Guillermo Vilas raccontato da José Luis Clerc
Il tennis ha fatto per l’Argentina più di quanto abbiano fatto i politici.
Anzi, non il tennis. Più precisamente: Guillermo Vilas.
«Lui ha reso popolare il tennis nel paese, questo è indiscutibile. Non solo l’ha reso popolare, ma ha messo l’Argentina sulla mappa geografica. Non l’hanno fatto i politici, ma gli atleti come Guillermo. E noi altri eravamo i cani portabottiglie di Guillermo, quelli che lo seguivano».
È questo l’omaggio che gli ha reso José Luis Clerc, 62 anni, ex numero 4 al mondo nel 1981, semifinalista al Roland Garros in una lunghissima intervista data a Diego Borinsky per la Nación, 100 domande, per ripercorrere la propria infanzia e la propria carriera.
«Dovevo camminare quindici isolati per prendere il treno e mi urlavano maricón, tu giochi a tennis. Il soprannome di Batata, patata dolce, me l’ha messo Charly Gattiker quando avevo 10 o 11 anni. Sono cresciuto all’improvviso, avevo le gambe molto lunghe. Avrebbe potuto dire: sei una mucca, un maiale, uno zoppo o un uomo con un occhio solo, i ragazzi sono crudeli su questo genere di cose. E così Batata è rimasto per sempre. Se mi chiamano José Luis è molto difficile che io mi giri e se devo scrivere una mail a un allenatore che non conosco, per chiedergli di un suo giocatore, comincio con: Io sono il Batata Clerc, ero un tennista in questa e quest’epoca. Il soprannome non mi ha mai infastidito, oggi mi piace, fa parte di me».
Dopo Vilas in Argentina – dice Clerc – c’è stata Gabriela Sabatini, e poi vengono Nalbandian e Del Potro e Gaudio. Nel 1982 – racconta – la dittatura voleva convincerlo a giocare in Davis contro la Francia ma un capitano glielo chiese in modo aggressivo, lui rifiutò e la settimana dopo si è trovato la Finanza a casa. «È stata l’unica volta che non ho giocato».
Il tennis ai tempi di Clerc non aveva «le comodità di oggi: ci riposavamo dentro qualche roulotte nei parchi, lo spogliatoio era una merda. Ecco perché dico che è difficile confrontare i tempi. Dico che quando arrivavi tra i primi 10 eri un vero top 10. Ci restavi. Non è che l’anno dopo scendevi al numero 80. Borg era il Nadal di oggi, ti stancava psicologicamente. Nel 1985 mi hanno derubato di una partita con Yannick Noah a Parigi in modo terribile. Lo hanno detto gli stessi francesi. È stato un duro colpo ed è stato allora che ho iniziato a pensare ogni settimana al ritiro, fino a quando è arrivato novembre e ho perso contro lo spagnolo Avendaño nel secondo turno di Itaparica. Era un avversario contro il quale non potevo perdere, e lì ho preso la decisione. Ho chiamato il giornalista Juan Szafrán, che è un amico, e gli ho chiesto di accompagnarmi nella stanza. Il torneo di Itaparica si svolgeva in un Club Med, sono salito nella mia stanza, ho preso la borsa con 8 racchette e l’ho gettata dalla finestra nel lago. Ho anche buttato la valigia. Tutto a cacare. “Il tennis è finito”, ho detto. Quando sei un atleta d’élite, vivi in una bolla, ho sentito che stavo arrivando a 300 all’ora e improvvisamente ho schiacciato i freni e non ho capito niente. È qui che è iniziato il mio disagio psicologico. Ho iniziato ad avvertire tachicardia. Avevo attacchi di panico. È terrificante. Ti senti come se stessi morendo. Sei come un bambino, mi accompagnavano ovunque, non potevo nemmeno andare in bagno da solo. Negli Stati Uniti ho conosciuto un medico e sono andato a trovarlo. Stavo tremando. Mi ha mandato da uno psichiatra e con un farmaco ho fermato un po’ i cattivi pensieri. La solitudine interiore è la cosa peggiore, quando ti deprimi senti il vuoto, non trovi significato in niente. Avevo molta paura di pensare al suicidio, quando era il mio turno il giorno della terapia, ne parlavo lì e mi dava serenità. Quando ne parli, non lo fai; le persone che si suicidano di solito non avvisano».
Clerc racconta di non aver visto il documentario su Vilas (in Italia disponibile su Netflix) e ripercorre a lungo le tappe del loro rapporto personale, compresi i periodi di tensione nei quali non si sono parlati.
«Non ho bisogno che mi dicano com’è Guillermo o cosa ha vissuto, perché ho passato tutta la mia carriera al suo fianco, lo so meglio di chiunque altro. Da quello che mi hanno detto, è più un film sul giornalista Eduardo Puppo che lotta perché diano a Vilas il numero 1. E per me Vilas era il numero 1. È un peccato che Guillermo non abbia impiegato tutte le energie a suo tempo per protestare. A quel tempo, se vincevi un torneo del Grande Slam, eri il migliore e Guillermo nel 1977 vinse 2 tornei del Grande Slam e fu finalista in un altro. Hanno già riconosciuto Evonne Goolagong numero 1 trent’anni dopo. Non è mai troppo tardi per riconoscere un errore. Per me Guillermo era il numero 1 di quell’anno: te lo dico oggi e lo pensavo anche quando non ci parlavamo. Guillermo era un genio e riceveva un trattamento da genio, e molte volte i problemi nascevano dalle persone intorno a lui. L’hanno reso troppo grande. C’erano persone che parlavano male di lui, poi lo avevano davanti e lo chiamavano genio, capo. A volte insieme ricordiamo delle cose. C’è Phian, sua moglie, che lo aiuta, dice “È Batata”, e Guillermo ride e dice: “Oops, Batata”. Piango spesso, non davanti a lui. Sono felice di essere nato dopo Vilas, non so se avrei resistito alle pressioni che ha subito. Vilas è un idolo del popolo. Io, no. Mi piaceva che Vilas fosse il numero 1 della squadra, perché l’attenzione andava di più a lui. E ho anche sempre preferito giocare fuori casa, perché quando giocavamo a Buenos Aires facevo fatica a dormire».