Quarant’anni di neo-ciclismo dopo Moser. L’impresa cancellata per essere andata oltre i limiti

 GLI ANNI CON IL QUATTRO

 

Dietro il cimitero avevano messo un magnetofono, così mentre veniva sepolto Johnny Weissmuller a qualcuno venne l’idea di far sentire l’urlo di Tarzan, un ultimo omaggio a chi l’aveva inventato dopo l’oro olimpico 1924 e 1928 nei 100 stile libero, il primo uomo nella storia ad averli nuotati in meno di un minuto. L’urlo era suo e lo ripeteva mettendo le mani intorno alla bocca ogni volta che qualcuno ne dubitava. C’era chi diceva che fosse stato ingaggiato un famoso tenore e che il nastro della registrazione era stato poi manipolato, altri raccontavano che quelli della Metro Goldwin Mayer lo avevano creato in laboratorio, mescolando alla voce originale di Johnny l’ululato di una iena riprodotto al contrario, una nota d’opera di un soprano a una velocità mutata, il ringhio di un cane, il lamento di un cammello, la nota sol di un violino piegato. 

Al funerale del più famoso Tarzan della storia, portarono pure una scimmietta, evidentemente nei panni di Cita [nei panni?]. Mentre quel corpo che aveva fatto sognare al cinema veniva calato nella tomba, un centinaio di persone accompagnate da un chitarrista intonarono le canzoni preferite dall’attore americano. C’era una sola collega, Linda Christian, la mamma di Romina Power. L’unico a parlare fu Evaristo Sotelo, deputato del partito rivoluzionario in quel momento al potere. Disse che Johnny aveva insegnato ad amare i bambini, la vita e la natura.

 Erano le sette della sera – ora italiana – ad Acapulco, e nello stesso momento un altro urlo si stava innescando 350 km più a nord, nell’interno del paese, a Città del Messico. Francesco Moser stava salendo sulla sua bicicletta con le ruote lenticolari in carbonio, una sciccheria a quel tempo, anzi la sensazione che fosse quasi un astronave. Aveva abbattuto qualche giorno prima il muro dei 50 km facendo il record dell’ora e si era messo in testa stavolta di farne cadere un altro, quello dei 51. 

Johnny Weissmuller aveva scelto il Messico per ritirarsi dal rumore di Hollywood, aveva scelto di guardare i suoi ultimi tramonti da Acapulco, dove i ragazzi si tuffavano per qualche moneta dallo strapiombo di Quebrada, trentacinque metri d’altezza. Moser aveva scelto la stessa altitudine a cui si era affidato Pietro Mennea cinque anni prima per battere il record mondiale dei 200 metri, tornando in quelle Americhe dove aveva vinto la maglia iridata su strada, San Cristobal, Venezuela. Attaccava un limite perché non ha mai fatto altro. Gianni Mura ha raccontato: Io una volta ho dettato Moser attacca in discesa ed è uscito sul giornale Moser attacca in difesa, che è quasi meglio, e poi dà più da pensare

L’attacco ai limiti era vissuto in quei giorni come una rivendicazione. Piero Ratti sulla Gazzetta dello sport disse che erano schiaffi per tutti coloro che lo avevano snobbato e deriso, per chi non aveva voluto capire che il ciclismo stava vivendo la più straordinaria e rivoluzionaria metamorfosi della sua storia

Il tempo avrebbe accostato qualche imbarazzo a quell’impresa che pure ai contemporanei parve sovrumana. Per il primo tentativo Moser aveva montato un 56 per 15, metri 8,07 per pedalata [che già era sembrato una mezza follia] per il secondo un 57 per 15, con la moltiplica piena. Scrisse Ratti che il 51.151 finale sarebbe stato alla portata solo di un atleta integro, fortissimo nel fisico e nel morale, sano dalla punta dei capelli alla punta dei piedi e di nuovo stracarico di energia come un purosangue

Moser indossava un body corto che lasciava libere le gambe e le braccia, per disperdere così la maggiore quantità di calore prodotta dallo sforzo imposto da un rapporto più duro. Era partito alle 10.54 ora del Messico, con una temperatura di 20 gradi, un’umidita del 50 per cento e un vento al di sotto dei 2 metri al secondo. Rino Negri – ancora sulla Gazzetta – sottolineava come uno dei meriti principali degli scienziati che hanno fatto di Moser un uomo-fulmine, consiste nel fatto di aver preso in considerazione un dato da sempre considerato fondamentale: il ritmo massimo di 104-108 pedalate al minuto, a seconda del rapporto.

Il miglioramento rispetto a quattro giorni prima fu di 342 metri e 927 millimetri. Il velodromo era pieno di tifosi trentini, avevano speso due milioni e mezzo di lire per il viaggio. Gian Paolo Ormezzano su La Stampa disse che l’impresa di Moser è senza riscontri in nessuna zona dello sport, almeno quanto a ripetizione di fatica prolungata. Francamente siamo a corto di aggettivi entusiastici e siamo troppo gravidi di logica, di argomenti freddi. Moser ha pedalato da metronomo commovente: due volte appena ha coperto il giro in più di 24″ (giovedì erano state 24) a parte ovviamente la prima tornata. A suo modo la prodezza è risultata dunque di uno splendore monotono. Diciamo pure che si è trattato di uno spettacolo intelligente. Moser ieri non ha manco alzato una volta la testa per annusare l’aria, come aveva fatto sovente giovedì

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Mario Fossati su Repubblica trovò che il record dell’ora consegna un grandissimo Moser agli annali. È oltremodo significativo che a fare uscire il ciclismo dall‘alveo tradizionale sia stato l’ultimo corridore contadino di un ciclismo contadino. Moser ha affrontato l’ora secondo lo stile più moderno, scientifico: un metodo caratterizzato dalla più esasperata cura del particolare. La scienza, è risaputo, fornisce al corridore ciclista additivi esaltanti (vitamine ed altre tigri), la meccanica facilita l’azione propria del pedalare giovandosi dell’inerzia. Le strade sono biliardi scorrevolissimi: la chimica aiuta sempre più a posporre la soglia della fatica. Ma con Moser è stato fatto di più. Si è andati oltre i limiti della classificazione e del rilevamento e della misurazione biotipologica, che presiedevano i tentativi più recenti. La scienza ha trovato in Moser una base validissima, su cui costruire una prestazione d’eccezione. E Moser si è accostato alla scienza forse con cautela mai con scetticismo. Moser ha conquistato il record, seguendo una tabella di marcia computerizzata, pedalando su una bicicletta speciale (un particolare ferro del mestiere), risolvendo la “x” – l’equazione Merckx (27 anni) Moser (33) – che comportava una soluzione che forse solamente il professor Conconi potrebbe svelare. A me, stasera, a Città del Messico, pare che non unicamente il record dell’ora abbia cambiato pagina. Ha voltato pagina pure il ciclismo. Le antiche regole dell’antico sport ne usciranno sovvertite. La meccanica che fa il ciclismo è stata un poco stravolta. La bicicletta che era una specie di nudo attrezzo ginnico, è stata fortemente modificata. Si uniformeranno ora i giovani atleti ciclisti?

 

Era qualcosa in più di una profezia. A Trento il tifo si era radunato alla trattoria Al mercato in piazza Garzetti. Da una famosa ditta di spumanti era arrivata una scorta di Magnum da cinque litri. Lo scherzo lo fece la RAI. Sportsera sulla seconda rete aveva interrotto il flusso di filmati dei gol della serie B per dare la linea ad Adriano De Zan in Messico, per far scandire dalla sua voce gli ultimi giri di Moser, gli ultimi 10 minuti del suo tentativo. Lo sconcerto intervenne alle sette della sera, quando le ruote lenticolari scomparvero e apparvero sul video quelle dei poliziotti del telefilm Sulle strade della California. Elio Trifari sulla Gazzetta raccontò di un’improvvisa corsa a cambiar canale, tutti sintonizzati sulla tv svizzera

Candido Cannavò, direttore del giornale, parlò di “doppia impresa di Moser, sensazionale da qualsiasi parte la si esamini. La la sua straordinarietà – scrisse – si dilata ancor più se si considera che essa non ci arriva da un atleta costruito in provetta ma da uno dei campioni più schietti, sani e naturali che il nostro sport abbia posseduto. Un trentino di campagna, cresciuto all’aria buona e con le abitudini di una famiglia patriarcale. Con la sua umiltà e la sua tenacia, si è prestato a un lungo sacrificio. Questa sperimentazione, lungi dal modificare la personalità umana e atletica di Moser, addirittura la esalta. Sulla pista è rimasto solo con il suo cuore, i suoi muscoli. Quello che è avvenuto in Messico riapre un dibattito mondiale sui limiti umani. Una lezione da esplorare in armonia con il progresso scientifico che è sinonimo di progresso umano

Nel 2000 l’Unione ciclistica internazionale decise che il progresso era sfuggito di mano, annullando i record ottenuti grazie a biciclette speciali, cioè tutti quelli dal primo di Moser in poi, ridefinendoli come miglior prestazione umana sull’ora. Il record dell’ora tornò quello di Merckx del 1972. Il 27 ottobre glielo avrebbe tolto Chris Boardman, aprendo una nuova era.

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