Qualcuno era romanista perché era nato a Roma. Qualcuno era romanista perché il nonno, lo zio, il papà, la mamma no. Qualcuno era romanista perché si sentiva solo. Qualcuno era romanista perché Vanzina lo esigeva, Garinei lo esigeva, Costanzo lo esigeva, Pasolini anche: lo esigevano tutti.
Qualcuno era romanista perché glielo avevano detto. Qualcuno era romanista perché non gli avevano detto tutto. Qualcuno era romanista perché aveva capito che la Roma andava piano ma lontano. Qualcuno era romanista perché Mazzone era una brava persona. Qualcuno era romanista perché Andreotti non era una brava persona
Qualcuno era romanista perché era ricco ma amava il popolo. Qualcuno era romanista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari. Qualcuno era romanista perché era così ateo che aveva bisogno di un’altra chiesa. Qualcuno era romanista perché era talmente affascinato dai cori delle canzoni di Venditti che voleva essere uno di loro. Qualcuno era romanista perché non ne poteva più di cantare i cori delle canzoni di Venditti.
Qualcuno era romanista per fare rabbia a suo padre laziale. Qualcuno era romanista perché ascoltava le radio. Qualcuno era romanista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno era romanista perché voleva uno stadio nuovo. Qualcuno era romanista perché aveva scambiato Francesco Totti per Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin.
Qualcuno era romanista perché era più romanista degli altri. Qualcuno era romanista perché c’era stata la Rometta. Qualcuno era romanista malgrado ci fosse stata la Rometta. Qualcuno era romanista perché non c’era niente di meglio. Qualcuno era romanista perché non ne poteva più di quarant’anni di albi d’oro pieni di nomi di squadre di Milano.
Qualcuno era romanista perché chi era contro, era romanista. Qualcuno era romanista perché non sopportava più la sudditanza psicologica. Qualcuno era romanista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri in Curva Sud.
Qualcuno era romanista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era uno slancio, un desiderio di cambiare il calcio, di cambiare la vita.
Qualcuno era romanista perché con accanto questo slancio, ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una: da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo
E ora?
E ora chi lo sa, il calcio ha sempre strade tutte sue, imprevedibili, sia per squassare equilibri che erano parsi di roccia sia per ricomporre certe faglie aperte. Può darsi che davvero Claudio Ranieri finisca per essere la soluzione al caos in cui la Roma è stata scaraventata da una serie di decisioni prese dai Friedkin e soprattutto dalle loro indecisioni, i lunghi silenzi, i vuoti inquietanti di potere tra un addio e l’altro, i tre mesi senza direttore sportivo fra la partenza di Tiago Pinto e l’arrivo di Florent Ghisolfi, tutto questo tempo passato senza un a.d. dopo il passo indietro di Lina Souloukou, le molte settimane vissute in un limbo prima di decidere l’esonero necessario di Mourinho e qualche settimana di troppo finanche con Ivan Juric.
Può darsi davvero che la soluzione stia nel cuore e nel sentimento di questo signore di 74 anni che aveva deciso di ritirarsi dal calcio dei club. In fondo, nella storia di Roma ci sono già stati consoli richiamati con successo da un ritiro nelle campagne, e a Claudio Ranieri viene facile – facilissimo – trovare una schiera di Tito Livio disposti a considerarlo spes unica imperii populi romani.
Il punto non è questo. Ranieri verrà e raddrizzerà di sicuro il legno storto della barca. Il punto è l’atteggiamento dei Friedkin verso il tifo di Roma, evidentemente considerato immaturo, incapace di guardare oltre l’Urbe, una matassa che vive un derby al giorno e a quello presta i suoi pensieri, una matassa da stendere sopra un aspo, un filo da avvolgere intorno a un bindolo. Come un bindolo è stato impugnato De Rossi dopo José, un bindolo è adesso il povero Claudio quindici anni dopo lo scudetto quasi raggiunto con Vucinic e otto anni dopo Leicester. Farsi venire in mente Cincinnato Ranieri è una dichiarazione di sfiducia nella maturità di un popolo che ha garantito non si sa più quanti sold-out consecutivi. Rivestire la scelta con il parato marroncino della parola traghettatore, non rende la medicina meno amara. Non è che i biglietti allo stadio costeranno di meno, in un anno di traghettamento. Essersi messi in questa condizione a novembre è imperdonabile.
La ragionevolezza trova misterioso il percorso che ha condotto una proprietà di calcio a considerare l’ipotesi di assumere un allenatore innovativo come Edin Terzić, un vicecampione d’Europa, per poi piegarsi alle pressioni, all’idea che servisse un allenatore italiano. Salvo non trovarne di disponibili. Gli italiani – lo disse pure Madonna – do it better. Conoscono, arrivano, aggiustano. È bizzarro questo strabismo che ci porta sempre a dir male del nostro calcio, ma ci spinge continuamente a esigere che sia il resto del mondo ad adattarsi a noi.
I Friedkin hanno superato a destra i loro consiglieri. Non solo italiana doveva essere la panchina. Non bastava. Dopo essersi inventati Mourinho con due finali europee di cui una vinta, dopo aver avviato un percorso di internazionalizzazione che ha condotto la Roma al quinto posto del ranking UEFA – tuttora la migliore squadra italiana – stamattina dichiarano senza esporsi e senza spiegar nulla che Roma alla fine si governa così, si addomestica così, con la melodia familiare dello stornello.
Luca Valdiserri sul Corriere della sera la chiama “una mossa astuta”, il problema è che non si tratta della prima. Questo era il momento in cui i tifosi della Roma meritavano una mossa coraggiosa. Finiscono invece condannati al solito destino di essere due persone in una, come il famoso comunista di Giorgio Gaber. Da una parte l’impossibile insensibilità di fronte a una figura rispettata e adorata [prima De Rossi, ora Ranieri], dall’altra l’insopportabile sensazione di essere stati di nuovo canzonati, sfamati con il pasto del romanticismo in un mondo dal quale il romanticismo viene continuamente espulso, senza poter più annusare neanche l’intenzione del volo.