I signori scudetto della pallavolo italiana. Da dove vengono e cosa pensano Santarelli e Lorenzetti

  Uno viene dall’Umbria e l’altro dalle Marche, sono terre di santi e condottieri, poeti e pittori. Sono terre di sport considerati periferici, quelli che sulle prime pagine dei giornali sportivi ci vanno solo se arriva un oro olimpico o se c’è qualche scandaluccio, quando di mezzo c’è un flop, uno shock, un tilt, queste parole così. Ori olimpici la pallavolo non ne ha vinti mai, non ne ha vinti ancora, perciò bisogna accontentarsi di quando Paola Egonu denuncia o se la invitano a Sanremo. 

Dunque. Uno viene dall’Umbria e l’altro dalle Marche, due regioni che nel calcio non hanno vinto niente e che in serie A ci sono passate di rado, ma che nella pallavolo costruiscono fuoriclasse e successi, spesso anche delle belle teste per la panchina. In un paio di giorni Daniele Santarelli tra le donne e Angelo Lorenzetti tra gli uomini hanno festeggiato il sesto e il quinto scudetto personale. In genere dividiamo gli allenatori di calcio in due categorie approssimative, due etichette da barattolo di marmellata, i giochisti e i risultatisti, due brutte parole peraltro. Nel basket abbiamo imparato a ripetere che ci sono i tecnici fanatici del corri-e-tira, ma poco si sa e si dice delle ideologie nella pallavolo, quelle passate e quelle in corso, se esistono, quanto dividono, a quale partito casomai appartenga uno o l’altro. 

 

CONEGLIANO

Il contrattacco di Santarelli

 

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Daniele Santarelli è stato un giocatore normale, faceva il libero in serie B, verrebbe naturale immaginare che nella sua idea di pallavolo venga al primo posto la ricezione. Una libero l’ha pure sposata, Monica De Gennaro, la migliore al mondo nel suo ruolo, sua giocatrice a Conegliano, titolare in nazionale fino all’estate scorsa, quando il cittì Davide Mazzanti l’ha esclusa dal giro. Quel Davide Mazzanti al quale Santarelli ha fatto da vice a inizio carriera. Forse fra loro qualcosa si è rotto, chi lo sa, forse sono soltanto pensieri maliziosi che facciamo per cercare uno shock, un tilt, un flop: comunque sia, l’estate scorsa Santarelli fu tra i pochi a dire in pubblico con gran chiarezza che tenere fuori dalla nazionale Paola Egonu era stata una follia. Avrebbe voluto/potuto dire che parlava pure di Monica De Gennaro, ma se non hai confuso i piani quando sei stato il coach della tua ragazza, non li confondi nemmeno quando sei diventato il marito di una giocatrice di una nazionale avversaria. 

 

  «Scrivania e palestra. Dedico molte ore della giornata allo studio della mia squadra e degli avversa  [alla Gazzetta di Foligno nel 2018]

«La moglie campionessa non sarà mai un problema. È un enorme vantaggio averla con me, ha grande credibilità con le altre atlete, mi aiuta, mi suggerisce se sbaglio. Mai pensato per un secondo che Monica è un peso per me». [al Gazzettino nel 2022]

 

Avversaria, esatto – perché nel frattempo Daniele Santarelli ha cominciato a fare il giro d’Europa sulle panchine delle nazionali firmando contratti part-time, però vincendo full-time. In Serbia ha preso il posto di un guru locale come Terzić e ha portato la squadra al titolo mondiale. Lo hanno chiamato in Turchia e la nazionale ha vinto qualcosa per la prima volta, inizialmente la Nations League, l’estate scorsa gli Europei. 

Papà Gualtiero lavorava alla Telecom, mamma Giuliana alla Olivetti. Daniele da ragazzino cercava lo sport giusto. A Foligno ha provato il tennis e il calcio, nella pallavolo finalmente ha trovato che tutto fosse esatto, tutto andava al posto giusto. Erano i tempi dell’Italia di Velasco, a Perugia era forte la squadra femminile della Despar. Ha detto di non esser diventato forte o fortissimo perché «pensavo troppo, ogni gesto era troppo importante per me. Avevo la testa non da giocatore che deve essere una persona libera da pensieri: valutare a ogni palla il pro e il contro era un grandissimo limite. Così ho pensato che se la mia testa era diversa da quella di un atleta, anziché il giocatore avrei dovuto fare l’allenatore».

«La mia idea di pallavolo è una – ha raccontato tempo fa in un’intervista con il sito Problemi di volley – ma si adatta in base ai giocatori che alleno; però non mi metterò nemmeno a stravolgere quello che penso».  

È una pallavolo emotiva, di esuberanza. C’è chi fatica a stabilire chi sia la più grande fra Bošković, Egonu e Vargas. Lui le ha allenate tutt’e tre, con tutt’e tre ha vinto qualcosa, allora dice che «la gestione di queste campionesse è più semplice perché sono brave e devono essere ascoltate se le cose non vanno».

Ha allenato anche lo Zaytsev bambino e tutti sanno che prima o poi lo troveremo sulla panchina della Nazionale, quando vorrà staccarsi dai club: la federazione italiana non accetta il doppio incarico. «Una cosa che ho notato – sono ancora parole sue – e che mi ha molto colpito è stata la differenza nel modo di esultare che hanno in Serbia e quello che fanno in Turchia. Io sono una persona abbastanza empatica, che comunica anche così, in maniera certe volte plateale. Invece le ragazze serbe restano fredde e glaciali, la maggior parte delle volte. Mi aveva fatto una certa impressione questo. Le giocatrici della Turchia sono l’esatto contrario e festeggiano tanto».

 

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  PERUGIA

La pallavolo aggressiva di Lorenzetti

 

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Nell’Umbria di Santarelli è andato a vincere Angelo Lorenzetti, quinto scudetto con la quarta squadra diversa, chiamato a Perugia da Trento per una stagione di rivincite. Un anno fa Perugia era rimasta imbattuta per due terzi della stagione, ma nel terzo in cui si assegnavano i titoli è diventata vulnerabile. Lorenzetti ha portato al nuovo club la Supercoppa, la Coppa Italia, il Mondiale per club, adesso il secondo titolo di campione d’Italia a sei anni di distanza dal primo.

In un ritratto per il Foglio, Eleonora Cozzari ha scritto della sua spiccata capacità di allenare i pensieri, oltre le schiacciate

Lorenzetti sostiene che «il linguaggio non è mai neutrale e nessuno può pensare di essere più forte delle parole, sia quando le pronuncia che quando le riceve. Per questo bisogna far attenzione a dire che i miei ragazzi sono campioni del mondo, quando hanno disputato un torneo con sei squadre».

Lorenzetti è di Fano, il mese prossimo compie 60 anni. Si definisce un po’ marinaio e un po’ orso, come suo padre. «Lavorava in banca tutta la settimana ma dal sabato pomeriggio e per le trentasei ore successive mi portava a vedere tutti gli sport nei dintorni».

Come Maurizio Sarri, anche lui ha fatto il bancario per un po’, otto anni allo sportello della Cassa di risparmio di Fano. Se ne andò a vivere a Bologna da sua sorella, oggi ha un tatuaggio al polso che la ricorda e una figlia che ha chiamato come lei. Lorenzetti ama il teatro ed è un bielsista, così possiamo farci un’idea della sua visione del gioco, dello sport, dello stare al mondo. Marcelo Bielsa gli piace «perché vive la professione in maniera totale e va sempre all’attacco. Le mie squadre a volte sprecano, ma devono essere aggressive, non sono un attendista».

Al contrario di Santarelli, in estate aveva preso le difese di Mazzanti, forse perché sono della stessa città. Scrive Cozzari che pure De Giorgi con la squadra maschile non aveva centrato la qualificazione olimpica, solo che il primo era stato crocifisso, il secondo andava in giro per l’Italia a presentare libri

Santarelli è esplosivo e solare, Lorenzetti è introverso e solitario. Dice di avere pochi amici tra i colleghi e che l’esperienza fatta all’interno dell’associazione allenatori lo ha allontanato dagli altri. Per esempio non gli piace che esista il doppio incarico, e si è fatto altre antipatie. «Intanto – ha spiegato – per un principio di solidarietà, perché se alleniamo tutti, siamo tutti più contenti. E poi perché dovremmo essere considerati una risorsa da parte dei nostri club. Mi spiego: le società dovrebbero diventare società di servizi, dove i servizi sono i talenti degli staff che la compongono e che possono fornire le loro competenze portando in giro il verbo della pallavolo. E tramandare i saperi, invece ci sono gli stessi dirigenti da anni». Quelli che mai gli hanno offerto la Nazionale. Neppure a lui. 

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