per ribaltare il vantaggio del Torino. 

Se Modrić è il centro di gravità tecnica e mentale, Pulisic è l’acceleratore che rompe le linee. Dove Modrić pensa, Pulisic incendia. Uno disegna una mappa e l’altro ci corre sopra. Nel week-end che ha sgranato e stirato la classifica, Allegri ha ripreso Conte e Paolo Condò sul Corriere della sera legge la partita di ieri sera con la firma su un modulo di iscrizione alla corsa scudetto, da terzo incomodo, meno forte ma più cattivo, non a caso le due migliori le ha già battute. Riemergere alla luce dopo essere precipitati due piani in fondo al pozzo non è impresa da tutti.

Emanuele Gamba su Repubblica parla di un club di soci privilegiati: la corsa allo scudetto è un circolo chiuso di tre squadre. Quella di Allegri non è la più forte ma continua a crescere su sé stessa, trovando le soluzioni per rimediare anche alle situazioni complicate e all’apparenza irrisolvibili. Ha rimescolato di continuo le posizioni di centrocampo valorizzando gli inserimenti di Ricci, che infatti risulterà decisivo così come Saelemaekers una volta spostato sulla sinistra, anche se la mossa decisiva è stata il ripescaggio di Pulisic, confinato in panchina dai postumi dell’influenza ma riesumato al momento giusto. L’americano ci ha messo 31 secondi per toccare il primo pallone e trasformarlo in gol (cross di Saelemaekers, toh) e 10 minuti per colpire e affondare l’avversario con un guizzo da centravanti in un’area di lasche marcature granata (cross di Ricci, toh).

Solo un’altra cosa. Pure Leao si è fatto male calciando. Come Dybala, come Lukaku, come De Bruyne. Interessante.  

 

 

I quarant’anni della Juventus di Tokyo

Roberto Beccantini sul Corriere dello sport-stadio parte per un viaggio di memoria sulle ceneri ancora calde di Napoli e mentre la Juventus prepara la sfida di Champions a Pafos, i ricordi tornano al 1985 e alla storica Intercontinentale con l’Argentinos Juniors a Tokyo, una partita che Beccantini definisce una storia che si ribella alle miserie della cronaca. Sono passati quarant’anni da quella maratona giocata all’alba italiana, in un’epoca che si incornicia tra lo scudetto del Verona e il caso della Achille Lauro.

La Juventus vinse ai rigori un confronto epico, un atto unico per compiacere gli sponsore per evitare gli scontri che avevano funestato Estudiantes-Milan. Beccantini ricorda la squadra debole nel primo tempo, straordinaria e croccante nel secondo, fino ad approdare a una serie di rigori che lui chiama con ironia il tie-break, il lemma tennistico che i salotti delle belle gioie opponevano alla volgare lotteria. Platini, autore anche del celebre gol in acrobazia annullato per fuorigioco di Serena, fu l’uomo della decisione finale. 

C’è spazio per figure ormai mitiche: Claudio Borghi, giocoliere capace di scuotere la libido di Silvio Berlusconi; il danese Laudrup che sbaglia dagli undici metri; Stefano Tacconi che para due rigori. Ma c’è anche una pagina più intima: il raduno recente dei reduci a Torino, una giornata di gran vento, la domenica del giudizio. Dalla folla spunta un giovane, elegante e sorridente: Edoardo Agnelli, all’epoca trentunenne, il figlio dell’Avvocato, seduto in panchina accanto a Trapattoni, la barba e il cappotto a gravarne il profilo.

Beccantini ne ricorda il sogno – diventare responsabile almeno della Juventus– e il destino che di lì a quindici anni lo avrebbe travolto, un epilogo da lui evocato con discrezione e struggimento. La luce di quegli occhi, anche al buio del tragico epilogo, non l’ho mai dimenticata dice Beccantini.

 

 

 

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Le analisi

 

Norris prenderà il numero 1

Lando Norris è un campione che emoziona, scrive Jean Alesi stamattina sul Corriere della sera, mentre sulla pista di Yas Marina sono già cominciati i test Pirelli in vista del 2026. Leo Turrini su Sky Sport Insider ricorda di quando correva l’anno 2020. All’improvviso il mondo intero fu avvolto dalla nube nerissima del Covid. Tutti chiusi in casa. Tutti prigionieri del terrore. E fu così che i drivers di F1, sottratti al mestiere delle sfide in pista, ebbero l’idea di dedicarsi alle battaglie online. Super Max, Leclerc, Lando: tutti insieme appassionatamente, in fuga dalla paura innescata dalla pandemia. Bene: secondo ricostruzioni ovviamente non verificabili (una leggenda tale deve essere!), Norris non di rado batteva Verstappen, in quella dimensione lì. E quando poi la tempesta Covid si dissolse (Norris è stato anche contagiato dall’orrendo virus, ma se l’è cavata), beh, al figlio di padre britannico e mamma belga è rimasta addosso la voglia di rendere fisicamente autentico ciò che aveva già virtualmente sperimentato [si legge per intero qui]. Per la prossima stagione ha deciso di lasciare il numero 4 e prendere il simbolo del potere, il numero 1 sul casco e sulla macchina. 

orizzonti

Che farà ora la Ferrari

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Daniele Sparisci su Corriere della sera analizza il momento critico della Ferrari alla vigilia del nuovo regolamento 2026, mettendolo a confronto con la capacità della McLaren di reinventarsi. Il Corriere sottolinea come la scuderia inglese abbia avuto il coraggio di scegliere: riorganizzazione interna, reclutamento mirato di tecnici, due piloti presi giovanissimi e un leader, Zak Brown, che “vive per le corse”. Questo spirito “racing”, scrive Sparisci, è lo stesso che ha permesso alla Red Bull di non arrendersi di fronte ai limiti della macchina.

La Ferrari ha fatto l’opposto: ha abbandonato prestissimo il progetto 2025 — ufficialmente per concentrarsi sul 2026 — e il dubbio resta: Davvero non c’erano margini per correggere la macchina, oppure chi doveva non è stato capace?. Il pezzo avverte che la stagione in arrivo segnerà i destini di tutti: Vasseur, Leclerc, Hamilton e l’intero reparto tecnico.

C’è enorme attesa per la nuova power unit e per la vettura che debutterà tra metà e fine gennaio, con shakedown a Fiorano e test a Barcellona e Bahrein: tre sessioni da cui dipenderà il morale dell’intero anno. Vasseur rimane diplomatico: «Non perdo energie a pensare a chi può essere avanti…». Ma è un ragionamento fragile, perché la Ferrari ha spostato risorse sul 2026 già in aprile, mentre altri team hanno continuato a sviluppare.

Il motore, di nuovo centrale nel regolamento, è un’incognita: l’uscita di ingegneri chiave — come Zimmerman, passato all’Audi — alimenta voci secondo cui non tutto filerebbe così liscio.

Per Leclerc, il 2026 è un crocevia: il Corriere lo definisce un’occasione da ora o mai più e sostiene che dopo 6-7 Gran Premi si avrà un’idea di chi vincerà nei prossimi anni. Senza una macchina competitiva, l’addio sarebbe quasi inevitabile. Il monegasco esce rafforzato da un Mondiale disastroso, è nel radar Aston Martin e vede Newey — che a Maranello non sono riusciti a portare — ridisegnare la squadra britannica: investe miliardi e si assicura i motori Honda.

Il capitolo Hamilton è il più spinoso. Il suo arrivo, definito «il colpo del secolo», si è trasformato in un flop difficile da spiegare alla luce della crescita del giovane Oliver Bearman. L’intesa con il team non è mai davvero sbocciata; i rapporti interni si sono raffreddati, i malumori sono stati troppi. Hamilton ha ancora un anno di contratto e non può permettersi un addio prematuro, ma a 41 anni solo una monoposto decente può dire quanto sia ancora competitivo. Il tempo delle promesse, secondo il Corriere della sera, è finito. Per la Ferrari il reset non è un’opzione, perché il prossimo campionato è già domani.

   

Che ci fanno tre francesi alla Ineos Granadiers

Tre giovani francesi e una macchina di altissima ingegneria sportiva, un innesto che potrebbe cambiare il volto e l’anima della Ineos Granadiers, storica superpotenza del ciclismo britannico. L’Équipe racconta cosa muta e cosa può mutare con l’arrivo di Kévin Vauquelin e Dorian Godon, insieme con Axel Laurance. Tre giovani, spontanei, ambiziosi, che stanno scoprendo un’équipe a lungo percepita come inaccessibile, quasi intimidatoria.

La presenza di Laurance, già ben integrato e soprannominato presidente per la sua attitudine sociale, fa da collante: «Quando ti svegli storto, parli con lui e ritrovi subito il sorriso», racconta Filippo Ganna. I tre formano un gruppo che si descrive di «ragazzi semplici, non esattamente stressati», in sintonia con quella che Godon definisce una sorprendente “mentalità familiare” per una squadra che ha vinto sette Tour dal 2012.

Vauquelin, 7º al Tour 2024 e tra i grandi talenti del ciclismo francese, vede il trasferimento come un salto di livello in «una squadra dove non si lascia nulla al caso», dice. Lui che viene dalla pista, ha sempre percepito gli inglesi come «un’Olimpiade avanti a tutti» e ora confessa: «Non mi rendo ancora conto, è un fatto pazzesco essere qui».

In questi primi giorni di stage a Oliva, Godon e Vauquelin hanno già sperimentato la cura maniacale del reparto cronometro, lavorando con Ganna e trovando «tutto più avanzato, più spinto». Vauquelin nota che in passato era lui a “chiedere innovazioni”, mentre in Ineos è circondato da ingegneri e specialisti della performance. L’obiettivo non viene nascosto: «Arrivare davanti a Remco Evenepoel». C’è poi un tema generazionale: «Siamo usciti dalle comodità, vogliamo andare dove siamo essere certi di aver tentato tutto per eccellere», riflette Vauquelin. Un nuovo orizzonte anche culturale: imparare l’inglese, adattarsi alla tradizione britannica, dialogare con un manager come Geraint Thomas. Per ora, dice sorridendo, deve solo migliorare la lingua prima di lanciarsi in conversazioni più profonde con il gallese.

 

 

 

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Dai campi

I quarti di finali con sette squadre europee

 

Ci siamo. Dopo 14 giorni di partite – screma qua e lima là – i Mondiali femminili di pallamano hanno scarnificato il mucchio delle partecipanti, da 32 siamo scesi a 8 e da oggi cominciano i quarti di finale. Come sempre accade: giorni e giorni di partite preliminari e poi si fa tutto di corsa per quelle più belle [la finale domenica]. 

La capocannoniera del campionato si chiama Lorena Téllez, una trentenne cubana, terzina a destra, 47 gol, gioca in Spagna, ma Cuba ai quarti di finale non c’è. In linea con la storia e con la tradizione si sono qualificate sette nazionali europee e il solo Brasile per il resto del mondo. Oggi si comincia appunto con Germania-Brasile e Norvegia-Montenegro, domani Francia-Danimarca [due delle prime-4 del 2023] e Olanda-Ungheria. Sono rimaste fuori la Svezia e la Spagna, semifinaliste nelle precedenti due edizioni.

 le partite di oggi   

Attingre e Lund, storie di due portiere

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  Con sei vittorie consecutive, la Germania si presenta alla partita con il Brasile da favorita. Se dovesse vincere, si tratterebbe del miglior piazzamento dal 2007 [terzo posto] e interromperebbe una serie di due sconfitte ai quarti di finale nelle ultime due edizioni [2021, 2023]. Le brasiliane sono state campionesse del mondo nel 2013, una vittoria rappresenterebbe il secondo miglior piazzamento di sempre dopo quel titolo, con l’ala Alexandra Priscila do Nascimento Martinez come unica reduce di quei giorni di gloria. il Brasile ha vinto per 36:31 in una partita di preparazione alle Olimpiadi di Parigi 2024, vincendo complessivamente cinque volte in 15 incontri. La partita è destinata a un altro sold-out da 10.000 spettatori e verrà trasmessa in chiaro in Germania su ZDF, in piena febbre da pallamano. 

  I Mondiali registrano i progressi di Montenegro, argento ai Giochi del 2012 e poi sparito dalla scena per una decina d’anni, fino al bronzo afli Europei di tre anni. Fa. La qualificazione ai quarti si deve a una prestazione irreale della portiera Armelle Attingre, che nello scontro diretto con la Serbia ha parato 18 tiri su 29 [62%] bloccando tutte le prime otto azioni offensive avversarie e permettendo alla squadra di volare subito sul 5-0. Attingre è nata in Costa d’Avorio, cresciuta in Francia [Fleury, Paris 92], passata da Turchia e Ungheria, vive a Podgorica da cinque anni e non pensava di restarci così a lungo, pensava un anno solo e adesso sono cinque. Si è integrata al punto di parlare il montenegrino e racconta al sito del torneo come quel paese l’abbia trasformata.

Questo Mondiale non è la sua prima esperienza: nel 2011 era terza portiera della Francia, finché un infortunio al bicipite femorale la rimandò a casa. Da allora ha attraversato momenti duri, operazioni al ginocchio, ruoli da assistente coach, fino alla naturalizzazione e al debutto con il Montenegro nel 2024. Oggi a 36 anni sa di essere verso la fine della carriera ma dice di volersi solo divertire, vivere libera dalla pressione e riscoprire il piacere del gioco. Dovrà fare altre prodezze contro la Norvegia, che ha battuto finora ogni avversaria con almeno 10 gol di scarto.  Itana Grbic del Montenegro dice di non ricordare una squadra così forte da quando gioca a pallamano. Sei vittorie su sei, una differenza reti di +107 e Katrine Lunde che ha parato con una percentuale del 60% in quattro partite. Lunde ha 44 anni, era in porta pure per l’oro olimpico a Parigi ed è stata la portabandiera della Norvegia ai Giochi. Ha studiato Servizio Sociale presso l’Università di Agder di Kristiansand. Ha iniziato a giocare insieme alla sorella gemella perché le compagne di classe avevano bisogno di altre ragazze in squadra. Aveva intenzione di ritirarsi dopo la quinta Olimpiade dell’estate scorsa e l’hanno indotta a ripensarci. Le sue compagne di nazionale le hanno regalato un gioiello per la 300ª presenza con la nazionale: una lettera A in onore della figlia Atina, il cui papà è Nikola Trajković, ex centrocampista della Stella Rossa di Belgrado. Lunde ha fatto l’assistente allenatrice al Vipers Kristiansand durante la stagione 2019/20, mentre si riprendeva da un infortunio al ginocchio sostituendo la sorella gemella Kristine, che aveva ricoperto il ruolo nella stagione precedente. La Norvegia ha incontrato il Montenegro 12 volte e ne ha vinte dieci. 

ore  17.15 e 20.30    su YouTube

 

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Discussioni

La tentazione Antetokounmpo per San Antomio

Giannis Antetokounmpo è tornato a riflettere seriamente sul suo futuro a Milwaukee, deluso dall’avvio dei Bucks [solo 10 vittorie in 25 partite] e desideroso di puntare a un secondo titolo. Secondo l’insider Shams Charania avrebbe avviato delle discussioni con il suo agente per un possibile addio già entro la trade deadline di febbraio. Tra le destinazioni che circolano con più insistenza c’è San Antonio, la squadra di Victor Wembanyama, accostata con sempre maggiore forza al due volte MVP. Per questo ne scrive L’Equipe, che ha mandato un proprio giornalista in Texas stabilmente a seguire le gesta del fenomeno francese in NBA. 

L’Equipe si chiede però se l’operazione abbia davvero senso per gli Spurs, una franchigia che storicamente non stravolge la propria identità per rincorrere superstar: San Antonio ha sempre costruito tramite Draft continuità e sviluppo interno, una filosofia premiata da cinque titoli e due decenni di stabilità ai playoff. Ora, sotto il nuovo coach Mitch Johnson, il progetto sembra finalmente decollare anche senza Wembanyama — attualmente infortunato — grazie ai progressi di De’Aaron Fox, del rookie Dylan Harper, ai veterani affidabili e al ritorno imminente di Stephon Castle.

Come per Ciotola a Sportacus, la domanda del cronista diventa dunque la seguente: perché rischiare di rompere un equilibrio promettente, anche per un fenomeno come Giannis? Oltre alla logica sportiva, pesano anche i numeri: gli Spurs sono già 27 milioni sopra il salary cap e soli 10 sotto la first apron – la soglia salariale più alta della tassa sul lusso; per assorbire il contratto di Antetokounmpo [54 milioni quest’anno, 58 il prossimo] dovrebbero sacrificare un ingranaggio di peso. Dilemma: Giannis è un talento generazionale, ma per San Antonio l’operazione significherebbe uno stravolgimento di filosofia, finanze e costruzione del roster proprio nel momento in cui il progetto sta iniziando a funzionare. Come diceva quel tipo al tempo delle rivoluzioni: che fare?

 

 

 

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Interpreti

  

I record dei fratelli Lebrun

Félix Lebrun, Alexis Lebrun e Simon Gauzy vivano a Hong Kong l’ultima grande avventura del 2025: la partecipazione alle Finales WTT, il torneo che riunisce i sedici migliori giocatori dell’anno di tennis tavolo. È un risultato storico per la Francia: tre giocatori in gara non c’erano dal 1999.

I Lebrun sono i fratelli che hanno fatto succedere montevergine, soprattutto Félix, un boom di iscrizioni nei circoli dopo le Olimpiadi. L’Equipe stamattina segue soprattutto Simon Gauzy, apparso elegante al sorteggio e visibilmente stanco dopo undici mesi di viaggi e la recente, estenuante Coupe du monde mixte. Per lui, queste Finales rappresentano una ricompensa al termine di un anno che nessuno immaginava così folle, dopo i picchi raggiunti nel 2024. Gauzy si è infilato nel torneo grazie a una serie di risultati eccellenti: semifinali al Grand Smash di Malmö, vittorie pesanti su Félix Lebrun e Hugo Calderano, e una scalata fino al numero 18 mondiale.

Per Félix Lebrun, 19 anni, numero 6 al mondo, la qualificazione è invece più logica: una stagione meno regolare ma culminata nella finale al Grand Smash di Pechino, la prima per un francese, segnale di un gioco sempre più completo e di un fisico che sta raggiungendo la potenza richiesta lontano dal tavolo. L’Equipe però che alle Finales i francesi non hanno mai brillato: Gauzy, Félix e Alexis sono sempre usciti al primo turno nelle loro precedenti partecipazioni. L’ultimo a superare un turno fu Jean-Philippe Gatien nel 1999, quando eliminò Christophe Legoût, lo zio dei fratelli Lebrun.

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Oggi

 

Quentin Jouffroy

Due edizioni, due trionfi: Trento nel 2024, Perugia nel 2025. Prima c’era stato un triennio di dominio polacco, quasi una legge fisica del continente. L’Italia ha rialzato la testa in Champions a ridosso del titolo Mondiale vinto dalla Nazionale a Manila, trasmettendo la certezza che la Superlega non è solo il campionato più profondo del mondo, ma un laboratorio competitivo. Manila è stata una specie di iniziazione collettiva che ha ridisegnato lo status degli azzurri. Mezzo sestetto campione del mondo è distribuito nelle tre squadre di Champions: Giannelli e Russo a Perugia, Sbertoli e Michieletto a Trento, Balaso, Bottolo e Gargiulo a Civitanova. Non è un dettaglio: è la colonna vertebrale della nuova Italia che porta l’energia dentro i club.

Civitanova apre stasera la Coppa contro Montpellier, squadra solida, buon cambio palla, servizio meno pesante rispetto ai ritmi italiani. La Gazzetta avverte: occhi puntati sull’opposto argentino Palacios e sul centrale oro olimpico a Parigi Quentin Jouffroy

Per la Lube è una stagione strana: invincibile in casa, vulnerabile fuori. La Champions può essere una presa d’aria, ma anche un rischio. Quando entri nell’Europa del volley, ogni esitazione si sente e ogni debolezza si amplifica.

Domani tocca ai campioni in carica di Perugia, che nel girone ritrovano vecchie storie del nostro volley: Berlino, Praga, e soprattutto Las Palmas con il ritorno di Osmany Juantorena, lo spettro di un’epoca passata. Per la Sir sarà l’ultimo test prima del Mondiale per Club, ma soprattutto la conferma di una struttura tecnica che oggi è la più completa d’Europa: muro, cambio palla, continuità. La squadra che tutti vogliono evitare. Chiude il cerchio Trento, contro Lubiana, Tours e il pericolo turco dello Ziraat. Kooy, Nimir, Clevenot, Fornal: un arsenale di palla alta che obbligherà Michieletto ad alzare subito il livello. Probabilmente da quella doppia sfida uscirà il primo posto del girone.

L’Italia si ripresenta così, con tre squadre forti, identità tecniche chiare, un serbatoio azzurro mai così ricco. Un orizzonte che sa di continuità. Negli ultimi due anni è stato dimostrato che il dominio polacco non era inevitabile, bastava incontrarlo con ordine, talento, struttura, un pizzico di spavalderia.

Inizia pure il Mondiale femminile per club 

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Comincia pure il Mondiale femminile per club: a San Paolo, al Pacaembu, con otto squadre da quattro continenti e un calendario che porta alle semifinali di sabato e alle finali di domenica. L’Italia si presenta con Conegliano campionessa in carica [alla ricerca del quarto titolo della sua storia] e con Scandicci che debutta. Le squadre sono divise in due gironi da quattro: Alianza Lima, Osasco, Scandicci, Zhetysu da una parte; Conegliano, Orlando Valkyries, Praia Clube, Zamalek. 

La prima giornata propone subito incroci tra campionesse continentali e squadre emergenti, tra cui l’esordio mondiale dell’Orlando e il debutto di Scandicci contro le asiatiche dello Zhetysu. Gran parte dell’attenzione è su Conegliano, imbattuta in campionato [14 vittorie su 14] e guidata dal trio di stelle: Gabi Guimarães, Monica De Gennaro e Isabelle Haak. Gabi gioca in casa e ricorda a iVolley Magazine che il Mondiale è un torneo che «ti costringe ad adattarti ogni giorno a stili di gioco diversi». Le avversarie principali sono le brasiliane: Osasco vincitrice nel 2012, Praia Clube alla ricerca della prima medaglia.

Scandicci arriva con ambizioni alte grazie alle schiacciate e gli ace di Kate Antropova, innescata dalla classe eterna in regia di Ognjenović. 

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L’ultimo scroll

 

La partita del Pride LGBT con i paesi dove l’omosessualità un crimine

L’ultima combinata dalla FIFA è la partita dell’orgoglio gay, organizzata durante i Mondiali a Seattle nella settimana del Pride. L’organizzazione locale aveva da tempo deciso che sarebbe stata quella del 27 giugno al Lumen Field, solo che il Diavolo ci ha messo le corna e il Caso ci ha messo la mano, così il sorteggio ha prodotto un accoppiamento che ha fatto esplodere il caso. La partita sarà Egitto-Iran, due Paesi in cui l’omosessualità è un crimine — in Iran può essere punita con la morte, in Egitto con leggi sulla “moralità”. 

Le associazioni che lottano contro l’omofobia nel calcio parlano di scelta “sorprendente” e “discutibile”, ricordando come la FIFA avesse bloccato ogni simbolo inclusivo durante Qatar 2022. Per molti attivisti, è lecito dubitare della sincerità dell’iniziativa. Il comitato organizzatore replica che il Pride Match è nato per celebrare il Pride cittadino e per affermare la volontà di Seattle e dello Stato di Washington di creare un ambiente inclusivo per tutti.

Ora gli attivisti temono però che l’operazione possa rivelarsi più simbolica che efficace: da un lato l’opportunità di sensibilizzare milioni di persone sulle LGBTI-fobie, dall’altro il rischio che la scelta — proprio con due nazioni che reprimono i diritti LGBT+ — diventi controproducente o difficilmente veicolabile. Anche STOP Homophobie definisce il gesto un segnale “forte e ambiguo”: bene la luce sui diritti violati, ma solo se accompagnata da azioni concrete e da reali garanzie per tifosi, atleti e cittadini LGBT+ di quei due Paesi.

L’Équipe racconta  allora come a Washington gli ultras LGBTQ+ del D.C. United e del Washington Spirit siano diventati un fronte di resistenza contro la politica dell’amministrazione Trump, percepita come una minaccia diretta alla loro esistenza quotidiana. Fin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, la comunità vive «al ritmo di annunci che la stigmatizzano», tra divieti per le atlete trans, tagli alla ricerca, epurazioni amministrative.

L’Audi Field è diventato un contro-spazio, un luogo dove opporsi simbolicamente al potere federale: un’arena arcobaleno a pochi chilometri dai palazzi governativi. Come dice uno dei fondatori del gruppo 202 Unique, lo stadio è soprattutto «un modo di vivere, non un problema politico». Ma il clima è cambiato: «Ci preoccupiamo di cose che non dovrebbero pesare su nessuno mentre va a sostenere la propria squadra», dice un tifoso che teme aggressioni per le bandiere arcobaleno.

Sulle gradinate dello Spirit, il dissenso passa dai gesti: inginocchiarsi durante l’inno, proteggere chi è più vulnerabile, costruire uno spazio che i tifosi chiamano — non a caso — safe space. Meredith Bartley spiega di non riuscire più «a sentirsi patriota» in un Paese dove la legislazione mira apertamente alle persone trans.

I numeri confermano il contesto: 932 attacchi contro persone LGBTQ+ in un anno, mentre il Ministero della Giustizia cancella l’identità di genere dalle statistiche ufficiali. Per molti, è un segnale chiaro: «le persone omofobe si nascondono molto meno ora», dice Chris Ramos, preoccupato soprattutto per la prossima generazione, «impressionabile e preziosa».

Il contrasto tra calcio femminile e maschile è fortissimo. Nei match dello Spirit sventolano decine di drappi arcobaleno; al D.C. United, una sola bandiera. Jake Didinsky dice: «Preferisco di gran lunga le partite delle donne, perché lì non rischio di essere chiamato frocio». La Major League spiega che esita a combattere l’omofobia perché spesso «chi intona cori ostili è anche chi fa più atmosfera».

In tutto questo, i gruppi LGBTQ+ continuano a resistere, convinti che «i quattro prossimi anni saranno difficili per i bambini queer». Ma restano in piedi, birra in mano, megafono acceso, perché — come dice uno di loro — «idealmente non dovremmo neanche esistere».

 

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