I limiti del sistema World Tour con le retrocessioni

La corsa alla licenza che garantisce un posto al Tour

In fondo alla classifica del World Tour e tra le squadre più ambiziose della seconda serie, c’è un caos finale che sa di disperazione. Gli ultimi punti della stagione sono tutto: possono spalancare le porte delle prime-18 al mondo o far precipitare una squadra nell’oblio. Oggi e domani si chiude il Giro del Guangxi, e poi basta. 

Assicurarsi una licenza World Tour è un rischio esistenziale. È il gioco più ad alto rischio dello sport: assicurati un posto al tavolo delle migliori del ciclismo o rischi sponsor e contratti dei tuoi migliori corridori, spiega Andrew Hood su Velo. Lo ha definito il gioco del tutto o niente

Tutto il resto del gruppo è già in spiaggia. Il vero premio, quello che interessa davvero alle squadre, è la garanzia di partecipare al Tour de France. Nessuno ricorda chi ha vinto il World Tour, tutti ricordano chi ha messo la maglia gialla. La licenza World Tour, secondo Velo, vale solo per questo.

Il formato di promozione-retrocessione, controverso, ispirato al calcio, prova a risolvere almeno un nodo: chi raccoglie abbastanza punti in tre anni resta dentro, chi va male resta fuori. La probabile retrocessione ha fatto saltare l’Arkea B&B, squadra bretone: la sua vita finisce qui. 

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Per corridori, direttori sportivi, meccanici e staff, può cambiare tutto: contratti saltati, posti di lavoro persi, come già successo a Cedric Vasseur, licenziato da Cofidis. Ogni squadra ha corso negli ultimi giorni come se la sua esistenza dipendesse da ogni punto scrive Hood. Lo scrive perché è stato così. 

A differenza del calcio, il World Tour non porta milioni in diritti TV. I grandi team offrono visibilità agli sponsor. Quelli medi vivacchiano tranquilli. Per gli altri è un problema.

Ma ha senso questo sistema? Può sembrare una follia, avverte Hood, ma quando osserva le ultime stagioni riesce a mostrare alcuni vantaggi. La minaccia della retrocessione cambia il calcolo delle corse. C’è più vivacità. Anche una malattia di stagione o un infortunio possono determinare la sopravvivenza di una squadra. Il ciclismo non ha finestre di mercato come il calcio: niente trasferimenti in corsa, niente sostituzioni di corridori. Bisogna arrangiarsi. E se nel calcio la promozione porta milioni, qui si deve anche pagare per stare nella lega più grande. La retrocessione, dice Velo, diventa una forma di giustizia poetica: bisogna essere davvero pessimi per non restare nel World Tour. Il vero potere, però, resta nelle mani degli organizzatori come l’ASO. La licenza, con il suo sistema a rotazione triennale, è il modo della UCI di calmare le squadre senza toccare il portafoglio dei grandi organizzatori. Ma i tifosi, restano a guardare questo grosso, brutto pasticcio

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