Boston 94 e Dortmund 2006. Il culo e la gloria, la citazione di Zaccagni

 

Italia fai così, Italia fai cosà. Italia, cambia il regista. Italia, cambia il nove. Italia, cambia il terzino. Italia, gioca col turbo. Italia, gioca col pressing. Italia, gioca per vincere. Italia, non ti accontentare. Anzi, no, accontentati, Italia non strafare, impara l’arte e metti la bellezza da parte, Italia bada al sodo, però Italia non ti chiudere. Italia, fai come Sinner. Italia, vai alla Tamberi. Italia, schiaccia alla Egonu. Italia, guarda il fioretto. Italia, rialzati. Italia, fai l’Italia. Italia, fai qualunque cosa, tanto lo sai che verrai giudicata solo per il risultato al 90esimo. Nei secoli dei secoli. Amen.

Ognuno ha avuto una sua Italia in testa, tra il naufragio con la Spagna e la palla al centro con la Croazia. Ognuno ha avuto un suggerimento da dare a Luciano Spalletti. Siamo sempre quel famoso popolo di santi, navigatori eccetera eccetera. È stato un affettuoso consigliere finanche Cesare Prandelli – che dalla Spagna aveva preso a suo tempo il quadruplo dei gol del consigliato, nella più travolgente delle serate recenti vissute dal calcio italiano. Travolgente nel senso di travolta, Come John. 

Così, forse per educazione, per non dispiacere a nessuno, Luciano Spalletti ha fatto finta di ascoltare tutti. Ha cambiato strada facendo il terzino, ma era Dimarco e non Di Lorenzo. Ha cambiato il nove ma a 15 minuti dalla fine. Ha cambiato il regista, e di minuti ne mancavano 9. Ha avuto l’Italia col turbo e col pressing durante la sfuriata, finalmente, a gol subito. [Antonio Barillà, La Stampa: Muta atteggiamento e ritmo, attacca a testa bassa e schiaccia la Croazia, costretta a una difesa rabbiosa]. Non doveva strafare, e infatti. Non doveva esser bella, e infatti. Doveva fare l’Italia, e infatti.

Ha avuto da Zaccagni un gol che è stata la citazione della traiettoria di Del Piero in quella lontana semifinale mondiale contro la Germania, o forse no, forse era più un dritto a uscire di Sinner all’incrocio dei pali e delle righe, ecco, pareva un dritto di Sinner, tanto ormai Sinner è come il nero, sta bene su tutto. Indeciso se ascoltare chi gli chiedeva di vivere questa partita alla Bearzot o alla Trapattoni, alla Lippi o alla Mancini, Spalletti ha posposto il minuto del giudizio dal 90esimo al 98esimo e l’ha vissuto alla Sacchi, un omaggio al trentennale di USA ‘94 e a Robi Baggio che contro la Nigeria ci tira giù dall’aereo. Ecco, Lucia’. Senza offesa. Il famoso culo di Sacchi. Che stamattina sulla Gazzetta scrive: Io non credo alla fortuna, non ci ho mai creduto. Il gol di Zaccagni, meraviglioso per l’esecuzione, è un premio all’impegno

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L’ARIA INTORNO AL C.T.

Salutato come il salvatore della patria nell’estate scorsa, un po’ di campo e un po’ di impegni veri stanno ricordando a Spalletti che il calcio è il regno dell’uggia, quel sentimento di noia, inquietudine e antipatia che affiora secondo movimenti oscillatori. Viene, va, torna, passa. Scavallata l’emergenza oddio-non-ci-qualifichiamo-manco-stavolta, ai primi dispiaceri in Nazionale Spalletti va riscoprendo lampi di risentimento in certe zone dell’opinionismo presso la stampa romana, perché in fondo resta quello che ha fatto smette’ il Capitano, quando era ancora  un pupo di 41 anni. Così come non s’è scaldata un’antica freddezza che resiste in alcuni angoli dei giornali milanesi, forse per certe asprezze che risalgono ai tempi dell’esperienza all’Inter, qualche telefonata senza risposta, un convegno disertato, chi lo sa, forse una probabile formazione negata: come dice il Bardo siamo fatti della stessa sostanza dei buchi. Né può essere soccorso a sufficienza dalla voce del Mattino napoletano, neppure nella nuova versione in cui ogni giorno tutto funziona, tutto quel che viene dal sud è stupore e meraviglia.

 | Insomma, va così. Il credito è già finito. Che si arrangi. Le fragilità oggettive mostrate in campo dall’Italia non lo aiutano. Alessandro Bocci ha scritto sul Corriere della sera che lo scatto d’orgoglio ci rimette in piedi e ci consente di continuare l’affannoso viaggio, ma il c.t. dovrà meditare molto su questo pareggio. La sua Nazionale resta piccola e involuta. Ha l’anima, d’accordo. Ma non basta. Funziona poco o niente. La speranza è che questo pareggio, arraffato con i denti e con le unghie, serva a dare la scossa. Sorprende che il c.t – sottolinea –  modifichi gli orientamenti della vigilia, segno di un tormento interiore. O forse non li ha modificati, erano questi dall’inizio e sono rimasti ben nascosti. 

 | Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio fa notare: Finchè il ritmo è rimasto alla nostra portata, un ritmo deciso dalla Croazia per tutto il primo tempo, non abbiamo sofferto. La palla viaggiava a una velocità da centro cittadino e per noi andava bene così. Potevano tenersela (62 per cento di possesso all’intervallo) perché ci davano sempre il tempo di ripiegare senza perdere misure e distanze. Del resto la rivoluzione (ma potremmo chiamarla l’anti-rivoluzione) di Spalletti aveva questo scopo: riempire la nostra metà campo cosicché Modric e Kovacic non avessero spazio per far valere il proprio talento. Anti-rivoluzione perché, per il calcio che da sempre Spalletti ha in testa, per la sua concezione, questo è stato un passo indietro, dove la creatività, la spinta offensiva, la sfida aperta (come era malauguratamente capitato con la Spagna) ha lasciato spazio alla concretezza, alla compattezza, a una fase difensiva più coordinata. Ma dentro quella solidità dovevamo fare di più, creare di più, giocare di più. Ci siamo accontentati o davvero non potevamo fare meglio?

 | Fabrizio Roncone sul Corriere della sera scrive che da qualche parte nel cuore tutti avevamo uno spazio speciale per una storia come questa. Ce la meritiamo? Il calcio non è sempre una questione di meriti. Stai per scrivere che è tutto finito, che dovremo sperare d’essere ripescati e invece senti un boato: allora c’è che alzi gli occhi e vedi Zaccagni che corre, e la panchina che balza in piedi e gli va incontro, e allora è chiaro che devi anche cambiare l’attacco del pezzo.

 

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LE PROSPETTIVE

 | Domenico Calcagno sul Corriere della sera dice che non si è visto nulla di bello e pure sulla concretezza ci sarebbe da discutere, ma l’obiettivo: chiudere al secondo posto, è stato raggiunto. E se la partita con la Croazia doveva essere una di quelle «partite che fanno diventare la tua storia piccola o grande» (cfr. Spalletti) possiamo serenamente affermare che la nostra non l’ha ingrandita. Però ha dato una possibilità. L’Italia, paralizzata all’inizio, se l’è cavata facendo il minimo sindacale. Ma se l’è cavata. E adesso, contro la Svizzera, sabato a Berlino, potrebbe anche cominciare un’altra storia.

 | Antonio Barillà su La Stampa concorda: Il pari non cancella le magagne di 98 minuti, ma svela un gran carattere e fa ben sperare per il futuro, intanto il ct avrà tempo di oliare i meccanismi tattici. E Paolo Brusorio, ancora su La Stampa, ragiona: Difficile dire se a Lipsia sia nata una nuova Italia, di sicuro non è finita tramortita per non dire peggio. Abbiamo rischiato l’inverosimile e contro una Croazia che ha fatto come un treno regionale: doveva arrivare a destinazione e non importava né la velocità né il tempo impiegato per farlo. Abbiamo quattro stelle sulla maglia e anche uno stellone: il merito è averlo lucidato fino in fondo. Ora non sprechiamo il bacio del destino.

 | Luigi Garlando sulla Gazzetta scrive che dall’idea guardiolesca di un calcio bello e dominante (3-2-5) siano rinculati in tre partite all’ermetismo di Conte: palude tattica in mezzo, terzini in fascia, attaccanti da lavoro (3-5-2). Violini rimessi nel fodero: Chiesa, Frattesi, Scamacca… La squadra ha pagato la confusione. Ma questo pareggio insperato contro una nazionale più alta di noi nel ranking Fifa ci farà crescere, darà autostima, entusiasmo e, speriamo, anche l’orgoglio di tornare a giocare bel calcio. Dobbiamo ritrovare Scamacca: è lui il nostro 9. Per vederlo come all’Atalanta, serve che la Nazionale assomigli di più all’Atalanta e riempia l’area degli altri.

 

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IL GOL DI ZACCAGNI

Prima del gol, Zaccagni aveva toccato sei palloni in tutto. James Horncastle su The Athletic scrive che quando l’Italia è andata in svantaggio, era come una squadra inesperta che non sa reagire. Nella città di Johann Sebastian Bach, non ha suonato alcuna sinfonia. Spalletti ha cercato di apparire composto in quella che sembrava disperazione. La sua ultima sostituzione è stata il suo ultimo lancio di dadi. Insieme a Fagioli è entrato l’esterno della Lazio Mattia Zaccagni. Nessuno era stato particolarmente entusiasta della sua convocazione in squadra. Non viene dalla migliore stagione. Ma l’Inno alla gioia fu scritto a Lipsia nel 1789. Questa è stata poesia in movimento

 |Matteo Pinci su Repubblica racconta il percorso del nostro Schiller, dalla Serie C a Berlino. Forse era destino che a salvare l’Italia del ct contadino fosse un ragazzo che qui, in Germania, non avrebbe dovuto nemmeno esserci. Uno di cui il primo allenatore non dice «l’ho scoperto io», come farebbe chiunque, ma «non avrei mai immaginato arrivasse fino a lì». Mattia Zaccagni a vederlo oggi sembra il perfetto cliché del calciatore: matrimonio eccentrico con influencer – l’evoluzione delle veline dopo l’invasione degli ultrasocial – festa trash per rivelare il sesso del primo figlio, tatuaggi, capello gelatinato, barba curata da testimonial di uno spot tv. E invece Mattia è altro. È l’Italia che viene da lontano. L’incarnazione del vizio italico di aspettare l’ultimo istante

 |Fabio Licari sulla Gazzetta pensa che questo è un gol che può cambiare un europeo per l’epica della disperazione che lo avvolge: un uomo, che, dal niente, prima di sprofondare, s’inventa un capolavoro. La svolta?

 | Giulia Zonca lo chiama il gol perfetto in una partita assurda: Nel minuto in cui ogni oncia di credibilità sta per scadere, l’Italia trova il modo di rimettersi in piedi e il tabellone è già lì che si dissolve, come la realtà di Matrix quando viene bucata: la scena in cui si frantuma l’ultima immagine acquisita. E invece no, quella si materializza di nuovo e si contrappone al vuoto.

Un gol eliotiano. Da T.S. Eliot. Nella terra desolata del suo Novecento, il mito poteva sopravvivere solo in forma di parodia, una riduzione in miniatura. Nella terra desolata del nostro calcio, il gol di Zaccagni è un cumulo di citazioni [Riccardo Calafiori scende giovane e forte come Antonio Cabrini nel ’78 e appoggia a Mattia Zaccagni che ha sulla schiena il 20 di Pablito Rossi ’82. Il laziale apre il piatto destro e arrotonda una parabola all’incrocio, come Alessandro Del Piero a Dortmund nel 2006, Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport], e soprattutto di un gol, quel gol che fece gridare: Beppe, andiamo a Berlino. Ecco, ora a Berlino ci andiamo un’altra volta. Ma sono gli ottavi di finale. 

 

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LE PARATE DI DONNARUMMA

 |Guglielmo Buccheri, la Stampa: Arrivano gli Europei e si mette il vestito più bello ed elegante.

 |Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Con la sua mental coach immagina di avere le radici sotto ai piedi, oltreché di volare sui palloni come quello di Sucic all’inizio e sul rigore di Modric. La nostra quercia però è piantata nel deserto

 |L’Équipe: Meriterebbe un’altra squadra davanti

 

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L’EUROPEO DI CALAFIORI

 |Paolo Tomaselli, Corriere della sera: L’autogol ha lasciato tracce, ma non fa mai due errori di fila e sul gol fa un’azione di tecnica, forza e personalità. Decisivo.

 |Matteo Pinci, Repubblica: Quei capelli, quella corsa, quel piede lievissimo, hanno ricordato per un attimo il più nobile dei difensori italiani. Il gol lo segna Zaccagni, ma la scala per arrivare a mettere la stella sulla punta la porta lui, che poi al fischio finale esplode in lacrime come Modric in panchina. Ma le sue sono di gioia.

 |Dan Perez, L’Équipe: Un debuttante italiano dalla forte personalità. Il pareggio dell’Italia all’ultimo minuto contro la Croazia si deve molto alla sua iniziativa. Mai convocato prima di giugno, il 22enne mancino mostra eleganza e personalità con la palla.

 

ASPETTANDO SCAMACCA

 |Matteo Pinci, Repubblica:  Il cross perfetto, la porta vuota, lui è a terra.

 

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IL SIPARIO DI MODRIC

 |  L’Équipe ha analizzato la partita di questo calciatore ancora al centro del calcio croato nonostante i suoi 38 anni, ma non è bastato contro l’Italia. Come mostra la mappa dei suoi tocchi di palla, è stato chiamato in causa principalmente sul lato destro e due terzi delle volte nel campo avversario. Un ruolo piuttosto offensivo per un giocatore di 38 anni che non ha più l’esplosività di un tempo ma che si spiega in particolare con la presenza di Marcelo Brozovic, centrocampista profondo, capace di realizzare il primo passaggio in avanti. Tra l’altro, Brozovic farebbe passare Modric per Christophe Lemaître. Anche se il profilo di chi è subentrato può sollevare degli interrogativi, l’uscita di Modric, in un momento in cui la Croazia stava soffrendo, non è stata illogica. Tuttavia, il quadro finale è strano: una Nazionale eliminata mentre la sua stella, eletta migliore in campo dalla UEFA, non può farci nulla.

 |  Così The Athletic si domanda: Addio Luka Modric? Questo è stato un torneo di calcio nella sua forma più brutale

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