“I fumetti del giovedì” era uno degli appuntamenti settimanali fissi della newsletter, insieme con L’oroscopo del lunedì, il Meteo del martedì, gli Odori del mercoledì, la Hit Parade del venerdì, i Varietà del sabato, le Giostre della domenica. In sostanza un contenitore di microstorie apparse sui quotidiani e raccolte giocosamente sotto un filo conduttore.
PETER PAN Nicolò Zaniolo
Fra due giorni torna la Nazionale di calcio nel girone di qualificazione per gli Europei, terzo impegno della gestione Spalletti, contro Malta. Stamattina gli azzurri occupano ancora le pagine di retrovia dei quotidiani sportivi, alle spalle delle vicende dei club. Repubblica apre invece la propria sezione di sport con un’intervista di Matteo Pinci a Nicolò Zaniolo. Parla della sua esperienza in Premier League all’Aston Villa, dell’immagine da Bad Boy che si porta dietro e dell’infanzia vissuta con un papà calciatore.
➣ Zaniolo, che differenze ha trovato con l’Italia, Oltremanica?
«Potrei dire che in Italia c’è più pressione dei media e del pubblico, rispetto all’Inghilterra. In realtà mi ha colpito altro: io qui posso girare con gli amici, fare una passeggiata con la famiglia. In Italia è faticoso. Ma qui sto bene. Mi sto abituando anche al clima: ti svegli con la pioggia, alle tre c’è il sole, due ore dopo piove di nuovo. Per il resto è uguale: la vita di un calciatore è allenamento-casa e stop».
➣ La prima volta allo stadio?
«La prima che ricordo è un Carrarese-Viterbese in cui papà segnò un gol incredibile in rovesciata: avrò avuto 8 anni».
➣ Quando ha capito che avrebbe potuto fare il calciatore?
«Non l’ho realizzato mai. Quando da bambino pensi “voglio fare il calciatore”, diventa un’ossessione. E difficilmente riesci. Io volevo solo divertirmi, non ho mai avuto la minima idea di cosa ci fosse oltre il settore giovanile».
➣ Un calciatore non ha tempo per un hobby diverso?
«Non solo il tempo. Non possiamo usare il fisico fuori dal campo: ti piace la moto? Non puoi andarci. Ti piace sciare? Non puoi farlo. Uscire dalla quotidianità è dura, anche se vai a cena fuori non puoi mangiare come vorresti, hai una dieta da seguire. La vita del calciatore ha tanti pro, ma anche dei contro. Però è quello che sognavo da bambino, e non mi lamento».
MULAN Francesca Lollobrigida
Alberto Dolfin per il Corriere dello Sport-Stadio ha intervistato la pattinatrice Francesca Lollobrigida, al suo rientro in pista dopo la maternità.
➣ Le è capitato di confrontarsi con altre mamme-campionesse?
«Una volta ho incontrato la fiorettista Arianna Errigo, però lei era più avanti di me in gravidanza. C’erano già esempi di mamme-atlete che ce l’hanno fatta, ma il mio caso era un po’ particolare, perché non potevo allenarmi dietro casa e poi tornarci la sera: dovevo fare valigia e andare a Inzell in appartamento. Di fatto, grazie alla Fisg, ho potuto tornare a ripetere quello che facevo da sola, solo che ora lo faccio con mio figlio e, per fortuna, mia sorella».
➣ È dura?
«Il nostro sport è atipico: bello, ma faticoso, anche a livello di testa. Molte delle mie avversarie si allenano e poi tornano a casa a dormire nel loro letto, mentre io e tutti i miei compagni di squadra dobbiamo macinare chilometri perché spesso dobbiamo andare ad allenarci in Germania, salvo quando è disponibile la pista di Baselga di Pinè all’aperto. Aggiungo un grado di difficoltà con la sfida da mamma-atleta».
➣ Differenze rispetto alla Francesca del passato?
«Prima pensavo solo a me e a nient’altro. Adesso mi alleno, ma ho in testa sempre lui, incastro le visite dal pediatra, i vaccini e così via. Ci riesco bene e poi ho già ottenuto i limiti minimi per fare i 3000 e i 5000 metri in Coppa del Mondo. Salterò le prime due tappe in Giappone e Cina perché logisticamente difficili, ma a dicembre sarò pronta per quelle in Norvegia e Polonia»
LE SUPERCHICCHE La pallavolo italiana
La stagione europea delle squadre italiane inizia con un derby in Challenge Cup tra Novara e Casalmaggiore, andata stasera, ritorno giovedì. In mezzo c’è pure la stessa partita domenica, per la seconda giornata di campionato. Novara torna in campo europeo a distanza di cinque anni, grazie al giro largo fatto vincendo la Wevza Cup.
Il Corriere dello Sport-Stadio intervista stamattina con Giorgio Burreddu la belga Britt Herbots, passata da Firenze a Scandicci.
➣ Per lei è il sesto anno in Italia. Che campionato è?
«Quel tipo di campionato in cui non puoi giocare al 50% contro nessuno. La stanchezza non ci può toccare. Ogni anno il livello si alza. Mi ricordo la prima stagione a Busto, forse un paio di partite potevi valutarle come semplici. Ora no. La prima può perdere contro l’ultima. Non c’è un gap. È il campionato migliore del mondo».
➣ Però le due nazionali azzurre rischiano di non andare a Parigi 2024.
«Essere sempre al top è veramente difficile. E sbagliare è umano. Le aspettative continue non fanno bene. Ma credo che l’Italia abbia giocatori di prestigio assoluto».
➣ Ha parlato con Antropova del momento azzurro?
«Kate è una ragazza fantastica. È “easy” fuori dal campo, ed è veramente giovane. La guardo e penso: “Cavolo, è così alta ma tanto piccolina” (ride; ndr). Però imparerà ancora molto. Sono curiosa di vederla in campionato. In allenamento fa cose straordinarie».
ASTERIX Marcò Verrattì
Non si rimane nello stesso posto per undici anni se non sei innamorato. Così dice Marco Verratti stamattina a L’Èquipe, in un’intervista con cui ripercorre la sua traiettoria al PSG e spiega a José Barroso i motivi della partenza verso il Qatar.
➣ Eri uno dei beniamini del Parco dei Principi. Ti ricordi come è successo? Cosa pensi che sia piaciuto di te al pubblico?
È successo subito, dall’inizio. Penso che i tifosi si accorgono se dai tutto. Non è andata sempre bene, ma hanno visto le mie intenzioni. Non ho mai tradito.
➣ Quando sei arrivato, avevi 19 anni. Come immaginavi il tuo periodo al PSG?
Non avrei mai pensato di fare una carriera del genere. Venivo dalla squadra della mia città, Pescara, dalla Serie B. Ritrovarmi qui con grandissimi giocatori è stato uno shock. Ma ho amato tutto. La città, il club. Non immaginavo di restare undici anni, ne sono fiero. Sono un emotivo. Quando sto bene da qualche parte, faccio di tutto per ricambiare. Quando ero piccolo era lo stesso: mi volevano i grandi club italiani ma sono sempre voluto restare al Pescara.
➣ Qual è stato il tuo periodo preferito?
Nei primi anni eravamo un gruppo molto affiatato. Erano altri tempi. I francesi, gli italiani, i nuovi… È stata anche un’altra generazione. I problemi dello spogliatoio c’erano, ma ci parlavamo. Eravamo amici, andavamo in vacanza insieme. All’inizio è stata un po’ dura con i francesi ma poi ci siamo capiti, i Douchez, Chantôme, Jallet. Tutti con uno stesso obiettivo. Quando vinci, è facile essere amici. Quando arrivano i primi problemi, vedi se è davvero un bel gruppo. Penso che questo sia il problema che abbiamo avuto in seguito, non era più lo stesso gruppo.
➣ Il tuo stile di vita è stato un argomento ricorrente negli ultimi anni. Hai qualche rimpianto?
È il mio modo di essere. Per me il calcio è sempre stato un gioco, poi ho una vita. I piaceri che provavo erano andare al ristorante, bere un bicchiere di vino quando non c’era allenamento. Ci sono giocatori che si nascondono, io mi sono sempre assunto la responsabilità, nella vita come in campo. Penso di piacere alla gente anche per questo: vedono che sono un ragazzo normale. Sapevo quando potevo andare a mangiare con i miei amici o andare in discoteca da giovane. Ho passato undici anni qui, è normale che la gente mi abbia visto in giro più degli altri. Non rimango a casa tutti i giorni.
➣ È compatibile con un livello professionale molto elevato? Non saresti potuto arrivare più in alto?
Sono sempre stato molto professionale. Se piaci a tutti gli allenatori che hai avuto, a Parigi o in Nazionale, se sei titolare in un club che ha la possibilità di acquistare i più grandi giocatori e ne prende ogni anno alle concorrenti, con allenatori che non fanno regali, mi pare un riconoscimento, il riconoscimento più bello, no? Tutti quelli che mi conoscono sanno quanto tengo a questo club e a questo lavoro. Non sono mai arrivato in ritardo di un minuto per allenarmi in undici anni.
➣ Quando ti diciamo che andare in Qatar sembra un pensionamento anticipato, ti offendiamo?
La cosa più importante nella vita è divertirsi. Mi piace allenarmi e giocare le partite, anche se non sono più allo stesso livello. Mi diverto ancora.
➣ La tua creatività manca,nel centrocampo del PSG. Dici anche a te stesso che avresti potuto dare ancora qualcosa a questa squadra?
Penso di sì. So di cosa sono capace, mi sono allenato due mesi con loro. Negli ultimi giorni c’erano giocatori che mi pregavano di restare. È il riconoscimento più grande, da parte di persone che ti vedono ogni giorno e sanno cosa puoi dare. Lo stesso vale per tutti gli allenatori che ho avuto: tutti quelli che hanno lasciato Parigi, volevano che andassi a giocare nella loro squadra».
PICO DE PAPERIS Ancelotti laureato
L’Università di Parma ha dato ad Ancelotti la laurea in Scienze e tecniche delle attività motorie e Arrigo Sacchi è assai contento. Ne ha scritto stamattina sulla Gazzetta sottolineando i valori del suo Carletto, primo fra tutti l’umiltà.
“Questi valori – dice Sacchi – Ancelotti ha avuto la forza e il coraggio di trasferirli nella professione dell’allenatore. Lui è un esempio per tutti, è stimato ovunque, ha vinto trofei in cinque Paesi europei, ha allenato i club più importanti e sempre ha ricevuto attestazioni di stima. Anche quando, magari, le cose non sono andate per il verso giusto, perché qualche sconfitta c’è stata, Ancelotti è sempre stato rispettato. Sapete perché?
Semplice, lui è una brava persona che fa della genuinità, della sincerità, della generosità, della passione e del buonsenso i suoi punti cardine. Non ho mai sentito un giocatore lamentarsi dei suoi metodi, tutti ne parlano sempre in termini positivi. Il suo segreto, se tale si può definire, è il dialogo: Carletto cerca di convincere, usa la persuasione e non la percussione”.
Oh, la cosa divertente è che Ancelotti con Parma non ha avuto in passato un rapporto così carico di entusiasmo. È una di quelle storie assai italiane di campanili. Lo ha raccontato in una delle sue interviste che sono poi diventate materiale per l’Intervista con Orson Welles su Slalom.
«Il formaggio è nato in provincia di Reggio e, a essere pignoli, dovrebbe chiamarsi Reggiano-Parmigiano. I parmigiani si ritengono i più furbi, e a volte lo sono pure. Ci hanno messo sopra il cappello. Si va sulla luna ma i parmigiani continuano a sfottere i reggiani dicendo che hanno la testa quadra. A Parma, che tanti vedono come un’isola felice, non c’è mai stato feeling né con la società né con la città. Non mi hanno mai apprezzato. Mi sentivo a disagio. Reggiolo è nella Bassa, vicino a Gualtieri, che almeno è famosa per Ligabue. Dopo le medie avrei voluto studiare Agraria, invece mi ritrovo a scuola di elettronica, che non mi piaceva. Ma ho seguito la maggioranza dei miei amici, l’ho fatto per la compagnia. Loro non volevano restare contadini, di qui la scelta. Morale: mi ritrovo perito elettrotecnico e non me ne po’ fregà de meno».
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Tutta l’intervista di Orson Welles a Carlo Ancelotti
1 maggio 2022