«A Tathiana Garbin. Oggi affronta un match difficile. Abbiamo vinto la Davis e parliamo di fare la storia, ma la vita vera è fatta di altre cose. E noi siamo tutti con lei».
Jannik Sinner
Adesso pare che sia successo tutto così in fretta, adesso pare che tutta l’attesa durata mezzo secolo sia stata mangiata da un’ascesa misteriosa, come misteriosi sono in fondo i contrappassi. Stamattina è netta la sensazione che non dovranno passare gli stessi quarantasette anni per rivincere una Coppa Davis. Il motivo abita negli occhi di questo ex ragazzino diventato un uomo, ancora stortignaccolo in campo come quando apparve, con le stesse gambe sottili e lunghe strappate allo sci che gli piaceva da bambino, con qualche muscolo in più nelle braccia e nel busto, ma soprattutto con uno sguardo adulto. Succede nei ventenni, succede all’improvviso. Un giorno li osservi e sono grandi. Hanno attraversato una linea, un limite.
Jannik Sinner con le linee ci lavora. Con le linee e con i limiti. Calpesta righe e le cerca coi suoi colpi, le sfiora, le pizzica. Ce ne sono altre che nessuno traccia in campo, non sono segni, sono le idee che gli passano per la testa. Ogni palla disegna una scia quando lascia la racchetta. I bravi giocatori sanno mandarla dove in quel momento dovrebbe andare, i campioni vedono spazi ai più invisibili, i fuoriclasse gli spazi li inventano.
Questo è successo in due settimane. Jannik Sinner ha smesso di piazzare la palla nel posto giusto imparato dai maestri, dove dicono i manuali, adesso la mette dove poteva pensarlo solo lui. Non gli sarebbero bastate le ore di lezione, le ore di allenamento, non gli sarebbe bastata tutta la logica di questo mondo per uscire dalla fossa in cui si era venuto a trovare sabato a las cinco de la tarde, l’ora delle campane d’arsenico, e per giunta in Spagna. Per rimontare tre match-point a Novak Djokovic ha dovuto sbloccare un livello, come nei videogame. Ha raccolto un errore del serbo, ha messo un servizio vincente e ha giocato una volèe. A quel punto ha visto cose. Due cose. La linea da seguire per segnare un ace e quella successiva per un passante di dritto. È riuscito a vederle perché il martedì dell’altra settimana aveva battuto Djokovic per la prima volta in vita sua, a Torino, nella partita del girone del Masters. Un muro abbattuto. Aveva guadagnato fiducia. E le ha viste perché alla domenica succcessiva, da Djokovic era stato sconfitto in finale. Così aveva guadagnato pure rabbia. È il carburante che sta nel serbatoio dei grandi, quando l’ultima sconfitta brucia e la volta dopo la ricordi. [Domani]
Adesso possiamo dircelo che l’Italia ha vinto la Davis prima di vincerla, con un piano alle spalle e una programmazione, ma finché non la vinci pare sempre tutto bellino e incompiuto. Quasi mai la pazienza abita i nostri occhi. Solo nel dicembre del 2016 addolorate celebrazioni accompagnavano il ricordo dell’unica Davis, la famosa spedizione nel Cile di Pinochet che politica e opinione pubblica del 1976 osteggiavano. Nel glorificare la generazione di allora – i Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli – sentivamo tutta la sete vissuta senza più altri campioni, senza altri titoli di Slam. La crisi pareva infinita.
Per primo è arrivato un ragazzo romano in grado di ribaltare questa sensazione di resa. Adesso ha il corpo in carrozzeria. È stato a Málaga da tifoso, ma nella risalita del tennis italiano Matteo Berrettini ha avuto un ruolo. È stato il primo a spingersi in semifinale agli US Open dopo quattro decenni. A 23 anni, 2 mesi e 4 giorni era diventato prima di Sinner l’italiano più veloce a prendersi tre titoli ATP (Gstaad, Stoccarda e Budapest). Fece dire a Rafa Nadal che il futuro era suo. Nicola Pietrangeli lo riteneva in grado di vincere un torneo dello Slam nel giro di tre anni. Adriano Panatta se lo aspettava fra i primi-10 e aveva ragione. Un algoritmo gli predisse l’arrivo al sesto posto della classifica mondiale e sbagliò, perché fu quinto, oggi è al 91 ma sarebbe ingiusto dimenticarsi di lui, sbucato con la voce di un profeta nel deserto a dire che il grigiore stava per finire. L’Italia ha avuto negli anni Novanta fra i primi 20 al mondo Omar Camporese [18], Andrea Gaudenzi [18], Renzo Furlan [19]. Aveva giocato una finale di Davis, l’ultima, nel 1998. Ma con Berrettini stava arrivando altro. Un movimento. Perfino più vasto di quello del ‘76.
IL METODO ITALIA ► Il cambiamento è stato raccontato con una svolta nella politica dei rapporti con i circoli privati. Si è chiusa l’era dei finanziamenti a pioggia. I contributi vanno a sostenere i giocatori più promettenti, individuati da un gruppo di talent scout. L’Italia è diventato il secondo paese al mondo dopo gli USA per numero di challenger organizzati, i tornei di seconda fascia con montepremi fino a 125mila dollari, accessibili a giocatori medi. Averne di più in casa consente di aumentare le possibilità di aggiungere punti alla classifica senza far troppi viaggi e senza troppi costi. In Europa se ne giocano una novantina, tre anni fa in Italia siamo arrivati a venti. Vent’anni fa erano 7. La federazione contribuisce all’organizzazione e in cambio ottiene di assegnare le wild card, gli inviti per chi non avrebbe diritto a parteciparvi. È lo stesso metodo con cui la Spagna aveva riempito la classifica di giovani prodotti della sua scuola.
È caduto il dogma dell’intoccabilità di Tirrenia, il vecchio centro federale, dove ragazzi provenienti da tutta Italia erano chiamati a ritrovarsi, sradicati dalle loro realtà, spesso avviati allo smarrimento di abitudini, metodi familiari, ambizioni. I tecnici della federazione hanno iniziato un percorso di condivisione di esperienze e competenze con i maestri locali. Le scuole tennis sono diventate 2.000, con circa 150 centri di aggregazione provinciale, affidati a tecnici federali, dove la politica del decentramento organizza raduni sistematici per bambini sotto i 10 anni. I piccoli tennisti sono indirizzati allo studio della lingua inglese e durante i raduni viene verificato il livello con il quale si esprimono. Sono uguali in tutt’Italia non solo le dimensioni del campo, ma la misura della racchetta e il tipo di palline da adoperare. Ai bambini viene insegnato a dare un nome alle emozioni che provano giocando: per saperle riconoscere, gestire e dominare.
Con il suo team privato, Riccardo Piatti era stato a lungo un’eccezione nel panorama organizzativo del tennis italiano. Un eretico, dicevano. Jannik Sinner è figlio di quell’eresia, anche questo stamattina sarebbe ingiusto dimenticare. La condivisione di contenuti tecnici con i maestri privati ha spinto gli insegnanti a investire su sé stessi, sulla qualità del lavoro e sui ragazzi. I coach italiani sono stati invitati a prendere la borsa e seguirli per il mondo. Si sono aggiornati, sono diventati più internazionali e più ambiziosi. La maggior parte dei maestri si era ritirata nei circoli sotto casa per 2mila euro al mese. Matteo Berrettini era arrivato a dirci che il panorama stava cambiando. Jannik Sinner è venuto a soffiare sulle ultime nuvole e far vedere il cielo sempre più blu, come la musica che ha accompagnato l’Italia a Malaga. È suo l’ultimo punto che chiude un cerchio. Il Caso ha voluto che lo mettesse a segno contro de Minaur, l’australiano che fu suo avversario nella finale della NextGen del 2017 – quando tutto cominciava. È un cerchio che si chiude. Non una storia che finisce.
fonti | un pezzo scritto per il Venerdì del 27 settembre 2019
PUZZLE
Che cosa si dice in giro
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Lui, Jannik
LUI E LA SQUADRA ► Stefano Semeraro ha girato il mondo in questi anni dietro il tennis e nessuno più di lui, su la Stampa, può rivolgere il pensiero a “chi per anni ha corteggiato un’idea che pareva folle, fuori tempo, inafferrabile, elusiva – basta pensare all’occasione sfumata solo dodici mesi fa – sente il cuore gonfiarsi e sbretellarsi, concedersi un extrasistole di felicità. È il trionfo di un gruppo, una famiglia allargata come la definiscono gli azzurri, che ieri sera comprendeva anche Matteo Berrettini, capotifoso non giocatore ma aggregato alla gioia comune – e peccato per Fabio Fognini, vincitore ieri di un Challenger proprio in Spagna ma esiliato da una felicità che ha contribuito a costruire. È soprattutto il trionfo di Jannik Sinner, sceso dalle montagne dove è stata scritta la Storia grande dell’Italia per aiutarci a reinventare, dopo decenni di nostalgie e imprese incompiute, anche quella piccola dello sport italiano”.
LUI E LA FAMIGLIA ► Federica Cocchi sulla Gazzetta dello sport racconta che tutti gli allenatori di Jannik lo hanno ripetuto: «Una delle grandi fortune di Jannik è la famiglia, con i valori che gli ha trasmesso».
“E infatti – scrive Cocchi – proprio da papà Hanspeter, fino all’anno scorso al lavoro ai fornelli, e da mamma Siglinde, professione cameriera, Sinner ha imparato la cultura del lavoro, l’impegno e l’umiltà. Non è un caso che, seguendo l’esempio dei genitori, appena guadagnati i primi soldi con i tornei, abbia voluto per prima cosa comprarsi una macchina per incordare le racchette. Perché a casa la mentalità è questa: autonomia e nessuno spreco. I genitori Hanspeter, che ha 59 anni, è stato per anni il cuoco del Rifugio Fondovalle (Talschlusshütte) in Val Fiscalina, mentre Siglinde si occupava dell’accoglienza clienti. Solo quest’anno il papà di Jannik ha cominciato a seguire il figlio in giro per i tornei: è lui che, soprattutto durante le trasferte più lunghe, quelle in cui tutta la squadra vive nella stessa casa, si occupa di cucinare. Sebbene il supercoach Darren Cahill sia sempre il responsabile del barbecue. Il fratello maggiore, Mark, è anche amico e confidente. Nato a Rostov nel 1998, guarda caso l’anno dell’ultima finale Davis giocata dall’Italia, è stato adottato dai genitori di Jannik quando aveva nove mesi: pensavano di non riuscire ad avere figli e si erano decisi a quel passo. Poi, pochi anni dopo, nel 2001, è arrivato Jannik. Mark è come il resto della famiglia, non ama apparire, lavora come istruttore dei Vigili del Fuoco e per il fratellino campione è un grande punto di riferimento”
LUI E IL MOVIMENTO ► Gaia Piccardi ricorda allora sul Corriere della sera “il Paese dei sei top 100, età media 23,5 anni, grande tradizione tennistica scavata con pazienza come un’enclave su un enorme campo di calcio popolato da 60 milioni di giocatori fino a diventare — davvero — il principale concorrente del pallone grazie al rinascimento tennistico sinneriano, sale così in cima al mondo. Il ragazzo fantastico portabandiera, la compagnia di arrembanti celestini alle spalle, per ragioni anagrafiche cresciuti nel mito della Santissima Trinità (Djokovic, Nadal, Federer), non certo dei meravigliosi dinosauri Panatta e Pietrangeli, che ieri ha voluto salire sul podio di Malaga insieme ai nipotini, un passaggio di consegne romantico e commovente”. Quanto a Jannik Sinner scrive che “merita tutte le celebrazioni del pianeta” e che “non lo distrarranno, pensa già all’Australia a gennaio. Se il primo Slam del 2024 cominciasse domani, sull’inerzia lo vincerebbe lui”.
LUI E L’IBAN ► Marco Iaria sulla Gazzetta dello sport spiega che a soli 22 anni Sinner si è già messo nella scia delle “due icone dello sport azzurro più ricercate dagli sponsor”: Alberto Tomba e Valentino Rossi. Il primo guadagnava 10 miliardi di lire, l’altro arrivò a 20 milioni.
Già prima del Masters e della Davis, Sinner poteva contare su un portafoglio da 20 milioni annui, dice Iaria, “con i 15 percepiti da Nike che lo ha blindato per un decennio e 4-5 dagli altri sponsor, una prestigiosa platea tra marchi globali e vessilli del made in Italy (Rolex, Gucci, Head, Lavazza, Parmigiano Reggiano, Alfa Romeo, Fastweb, Technogym, Intesa Sanpaolo, Pigna, Panini). Questo gran finale di 2023 potrebbe incrementare le sponsorizzazioni e la pubblicità del 20-25%, spingendo i compensi annui di Sinner da 20 a 24-25 milioni”.
LUI E NOI ► Lo scrittore Gabriele Romagnoli su Repubblica racconta questa “storia italiana”, i due canali tv con la diretta, i milioni di telespettatori, un Paese che sa di tennis come sapeva di vela nelle notti del Moro di Venezia e di sprint la domenica di Marcell Jacobs. Ogni volta è così, canterebbe Emma. Ce ne sono tante di canzoni nel pezzo di Gabriele Romagnoli.
Si domanda: “E adesso, come si rimedia a tutti quei campi da tennis convertiti (straordinaria offerta 2×1) in gabbie da padel, perché possiate giocare tutti, possiate essere più social e non morire anche quando la palla vi avrà superato? Adesso che torna il mito dell’eccellenza, della squadra e dell’uomo solo al comando che se la porta sulle spalle fin dove nessuno (tranne lui) aveva immaginato?”.
Poiché a Malaga mettono Il Cielo è sempre più blu, Romagnoli ricorda che Rino Gaetano “aveva infilato Panatta nella sfilza dei nuntereggae più, ma aveva anche dedicato una canzone al figlio del guardiano del circolo (il giovane Adriano) che trasportando tutta la terra rossa lavora sognando che un giorno lui potrà battere la palla su quella terra rossa. È la colonna sonora perfetta per l’educata allegria del gruppo che sale sul podio. Chi è venuto a far gruppo. Chi è stato nel doppio. Chi ha solo guardato. Chi ha sempre giocato. Chi si è infortunato. Chi ha capitanato. Ma il cielo è sempre più blu. O almeno lo è in uno di quei momenti, rari e lisergici, esecrati o benedetti in cui un risultato sportivo in un luogo lontano (spesso la Spagna) scaccia le nuvole e la minaccia di tempesta. Femminicidi, echi di guerra, difficoltà economiche, “prendendo in mano la racchetta dimentichiamo tutto così in fretta”. Questo era Domenico Modugno, in quel 1976. Allora i politici fuggivano dai manici scottanti dell’insalatiera; ieri accorrevano, di persona o per interposto avatar. Scansatevi e lasciateci vedere questi ragazzi. Certo, è un’altra Davis, stia sereno Pietrangeli. Non c’è meglio o peggio, c’è soltanto l’inevitabilmente diverso. L’evento diluito nel corso dell’anno è accorpato in una settimana, le cinque partite ridotte a tre, nello stesso giorno. L’esca funziona: se i nostri vanno avanti ci tengono aggrappati.
L’attesa
| Marco Imarisio sul Corriere della sera ricorda l’ultima finale della squadra del ‘76 e dunque “i ghigni cattivi di Tomas Smid e Ivan Lendl che rendevano vano l’ultimo ballo, erano l’immagine del Male che vince. Praga, 1980. Quante lacrime, quella sera. Arrivederci ragazzi, anche se era chiaro a tutti che il vostro era un addio”.
La federazione internazionale dovette cambiare il regolamento e prevedere giudici di linea stranieri. Quelli di casa – diciamo così – avevano soffiato sulle palline azzurre affinché uscissero e contro quelle ceke perché restassero in campo. Imarisio continua: “Ancora non sapevamo che per noi malati di tennis, sarebbe stata una lunga traversata nel deserto. L’abbiamo percorsa con dignità, tifando per Omar Camporese, Andreas Seppi, Fabio Fognini, per chiunque potesse riportare in alto il nome dell’Italia. Eravamo al Forum di Assago nel 1998, quando Andrea Gaudenzi si dilaniò il tendine della spalla al culmine di una sfortunata rimonta contro la Svezia. Abbiamo sofferto la serie B e la serie C della Coppa Davis, ci siamo divisi su Federer, Nadal o Djokovic. Sei anni fa abbiamo alzato il sopracciglio quando qualcuno ci disse che c’era un ragazzo altoatesino che giocava bene. Ieri, mentre quell’ex ragazzo rosso di capelli demoliva Alex De Minaur, uno che costeggia i primi dieci del mondo, ci è venuta in mente la scena di Breaking Bad nella quale l’ormai onnipotente protagonista intima al capo della banda rivale di riconoscerlo, pronunciando il suo nome a voce alta. «Say my name»”.
| Emanuela Audisio su Repubblica cuce la Davis al Mondiale in moto Ducati di Bagnaia e parla di ragazzi italiani, numeri uno. “Quelli che i grandi vogliono educare, quelli che aspettiamo che crescano, quelli a cui si vuole insegnare come stare almondo. Peccato che loro il mondo se lo prendano non da fratellini, ma da grandi. Facendo rumore a modo loro. Non per caso, non per fortuna, non per eccessi di gioventù, ma con la forza tranquilla delle maturità”.
Quelli del ‘76
«Io quella di oggi non la chiamo Davis: nelle telefonate scherzose con Paolo Bertolucci, l’amico di una vita, la chiamo Coppa Lucilla. Passatemi la battuta: è troppo diversa dalla mia Davis, senza nulla togliere all’impresa di Malaga. Ho detto a Paolo che avrei preferito giocare il doppio insieme a Sinner anziché a Bombolo, e si è offeso… Non ci diedero nulla, forse una cosetta piccola piccola, alta sì e no 10 centimetri… No, non credo di averla più: negli anni si è persa in qualche trasloco». [Adriano Panatta a Gaia Piccardi, Corriere della sera]
| Paolo Rossi su Repubblica racconta che “c’era quella Squadra, ora c’è questa Squadra. Panatta&Bertolucci contro Barazzutti& Zugarelli. Si evitavano, se potevano. Troppo diversi gli uni dagli altri, le ruggini sono rimaste. Se non altro Panatta e Bertolucci sono ritornati in coppia, e giocano a prendersi in giro (fintamente), ed è un bel modo di sorridere e mostrare punti di vista diversi. Oggi invece il capitano Volandri (che per lo stress ammette di sentirsi sessantenne a fronte dei suoi quarantadue anni anagrafici), ha avuto gioco più facile nel tenere il gruppo unito, tolto qualche battibecco (vedi l’escluso Fognini). In Spagna è un altro mondo, tutto più easy Non s’era mai visto che una delle star, nello specifico Matteo Berrettini, venisse appositamente a fare il tifo. Senza secondi fini, puro spirito di gruppo per un grande gesto sportivo, spontaneo e sincero”.
| Marco Lombardo sul Giornale mette in parallelo le voci di Panatta e Bertolucci, uno al microfono per la Rai e l’altro per Sky, insieme nel podcast di successo La telefonata
«Che fossimo tra le due-tre nazioni migliori al mondo lo sapevamo, ma così… Già quel che è accaduto a Torino era imprevisto, poi questa roba qui. Son tutti impazziti: vedi la gente per strada che ti ferma, che ti chiede, che vuole sapere. Il benzinaio che ti spiega perché Arnaldi non doveva fare quella smorzata lì: bellissimo. E poi sai che c’è? Dentro te la senti meno. Al di là dell’ebbrezza della gioia di squadra, il tennis resta uno sport individuale. Però queste due settimane hanno risvegliato un interesse incredibile, meno male».
“Ti viene in mente Bertolucci – scrive Lombardo – che un anno fa a Roma diceva che Alcaraz avrebbe dominato il futuro. Potevamo dargli torto?”. Bertolucci spiega: «Guarda, in quel momento lì non c’era davvero partita, ma in questi ultimi tre mesi qualcosa è cambiato: Jannik ha sconvolto il panorama mondiale, poi mettici che Carlos ha avuto dei problemi fisici, ed ecco che quella che prima era una distanza ora si è annullata. Sinner è alla pari di Alcaraz e Medvedev, resta Djokovic che è ancora superiore, però… Quando uno con il suo ego vede svanire tre match point, finisce che va sotto choc: nel doppio sembrava un pugile suonato, in più giocava con uno che il doppio non sapeva neanche cosa fosse».
| Ma adesso è giunto il tempo di farlo finire questo Settantasei che è passat ma non finisce mai. Ne scrive Giulia Zonca su la Stampa.
“In quell’anno – dice – è capitato di tutto, meraviglie e orrori e strani incroci di titoli e imprese destinati a incollarcisi addosso. Escono «Taxi Driver» e «Rocky», Battisti canta «Ancora Tu» e ovviamente gli azzurri mettono la mani sull’insalatiera nel Cile al terzo anno di Pinochet. Il successo si salda a quel che gli succede intorno perché ci sono Panatta e Bertolucci e c’è pure il Bertolucci a cui sequestrano «Novecento Atto I». Uno strano meglio di noi in un momento di grandi scossoni. Si gioca a Santiago in rosso protesta ed è l’anno dell’inizio del processo alle Brigate rosse, della nube tossica del Seveso, dell’incidente di Lauda al Nurburgring, al Mugello muoiono due piloti in due gare diverse, Buscherini e Tordi. Il 1976, abbinato alla sua faccia, si è fatto compagno di viaggio pure per chi allora non era neanche nato. Il 1976 cantato, più di dieci anni dopo, dai Sex Pistols che hanno dissacrato qualsiasi cosa, però non quell’annata: «Hey, hey. Remember that day, in 1976». In Italia non abbiamo fatto altro, ma oggi è finalmente il 2023 di Sinner. Il 1976, per quanto dotato di una sua inossidabile mistica, iniziava a pesare. Era come se non fossimo mai capaci di tanto, se il paragone togliesse virtù, se esistesse soltanto quel modo di essere che, per infinite ragioni, non è più”.

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