Dipende sempre dai punti di vista. In Italia e in Inghilterra per i simulatori usiamo l’immagine del tuffo. In Germania no, in Germania guardano verso il cielo e pensano agli uccelli. Non è un tuffo. È un volo. Il volo delle rondini.
Schwalben, dicono. È stata la parola più spesso accostata a Bernd Hölzenbein, campione del mondo nel 1974 con la Germania ovest, morto all’età di 78 anni dopo una lunga malattia, simbolo dell’Eintracht Francoforte dove aveva giocato per quattordici stagioni. “Una leggenda come quella che si trova nei libri. Uno dei più grandi che abbiamo avuto ”, ha scritto il suo club sui social per ricordarlo.
Il titolo di tuffatore – anzi di rondine – se lo conquistò ai Mondiali del 74, i Mondiali di casa, dove giocò da titolare sei delle sette partite, andando a prendersi nell’ultima – la finale – un calcio di rigore nell’area dell’Olanda di Cruyff. Il secondo rigore del pomeriggio. Al primo minuto l’arbitro ne aveva fischiato un altro in favore dell’Olanda, per un fallo di Hoeness su Cruyff che i tedeschi continuano a dire sia stato commesso qualche centimetro fuori area.
Furio Zara sulla Gazzetta ha raccontato che “entrò nell’area di rigore olandese, destino volle che il suo piede destro – più o meno involontariamente – incrociasse quello del collega Wim Jansen. Caracollando con la palla al piede e incerto sul da farsi come chi attraversa le strisce pedonali con il semaforo giallo; Hölzenbein al momento del contatto allargò le braccia e poi cadde in avanti, forse enfatizzando – il frame di quell’azione rivisto oggi spinge a sospettarlo – o forse no, non era d’uso all’epoca”.
Senza forse. Enfatizzando. In Germania lo dicono dritto, chiaro e tondo. La Suddeutsche Zeitung ha scritto che quell’episodio è stato “La mano di Dio della Germania”. Dunque un imbroglio. “Era un mascalzone sul campo di calcio” c’è scritto riprendendo la parola usata sul fronte olandese.
Die Zeit ricorda che a Hölzenbein è stato chiesto più e più volte se si trattasse di rigore o di un volo. Lui rispondeva con uno stratagemma. «Se quel rigore è l’unica cosa per cui io sono ricordato, allora è un peccato». Prima dei commenti al pezzo, la rivista ha dovuto premettere: “Cari lettori, vorremmo darvi l’opportunità di condividere i vostri ricordi e pensieri di condoglianze. Per noi è importante mantenere la pietà in caso di morte, motivo per cui tutti i commenti saranno esaminati prima della pubblicazione”.
La rivista Kicker ha riguardato l’azione alla moviola con lo sguardo d’oggi: “Da una prospettiva frontale si può supporre che Hölzenbein si aiuti un po’. Si solleva da terra e alza le braccia per amore della teatralità. Ma d’altro canto è chiaro che Jansen non colpisce certo la palla, bensì la caviglia. Anche se non tutti i contatti sono causa di una caduta, nonostante il contatto può verificarsi una deglutizione, che significa inganno. Poiché Hölzenbein perde l’equilibrio solo dopo il contatto – con la suola aperta – quasi certamente non si è trattato solo di un inganno. Per inciso – la fa finita Kicker – il rigore più giustificato nella finale di Monaco è quello che non venne fischiato. Quando gli olandesi attaccavano a tutto campo nei minuti finali, la Germania si liberò in contropiede, e Jansen fece chiaramente cadere Hölzenbein in area di rigore. Ma l’arbitro Taylor non osò darne un altro”.
Era un leader, dice Kicker, con i fatti e non con le parole. “Aveva il carisma di una persona in pace con sé stessa” si legge sulla rivista. Ma alla fine resterà Das ewige Schlitzohr, l’eterno furfante.