I Minions alla fine sono tre. Al ballo della crème del calcio europeo sono arrivate le zucche trasformate in carrozza dai danesi del Copenhagen, dagli olandesi del PSV e dai portoghesi del Porto. Il fatto di dover considerare Minions due ex vincitrici della Coppa racconta già da sé cosa è diventata la scena del calcio internazionale con l’avvento dei tornei-bancomat. Da quando José Mourinho portò la Champions sul fiume Duero, il paese non è mai più tornato in semifinale. Eppure parliamo dello stesso posto che col Benfica giocò cinque finali fra il 61 e il 68. Un movimento-guida cacciato in seconda fila dalla cascata di milioni piovuta altrove. L’Olanda ha dominato la scena un decennio più tardi, con quattro successi consecutivi fra 70 e 73, ma non va in finale dal 96 e da allora le semifinali sono state in tutto tre. Nelle ultime 17 edizioni i suoi club hanno passato il girone quattro volte. Un evento. Per la Danimarca è la prima dal 2011 e la seconda in assoluto da quando la Coppa ha scelto questo formato. Tutto il resto è foia [rime: pastoia, mangiatoia], la foia di Inghilterra, Spagna, Germania, finanche Italia, con l’occupazione in massa degli ottavi di finale [13 posti su 16].
Le qualificazioni dei Minions negli ultimi anni
2023-24: Copenhagen, Porto, PSV | 2022-23: Benfica, Bruges, Porto | 2021-22: Ajax, Benfica, Sporting, Salisburgo | 2020-21: Porto | 2019-20: nessuno | 2018-19: Ajax e Porto | 2017-18: Porto | 2016-17: Porto e Benfica | 2015-16: Benfica, Zenit, PSV, Gent, Dynamo Kiev | 2014-15: Porto, Shakhtar, Basilea | 2013-14: Zenit, Olympiakos e Galatasaray | 2012-13: Celtic, Galatasaray, Shakhtar, Porto | 2011-12: CSKA, Zenit, Basilea, Apoel
Qualche spiraglio di luce esiste. Nonostante la loro ricchezza, Newcastle e Manchester United sono fuori da tutto. L’Inghilterra è scesa da 8 a 6 club in corsa nelle coppe. Sette delle 16 squadre col maggior fatturato d’Europa [fonte Deloitte] non sono fra le prime 16 della stagione. La Germania che si racconta come un movimento che vive un passaggio di crisi ha tre squadre agli ottavi e guida il rankign stagionale con 13.357 punti davanti all’Italia [13.142]. La Spagna ha perso solo il Siviglia, ma è anche vero che l’anno scorso portò agli ottavi il solo Real.
I Minions insomma resistono. È il terzo anno di fila che portano avanti almeno tre squadre, dopo i buchi pandemici del 20 e del 21. Ma rischiano l’estinzione con la prossima giravolta del calcio, la Coppa XXL a trentasei squadre con 8 giornate prima dell’eliminazione diretta, il dentro-fuori al quale – per inciso – si è appassionata la NBA guardando la FA Cup e Coppa Italia [ma di basket]. Pare che le sorprese e l’equilibrio facciano bene all’economia – e la considerazione non arriva da un covo di pericolosi marxisti-leninisti.
Le notifiche sui cellulari ci diranno in giornata che la serie A è vicina ad avere una quinta squadra alla prossima Champions. Non è così. Prima di poterlo anche solo immaginare bisogna arrivare in primavera in questa situazione. La prospettiva interessante è che la serie A non ha ancora perso pezzi per strada, il solo torneo dell’élite d’Europa. Il punto è un altro e riguarda l’opportunità di mandare in Coppa dei Campioni una squadra piazzata al quinto posto in campionato, escludendo magari la vincitrice dello scudetto – che so – di paesi che un tempo andavano in finale, come Serbia, Romania, Scozia, Svezia.
Proposte? Dare i due slot in più – così li chiama l’UEFA – non alle prime due del ranking stagionale ma alle due nazioni più cresciute, quelle con il saldo positivo maggiore rispetto all’anno prima. Si riducono così le chance di un’abbuffata per l’élite e si allargano le occasioni per la media borghesia. Secondo la classifica attuale: non ci sarebbe spazio per la quinta della Bundesliga o della serie A, ma avrebbero un posto garantito senza dover passare dai preliminari i campioni di Grecia e di Danimarca – o di Repubblica Ceca.
[grazie a Roberto Liberale per il suo contributo]
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I rumori della Champions
PARIGI CHE FATICA
La squadra che porta il nome della capitale di Francia battendo bandiera del Qatar ha rischiato un altro scuorno. A parte la finale del 20 e la semifinale del 21, nel decennio degli emiri ha galleggiato su risultati da Lione di inizio secolo, qualche quarto di finale, molte eliminazioni agli ottavi. Stavolta ha rischiato di toccare il fondo. Nel post-Messi e post-Neymar, per mezz’ora Mbappé ha rischiato di uscire ai gironi. L’Équipe parla con Damien Degorre di pareggio strappato a Dortmund e di fatica. “Il fischio – scrive – è arrivato come una liberazione” e racconta di giocatori “convinti di aver fatto l’impresa, sollevati soprattutto per essere ancora vivi dopo aver attraversato tutti gli stati d’animo, compreso quello dell’eliminazione per una buona mezz’ora”.
Il PSG è agli ottavi per la dodicesima stagione consecutiva, ma non è per questo che a Doha staccano i loro assegni. Il giornale francese scrive che il PSG deve il passaggio del turno a un ragazzino di 17 anni, nel club da quando aveva otto anni, “il che è piuttosto divertente, considerando la politica costosa di ogni estate”. È un riferimento al gol di Warren Zaire-Emery, cinque minuti dopo il vantaggio di Karim Adeyemi per il Dortmund, e quasi contemporaneamente all’1-1 segnato dal Milan in Inghilterra. “I minuti finali di quest’ultima giornata della fase a gironi sono stati una lunga riflessione – dice L’Équipe, tra un Borussia aggrappato al primo posto e un PSG che aveva le spalle tra due sedie traballanti, guidato dalla voglia di vincere ma abitato dalla paura di lasciare spazi”. L’immagine che resta negli occhi è quella di Hakimi che muove le mani e dice calma calma, il Milan stava vincendo, calma calma, lo diceva ai suoi e forse pure ai tedeschi. “In una giornata buona – secondo il giornale francese – i parigini avrebbero dovuto vincere con due o tre gol di scarto. Il PSG di febbraio difficilmente potrà essere meno attraente di questo autunnale”.
Lunedì lo vedremo abbinato a una fra Arsenal, Atlético Madrid, Barcellona, Bayern, Manchester City, Real Madrid e Real Sociedad. In almeno quattro casi su sette sbucherà da qualche parte l’etichetta di finale anticipata. Marca lo chiama el coco del sorteggio. In Spagna è una specie di Uomo Nero, da noi sarebbe come dire la mina vagante. Ma davvero questo coco PSG ha l’allure di una finalista?
L’ENIGMATICO BARCELLONA
Titoli che arrivano dalla Spagna. Per il Mundo Deportivo il Barcellona è “primo nel ridicolo” e “senza scuse”. L’altro quotidiano catalano Sport implora dalla prima pagina: “Ora basta”. Secondo As il Barcellona è in modalità distruzione, mentre Marca se ne infischia abbastanza e dedica la copertina a un’intervista con Bellingham – per dire: qui Madrid, noi abbiamo altro a cui pensare.
Santi Nolla, direttore del Mundo Deportivo, la voce della catalanidad sportiva, dice nel suo editoriale di stamattina che per Xavi il traguardo è raggiunto, ma la sconfitta contro l’Anversa non è dolorosa. “I calciatori, si diceva alla vigilia, erano molto arrabbiati per aver perso contro il Girona in campionato e volevano una reazione in Europa. Non è successo. Così c’è stato un trasferimento: la rabbia è passata ai tifosi, da tempo educati a pensare che l’importante è il come dei risultati. Il Barça non sta bene lì dov’è. E’ al buio. Xavi ha del lavoroda fare. E anche i calciatori. Il Barça si è così abituato a spiegare i fallimenti con le colpe di qualcuno in particolare [e non inganniamoci, anche i successi] che è difficile ora accettare la realtà. È più semplice e liberatorio evidenziare il male in una singola persona, ma questo gioco è bastao sempre su un progetto collettivo”.
Nel suo intervento in ultima pagina, l’editorialista Xavier Bosch ritorna sulla vigilia turbolenta riassunta ieri qui da Slalom e scrive che “l’ingerenza del presidente, intrufolatosi a convocare Lewandowski, Gündogan e Araujo che Xavi voleva tenere a riposo, è tanto insolita quanto grave. José Manuel Lázaro, responsabile della comunicazione della squadra per 18 anni, ha dichiarato ieri su RAC 1 che in questi due decenni non aveva mai visto una cosa di questo tipo. Ha detto esplicitamente che Laporta non avrebbe mai osato farlo con Rijkaard, Guardiola o Koeman in panchina. Un cattivo servizio reso a Xavi e alla credibilità dello staff”.
Alfredo Relaño, decano dei giornalisti sportivi di Spagna, l’uomo che per il suo Paese vota al Pallone d’oro, parla su As di “un sinistro processo di autofagia che ha trasformato la classifica felice del Barcellona in una crisi grande come una cattedrale. Xavi aveva provato a far riposare le sue quattro vacche sacre, Lewandowski, Gündogan, Araújo e De Jong, forse trascurando l’interesse che Laporta aveva per i 2 milioni e 800mila euro del premio-partita. Le spiegazioni utilizzate per coprire questo disconoscimento sono insondabili. Deco non ha perso l’occasione di mettere Xavi in cattiva luce contraddicendo la sua tesi secondo cui la lista dei convocati era stata una scelta di gruppo. Suil campo è andata peggio. Il giovanissimo Marc Guiu, entrato per sostituire Lewandowski, ha approfittato dei suoi pochi minuti per segnare il gol del pareggio durato un sospiro, poco prima del 3-2 finale causato dall’ennesimo buco difensivo del Barça. Una sconfitta senza conseguenze per la competizione, ma che mette a nudo e punisce il cattivo funzionamento della società e l’indebolimento dell’autorità dell’allenatore”.
La Vanguardia dice che “questo Barça è il colmo” e con Joan Golobart sferza: “Con il volume spento e i giocatori senza la maglia ufficiale, poche cose permettevano di stabilire che quella squadra fosse il Barcellona.Un’assenza totale di stile, un’incapacità di dominare la partita. Oggi si guarda il Barcellona ed è difficile trovare una soluzione. Dopo una delusione ne arriva un’altra, dopo un impoverimento del gioco ne arriva un altro”.
LA CONSOLAZIONE DI PIOLI
Non è ieri sera che il Milan ha perso la qualificazione agli ottavi di Champions. Ieri sera casomai ha preso una carta per proseguire il suo cammino nelle coppe, in Europa League, con la prospettiva di un trofeo in più da giocarsi, migliorare il proprio ranking, conservare un buon sorteggio per l’anno prossimo. Claudio Savelli su Libero dice che “al Milan resta l’Europa League, qualche rimpianto e la sensazione di essersi ribellata alla crisi che, settimana sì e settimana no, bussa alla porta. Strano ma vero, il Milan gioca una gara umile. L’obiettivo di Pioli è rimanere in partita e sperare che qualcosa accada: non il massimo della vita, ma ciò che passa al convento in questo periodo”.
Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport-Stadio sottolinea invece che “soltanto dopo il pari di Pulisic ho rivisto una squadra disposta a vincere e a coltivare l’illusione del passaggio del turno. Incomprensibili perciò i vuoti della parte iniziale e di quella centrale e a questo punto notevoli i rimpianti: il Psg, che ha chiuso a pari punti, non ha mostrato alcuna superiorità”.
Quest’epilogo è un’occasione per rimpiangere ancora Maldini, ma pure il calcio dei bei tempi dei direttori sportivi alla Governato e Beltrami. “La ricerca di strade alternative (head hunter per i tecnici o i giocatori e algoritmi come se piovesse) è una pratica incoraggiabile. Tuttavia – scrive Zazzaroni – non va dimenticato che il calcio è una settore anomalo, con equilibri e un linguaggio complessi pur nella loro semplicità. Per cambiare radicalmente servono misura e tempo: il calcio è birichino e non ne concede tanto. In quello dei chairman, chief of staff, chief football officer, chief financial and the beat goes on, certi termini riempiono le orecchie ma possono svuotare le bacheche”.
Andrea Di Caro sulla Gazzetta aggiunge: “Cosa potrà cambiare Zlatan resta una domanda a cui è molto difficile dare una risposta”.
LA LAZIO SENZA CALCOLI
Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio elogia l’interpretazione della partita voluta da Sarri, nonostante la sconfitta in casa dell’Atlético Madrid. “La Lazio – scrive – ha fatto una partita seria, come seria è stata finora tutta la sua Champions. Ha perso cercando di giocare, senza rinunciare, senza preoccuparsi dell’Inter, suo prossimo avversario, nemmeno nelle battute finali, come dimostra la palla-gol sprecata da Guendouzi nei minuti di recupero. Non ha certo incantato, però ci ha provato anche dopo il 2-0 dell’Atletico, quando doveva farne tre per conquistare il primo posto ed evitare un sorteggio che adesso mette paura. Lo ha fatto seppure dentro i confini dei suoi limiti attuali, limiti visti soprattutto in campionato, ovvero la difficoltà a segnare. Mica poco per una squadra allenata da un amante del gioco d’attacco. Ma va così in questa stagione, la Lazio arriva spesso nell’area avversaria, e di solito non è facile raggiungere quella dell’Atletico, però senza troppa pericolosità, senza cattiveria, con poca lucidità e senza il guizzo che un tempo (da ritrovare…) spingeva Immobile in gol”.