Le strade del Giro delle Fiandre

 

 prima di tutto

     

Pogacar vs Van der Poel: tutto qui?

In un posto che si chiama Fiandre sono calmi, misurati, freddi, flemmatici – lo diceva Jules Verne, quello che sconsigliava alle donne di andare in bicicletta. In un posto che si chiama Fiandre spuntano ogni tanto dei papaveri fra le croci, perché qui bastano tre parole per farsi raccontare: miniere, cimiteri e pittori – questo invece lo diceva Gianni Mura. In un posto che si chiama Fiandre esiste questa corsa con le biciclette su strade che sono “lastre di terra dure come il marmo se è asciutto, ma se piove ci si trova a pedalare su un dito di melma. E peggio ancora quando queste sono coperte dalle pietre: ci sono voragini profonde anche cinque dita tra loro. E ripidissime, puntano al cielo. Quando si corre lì l’obbiettivo non è vincere, è tornare a casa – parole di un secolo fa, le scrisse Henri Pelissier su L’Équipe quando L’Équipe si chiamava ancora L’Auto. L’esperienza lo sconvolse, disse che il Giro delle Fiandre non è una corsa, è un massacro. Solo i fiamminghi possono pedalare lì, perché ci sono abituati. Nessuno straniero vincerà mai lassù. Nemmeno un vallone

Sarebbero anche stamattina parole imbevute solo di folklore e tradizione, come ogni volta che si viene qui, se non fosse invece una vigilia più cupa, drammatica, una vigilia segnata dalla morte di due cicloamatori in gara nella corsa del sabato a loro dedicata. Un olandese si è sentito male sul Taaienberg, all’inizio del percorso: infarto. Un francese è crollato sul Vecchio Kwaremont a Kluisbergen, uno dei tratti più difficili del percorso. È stato imbarcato su un elicottero ma è morto in ospedale. Un terzo partecipante è stato trasportato al pronto soccorso dopo un incidente sull’Eikenberg, le circostanze non sono ancora state accertate. La versione amatoriale della Ronde aveva 15.000 partecipanti, 229 km di strada da Bruges a Oudenaarde, 10.000 stranieri principalmente venuti da Paesi Bassi, Francia, Inghilterra e Germania.

Rispetto a un anno fa il Giro delle Fiandre ha perso il Marlboroughstraat, 2.040 metri d’asfalto al 3 per cento di pendenza media e massima al 7%. Al posto del Kappelleberg tutto in asfalto c’è stavolta l’Eikenberg tutto in pavé. Cambia poco, fa notare Giovanni Battistuzzi sul suo blog Giro di Ruota: ci sono 1.200 metri di ciottoli in più sui quali arrampicarsi [Il quadro della successione dei muri si trova qui]

Pelissier si sbagliava. Gli stranieri vincono ripetutamente da sette anni, l’ultimo belga è stato un vallone [Philippe Gilbert nel 2017] e di fiamminghi non c’è traccia dal 2012, l’anno in cui calpestò i pedali fino al traguardo di Oudenaarde un colosso di nome Tom Boonen. Tira una certa aria di sfiducia intorno a Wout van Aert, il Paperino locale che forse va spegnendo il suo meraviglioso ardore [alla Alaphilippe – stavolta ha rinunciato] o forse possiede ancora un paio di ultimi colpi nelle gambe da giocarsi sulle strade dove non ha vinto mai. Sarebbe un peccato restare ancora intrappolati in una delusione ha scritto la rivista Rouleur tenendo aperta una senga come quelle da cui passa un filo d’aria dentro le stanze chiuse. Il Van Aert dal viso fresco che indossa una maglietta Visma-Lease a Bike perfettamente stirata – si legge – i capelli accuratamente scolpiti dal gel in un ciuffo da star del cinema, ha una figura completamente diversa dall’atleta abbattuto e distrutto che sedeva con una tuta infangata e la testa tra le mani contro una recinzione a Waregem due giorni fa.

IL DUELLO

Ma tutto parla di Tadej e Mathieu, Mathieu e Tadej, sette Monumento a testa fino a stamattina, i monopolisti della nostra attenzione, caldi abbastanza già a 70-80-100 km dal traguardo. Nelle Fiandre Van der Poel ha vinto tre volte, con cinque podi complessivi e sei piazzamenti fra i primi-10 in sei partecipazioni. Pogacar è qui per il terzo anno: quarto nel 2022 e primo nel 2023. Eurosport France considera che entrambi hanno raggiunto un livello tale da far sembrare obsoleti i loro altrimenti grandiosi scontri degli anni passati. L’intensità del loro duello sulla Cipressa e poi sul Poggio tende a suggerirlo

L’Équipe li chiama épouvantails, più o meno spaventapasseri. Le cinque stelline del canonico pronostico alla partenza sono per loro. Van der Poel è salito sul podio nelle ultime cinque edizioni della corsa, potrebbe diventare il primo ciclista della storia a vincere questa corsa quattro volte ed è generalmente del tutto indifferente a questo genere di pressioni. Pogacar è un giocatore d’azzardo naturale e ama questo tipo di sfide, quando si tratta di andare a correre sul terreno degli avversari

Quattro stelline: nessuno. Tre per Mads Pedersen imprendibile a Wevelgem, due per Matteo Jorgenson che ha rivinto la Parigi-Nizza, una appena per Wout van Aert – e con lui una stellina pure per Filippo Ganna e Neilson Powles. 

E l’immaginifico Alexandre Roos? Che dice, che fa, dov’è, che scrive? Dice che la corsa promette una battaglia tra orgogliosi. L’attacco del pezzo è purissimo profumo di Roos. 

Sentite anche voi l’eccitazione del mattino presto, questo piccolo brivido, questa tensione? È così traboccante ovunque che non sappiamo da dove cominciare, come riportare ordine in questa frenetica giostra nella quale il caos è diffuso e gioioso

[Oh, molte frasi di Roos sono piene di giochi di parole che spesso qui sfuggono: in lingua originale ve lo godete qui]

A un certo punto stamattina cita Arthur Rimbaud e poi i nostri cuori folli alla Robinson Crusoe e gli outsider rispetto al duello principale, gli outsider che con quel poco di coraggio che gli resta non aspetteranno l’ultimo momento per farsi impalare, piccoli agnelli che in quel caso guiderebbero loro stessi il furgone verso il mattatoio” [Crudo e pasquale: gli animalisti protestano]

Van der Poel potrebbe diventare il primo dopo Merckx a vincere Sanremo e Fiandre nella stessa stagione, mentre prima di Pogacar solo Bobet e ancora Merckx sono stati i soli a vincere il Tour de France dopo aver conquistato la Ronde. 

L’orgoglio è anche un po’ tutto ciò che resta a Wout van Aert. Dopo l’arrivo di mercoledì a Waregem, all’improvviso mi è sembrato molto tenero, troppo gentile, scusandosi come un bambino per aver fatto qualcosa di stupido. Non ha perso tutta la sua classe e il suo talento, ma è dura sopravvivere nel labirinto delle Fiandre quando sei mal piazzato al Taaienberg ad Harelbeke o quando sei dominato in volata da Neilson Powless dopo 180 km. Oggi ce ne saranno altre 90  in più, e Matteo Jorgenson può essere diventato il capitano della Visma-Lease. I calabroni farebbero bene ad andare d’accordo con la Lidl Trek di Mads Pedersen. Se c’è qualcuno spinto da una fiamma interiore, anzi da un fuoco, da una fede nella sua stella, è il danese vincitore della Gand-Wevelgem, tra una settimana ancora più temibile sui ciottoli del Nord, ma che pure oggi non vorrà lasciarsi sfuggire un’occasione. Si può contare su di lui, questo instancabile guerriero alla guida dell’orda dei ribelli, desideroso di sconvolgere l’ordine costituito e di brandire la fiaccola della protesta. Accendiamo piccoli falò dentro di noi.


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strade

Il Vecchio Kwaremont

  Questo è il posto. Qui gli organizzatori vogliono che si decida la corsa. Dal 2012 è stato spostato nella coda della corsa. Va scalato tre volte. L’immaginifico Alexandre Roos ha scritto tempo fa su L’Équipe che non bisogna fidarsi di certe immagini, quando Tadej Pogacar diede l’impressione di spianare la montagna, quando fece il record di velocità della salita, 2 km e 200 metri in poco meno di 4 minuti. Il vecchio Kwaremont – dice Roos – resta un luogo di sofferenza. Le percentuali più dure di pendenza si concentrano nella prima parte. Ci sono passaggi al 10-11% con un pessimo pavè. Il belga Philippe Gilbert, vincitore nel 2017, dice che serve uno sforzo da pugili, dura circa un minuto. In tv pare che lo strappo cominci quando inizia il pavé. Non è così. La strada comincia a impennarsi 600 metri prima. Sul ciottolato si arriva con pochissima velocità, quasi ci si ferma, il diesse Sébastien Hinault racconta che molte gambe vanno a fuoco. Lui ha corso 12 Giri delle Fiandre, nel 2013 è arrivato in testa insieme con il belga Jurgen Roelandts, all’ultimo passaggio. Si fece prendere dall’euforia, scoppiò. 

Il secondo passaggio è il momento cruciale. Si esce asfissiati dal primo giro e i migliori accelerano di nuovo. Molti resistono fino al villaggio, il grosso del gruppo si sfarina. Le percentuali del secondo tratto sono le meno severe, ma al secondo passaggio diventano un’insidia, perché costringono a conservare la stessa potenza e aumentare la velocità. Si esce dal bosco e c’è vento.

Il terzo e ultimo tratto viene definito da Valentin Madouas in una maniera definitiva e selvaggia. È un calcio in culo, dice. Un calcio in culo prima di uscire sulla strada verso la sinistra, la parte più terribile. Non sembra niente, ma stai soffrendo, nella sintesi di Julian Alaphilippe. È una via crucis, per restare nel clima di Pasqua che spesso avvolge la corsa. Una lotta con te stesso. Quando è finito, c’è ancora da superare il terribile Paterberg.

Il Koppenberg

La locura del Koppenberg, la follia del Koppenberg, ha scritto El Mundo dalla Spagna. Spagnolo era Carlo III che ereditò il patrimonio artistico dei Farnese da sua madre Elisabetta, duchessa di Parma, preoccupandosi di dare a quelle opere una sistemazione regale. I ciechi di Bruegel hanno un posto nella sala 17 del museo di Capodimonte a Napoli.

Spagnolo era il malaccetto che ha sfasciato qualche anno fa la bici mentre per primo attaccava quel posto infame. Si chiama Ivan García Cortina il primo a puntare i piedi sfidando i suoi sogni. Lo hanno imitato tutti quelli che lo inseguivano, incapaci di restare in bicicletta. Tutti tranne il nuovo dio della primavera, funambolo nel punto chiave dove nessuno sarebbe riuscito a seguirlo. Per la sua abilità sul fango, la sua potenza, la sua intelligenza ha scritto Lucas Sáez-Bravo.

Adesso sappiamo perché Mathieu van der Poel passa l’inverno a pedalare sulla sabbia, nel fango, sui prati impregnati d’acqua e umidi di melma, perché prende la bici in spalla e sale le scalinate poste nel percorso al cross di Diegem. Sale quelle scale perché così non deve scendere dalla bicicletta al Fiandre, non deve prenderla in braccio come una bimba e proseguire a piedi come hanno fatto gli altri. 

I ciclisti vanno alle Strade Bianche e alla Roubaix per sentirsi un po’ simili ai pionieri. Cercano il futuro nel passato correndo sulla ghiaia del gravel, ha scritto una volta Alessandra Giardini. Ma questo Koppenberg è rimasto nella testa oltre che nelle gambe. La rivista Rouleur parlò di esperienza umiliante e si domandava se avrebbe avuto ancora un posto nel percorso del Giro delle Fiandre.

C’è qualcosa di tragico si legge – nel vedere i migliori ciclisti del mondo scivolare sulle scarpe mentre cercano di correre lungo una salita acciottolata e bagnata. Non sono più affascinanti o abili, all’improvviso sono comici”, con le loro gambe di gelatina mentre cercano di raggiungere la cima di una stupida, breve salita nel mezzo del piovoso Belgio, in una domenica pomeriggio di marzo. A questo li riduce il Koppenberg

Così qualcuno chiuse la sua cancellazione. Non tutte, non tutti. C’è ancora. Una delle corse più prestigiose al mondo può essere decisa da una gobba su cui non si riesce a stare in sella? Nils Pollitt dell’UAE Team Emirates disse che sì, certamente, si può, si deve, ma grazie: quell’anno era arrivato terzo. Pollitt dice che noi non immaginiamio nemmeno quante volte van der Poel è andato a guardare quella salita, ne conosce ogni pietra: anche questa è abilità. 

La polacca Kasia Niewiadoma è d’accordo con lui, pensa che le capacità di guida e il posizionamento della bici sono una parte fondamentale nelle corse di ciclismo. Lotte Kopecky, la migliore ciclista al mondo, chiese solo che in casi del genere, quando sul Fiandre cade la pioggia, il Koppenberg arrivi almeno nei km finali, quando c’è già stata la selezione – perché arrivare lassù nel mucchio ti costringe a mettere il piede a terra solo per il fatto che davanti a te è successo. 

 | Filippo Cauz e Leonardo Piccione su Bidon spiegarono che Koppenberg significa monte delle teste, dove le teste, nello specifico testi di bambini, sono i ciottoli incastonati nella strada che vi s’inerpica. Il soprannome invece è “de bult van Melden”, la gobba di Melden, dal nome della piccola frazione di Oudenaarde che sorge ai suoi piedi.

Raccontano che l’ideona del Koppenberg sia venuta a Walter Godefroot: Si era accorto, allenandosi, di quanto quel muro fosse spettacolare e respingente a un tempo, così comunicò agli organizzatori la sua esistenza, guardandosi dal fornire le coordinate esatte prima di aver appeso la propria bici al chiodo. Gli andò male: la voce arrivò prima del suo ritiro, e l’agonia toccò anche a lui. Il primo Koppenberg durò poco, tuttavia, undici edizioni appena. Nel 1987 l’auto della direzione buttò giù Jesper Skibby, sfasciandogli la bici e consegnando il Monte e le sue macabre testoline a quindici anni di oblio forzato.

Bidon ci informò che Bernard Hinault l’aveva definita «una barbarie», Claude Criquielion confessò «il rimpianto di non essere rimasti a casa», pure Eddy Merckx e Johan Museeuw hanno dovuto mettere il piede a terra. Il Koppenberg ha una pendenza che tocca il 22%, ma finché la strada resta asciutta è un muro come gli altri. È quando piove che cambia tutto; è allora che questo “bosco verticale” assai più sincero di quelli degli architetti alla moda diventa un esercizio di equilibrio, potenza, astuzia e culo. Perché in un bosco, si sa, può succedere qualsiasi cosa. Lo sanno i favolisti e ancor di più i ciclocrossisti, che quel bosco lo affrontano puntualmente ogni primo di novembre nel Koppenbergcross, e ogni volta tornano a casa con una sorpresa.

Quando nel 2002 il Koppenberg venne reintrodotto nel percorso, quindici anni dopo essere stato eliminato, Philippe Brunel era la prima firma di ciclismo de L’Equipe e pescò la definizione di “tomba delle Fiandre“. Il muro non era altro che una cupola di terriccio”, scrisse, un sentiero simile a un serpente a sonagli addormentato ma era anche il santuario di tutti i vizi perché dal 1976 al 1987 si faceva fatica a contenere il pubblico. La folla riduceva ancora di più lo spazio, ai corridori restava un buco largo tre metri nel quale infilarsi.

Il Tiegenberg

Giovanni Battistuzzi rievoca su Giro di Ruota come fu che questa corsa diventò una religione, una litania di muri e strade a dorso d’asino. Accadde di domenica, come capita quando di mezzo c’è un rito da celebrare. Anno 1919 quando Léon van den Haute e Karel van Wijnendael litigarono perché uno voleva correre la Ronde a guerra finita e l’altro no perché pensava non ci fosse ancora una reale normalità da accogliere. 

Si narra – leggiamo – che i due vennero quasi alle mani. Da Ghent si raggiungeva il mare, poi si risaliva verso Gentbrugge. Fu Léon van den Haute a tracciare il percorso, visto che Karel van Wijnendael si rifiutò di aiutarlo in quello che lui sosteneva essere un suicidio editoriale, commerciale, sportivo. Léon van den Haute era un giornalista valido, un uomo pieno di idee, ma difettava di senso pratico. Soprattutto aveva poco senso degli affari. A nemmeno una settimana dalla gara si accorse che i conti non tornavano. Fu per raccattare gli ultimi soldi che servivano per organizzare la corsa che Léon van den Haute trasformò la corsa, la introdusse nella modernità. Se sulla strada che univa Tiegem e Heerweg non ci fosse stata la pensione-ristorante-birrificio di tal Rik Vanijawelle che offriva un bel po’ di franchi per far passare la corsa davanti al suo birrificio, chissà quanto avrebbe aspettato la Ronde per trasformarsi, per diventare la corsa dei muri. Perché i corridori affrontarono il primo muro della storia del Giro delle Fiandre solo perché non c’era altra strada per raggiungere la pensione-ristorante-birrificio di tal Rik Vanijawelle. I corridori si trovarono di fronte a una strada in pavé (venne asfaltata negli anni Sessanta) che puntava al cielo. Rimanevano ancora 85 chilometri all’arrivo. Quella che usciva da Tiegem e si inerpicava per la collinetta che stava alle spalle del paesino, il Tiegemberg, il primo muro del Giro delle Fiandre. Una salita di ottocento metri, dolce all’inizio e alla fine, ma che si impennava a metà e che portava i corridori alla folle altitudine di 79 metri sul livello del mare.


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ARTEFICI

Il signore che ha re-inventato tutto questo

L’organizzazione oggi è retta da un ex giocatore di basket professionista, 18 anni passati a mettere palloni nei canestri in sei paesi diversi. Si chiama Tomas Van Den Spiegel ed è l’amministratore delegato di Flanders Classics dal 2018. Scrive Rouleur che è il manager di ciclismo più moderno, innovativo e progressista, privo della paura di discostarsi dalle convenzioni. Infatti dice che «al Giro delle Fiandre siamo allergici alla frase: si è fatto sempre così» [La sentite in ufficio, vero? Si è fatto sempre così]. «Non è permesso dire quella frase a chi lavora con noi. Non siamo grandi come ASO o RCS, ma siamo dei ragazzi con delle buone idee che cercano di andare d’accordo con tutti ma allo stesso tempo cercano di cambiare le cose».

Van den Spiegel è alto 2 e 14, parla quattro lingue [fiammingo, francese, inglese e italiano], se la cava con altre tre [spagnolo, tedesco e russo]. «Come atleta non ero il giocatore più talentuoso. Ho giocato ai massimi livelli, ma ero tipo da collettivo. A un livello inferiore avrei potuto essere dominante, ma ho preferito essere il gregario in squadre di vertice. Dentro e fuori dal campo, mi piaceva unire le persone; non sono uno che le affronta a gamba tesa, cerco sempre di trovare una via di mezzo».

Racconta che già da giocatore immaginava cosa avrebbe fatto dopo. «Volevo restare nello sport per continuare ad avere la sensazione che non fosse un lavoro, ma un divertimento. Ho cercato di costruirmi una rete di relazioni durante la carriera, ho cercato di rimanere in contatto con le persone e ho cercato di capire di più di ciò che accadeva dentro le righe di un campo da basket. Avevo grande passione per il lato commerciale dello sport e mi sono impegnato in un paio di progetti. Sono di Gent, il ciclismo fa parte di ciò che siamo, nelle Fiandre tutti pensiamo che il ciclismo sia lo sport numero uno al mondo. Ho iniziato a lavorare nel campo delle sponsorizzazioni degli eventi e come consulente di Zdeněk Bakala». Bakala è un imprenditore ceco, proprietario della Soudal Quick-Step, un uomo potente ma amante dell’ombra, si è fatto vedere poco in pubblico e ha lasciato a Patrick Lefevere la ribalta. 

Dentro quel mondo si è formato Van der Spiegel e quando nel 2018 si è trovato a discutere con gli organizzatori del Giro delle Fiandre, questo va, questo non va, si è sentito proporre di attraversare la strada e passare di là. Flanders Classic è diventato il terzo organizzatore di corse. Gestisce sei gare primaverili del World Tour maschili e femminili, la Amstel, iol Giro di Svizzera. Si è fatto amare da chi corre per le barriere di sicurezza ridisegnate sul rettilineo d’arrivo e per le modifiche ai percorsi con qualche malcontento iniziale dei fan. Ha introdotto aree a pagamento e zone VIP con un aumento delle entrate. Ha trasformato le gare di un giorno in eventi che durano tutto il week-end. «Non mi piace vantarmi, ma siamo tra i pochi organizzatori ad avere lo stesso montepremi per uomini e donne. Se oggi ci sono un Tour de France e una Parigi-Roubaix femminili, penso che in qualche modo abbiamo contribuito a farli nascere, avendo lanciato noi per primi le gare femminili in tutte le nostre Classiche primaverili» [l’intervista completa è qui]

 

La corsa femminile

Per battere Elisa Longo Borghini, la SD Worx-Protime le ha gettato addosso il ruolo di favorita pensando di farla correre con un peso. È la squadra della campionessa del mondo Lotte Kopecky che ha vinto il Fiandre due volte in tre anni. Hanno con la loro maglia la velocista più prolifica del mondo in Lorena Wiebes , e hanno aggiunto al gruppo la vecchia regina Anna van der Breggen.  Vanno ai muri in tre contro una, e dicono che Elisa Longo Borghini è la favorita. 

In fondo è vero. Lo è. Ha vinto qualche giorno fa in modo impressionante la Dwars door Vlaanderen attaccando a 26 km dal traguardo. Danny Stam, direttore sportivo della SD Worx, dice che «se ci riprova, se è il suo giorno, sarà difficile andare a prenderla» ma ha aggiunto sornione che «è previsto vento contrario negli ultimi chilometri, uno svantaggio per chi attacca da sola»  

Longo Borghini ha saltato solo un Giro delle Fiandre dal 2011 a oggi, e in 13 partecipazioni ha vinto due volte, in un caso è arrivata terza, due volte quarta, nove volte fra le prime-10. Kopecky ha iniziato la sua stagione solo alla Milano-Sanremo e dice di sentirsi ancora imballata con appena tre corse nelle gambe. 


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