La coppa della signora con il dito puntato nella foto

 

Intrattabile. L’aggettivo che stamattina L’Équipe usa per Iga Świątek è lo stesso con cui racconta sé stesso nell’autobiografia Pierre Martinet, figlio di un contadino diventato un ristoratore in vista nella grande distribuzione francese, con un accento improbabile, la passione per i salumi, un’azienda agroalimentare di successo da cinquant’anni, dopo un’infanzia trascorsa nella fattoria di famiglia senza elettricità né acqua corrente. 

Come succede a quelle belle insalate che Martinet mette in vaschetta nei supermercati, Iga Świątek s’è mangiata la finale di Cancun. Ha impiegato 59 minuti per battere l’americana Jessica Pegula [6-1, 6-0], senza suspense, seconda donna polacca a vincere il Masters dopo Agnieszka Radwanska nel 2015. Ottava donna differente in otto anni. È di nuovo la numero uno del mondo, anche se avrebbe dovuto essere penalizzata da un tempo di riposo notevolmente inferiore all’avversaria, spiega il giornale francese. Pegula ha commesso 23 errori non forzati contro i 6 di Swiatek, totalmente impotente, come dimostrano i suoi numerosi gesti di frustrazione

 

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Da oggi il tennis femminile è tutto a Siviglia per la Coppa Billie Jean King, un tempo Federation Cup. Nel week-end c’era una bella intervista con la pioniera dell’uguaglianza nello sport su El Pais Semanal. La signora King ha detto che «il vero potere delle donne inizia adesso». Prima di riferire le sue parole, Alejandro Ciriza racconta lo strano processo che c’è stato dietro la chiachcierata di un’ora, con un primo contatto avvenuto a Londra perché a lei «piace fare bella figura e sapere con chi parlerà», fino all’intervista vera e propria avvenuta mesi dopo a New York. 

Si presenta – scrive El Pais Semanal – accompagnata da un piccolo entourage, guidato dal suo agente Tip, un uomo con gli occhiali cerchiati di corno e le sembianze di un attore di sitcom americana. Lei ha l’aspetto americano e porta gli occhiali rossi, in omaggio al pubblico spagnolo, e nel corso della conversazione si assicura più volte che il suo messaggio sia chiaro. L’umorismo è mescolato a un tono serio pieno di rivendicazione, lotta e impegno; lo stesso tono adottato da sempre da una donna che ha alzato la voce e si è ribellata in modo pioneristico in tempi in cui il dissenso era sinonimo di disobbedienza

Cresciuta in una famiglia conservatrice della California, racconta il settimanale spagnolo, ha scelto rapidamente la strada opposta. È stata sposata all’età di 22 anni con un uomo, Larry King, del quale conserva il cognome al posto del suo, Moffitt, nonostante il divorzio avvenuto nel 1987: curioso per una biografia come la sua. 

La sua foto con le campionesse del mondo di calcio spagnole non è stata casuale scrive Ciriza, e in un altro pezzo Nadia Tronchoni riprende questa suggestione, considerando il gruppo di Jenni Hermoso e Aitana Bonmatì come le eredi di quel messaggio. 

Michelle Obama ha detto una volta che Billie Jean King «ci insegna che abbiamo la possibilità di scegliere: possiamo rimanere in silenzio, oppure possiamo fare un passo avanti e combattere. Vorrei che tutte noi avessimo anche solo un briciolo del coraggio e della tenacia di Billie Jean».  

 

E dunque a El Pais Semanal, King racconta di sentirsi una ribelle «ma fino a un certo punto. Mi considero una persona che se ha qualcosa in mente e la visualizza, semplicemente la fa. Ho iniziato a giocare a tennis all’età di 11 anni e all’età di 12 ho avuto un’illuminazione durante un torneo che stavamo giocando a Los Angeles. Tutta la gente che era lì era bianca, tutti indossavano abiti bianchi e scarpe bianche. Anche le palline erano bianche. Ho pensato: – Dove diavolo sono tutti gli altri? Dove sono i neri o gli ispanici? La cosa mi diede molto fastidio, da quel momento ho saputo che avrei dedicato tutta la mia vita affinché tutti potessero giocare a tennis. Volevo che fosse per professioniste, perché dilettantismo vuol dire hobby, mentre se qualcuna è molto brava le va riconosciuto. Questo era il mio sogno. Per lo sport, ma anche per l’uguaglianza. Fin da piccola ho inseguito l’inclusività. Non avevo affatto pianificato quel che è successo. Ma quando ho scoperto che Ilie Nastase aveva vinto 25.000 dollari e a me ne davano 10.000, sono diventata furiosa. Ho incontrato diverse aziende e ho chiesto loro: – Ci dareste una mano? La gente pensa che questa ricerca dell’uguaglianza sia una faccenda solo per donne, ma non è così. Gli uomini devono essere nostri alleati. Nella mia vita ci sono uomini che mi hanno aiutato molto perché hanno più potere. Si tratta di fare le cose insieme, come una comunità. Gli uomini sono chiaramente ancora al vertice, hanno il potere. La differenza è enorme. Ma man mano che le donne inizieranno ad avere maggiori responsabilità, le cose andranno meglio per tutti. Sarà un buon affare anche per loro. È dura per il loro ego, lo so, ma è una questione di educazione. È una questione culturale. Tutto dipende da cosa ci insegnano fin da piccole. Noi ragazze siamo state educate per essere perfette, e questo è impossibile. Non saremo mai abbastanza brave. È ora di cambiare tutto, penso che stia accadendo, perché le donne si sono sollevate, ragazze e ragazzi stanno iniziando a rendersi conto che dobbiamo aiutarci a vicenda. Non per una questione di genere, ma perché dovrebbe essere così».

 

Oh, a proposito di foto della signora King con la nazionale spagnola. L’altra settimana qualche obiezione è stata sollevata a proposito del fatto che ci fosse Novak Djokovic a consegnare il Pallone d’oro ad Aitana Bonmatì. [leggi qui]

Le Monde in Francia si dedica dunque al numero 1 al mondo e alle sue molte pose delle settimane scorse. A Novak Djokovic che gioca a golf alla Ryder Cup. A Novak Djokovic che si fa vedere alla finale dei Mondiali di rugby. A Novak Djokovic che consegna il Pallone d’Oro. E poi, dopo un mese e mezzo di pausa dalla vittoria del suo ventiquattresimo titolo del Grande Slam a New York, il serbo deve essersi detto che la vacanza era finita e che bisognava tornare al lavoro.  

È tornato in campo a Bercy e domenica ha sollevato per la settima volta l’albero spoglio in bronzo, un fusto di rami senza foglie, che l’organizzazione consegna al vincitore. Era la sua sesta finale consecutiva in città e Le Monde scrive che non ha avuto bisogno di brillare contro Grigor Dimitrov, accorciando il calvario del bulgaro a un’ora e 38 minuti [6-4, 6-3]. I 15.000 spettatori del campo centrale non hanno riconosciuto l’artista che aveva incantato il torneo parigino per tutta la settimana dimostrando che la bellezza non è necessariamente nemica del successo. Dimitrov si era divertito a riempire le sue partite di slice deliziosamente realizzati, demivolèe di rovescio, spettacolari tiri tra le gambe. Domenica il suo intero ventaglio di colpi è rimasto nell’armadio, a parte qualche rovescio a una mano

Questo succede spesso contro Novak, al 97esimo titolo della sua carriera, il quarantesimo nel Masters 1000. L’ultima e unica volta che Dimitrov aveva vinto contro di lui, Djokovic era ancora a sei tornei dello Slam. Ne ha aggiunti altri diciotto alla collezione, continuando  a battibeccare con il pubblico di mezzo mondo. 

«Parigi è una città con molte tradizioni, ha una cultura per il tennis. Il mio rapporto con il pubblico è stato, come posso dire… speciale, ma grazie lo stesso». Ha tenuto per tutta la settimana l’indice dietro l’orecchio. Il serbo ha provocato il pubblico e il pubblico lo ha fischiato copiosamente. Ma un Djokovic arrabbiato è un Djokovic sulla buona strada per vincere, ha scritto Elisabeth Pineau.

 

voci Billie Jean King e la sua autobiografia

 ➣  Lei scrive anche dell’Italia.

«Vi adoro, nonostante tutto. Nel 1970 agli Internazionali di tennis in Italia il vincitore prendeva 7.500 dollari, la donna 600. La disparità era 12 a 1. Vinsi e protestai, la risposta fu: se non vi piace, non tornate. La mia ultima volta fu a Perugia nell’82. Non sono mai stata così incoraggiata dal pubblico, come da voi. Dai, dai, mi urlavano. Ecco il chiasso, i cuscini che volavano in campo, gli schiamazzi, tutti che mi volevano toccare. Io non sono per il silenzio, mi piace sentire gli umori, il calore. Non vengo dai club aristocratici, ma dai parchi pubblici. Mio padre era pompiere, mia madre casalinga. Lavoravo per mantenermi, anche se già avevo vinto Wimbledon. Noi siamo performer, il nostro spettacolo è per il pubblico. Sono onesta, lo ammetto, mi piace il tifo dei fans, pure sguaiato. E guardate com’è in alto ora il tennis italiano, Fognini, Berrettini, Sinner. Avete una generazione piena di futuro. A New York nel 2015 ho parlato con il vostro premier Matteo Renzi dopo la finale Pennetta-Vinci. Mi disse: non ha idea di quello che significa per noi e per lo sport che due ragazze del sud siano arrivate fino a qui a giocarsi il mondo. Ho ammirato anche il volto dolente e umile di Francesca Schiavone quando si è presa gli Open di Francia. Senza dimenticare Lea Pericoli. Sui soldi siete stati taccagni, sull’affetto molto generosi». 

 ➣  Il momento più difficile?

«Quando nell’estate del ’78, ricattata dalla mia ex, ho dovuto ammettere pubblicamente che amavo le donne. Persi subito mezzo milione di dollari, gli sponsor mi lasciarono, anche quelli dell’abbigliamento sportivo, l’amministratore di un’azienda in una lettera mi chiamò puttana. È stata dura, ma la parte più difficile è stata fronteggiare la mia famiglia. Ce l’ho fatta con l’aiuto della mia psicanalista che mi ha fatto notare che dovevo smettere di far contenti gli altri. A 50 anni cercavo ancora di non contrariare i miei genitori, desideravo essere la brava ragazza, ma quella cosa mi stava rendendo la vita insopportabile. A 51 ho dovuto fronteggiare l’idea che il mio problema di peso, viaggiavo sui cento chili, era dovuto a disturbi alimentari che mi portava dietro da ragazza e quindi mi sono ricoverata in una clinica. Ai giovani dico: chiedete aiuto, parlate dei problemi, non vergognatevi. Giocherete meglio quando vi sarete liberati». 

intervista di emanuela audisio, la Repubblica [tutto qui]

in tv oggi ore 10 Supertennis: Australia-Slovenia | 16 Supertennis: Svizzera-Repubblica Ceca

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