Aprite le porte del grande calcio a Berlino, la più grossa capitale senza finali in Champions

  Madrid ha vinto 14 volte e in tre anni ha celebrato due derby in finale, tra il 2014 e il 2016. Hanno festeggiato a Lisbona, a Londra, in Amsterdam. Anche le capitali dell’Est hanno fatto in tempo a mettere le mani sulla Coppa, prima che diventasse troppo ampio lo scarto tra i più facoltosi e gli outsider. I nomi di Bucarest e Belgrado sono nell’albo d’oro accanto agli anni 1986 e 1991, prima che il capitalismo sfondasse la linea della vecchia cortina di ferro. Una finale è stata raggiunta nella città di Atene, a Roma, persino in quella Parigi che al calcio guardava con snobismo, almeno fino all’arrivo dei bonifici dal Qatar. Resta una domanda: dov’è Berlino?

Non c’è. Nel calcio è ai margini. Una partita per la Coppa al massimo l’ha ospitata, otto anni fa, nello stadio olimpico di Jesse Owens. È la più grande capitale ignorata dal pallone, dentro la drammatica cornice di una storia che non sempre capitale la voleva. L’Hertha non vince il titolo dal ‘31 e adesso si dimena in serie B dopo una grande illusione vissuta nelle stagioni scorse, quando per la prima volta nella storia della Bundesliga, un ex leader di un gruppo di tifosi è stato eletto alla guida del club. Kay Bernstein presidente, che storia. Mentre Damiano Tommasi diventava sindaco di Verona, lui prendeva quasi il 54% dei voti (1.670 su 3.040) superando pure lui il candidato del centrodestra, Frank Steffel, presidente della sezione pallamano e politico della CDU. Bernstein è il co-fondatore del gruppo Harlekins Berlin ’98, un tipo timido, ma abbastanza sfacciato da tenere in mano il megafono nella curva. È stato riconosciuto come il principale istigatore del lancio di oggetti che ferì un un tifoso nell’autunno del 2018. Ha avuto tre volte un Daspo. Il suo obiettivo al momento dell’ascesa al potere era restituire un’immagine più attraente a un club deriso dal resto del Paese per i suoi risultati mediocri, a fronte di quasi 400 milioni di euro spesi dal nuovo proprietario Lars Windhorst. L’Hertha, secondo Bernstein, è «un club in terapia intensiva».

Solo fino a un paio d’anni fa pareva il più credibile candidato a sanare un vuoto, a firmare la pace tra la città e il resto d’Europa nel nome del pallone. La Dynamo era un refolo di vento del passato. Dall’altra parte del muro dominava quando la Stasi soffiava nelle sue vele, quando Erich Mielke la controllava di persona. Sapeva quali parole usare con gli arbitri per vincere con un rigore nei minuti di recupero, come hanno scritto Kuper e Szymanski in Calcionomica. Quelli della Dynamo finirono per essere chiamati gli Elf Schweine, gli undici maiali, perché dal 1979 al 1988 non persero mai. Trabant e case in collina erano i bonus distruibiti in segreto a chi faceva grande la squadra del ministero per la Sicurezza della Ddr. Lo stato decideva pure il calciomercato. 

Nessuno avrebbe mai davvero pensato che a riportare la città degli angeli di Wenders in Coppa dei Campioni sarebbe stato l’Union, un mondo a sé, il club che rappresenta la working class, 20mila spettatori di media anche nei giorni meno luminosi, molti ancora provenienti dai settori orientali della città. È speciale già il nome dello stadio: An der Alten Försterei. Significa: Alla vecchia casa del guardaboschi. Quartiere Köpenick. A Natale i tifosi si vedono lì e fanno il cenone insieme. Durante i Mondiali di Rio, misero un maxischermo sul prato e si portarono i divani da casa. Dirk Zingler, il presidente, disse a Repubblica: «Possiamo sembrare usciti da un film di Ken Loach o da un romanzo di Hornby, ma a me non sembriamo speciali. Siamo noi stessi, facciamo il calcio che ci piace. Piccolo ma felice. Niente show, cheerleaders, niente pubblicità durante le partite. Un calcio birra e salsicce. Cerchiamo di conservare la semplicità, e forse basta per essere speciali». 

Stasera questo mondo entra al Bernabéu. Nella Madrid della gloria sovrabbondante, arriva la scheggia della capitale che meno di tutte ha vinto e che meno di tutte si strugge poi per il pallone. Possiede più Coppe dei Campioni il capoluogo della contea del Nottinghamshire che il cuore politico e finanziario dell’Europa. Dopo il Blau-Weiß nel 1905, sono arrivati i due titoli nazionali tedeschi del Viktoria (1908, 1911) e i due consecutivi dell’Hertha (1930 e 1931). Dopo – con la guerra alle spalle e divisa in due – onestamente Berlino ha avuto altro per la testa.

Quanto succedeva intorno al Muro è stato drammatico o letterario, mai felice. In Calcio e potere Simon Kuper ha raccontato la storia di Helmut Klopfleisch, un uomo grande, biondo, dalla faccia tonda. L’Hertha si era trasferita da est a ovest prima che la politica partorisse la divisione. Lui che andava a vederla allo stadio da bambino rimase senza un pezzo di identità. Lo stadio nuovo non era lontano dalla linea di confine e Klopfleisch si radunava nei paraggi con gli amici, non più per vedere i gol ma almeno per sentirli. Finché l’Hertha non se ne andò all’Olimpico, a chilometri di distanza, e pure quell’ultimo tratto di radice venne strappato via. 

 

È solo uno dei tratti dell’assenza che sembra tormentare Berlino. Parigi ha avuto Balzac e Proust, Londra ha avuto Dickens, Boston ha avuto Henry James. A Berlino è toccato vivere priva di un cantore, mentre nella stessa Germania Mann scriveva il grande romanzo di Lubecca, Heinrich Böll vagava tra Bonn, la Renania e le trincee, Günther Grass ambientava a Danzica la sua celebre trilogia. Perché? Cosa è mancato a Berlino fino all’arrivo del cinema di Wim Wenders? Nella sua guida per il Touring Club del 1975, Enrico Altavilla ha scritto: 

 

  “Berlino non ha mai avuto le proporzioni – fisiche e spirituali – d’una Londra e d’una Parigi, che erano già metropoli quando Berlino era ancora una “Residenzstadt” di scarsa importanza. Non v’è mai stata a Berlino una vera corte, i suoi sovrani non sono stati mecenati, la città non ha mai avuto nel popolino personaggi da Opera da tre soldi o da Pigmalione. Un Villon, a Berlino, si sarebbe annoiato. Un Balzac avrebbe trovato una società borghese e senza vizi. A un Proust sarebbero mancati i salotti letterari. Non bisogna forse meravigliarsi se prima delle grandi guerre Berlino non ha saputo ispirare un capolavoro. Ma bisogna stupirsi vedendo che anche la tragica Berlino dei nazisti – la Berlino dell’incendio del Reichstag e della “notte di cristallo” – e la Berlino del dopoguerra – la Berlino del ponte aereo, del muro, del blocco – non hanno ancora trovato se non un Dickens almeno un Norman Mailer o un Irvin Shaw

 

Prima di Wenders, Berlino non ha avuto nemmeno un Gerd Müller o un Netzer. Oppure più tardi un Kohler, un Klinsmann, un Hassler. A parte la Dynamo della polizia segreta, la porzione comunista della città era nel calcio il Vorwärts, emanazione della polizia popolare. Perfino il grande totem dell’est, Sparwasser, l’uomo del gol contro l’Ovest ai Mondiali del 74, aveva esercitato il suo magistero fuori città, tutto a Magdeburgo. 

 

Quando il 3 ottobre dovrà ospitare il Braga, l’Union non aprirà il proprio stadio, ma chiederà ospitalità all’Hertha con cui esisteva una storica simpatia reciproca, in parte incrinata. L’ultima partita prima che cadesse il Muro finì alle otto meno un quarto di sera dell’8 novembre ‘89. La giocò la Dynamo, fece 0-0 con lo Stahl Eisenhüttenstadt. Tre giorni più tardi, approfittando della nuova libertà di circolazione, dall’est partirono e andarono a vedere l’Hertha contro il Wattenscheid: anziché i soliti 10 mila spettatori ce n’erano 55 mila. Compresi i calciatori dell’Union. Qualcuno ha scritto che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non volle vincere la partita per non rovinare l’atmosfera. È bene inventata. 

Il 27 gennaio del 1990 toccò proprio a Hertha e Union giocare la partita simbolica organizzata dalle Poste, la Wiedervereinigungsspiel, il rito della riunificazione. Tifosi mescolati, oltre 50 mila. Fu una sbornia di festa, non l’inizio di un’abitudine: alla partita successiva andarono in 4 mila. Nella primavera del 2020 furono ancora loro a giocare il primo derby di calcio in Europa dopo l’uscita dal lockdown. 

 

  Due identità chiare e distinte, lo scrisse Eduardo Accorroni su Avvenire: l’Union perennemente contro, sempre in lotta contro i poteri forti del calcio internazionale, libera da ogni qualsivoglia ingerenza statale e politica, simbolo ed orgoglio di una working class mai doma e l’Hertha che invece rappresenta le aspirazioni della upper-class berlinese, indaffarata nei suoi progetti di trasformazione dell’Olympiastadion in un gigantesco centro commerciale. Peter Strieder, ex assessore all’Urbanistica, la definì un’esigenza di denazificare uno dei simboli del potere di Hitler, il teatro dei Giochi del 36 e la sua tribuna. A Enzo Piergianni sul Corriere dello sport-Stadio pareva solo “una scaltra manovra immobiliare. Strano che la matrice politica dell’Olympiastadion non lo abbia turbato quando era assessore (dal 1996 al 2004). Aprite le porte alla Champions.

 

   ITALIANISMI

Stasera Inter e Napoli

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  BRAGA-NAPOLI | I segnali, i segnali. Bisogna saperli leggere, bisogna saperli cogliere. Nel giorno in cui uno dei cinquanta e passa patroni della città scioglie il suo sangue, come più o meno regolarmente fa Gennaro ogni 19 settembre e ogni primo sabato di maggio, i presagi sono tutt’altro che buoni. Il Napoli è atterrato in Portogallo con tre ore di ritardo a causa di un guasto all’aereo. Come la volete prendere? Che significato gli vogliamo dare? 

Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio racconta che De Laurentiis è in attesa di risposte convincenti. Il piano anticrisi di Garcia passa attraverso le prossime partite con Braga, Bologna e Udinese. Il presidente è rimasto in Italia, ma segue gli eventi  da lontano e chiede  segnali di crescita. Braga-Napoli è un esame oppure una presa di coscienza sullo stato dell’arte, lo sa pure Garcia. servirà rialzarsi e camminare. Meglio ancora se corresse. Prima che poi sia già (clamorosamente) troppo tardi

 

  REAL SOCIEDAD-INTER | Paolo Tomaselli da San Sebastian incrocia l’arrivo dell’Inter con il festival del cinema e spiega le scelte di Inzaghi che puntava a iniziare le rotazioni, ma la sosta ai box del turco (a cui si aggiunge quella di Cuadrado per tendinite) può far slittare alcune scelte, come quella di Frattesi titolare al posto di Mkhitaryan (che ieri ha lanciato un appello per il dramma del Nagorno Karaback, ancora sotto attacco). Pavard al posto di Darmian e Carlos Augusto per Dimarco però restano due opzioni. Davanti spazio ancora a Thuram con Lautaro: il francese ha giocato solo 8 volte in Champions, ma alla prima fece un assist contro l’Inter e alla seconda una doppietta al Real

Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta spende parole per Lautaro. Mai una parola fuori posto, mai una voce di mercato che non sia stata soffocata sul nascere. Lautaro si sente l’Inter addosso. Da questa prospettiva si capisce perché abbia troncato i rapporti con Lukaku, troppo ondivago e contradittorio nelle dichiarazioni e nelle scelte. Non diciamo che Martinez resterà per sempre all’Inter perché non lo sappiamo, però siamo sicuri che nell’eventualità di un distacco Lautaro comunicherebbe con chiarezza la decisione, senza infingimenti. Non sarà una trattativa semplice, l’agente di Lautaro chiederà un adeguamento economico consono al nuovo status dell’attaccante e qualche società cercherà di infilarsi tra le pieghe con proposte al rialzo, però si partirà da una base chiara, dalle radici forti che Lautaro ha messo all’Inter.

 

chi vedere | Ancora Tomaselli si sofferma sulla stella della Real molto più instabile, dice, cioè il giapponese Kubo dopo 4 stagioni di prestiti può ancora essere ricomprato per 25 milioni dal Real Madrid: sabato al Bernabeu non ha segnato, ma ha fatto un assist, un tunnel a Kroos e seminato il panico accentrandosi da destra col suo mancino. Qui a Donostia, dove il vivaio ha prodotto 42 giocatori in 10 anni e anche allenatori, come Alguacil in panchina dal 2018, Kubo ha trovato la sua dimensione (9 gol l’anno scorso). L’importante per l’Inter è che adesso non ne trovi una nuova.

 

Il Neo-Calcio nato con il divieto 

del passaggio all’indietro

Slalom 15 luglio 2022

 

I rumori della Champions

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OUCH  Il Milan mangia gol

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport scrive che si tratta di un altro tipo di dolore, rispetto al derby, ma fa male anche questo. Forse, addirittura di più. Perché contro l’Inter, il Milan ha fatto di tutto per meritarsi i 5 sberloni, mentre contro il Newcastle ha fatto di tutto per vincere: ha tirato 25 volte verso la porta, contro i 6 tentativi inglesi; ha inquadrato i legni 9 volte, concedendo un solo tiro nello specchio al 95’. È mancata una manciata di cattiveria sotto porta, ma Pioli ha ritrovato subito il suo Milan: ottima la fase difensiva, Tomori il migliore, buona la costruzione e la produzione di gioco, come raccontano i tiri in porta. In campo si è vista una squadra sola. L’ambizioso e forte Newcastle ha pensato soltanto a riportare in patria un punto che pesa parecchio. Al contrario, lo 0-0 casalingo contro la squadra, sulla carta, più debole del girone, alla vigilia di due trasferte di fuoco, Dortmund e Parigi, mette subito in salita il cammino del Diavolo. A completare l’amarezza della serata, gli infortuni di Loftus-Cheek e Maignan.

0-0   

 

  NO  L’aria che tira intorno a Leao

Qui bisogna leggere le righe e forse pure quel che c’è scritto tra le righe. La Gazzetta è dura con Leao in modo inusuale. Luigi Garlando scrive: Si vince in undici, si perde in undici, ma è di rigore cominciare da quello che ha comminato Leao al 34’ del primo tempo. Theo spalanca la porta a Rafa che s’invola tutto solo sulla fascia sinistra… Arrivato al limite, sterza come un surfista e rientra dribblando in orizzontale come ama Messi. In questi casi la Pulce, lo ha fatto in un Clasico, dribblato l’ultimo avversario, incrocia in diagonale sul paletto più lontano. Tutto San Siro si aspetta che lo faccia anche Leao. Invece il portoghese si avvita, dà le spalle alla porta e inciampa fantozzianamente in un colpo di tacco folle. Stile Balotelli 2011 nel City di Mancini che lo sostituì Furibondo. Ma Mario lo aveva fatto in un’amichevole americana, Leao in una partita chiave di Champions, dopo un derby umiliante. Infatti Tomori glielo spiega a brutto muso, furibondo come Mancini.

Luca Bianchin parla addirittura di panna montata, dice che è buona ma a digiuno, dopo un po’, stufa. Rafa Leao ieri sera – e allargando un po’, in questo periodo – è stato un creativo alla ricerca del colpo a effetto, un fenomenale performer con pallone. Il problema è che il Milan oggi, domani, sempre, ha bisogno di altro.

 

  YEAH L’accoglienza per Tonali

Monica Colombo sul Corriere della sera racconta: Quando gli altoparlanti hanno diffuso «Freed from desire», minimi i fischi, la gente ha cantato «Pioli is on fire». Magari con meno impeto del passato, ma ha assecondato la musica. Se il ritorno di Donnarumma a San Siro era stato accompagnato dai fischi, Tonali è stato trattato come il figliol prodigo. Applaudito da tutto lo stadio alla lettura delle formazioni, celebrato dalla curva con il coro «Uno di noi». E per finire di nuovo omaggiato da San Siro quando al 72’ Howe lo ha richiamato in panchina.

 

Il gol di Provedel

Giulio Cardone su Repubblica racconta così il gol finale di Provedel contro l’Atlético Madrid:

Succede il finimondo: tutti addosso al portiere biondo — rima tratta dal coro che i 50 mila dell’Olimpico in estasi gli dedicano dopo la prodezza — e fischio finale dell’arbitro. Attenzione però, il gol di testa all’ultimo secondo non è una novità per il miglior estremo difensore dello scorso campionato, passato nell’estate 2022 dallo Spezia alla Lazio per un paio di milioncini: il 7 febbraio 2020, in B, Provedel aveva regalato il pareggio — in quel caso 2-2 — alla sua Juve Stabia contro l’Ascoli. Tutto perché l’ex ragazzino di Cecchini di Pasiano, Pordenone, aveva iniziato a giocare da attaccante, insomma far gol gli piaceva e il meraviglioso vizietto gli è rimasto anche quando poi il talento lo ha portato dalla parte opposta del campo. Nella fase a gironi della Champions, solo al portiere Bolat dello Standard Liegi, contro l’Az Alkmaar, era riuscita una rete su azione.

Giovanni Battistuzzi sul Foglio dice che quando segna un portiere è un carnevale, il mondo ribaltato. I portieri respingono urla avversarie, oltre ai palloni, al massimo fanno bloccare il fiato o generano respiri di sollievo, a volte strappano qualche applauso. Non fanno mai urlare gol.

1-1   

 

  Il Borussia schiacciato dal PSG

Damien Degorre su L’Équipe è sorpreso dal Dortmund, perché più che presentarsi come un grande club tedesco, determinato e vendicativo, il Borussia è apparso soprattutto disorientato, incapace fino all’intervallo di tenere palla per sequenze superiori ai cinque secondi. Quando è poi riuscito ad avvicinarsi al gol di Gianluigi Donnarumma, ha perso la via per fretta o ha fallito per imprecisione. A quel punto il punteggio era già di 2-0

Il giornale francese dedica la prima pagina ad Hakimi mvp. Ci sarà tempo – si legge – nei prossimi giorni, per discutere della mancanza di precisione o degli sprechi di Dembélé, ma è forse anche il prezzo da pagare per gli sforzi collettivi compiuti dalla stragrande maggioranza dei giocatori quando perdono palla. Tutto quello che non è stato fatto nella scorsa stagione.

I conti dei francesi |  Le Parisien: Il PSG sta sfruttando il vantaggio di trattare e lavorare con se stesso. Certo, questo tipo di operazioni sollevano la questione relativa alle multiproprietà, ale parti correlate, al conflitto di interessi. In fondo sono le stesse persone a fissare prezzi e commissioni, il che potrebbe aiutare in termini di Fair Play Finanziario. Si può considerare come un modo malizioso di giocare con le regole, fino al punto di aggirarle?.

Undici: Va detto che il PSG non sta facendo nulla di clamoroso e/o di illegale. Nulla che non si sia già visto, per altro. Pochissime settimane fa, in fondo, era avvenuta la stessa identica cosa nella galassia del Newcastle United: il club inglese, posseduto e gestito dal fondo saudita PIF, ha ceduto Allain Saint-Maximin a un club dell’Arabia Saudita – anche in questo caso si chiama Al-Ahli – posseduto e gestito dal fondo PIF. In pratica, i dirigenti dello United hanno trattato con loro stessi e alla fine hanno concordato il trasferimento del giocatore in cambio di 35 milioni di euro

2-0

 

La serie B tedesca è da Champions. Gli stadi, eh

La bandiera calcistica dell’Ucraina non sventola più in Polonia come nella stagione scorsa. Lo Shakhtar Donetsk ha esordito e continuerà a giocare le sue partite internazionali in uno stadio tedesco, il Volksparkstadion di Amburgo, Bundesitalia sulla sua pagina Facebook fa notare che si tratta del secondo impianto della serie B in cui arriva la Champions, dopo quello dell’Hertha. 

E così – dice Bundesitalia – grazie all’incrocio di questi due meravigliosi calendari, l’Olympiastadion a dicembre ospiterà a quattro giorni di distanza il REAL MADRID e l’OSNABRÜCK, mentre il Volksparkstadion a novembre vedrà prima il MAGDEBURG e poi il BARCELLONA tre giorni dopo. In effetti è sempre stato il nostro sogno vedere Christian Titz e poi Xavi sulla stessa panchina a distanza di poche ore. Per non parlare di Modric e Robert Tesche calpestare le stesse zolle nella stessa settimana.

1-3

 

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