Oh, com’è che si chiama il numero dieci? Boh, chi lo sa. In effetti dalla tribuna non si vede. Non è una questione di caratteri piccoli o grandi. Dietro la maglia della nazionale francese di rugby, il nome non si vede perché l’hanno tolto. C’è stato, c’era, adesso che sono iniziati i Mondiali non c’è più. Nemmeno stasera contro l’Uruguay, garantisce L’Équipe, raccontando che il regolamento non c’entra, gli inglesi sì, gli inglesi i nomi ce li hanno, e pure gli italiani, pure i figiani. E allora? Che sta succedendo in Francia?
Nell’amichevole del 12 agosto contro la Scozia a Saint-Étienne, le lettere erano al loro posto, dietro le spalle, sopra il numero. Sette giorni prima a Murrayfield no. Mmm. Che solenne mistero. Patrick Sowden sul quotidiano francese spiega che c’è stata una pressione iniziale da parte dell’area marketing del comitato organizzatore del Sei Nazioni. «Tutte le federazioni hanno ricevuto questa raccomandazione» spiega Jean-Marc Lhermet, ex terza fila del Clermont e oggi vicepresidente della federazione. La Francia si irrigidì subito, ma «per evitare di fare il brutto anatroccolo – continua Lhermet – abbiamo preparato maglie con i nomi per le partite di preparazione ai Mondiali».
La questione è più alta. Il dibattito è anche culturale. Il numero di maglia nel rugby, come un tempo nel calcio, ma perfino più che nel calcio, indica una delle posizioni ricoperte in campo. Il 10 non è di proprietà di un giocatore. Il 10 è di chi gioca da 10. C’è chi ritiene che bisogna convivere con i tempi, dice L’Équipe, e che un nome scritto dietro la schiena sia di aiuto per lo spettatore, specialmente quello televisivo.
“Sapere che il drop è stato di George Ford – per esempio – farà vendere più maglie del mediano d’apertura inglese, se il suo cognome permetterà al cliente di identificarsi con l’eroe. Ma altri rifiutano di mettere il rugby su questa strada. Tradizionalmente, storicamente, culturalmente, il rugby è uno sport collettivo dove il giocatore è uno dei 23 pezzi del puzzle”.
Quando va in campo la Francia di Didier Deschamps, Antoine Griezmann ha il 7 perché il 7 è lui, Adrien Rabiot è il 14 e Kylian Mbappé il 10. L’identificazione è totale. Il calcio e gli sport americani da tempo i numeri li ritirano insieme con l’addio della leggenda che lo ha indossato. C’è chi pensa che il rugby non debba seguire questa strada, chi ribatte che ci vuol poco a stampare i nomi dietro la maglia partita per partita.
Così, dopo il caso degli inni nazionali affidati al coro delle voci bianche caro a Mika, i Mondiali si sono infilati in un’altra faccenda che pare trascurabile, ma che in realtà è una matrioska. La apri e contiene molti altri temi. Se un numero fosse proprietà privata, la Francia non avvertirebbe la propria differenza nel mettere l’accento e dar più importanza al 9 rispetto al 10. Lo racconta Le Monde a proposito di Antoine Dupont, il super eroe della Nazionale, secondo molti il miglior giocatore al mondo, nonostante la partita così così all’esordio contro la Nuova Zelanda. Porta il nome di un personaggio dei fumetti immaginato da Gotlib negli anni ’70 e dietro la schiena porta il simbolo dell’uomo di raccordo, la cerniera, lo chiama Le Monde, il giocatore della transizione, l’anello che congiunge gli attaccanti alla tre quarti.
È un “piccolo caporale che accompagna le sue truppe in combattimento”, piccolo perché spesso il mediano di mischia è il più piccolo in campo. Jacques Fouroux, storico 9 dei Blues, guida al Grande Slam del 1977, veniva chiamato il piccolo Napoleone. Dan Carter, ex icona degli All-Blacks, dice a L’Équipe quel che molti pensano: il numero 10 è l’equivalente della posizione più importante nel rugby. Ma è un acquaiolo. Nel senso che vende l’acqua fresca del 10 perché il 10 lo portava lui.
Nel mondo della palla ovale in effetti le chiavi del gioco sono affidate al mediano di apertura, ai Jonny Wilkinson e ai Jonathan Sexton. In Francia la fiducia collettiva si posa più spesso sulle spalle del 9. L’attuale ct Fabien Galthié era un mediano di mischia. È una sfumatura della cultura francese per il rugby, secondo Yann Delaigue, ex Tolosa, oggi consulente di RMC. Ne fa una questione di dna per il gioco latino, qualunque cosa voglia dire. La storia della nazionale francese è piena di carismatici numeri 9, divenuti poi allenatori dei Blues. Da Jacques Fouroux a Fabien Galthié, passando per Pierre Berbizier. Vengono scelti proprio perché sono stati considerati in una relazione speciale con il gioco. Lo hanno condotto.
Per capirci, Le Monde scrive che “in Francia, il mediano di mischia guida l’autobus, mentre il mediano d’apertura è spesso un autostoppista di passaggio”. Per giunta il 10 titolare di questa Francia così ambiziosa s’è pure fatto male alla vigilia. Al posto di Romain Ntamack [legamento crociato del ginocchio sinistro] sta giocando Matthieu Jalibert. Qualche anno fa il paese dibatté della possibilità di vederli giocare insieme, trovando una formula. Non se ne fece niente.
Gli occhi della Francia stasera sono però sulla maglia con il numero 8. Anthony Jelonch, figlio di un viticoltore, è stato operato il 6 marzo e da allora corre contro il tempo per giocare ai Mondiali. Chirurghi e preparatori atletici hanno posto a voce alta, come scrive Libération, la questione della opportunità di un rientro così rapido in un contesto così competitivo. Qualcuno per prudenza suggeriva qualche settimana aggiuntiva di riposo, chi dice addirittura mesi. Un rodaggio più lungo è parso un lusso. Anthony Jelonch ha avuto da giugno al suo fianco Bruno Boussagol, fisioterapista, direttore sanitario della nazionale. È convinto che le prestazioni fisiologiche di Jelonch siano affidabili, quando la sua condizione psicologica.
VITE MONDIALI
Uini Atonio, il pilone che recitava Shakespeare
«Non mi sono mai sentito a disagio con il mio corpo, neanche da bambino. È così. Questa percezione viene, credo, da mio padre. Mi ha sempre detto che non esiste uno standard. Non è perché sei più alto, più scuro o più piccolo degli altri che cambia qualcosa. Sono pensieri che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Non giudico mai il fisico delle persone e non giustifico le persone che lo fanno, mi fa impazzire se sento qualcuno che si azzarda. Sicuramente c’è hente che mi vede e pensa: è troppo grosso. Non mi interessa. I genitori dei miei avversari dicevano che da bambino ero troppo forte per la loro età. Ma se a tuo figlio non piace essere placcato, fagli fare un altro sport, che cosa ci posso fare. Ho capito subito che il mio ruolo sarebbe stato quello, giocare in prima linea per fermare gli avversari e spingerli al corpo a corpo. Ma non mi piace che la gente mi metta quest’etichetta. Anche a me piace giocare la palla.
Da bambino ho praticato il badminton, il ping pong, la pallavolo. Nel lancio del disco e nel getto del peso ho addirittura battuto i record scolastici di Jonah Lomu. Ho iniziato a giocare a rugby a 4 anni. La cosa spiacevole era che dovevo giocare nella stessa squadra di mio fratello maggiore, perché mio padre non poteva portarci in due campi diversi nei giorni delle partite. Così a quattro anni giocavo con quelli di sei, a sei anni con quelli di otto. Anche se ero più alto di loro, i loro corpi erano più sviluppati e formati del mio. Erano anche ragazzi più lucidi. È stato fastidioso ma mi ha aiutato molto.
Quando ero piccolo ho fatto anche teatro: Shakespeare, Il Re Leone, Aladin… Era un altro uso del corpo. Ho imparato a parlare davanti agli estranei, cosa che mi ha permesso di acquisire sicurezza. E mi aiuta ancora oggi quando devo fare un discorso alla squadra prima di una partita.
[intervistato da L’Équipe, 7 settembre 2023]
I MONDIALI DEGLI SCRITTORI
Il rugby secondo Alessandro Baricco
“Rugby, gioco da psiche cubista – deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile (rimbalza sull’erba come una frase di Joyce sulla sintassi) per immettere il caos nell’altrimenti geometrico scontro di due bande affamate di terreno – gioco elementare perché è primordiale lotta per portare avanti i confini, lo steccato, l’orlo della tua ambizione – guerra, dunque, in qualche modo, come qualsiasi sport, ma lì quasi letterale, con lo scontro fisico cercato, desiderato, programmato – guerra paradossale perché legata a una regola astuta che vuole le squadre avanzare sotto la clausola di far volare il pallone solo all’indietro, movimento e contromovimento, avanti e indietro, solo certi pesci, e nella fantasia, si muovono così. Una partita a scacchi giocata in velocità, dicono. Nata più di un secolo fa dalla follia estemporanea di un giocatore di calcio: prese la palla in mano, esasperato da quel titic titoc di piedi, e si fece tutto il campo correndo come un ossesso. Quando arrivò dall’altra parte del campo, posò la palla a terra: e intorno fu un’apoteosi, pubblico e colleghi, tutti a gridare, come colti da improvvisa illuminazione. Avevano inventato il rugby. Qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa. Con ordinata, e feroce, follia”
[da la Repubblica, 23 marzo 1998]
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